Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Negli ultimi anni l’Italia ha vissuto sulle montagne russe dell’inflazione. Dopo i picchi del 2022 e del 2023, quando i prezzi correvano verso l'alto soprattutto per colpa dell’energia, il 2024 aveva fatto intravedere una tregua. L'andamento dell'inflazione, piano piano, è sparita dalle prime pagine di quotidiani e telegiornali. Siamo sicuri, però, che l'emergenza sia finita?
Oggi, settembre 2025, la situazione sembra apparentemente più calma: ad agosto l’inflazione si è fermata all’1,6% su base annua, un soffio in meno rispetto all’1,7% di luglio e sotto il 2% fatto registrare a inizio anno, come riportato da Investing.Com Italia.
Sulla carta può sembrare una buona notizia: i prezzi non crescono più a ritmi da capogiro come nel recente passato. Basta però andare al supermercato o pagare una bolletta per accorgersi che il conto rimane salato, soprattutto per chi vive con stipendi bassi o pensioni minime.
Come è possibile questo scostamento?
La verità è che alcuni settori continuano a tirare dritto con gli aumenti: l’energia regolamentata, vale a dire luce e gas, pesa come un macigno sulle tasche dei cittadini, con aumenti a doppia cifra (picco di 12,9%, fortunatamente in lieve calo dal mese di luglio). Anche la spesa quotidiana non perdona: frutta, verdura e alimenti freschi sono rincarati oltre il 5% rispetto a un anno fa, secondo i dati di teleborsa.ansa.it. Quelli citati sono piccoli numeri sui fogli dell’ISTAT ma diventano enormi quando a fine mese non si riesce a far tornare i conti, specialmente se gli stipendi sono quelli medi italiani.
Per una famiglia media, nei primi mesi del 2025 il caro-vita è costato fino adesso oltre 500 euro in più all’anno, una cifra che sale a più di 700 euro per chi ha due figli.
Sono soldi che spariscono dai conti senza accorgersene: tra la bolletta del gas, la cassa al supermercato e la benzina, il portafoglio si svuota. E spesso bisogna scegliere: riscaldare la casa o comprare cibo fresco di qualità, pagare le medicine o rimandare altre spese. La classica situazione di “coperta troppo corta” che alla lunga finisce per essere estremamente problematica.
Le previsioni, poi, non sono granché rassicuranti. Secondo quando riportato dal tg di LA7 diretto da Enrico Mentana, gli analisti di OECD (acronimo per Organization for Economic Co-operation and Development) parlano di un’inflazione che resterà intorno all’1,7% per tutto il 2025 e che potrebbe addirittura risalire leggermente nel 2026, fino a sfiorare il 2%. Non numeri drammatici, certo, nel 2023 si era visto di peggio. Eppure, dopo anni di difficoltà economiche, anche un semplice 2% diventa sufficiente per continuare a tenere sempre sotto pressione chi vive con poco. Perché a differenza dei grandi stipendi, ogni piccolo aumento colpisce duro chi non ha margine di manovra.
Il governo e l’Europa confidano nei tagli dei tassi da parte della Banca Centrale, che dovrebbero ridare fiato all’economia, così come auspicato anche dai vertici di Confindustria in un recente comunicato stampa. I benefici però, sempre ammesso che arrivino, si faranno sentire molto lentamente. Troppo lentamente per chi è costretto già oggi a fare la spesa con la calcolatrice in mano.Insomma, l’inflazione rallenta, ma non molla e continua a rimanere un problema per gli italiani meno abbienti. Mentre i dati, se letti senza approfondire, fanno pensare a una normalizzazione, la vita reale racconta altro: quella delle famiglie che ogni giorno devono stringere la cinghia.
La sensazione è che la ripresa vera non sia ancora cominciata.
Vivere da soli costa troppo. Condividere può essere una via d’uscita reale? Per chi ha redditi bassi o famiglie monoreddito, il co-housing sembra, sulla carta, una risposta valida: un mix tra risparmi economici, sostegno sociale e sollievo dalla solitudine. Ma la domanda che sorge spontanea è: funziona davvero? O è sopratutto una bella idea teorica che difficilmente funziona nel mondo reale? Vediamolo insieme con questo mini-guida.
Partiamo dalle basi: il co-housing è un modello abitativo che combina unità private ridotte (meno del 5–15% rispetto a un appartamento tradizionale) con spazi comuni condivisi: cucine, lavanderie, biblioteche, orti, palestre, coworking. In Italia, i progetti ospitano di solito 20–40 famiglie, ma esistono anche comunità più piccole, con 5–15 nuclei. É adatto a chi ha risorse economiche non troppo elevate: Oipà Magazine stima un risparmio medio del 22% nelle famiglie in co-housing, grazie ad affitti più bassi e spese condominiali condivise (lavanderia, babysitting, car sharing) rispetto al vivere da solo. Inoltre, l’Eurispes rileva che chi vive da solo paga fino all’80% in più per l’abitare rispetto a chi è in coppia. Il co-housing, insomma, può colmare anche questo divario per le persone che, per un motivo o per un altro, sono single.
