Dedicato a chi abita o vuole tornare a vivere in collina o in montagna
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Come sapete, il focus del nostro portale di approfondimento sono soprattutto le aree interne, vale a dire quei territori italiani geograficamente distanti dalla grandi città. 
Abbiamo scelto di concentrarci su queste zone perché, a parere nostro, sono quelle con maggiori potenzialità abitative nei prossimi anni. Da più parti si è parlato di una “rinascita” delle aree interne: una controtendenza estremamente recente, sostanzialmente partita dopo la pandemia da Covid-19, arrivata dopo anni di spopolamento inesorabile. 

Cosa ha cambiato questa dinamica di spopolamento della aree interne? Due elementi soprattutto: la Pandemia, che ha fatto scoprire (o riscoprire) l'importanza di abitare in un'area a contatto con la natura lontano dagli spazi chiusi inquinati nelle città; l'altra è il surriscaldamento globale, mitigato dalle aree di campagna collinari nelle aree interne e ben più forte e invalidante nelle città di pianura. 

Noi stiamo analizzando le dinamiche che stanno permettendo ad alcune di queste zone interne di attrarre nuove abitanti, in controtendenza con quanto accaduto fino al 2020. 
Per farlo, però, è opportuno analizzare quanto accaduto per anni prima della “tempesta perfetta” del Covid-19. E per farlo possiamo avvalerci di un'interessantissima ricerca effettuata da Openpolis.it, portale web che «monitora la spesa italiana sull'aiuto pubblico allo sviluppo», come citano gli stessi autori.

Settant'anni di spopolamento diffuso 
La ricerca parte da un assunto: «Dal 1951 a oggi, la popolazione nei cosiddetti 'comuni polo' è aumentata del 30,6%: da 15,8 a 20,6 milioni di abitanti. Nei comuni cintura, hinterland delle città maggiori, l’aumento è stato del 48,9% (da 16 a quasi 24 milioni). In quelli periferici e ultra-periferici si è registrato un crollo negli ultimi 70 anni, rispettivamente del 17,7 e del 26,4%. Ovvero da 6,7 milioni di abitanti censiti agli inizi degli anni ’50 a 5,4 settant’anni dopo».

Questa la fotografia scattata appena prima della Pandemia, nel 2020. 
Openpolis.it ha analizzato la situazione e la disponibilità di asili nido nelle aree interne del paese fino a quel periodo. Il gruppo di studio ha analizzato proprio questo tipo di indicatore in quanto cartina al tornasole della vivibilità per le famiglie con figli a carico: avere o meno un asilo nido nelle vicinanze della propria residenza spesso significa la possibilità di rimanere (o meno) ad abitare in quel posto. 

Tempi moderni, ancora spopolamento... fino alla pandemia
La ricerca Openpolis analizza l'andamento dei nove anni tra il 2011 e il 2020: più i servizi sono distanti dal comune di riferimento e più lo spopolamento appare veloce. «Nei comuni intermedi, dove si impiegano tra 27 e 40 minuti per raggiungere il polo più vicino, il calo demografico è stato dell’1,9% rispetto agli abitanti censiti nel 2011. Quelli periferici, dove servono tra 40 e 67 minuti, hanno visto la popolazione ridursi del 3,8%. Nei comuni ultra-periferici i residenti sono il 4,5% in meno del 2011. Si tratta dei territori più remoti, situati ad almeno 67 minuti di distanza dai poli». 

La ricerca poi prosegue con una serie di previsioni che, a nostro avviso, non considerano le dinamiche “rivoluzionarie” che abbiamo citati in apertura: pandemia e cambiamento climatico. «Un trend di progressivo spopolamento nelle aree interne che, osservando i dati sulle previsioni di popolazione al 2030, è probabile sia destinato a continuare anche nei prossimi anni».

L'anno che ha cambiato tutto: 2020
Negli ultimi tre anni, alcune aree della penisola hanno visto segnali di ripopolamento: ne sono esempio alcune zone di Toscana o Emilia-Romagna, oppure più a nord in Piemonte e Friuli. Numeri ancora relativamente piccoli in valore assoluto, ma significativi in quanto arrivati dopo settant'anni di spopolamento. 

La mirabile ricerca di Openpolis, invece, si affida alle proiezioni statistiche per il periodo 2020-2030: «Il fenomeno dello spopolamento nei prossimi anni sarà generalizzato in quasi tutto il paese e quindi colpirà anche territori più attrezzati. Ad esempio, nel caso della Sardegna, si mostra come anche territori con ampie aree interne, pur in presenza di un livello di servizi in linea o superiore media nazionale, saranno fortemente colpiti dallo spopolamento». Noi riteniamo che queste proiezioni siano messe in seria discussione a causa della nuove dinamiche più volte citate in questo articolo. 

La chiave per invertire davvero lo spopolamento
Tuttavia, Openpolis individua correttamente -secondo noi- una chiave per il futuro di queste zone: la capacità di offrire servizi per le famiglie e i minori, a partire dagli asili nido e le scuole. 
«Dal punto di vista dell'istruzione questi territori incontrano spesso forti problematiche, che acuiscono la tendenza allo spopolamento. L'offerta educativa (e la sua stessa qualità) è compromessa dalle difficoltà di spostamento e dalla tendenza alla forte mobilità degli insegnanti. Oltre l'80% dei comuni nelle aree interne non ha nessuna scuola superiore statale (a fronte della quasi totalità dei poli che ne ospitano uno o più). Il 39% non ospita neanche una scuola media».

Appare evidente, insomma, che la chiave per agevolare lo sviluppo demografico della aree interne passi dai servizi alle famiglie: i residenti in queste aree non vicine la città sono disposte a fare qualche compromesso, ma senza un luogo sicuro dove lasciare i propri figli durante le ore di lavoro non c'è area interna che tenga. 

Il Pnrr? La grande occasione per la svolta
Il Pnrr, infatti, destinerà 4,6 miliardi di euro per il piano asili nido e scuole dell’infanzia, con l’obiettivo di creare 264.480 nuovi posti per la fascia 0-6 anni in tutto il territorio nazionale. La vera sfida nei prossimi anni sarà proprio questa: dotare le aree interne di servizi per le famiglie allo stesso livello dei grandi centri urbani. Se ciò non accadesse, le proiezioni di Openpolis.it sullo spopolamento generalizzato delle aree interne potrebbero effettivamente verificarsi su larga scala.

 

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