Oipà Magazine stima un risparmio del 22% nelle famiglie in co-housing, grazie ad affitti più bassi e spese condominiali condivise (lavanderia, babysitting, car sharing). Inoltre, l’Eurispes rileva che chi vive da solo paga fino all’80% in più per l’abitare rispetto a chi è in coppia. Il co-housing può colmare anche questo divario per le persone che, per un motivo o per un altro, sono single.
Il co-housing in Italia ha preso piede negli ultimi anni. Di esperienze sparse sul territorio nazionale se ne contano diverse, in particolar modo nelle grandi città. Nel corso degli ultimi 5 anni sono sorte nuove esperienza anche in centri più piccoli, come Empoli o Aosta.
Vediamo, nel concreto, alcuni esempi:
• Bologna – “Oasi” (condomìnio solidale): sette monolocali a canone concordato per persone disabili o straniere, con lavanderia, stireria e un educatore che offre ascolto quotidiano per migliorare la qualità della vita (fonte: Redattore Sociale).
• Verona – “Anastasia” di Energie Sociali: ha raccontato come la convivenza nel cohousing abbia accelerato il suo inserimento lavorativo, offrendo supporto sociale e aneddoti divertenti, tra feste in cucina collettiva e riunioni decisive (fonte: Energie Sociali).
• Progetto “Spazio50” a Milano: ospita studenti e anziani che convivono pagando solo 250–280 € al mese e condividendo spese e autonomia. Marisa (80 anni) afferma: «Non ho fatto questa esperienza per il guadagno, ma perché è bello avere a che fare con un giovane» (fonte: Spazio50).
Il Co-Housing “Del Moro” a Lucca, ad esempio, è destinato specificamente agli over 65 autosufficienti. Il progetto della Fondazione Casa Lucca e Misericordia prevede 13 soluzioni abitative private con ambienti comuni al primo piano: cucina, sala lettura, lavanderia. Il canone include affitto, utenze e servizi ricreativi, promossi da operatori quotidiani che favoriscono socializzazione e mutuo aiuto tra i residenti.
Nell’ex canonica di Tassignano, invece, la Fondazione Casa Lucca ha avviato un progetto di housing sociale con sei alloggi assegnati tramite avviso pubblico a giovani coppie, adulti singoli e over 65. Gli assegnatari hanno partecipato alla progettazione degli spazi comuni e alla redazione di una Carta dei Valori condivisa. Maggiori informazioni sul sito di Fondazione Casa Lucca.
A Empoli, invece, da un paio di anni esiste “Freedom”, il primo cohousing sociale toscano realizzato con fondi pubblici comunali, in centro storico. Prevede 14 appartamenti, tra cui una smart-home per disabilità, con spazi comuni, domotica, assistenza attiva e progetto “HOPE” di inclusione urbana. È gestito da una rete di cooperative locali e associazioni. Per ognuno di questi casi è possibile reperire su internet molte informazioni dettagliate ed anche i requisiti per poter partecipare.
Come in ogni scelta di vita, occorre soppesare bene i pro e i contro di questa scelta., valutando vantaggi e svantaggi. I primi sono un indubbia riduzione di affitto e consumi, aumento del supporto sociale (soprattutto per anziani o famiglie) e impatto ambientale ridotto grazie alla condivisione e bioedilizia. Inoltre, positivamente, è possibile avere giovamento dalla partecipazione attiva alla vita comunitaria. Ci sono, chiaramente dei limiti. Trovarsi a vivere dentro un co-Housing è a casa propria ma anche a casa di altri. Infatti si richiede adattamento e rispetto di regole condivise, grande fiducia reciproca resta il collante. Inoltre, c'è da fare una considerazione: in Italia il co-Housing è ancora una nicchia, ostacolata da burocrazia e modelli proprietari frammentati che non permettono, come in altre realtà europee, uno sviluppo ampio come meriterebbe.
• Single o coppie con reddito limitato
• Anziani autosufficienti in cerca di comunità
• Freelance o precari che apprezzano spazi condivisi
• Chi desidera una vita sostenibile, condivisa e meno isolata
É buona regolare identificare territori con progetti attivi, come ed esempio Bologna, Verona, Milano, Trento, Lucca. Poi è possibile contattare le associazioni che avviano e organizzano i trasferimenti delle persone verso queste realtà, come Energie Sociali, HousingLab o cooperative abitative territoriali. Ovviamente, prima di decidere, è opportuno visitare i luoghi e comprendere regole e spese condivise. Da lì sarà possibile farsi un'idea concreta.
É utile tenere sempre a mente che il co-housing non è solo una questione di affitto più basso, ma è anche un’opportunità di vita comunitaria autentica, un'esperienza sociale che può appagare molto di più di un semplice sconto sull'affitto. Certamente non è qualcosa alla portata di tutti perché occorre spesso adattarsi. Chi lo ha provato, però, spesso parla di relazioni vere, supporto quotidiano e senso di appartenenza. Se abitare da soli è diventato insostenibile, vale la pena approfondire questa strada ed informarsi attivamente.
Lo scriviamo fin dal primo giorno di Metropoli Rurali: in città il costo della vita è ormai fuori controllo. Affitti alle stelle, bollette insostenibili, spesa che lievita mese dopo mese. Non solo Milano, diventata il simbolo di un sistema-città che non funziona più (almeno per tasche “normali”, ma anche altre realtà un tempo vivibili come Bologna, Firenze, Torino (per non parlare di Roma) stanno seguendo un trend negativo per chi ci abita. Sempre più persone, soprattutto con redditi bassi o famiglie monoreddito, si trovano schiacciate dal costo della vita in questi grandi centri urbani.
Secondo Istat, nel 2023 la spesa media mensile di una famiglia italiana è stata di 2.728 euro, pari a oltre 32.700 euro l’anno, con un reddito medio netto poco superiore a 1.600 euro al mese. Con queste cifre, far quadrare i conti in una grande città è sempre più difficile.
Ma se la città diventa una gabbia troppo stretta, esiste un’alternativa che in molti stanno iniziando a considerare: trasferirsi in montagna o in un piccolo borgo.
Oggi un bilocale in città può costare facilmente 700-800 euro al mese di solo affitto. A questi vanno aggiunte spese condominiali, bollette e trasporti. In città come Roma, l’affitto medio è arrivato a 959 euro/mese (Osservatorio Idealista, 2024). Se a lavorare è una sola persona o se il contratto è precario, arrivare a fine mese è una corsa a ostacoli ai limiti dell’impossibile. Eppure, esistono paesi in Italia dove una casa si compra - nei casi limite - con meno di 20mila euro o si affitta con 200-300 euro al mese. Sono piccoli comuni di montagna o dell'entroterra che, per contrastare lo spopolamento, offrono agevolazioni, contributi e case a prezzi simbolici.
Negli ultimi anni diversi comuni italiani hanno pubblicato bandi per attirare nuovi residenti. Eccone alcuni tra i più interessanti:
• Bando “Resto in Montagna” - Comune di Biccari (FG): offriva contributi per chi acquistava o affittava una casa nel borgo.
• Progetto “Case a 1 euro”: attivo in diversi paesi come Sambuca di Sicilia, Ollolai, Zungoli; con una cifra simbolica si poteva diventare proprietari di un immobile (da ristrutturare).
• Bando del Comune di Rosazza (BI): previsto un incentivo di 5mila euro per chi si trasferiva stabilmente.
Questi bandi nello specifico sono oggi chiusi, ma periodicamente vengono riattivati o imitati da altri comuni. Ad esempio, a Vergemoli (LU), grazie a iniziative di questo tipo, la popolazione è cresciuta da 594 abitanti nel 2019 a 711 oggi. Il consiglio è semplice: monitorare i siti web dei comuni o fare periodicamente una ricerca online per vedere quanti e quali bandi sono attivi. Sono bandi molto diffusi ed è quasi impossibile che non ce ne sia nemmeno uno attivo al momento della ricerca. Non solo comuni: anche molte amministrazioni regionali puntano a sostenere i piccoli borghi con bandi simili. In Emilia Romagna, ad esempio, è stato pubblicato un avviso con contributi fino a 30mila euro a fondo perduto per acquistare una casa in montagna, a patto di trasferirvi la residenza. Un bando simile è stato realizzato in Toscana.
Occorre però tenere bene in mente una cosa: trasferirsi in montagna non è la cura di tutti i mali e non è per tutti. Farlo significa fare i conti con distanze maggiori da ospedali, scuole, servizi e opportunità lavorative. Ma per chi può lavorare da remoto o ha un mestiere che non richiede grandi spostamenti, può significare un cambio di vita radicale: più natura, meno stress, comunità più strette.
E, come anticipato, anche un grande risparmio economico. In alcuni casi, come nel borgo piemontese di Locana (TO), il comune ha offerto fino a 9mila in tre anni per famiglie con figli disposte a trasferirsi, con l’obiettivo di invertire il calo demografico. Considerando che Locana si trova ad un'oretta e un quarto da Torino nel bel mezzo del Parco Nazionale del Gran Paradiso, l'offerta non può considerarsi malvagia.
Molte famiglie con figli piccoli, pensionati e giovani freelance stanno già compiendo questa scelta. Non sempre per un ideale romantico, ma perché vivere in città è diventato costoso e spesso insostenibile.
Il nostro consiglio è di iniziare con il più classico dei fogli bianchi. Prendere una penna e mettersi ad un tavolo:
1. Fai una lista delle regioni o province che ti interessano. Inizia a cercare comuni con bandi passati o attivi.
2. Controlla le condizioni: alcuni bandi richiedono un trasferimento stabile, altri solo un periodo minimo di residenza.
3. Verifica la distanza dalla città più vicina dove, è innegabile, i servizi sono maggiori ed è probabile ci si debba recare.
4. Calcola bene i costi aggiuntivi (trasporti, ristrutturazione della casa, connessione internet, riscaldamento in caso di abitazione in altura).
5. Valuta se il tuo lavoro può seguirti oppure se puoi reinventarti con nuove attività locali, laddove queste siano presenti.
Trasferirsi fuori città non è un sogno irrealizzabile. È un’alternativa concreta per chi oggi non riesce più a stare a galla nei ritmi e nei costi urbani. Con un po’ di spirito di adattamento, la montagna o un piccolo borgo possono rappresentare una scelta vincente, sostenuta da incentivi reali e, in certi casi, persino da contributi economici per andare a viverci.
La primavera è arrivata e con essa i primi giorni di aumento delle temperatura è stabilità atmosferica. Nei mesi scorsi, però, Toscana ed Emilia Romagna hanno subito numerosi allagamenti sfociati, è proprio il caso di dire, in alcune alluvioni. Quella di Bologna dell'ottobre 2024 è forse stata la più clamorosa. Ciò che è successo in quell'occasione sottolinea una realtà che fatichiamo ad accettare: la città non è un'entità isolata, è parte di un ecosistema più ampio che comprende le valli, i versanti, le zone montane e rurali. E se quei territori vengono lasciati soli, prima o poi, i loro problemi travolgono anche i centri urbani.
Bologna è solo l’ultimo esempio. Ma lo stesso discorso vale per Torino e la Val di Susa, per Genova e l’entroterra ligure, per Firenze e l’Appennino toscano, per Napoli e l’Irpinia.
Tutte le città italiane sono legate a doppio filo con le montagne e le aree interne che le circondano. E tutte, oggi, pagano lo stesso conto: frane, allagamenti, infrastrutture al collasso, perdite economiche enormi e, nei casi estremi, vite spezzate. La questione delle alluvioni, però, è più complessa di quanto non si riesca a credere.
La fragilità comincia in quota
Quando parliamo di dissesto idrogeologico, si tende a concentrarsi sulle città perché è lì che si vedono i danni. Ma l’origine del problema sta più in alto: boschi abbandonati, versanti non più curati, agricoltura in ritirata, pascoli deserti, comunità sempre più piccole e isolate. È una montagna che perde popolazione e presidio umano, e che quindi smette di essere un filtro naturale e diventa una minaccia. Purtroppo, però, quanto descritto è esattamente quanto sta succedendo negli ultimi decenni in Italia.
Una legge del 2015 riconosce i servizi eco-sistemici forniti da questi territori – cioè il loro ruolo concreto nel regolare acqua, suolo, clima – ma è una norma rimasta sostanzialmente sulla carta. Intanto, frane e colate di fango ci ricordano a intervalli regolari che senza manutenzione del territorio non c’è sicurezza in nessun punto della filiera urbana-rurale. Ed ogni frana o allagamento costa alla collettività milioni di euro di riparazioni.
Abbandono in quota, consumo a valle
Paradossalmente, mentre nelle città si continua a costruire – spesso in modo disordinato e su terreni già fragili – oltre il 66% del territorio nazionale, quello montano secondo Eurostat, viene lasciato all’abbandono. Queste cifre sono state recentemente ricordate da Marco Bussone, presidente UNCEM – l’unione nazionale dei comuni montani – che è intervenuto a seguito proprio dell'alluvione di Bologna dello scorso anno. «È il rovescio della stessa medaglia: da un lato il consumo di suolo, dall’altro la dismissione del suolo. Eppure se ne parla ancora troppo poco, o per nulla» ha detto. «Servirebbe una legge nazionale che metta ordine e limiti allo sviluppo urbano, certo. Ma serve anche un piano di rilancio delle aree montane e rurali, che fermi lo spopolamento e riporti le persone a vivere e lavorare in quei luoghi. Perché una montagna viva protegge chi vive più in basso. Una montagna vuota, prima o poi, franerà sulla città». La politica, però, molto spesso dimentica questo aspetto.
Una proposta concreta: ItaliaSicura 2.0
Proprio l’UNCEM propone da tempo la creazione di una struttura nazionale permanente contro il dissesto idrogeologico, con almeno 10 miliardi di euro l’anno da investire nella prevenzione. Una nuova “ItaliaSicura”, collocata presso la Presidenza del Consiglio, che abbia il potere di coordinare progetti e risorse su tutto il territorio, senza spezzettamenti tra enti e competenze.
Ma non basta la gestione dell’emergenza. Come già accennato, serve una visione politica e culturale che rimetta al centro la montagna come risorsa strategica: con investimenti, servizi pubblici, infrastrutture digitali, incentivi alle attività agricole e forestali, e soprattutto il riconoscimento – nero su bianco – che vivere in quota comporta costi strutturali più alti, e quindi ha bisogno di un sostegno adeguato.
La montagna non è una cartolina
Non si può continuare a pensare alla montagna come a un luogo da vacanza o da promozione turistica. È parte integrante della nostra sicurezza, del nostro benessere collettivo, della sostenibilità di lungo termine del Paese. Non servono slogan, ma politiche concrete: città e montagne devono tornare a parlarsi, a collaborare, a progettare insieme.
Perché il Paese o si salva tutto insieme, oppure non si salva affatto.
Chi conosce la montagna lo sa: non è un luogo da cartolina, non è un rifugio da weekend o un fondale per selfie innevati. È una realtà viva, dura, complessa, abitata da comunità che ogni giorno tengono in piedi un patrimonio naturale e umano di valore inestimabile. A queste comunità, però, spesso la politica volta le spalle o, più semplicemente, si dimentica di dedicare loro l'attenzione che meritano. Ora l’UNCEM – l’Unione Nazionale dei Comuni e degli Enti Montani – ha deciso di raccogliere in dieci punti le proposte concrete per invertire la rotta. Un decalogo delle buone pratiche rivolto alle istituzioni, che parte da un presupposto chiaro: la montagna non ha bisogno di slogan, ma di politiche fondate sulla realtà e su chi quei territori li conosce davvero.
La montagna come parte della strategia nazionale
La richiesta principale è che la montagna – insieme alle aree interne e rurali – venga considerata un asse strategico nei programmi di investimento nazionali ed europei. Non solo come luogo da tutelare, ma come spazio su cui costruire crescita, innovazione, sostenibilità. L’idea di fondo è superare l’approccio assistenzialistico e puntare a strumenti strutturali come un PON Montagna, sul modello del già esistente PON Metro per le città. Ricordiamo che il PON è acronimo di Programma Operativo Nazionale, uno strumento di programmazione e finanziamento previsto dall’Unione Europea, pensato per attuare sul territorio italiano gli obiettivi dei fondi strutturali europei.
Ricostruire un welfare adeguato
Un altro nodo centrale riguarda i servizi essenziali. UNCEM sottolinea la necessità di ricostruire un welfare pubblico su misura per la montagna: sanità territoriale, scuole moderne, trasporti, servizi socio-assistenziali. L’obiettivo è colmare i divari con le aree urbane, partendo da iniziative già sperimentate come le cooperative di comunità e le comunità energetiche. La parola d’ordine è “comunità”: cooperative locali, scuole di valle, asili nido accessibili. La qualità della vita in montagna, ricordano, dipende dalla possibilità di accedere a servizi basilari e sono centinaia gli esempi di zone dove questo non avviene: basti pensare alla penuria di medici di base nelle zone appena fuori le città.
Cambiamento climatico e spopolamento: le due grandi sfide
Le aree montane sono tra le prime a subire le conseguenze del cambiamento climatico. Eventi estremi, dissesto idrogeologico e risorse idriche in calo mettono a rischio territori già colpiti dallo spopolamento. Secondo UNCEM, agricoltura e turismo devono essere considerati strumenti integrati per rendere la montagna più resiliente e attrattiva. E le città, in quest’ottica, non possono restare estranee: servono alleanze tra aree urbane e montane. Una dinamica, questa, che fino adesso si è vista molto poco.
Norme esistenti, ma spesso inapplicate
Un altro punto chiave riguarda la necessità di far funzionare le leggi già in vigore. Esistono normative importanti – come quella sui piccoli Comuni o la legge forestale – che però, secondo UNCEM, vanno completate e attuate in modo concreto, anche a livello regionale. Serve un quadro giuridico integrato che consenta di superare le disparità tra territori ancora troppo esasperata. Una disparità che vede le zone rurali quasi sempre svantaggiate rispetto alle città.
Servizi uguali, ma con costi diversi
Nella discussione nazionale sui Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP), UNCEM chiede che venga riconosciuta la specificità della montagna: chi vive in montagna ha costi strutturali più alti per accedere agli stessi diritti di chi vive in pianura. Questo deve essere riconosciuto nero su bianco. Ignorare questa realtà significa continuare a lasciare indietro chi vive in quota.
Grandi aziende e responsabilità nei territori
Anche le grandi aziende pubbliche vengono chiamate in causa. La richiesta è chiara: non considerare più la montagna come semplice bacino di risorse, ma come territorio su cui investire in modo responsabile. L’esperienza positiva degli ultimi anni con Poste Italiane, che ha riaperto uffici chiusi da anni, viene indicata come un modello da replicare, puntando su infrastrutture, digitalizzazione e servizi. Su questo, però, la politica dovrebbe offrire più agevolazioni.
Rivedere le concessioni idroelettriche
La gestione dell’energia prodotta in montagna è un tema storico. UNCEM propone un nuovo approccio alle concessioni idroelettriche, che riconosca un ritorno concreto per i territori che ospitano dighe e impianti. Lo stesso vale per le foreste, da valorizzare anche attraverso meccanismi come i “crediti di sostenibilità”, fino adesso poco applicati.
Il ruolo centrale dei Comuni
Nel contesto montano, i Comuni – soprattutto se aggregati – sono considerati attori fondamentali per lo sviluppo locale. Il decalogo invita a rafforzare le Unioni montane e a semplificare l’accesso a risorse e strumenti per la crescita, evitando ostacoli burocratici e accentramenti decisionali.
Le Unioni Montane non devono essere scatole vuote, ma strumenti reali di sviluppo e rigenerazione amministrativa. Il centro non può più fare da imbuto: servono autonomie operative, non solo formali.
Il contributo dell’economia digitale
UNCEM propone anche di coinvolgere i grandi operatori del web nel sostegno ai territori montani, ad esempio attraverso forme di compensazione per l’uso delle reti. I proventi potrebbero essere destinati alla lotta alla desertificazione commerciale e allo sviluppo di servizi locali.
Digitalizzazione come priorità
Infine, viene ribadita l’urgenza di portare la connettività anche nei territori meno accessibili. Senza connessione, oggi, si è fuori dal mondo. E troppe aree montane sono ancora scollegate. La montagna ha bisogno di reti ultra-veloci, 5G, digitalizzazione della pubblica amministrazione. Le strategie esistono, ma vanno coordinate e implementate in tempi rapidi, coinvolgendo Comuni, Regioni, operatori e Governo centrale.
Il decalogo UNCEM non è un grido d’allarme. È un manuale di sopravvivenza per territori che vogliono vivere, non sopravvivere. La politica ha l’occasione di fare la differenza. Ma deve smettere di guardare la montagna dall’alto in basso. Serve ascolto, visione, volontà. E soprattutto, serve agire. Ora.
C'è il doppiatore professionista Riccardo, lo scrittore Marco, i birrai Enrico e Fabio: sono solo alcuni dei nomi di persone che, per scelta, hanno abbandonato la loro abitazione in città per stabilirsi 12 mesi l'anno in montagna. Una migrazione non travolgente nei numeri perché parliamo di qualche migliaio di persone all'anno. Tuttavia sono storie significative, che raccontano un nuovo modo di concepire “l'abitare” allontanandosi dal sistema-città che mostra sempre più chiaramente i suoi limiti, specialmente quelle più grandi: prezzi fuori controllo, qualità della vita scarsa, inquinamento giusto per citarne alcuni.
Per contro, la vita in montagna è resa più possibile dalla possibilità di lavorare in smart-working grazie ad internet che ormai riesce a raggiungere anche le zone più remote.
Ecco, dunque, che le prospettive di chi desidera staccarsi dal sistema-città sono più rosee che in passato. Alcune di queste storie sono state raccolte dal Corriere della Sera in un interessante articolo dal titolo “Cambiare vita, i montanari della porta accanto”.
Si legge, ad esempio, la storia di due amici, Enrico Ponza e Fabio Ferrua, che insieme hanno fondato un birrificio artigianale a Melle, in Val Varaita, un paese semi abbandonato a 700 metri di altitudine in provincia di Cuneo. Col tempo hanno poi aperto un pub-ristorante ed un ostello, facendo passare la comunità da zero a circa venti persone, tutte under-30.
Esempi di questo genere ce ne sono a migliaia, sia sulle Alpi che in Appennino. Ma quanto è diffusa la migrazione dalla città alle montagne?
I numeri della migrazione
A fare il punto su quante siano state effettivamente le persone ad uscire dalle grandi metropoli per andare in montagna ci ha pensato lo studio di Silvia Keeling, dell’Università Statale di Milano. La ricercatrice ha analizzato i trasferimenti da Milano e Torino verso comuni montani tra il 2017 e il 2021: solo l’1,5% degli ex residenti di Milano e il 2,2% di quelli di Torino si sono spostati in comuni montani con sede municipale ad almeno 700 metri di altitudine, per un totale di meno di 4.000 persone. Altri 15.000, pari al 7% di chi ha lasciato Milano e al 9% di chi ha lasciato Torino, si sono trasferiti in comuni montani a quote più basse, considerati più accessibili. Non sono numeri in assoluto altissimi ma la tendenza c'è e sembra confermarsi negli anni, specialmente post-Covid.
I prezzi delle case: un confronto impari
Per molti, sul piatto della bilancia c'è anche la questione economica: a Milano un metro quadro di proprietà costa non meno di 4mila e 400 euro circa, in montagna si scende fino ai 700 euro al metro quadro se non di meno. La casa in città è diventato uno standard che sempre meno persone sono capaci di sostenere economicamente. L'esempio di Milano è forse il più eclatante, visto che la città meneghina è una delle più care d'Europa ma dinamiche simili si possono registrare con tutte le grandi città del nord e centro Italia: Torino, Padova, Bologna, Firenze.
Una tendenza futura tutta da esplorare
Questo movimento di persone che si spostano dalla città alla montagna, oltre a contribuire al ripopolamento e alla rivitalizzazione di territori montani spesso abbandonati, offre uno spunto per ripensare le dinamiche abitative e lavorative, grazie alla possibilità di poter fare smart-working senza trovarsi fisicamente nel posto di lavoro in città.
Negli ultimi anni, insomma, è stato tracciato un possibile modello sostenibile e alternativo al sistema metropolitano: se sostenuto da politiche adeguate e infrastrutture mirate, il ritorno in montagna potrebbe trasformarsi in una risposta concreta alle sfide sociali, economiche e ambientali del nostro tempo. La domanda è, e la lasciamo volutamente aperta: la politica sarà pronta a favorire questa transizione?
Partiamo dall'elemento più urgente: occorre fare presto perché c'è tempo solo fino al 27 luglio per fare domanda per il nuovo bando 2024 dedicato a chi vuole trasferirsi in montagna. Si chiama “Bando residenziale Montagna 2024”. Sul tavolo c'è un contributo massimo di 30mila euro ma, per ottenerlo, occorre seguire alcune regole e rientrare in determinate categorie. Vediamo insieme quali.
Come funziona il bando
Il bando è dedicato ai cittadini europei maggiorenni residenti in Italia che vogliono trasferirsi in un comune toscano “totalmente montano” con meno di 5mila abitanti. Cosa significa totalmente montano? Significa che l'intero comune si trova ad una quota maggiore di 600 metri sul livello del mare. A questo link Bando Regione Toscana 2024 - Residenza montana - Allegato 1 c'è la lista dei comuni toscani che rientrano nel bando con i relativi indici di disagio di cui parleremo tra poco.
Ovviamente, come condizione necessaria ad usufruire di questa opportunità, occorre non essere già residenti in un'area montana. La Regione Toscana offre un massimo di 30mila euro per l'acquisto di una prima casa. La somma erogata dalla regione Toscana sarà la metà di quella necessaria per l'acquisto dell'immobile. Ad esempio: è stato richiesto l’importo massimo di 30mila euro ma le spese ammissibili sono pari a € 40mila euro. L’importo erogabile sarà comunque pari a 20mila euro, ovvero il 50% delle spese.
Le modalità di accesso al bando sono spiegate nel dettaglio in questa sezione del sito della regione Toscana: Bando Residenzial 2024 - Contributo acquisto immobile
La graduatoria
Come ogni bando, per accedervi occorre fare domanda e attendere la graduatoria dei punteggi. Ogni domanda peserà, in ordine di graduatoria, con le seguenti percentuali: peso 40% in ragione del numero dei figli minori conviventi del richiedente il beneficio alla data della richiesta dello stesso, assegnando punteggio zero in assenza di figli minori conviventi, 10 in caso di 1 figlio, 24 in caso di 2 figli e il massimo, pari a 40 punti in presenza di tre o più figli. Peso 60%: si utilizza la graduatoria regionale del disagio inserita nella lista dei comuni linkata in apertura.
I benefici
Chi segue Metropoli Rurali ben conosce la nostra filosofia: molte città hanno smesso di essere a misura d'uomo (e del suo portafoglio) decenni fa. Per contro, le aree rurali collinari e montane rappresentano per noi la migliore soluzione in termini di salute, stress, riduzione dei costi e opportunità dei prossimi anni. Una questione su tutte? Il cambiamento climatico che, soprattutto d'estate, rende le città roventi e al limite dell'invivibile per settimane e settimane.
In molti dei comuni elencati nel bando, ad esempio, si comprano case confortevoli dotati di spazi esterni privati e giardini con meno di 40mila euro. L'occasione per diventare proprietari di una casa in tempi molto incerti e difficili, insomma, c'è ed è ghiotta. Il bando della regione Toscana risulta essere, per modalità e cifre erogate, sulla linea di quello da noi più volte elogiato dell'Emilia – Romagna.
La sola perplessità che abbiamo è la poca pubblicità riservata a questo bando e le strettissime tempistiche in cui è possibile far domanda. Le richieste, infatti, possono essere inoltrate solo fino al 27 luglio. Per questo ci auguriamo che questa notizia arrivi a quante più persone interessate possibili.
Dove si vive meglio in Italia se si è bambini, giovani o anziani? La risposta è, rispettivamente, le provincie di Sondrio, Gorizia e Trento, possibilmente fuori dalle grandi aree urbane.
Queste fotografa la classifica 2024 degli indici generazionali redatta del Sole 24 Ore. La quarta edizione dell'indagine sulla “Qualità della vita per bambini, giovani e anziani” è stata presentata al recente Festival dell’Economia di Trento. Lo studio analizza l'efficacia con cui i territori rispondono alle esigenze specifiche dei tre target generazionali più fragili e insieme strategici, i servizi a loro rivolti e le loro condizioni di vita e di salute. Per bambini si intendono i residenti da 0 a 10 anni, per giovani si intendono le persone tra i 18 e 35 anni. Nella categoria anziani, invece, rientrano le persone over 65.
Gli indicatori
Quest'anno, sono stati introdotti nuovi indicatori per ogni gruppo generazionale. Per gli anziani, sono stati aggiunti il numero di utenti dei servizi sociali comunali e il livello di partecipazione civile degli over 50. Per i giovani, invece, sono stati inclusi i tassi di conversione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato e l’imprenditorialità under 35. Per i bambini, infine, sono stati presi in considerazione il numero di progetti finanziati con fondi Pnrr nell'istruzione e il numero di fruitori dei servizi comunali per l'infanzia.
Le province con la migliore qualità della vita per bambini
Sondrio si posiziona come la provincia italiana con la migliore qualità della vita per i bambini, grazie all'inserimento di nuovi indicatori come la competenza numerica e alfabetica e l'indice “Sport e Bambini”, in cui la Valtellina eccelle. Seguono Ravenna e Trieste, con Gorizia che chiude il podio. La classifica delle prime 5 province per bambini è:
1. Sondrio
2. Ravenna
3. Trieste
4. Gorizia
5. Udine
Le province con la migliore qualità della vita per giovani
Gorizia è in testa alla classifica per la qualità della vita dei giovani, seguita da Ravenna, che l'anno scorso era al primo posto, e Forlì-Cesena. La top 10 di questa categoria vede una forte presenza delle province emiliano-romagnole, con Ferrara e Piacenza che si uniscono alle già citate. La classifica delle prime 5 province per giovani è:
1. Gorizia
2. Ravenna
3. Forlì-Cesena
4. Ferrara
5. Cremona
Le province con la migliore qualità della vita per anziani
Trento si conferma al primo posto per il benessere degli anziani, con una classifica dominata dalle province del nord Italia, in particolare Trentino-Alto Adige, Lombardia e Veneto. Al secondo posto si trova Como, seguita da Cremona. La classifica delle prime 5 province per anziani è:
1. Trento
2. Como
3. Cremona
4. Bolzano
5. Treviso
Male il sud Italia e le grandi città
Gli indici generazionali confermano tendenze consolidate nella distribuzione del benessere territoriale in Italia, con le province del sud spesso in fondo alla classifica. Anche la qualità di vita nelle grandi città ne esce molto ridimensionata, con pochissime eccezioni: Nella classifica dei giovani, Bologna si posiziona al 14esimo posto e Firenze al 33esimo, mentre le altre principali città urbane, come Milano (45esima) e Roma (98esima), restano nelle posizioni inferiori della classifica. Napoli e Palermo registrano i punteggi più bassi, confermando così una tendenza negativa per le grandi città in termini di qualità della vita per i giovani.
Affrontare le necessità della popolazione nei prossimi 10 anni: è questa la sfida che ha raccolto il convegno “Toscana 2035” organizzato dal Cispel (acronimo per Confederazione Italiana Servizi Pubblici Economici Locali) e supportato dai dati di tre istituti di ricerca quali Nomisma, Ref ricerche e Utilitatis. I lavori si sono svolti nei giorni scorsi al Palazzo degli Affari di Firenze.
Sul tavolo del dibattito ci sono stati i grandi mutamenti in corso in questi anni: il cambiamento climatico, la transizione ecologica e la diffusione delle intelligenze artificiali, sempre più efficaci e facili da usare. Il tutto inserito in un contesto geopolitico estremamente incerto e delicato. Quali sono gli scenari ipotizzati dal convegno? Lo diciamo subito: non sono particolarmente confortanti.
Popolazione in calo e sempre più anziana
Il primo tema di preoccupazione è la popolazione: si prevede che in Italia nel 2070 ci sarà una diminuzione del 19,4% rispetto al 2021, ossia circa 12 milioni di persone in meno che abitano nel nostro paese. La Toscana, ovviamente, non fa eccezione. Secondo gli ultimi dati messi a disposizione dalla società indipendente di ricerca “Nomisma”, tra il 2020 e il 2030 si prevede che la toscana perderà l'1,9% di abitanti. Firenze, insieme a Bologna e Milano, vedrà un aumento della popolazione non tanto per un maggiore afflusso di persone bensì per un ingrandimento dell'area urbanizzata. Un altro dato non propriamente confortante è quello che prevede, nel 2050, una quota di abitanti over 65 anni pari al 37,1% della popolazione italiana. Un dato che porterà giocoforza un aumento della domanda di servizi sociali come farmacie ed edilizia pubblica.
Occupazione: come cambieranno i mestieri
Questi cambiamenti demografici influenzeranno anche il mercato del lavoro. Il focus del convegno è sulla dinamica toscana ma, quanto accade in questa regione non fa altro che rispecchiare l'evoluzione del resto del paese Italia. La Banca d'Italia, alla luce dei dati riportati nel convegno, stima una riduzione della forza lavoro in Toscana di circa 200mila unità entro il 2042. Le nuove tecnologie e l'intelligenza artificiale sempre più efficace trasformeranno la domanda e l'offerta di lavoro, rendendo obsolete ed “inutili” alcune professioni.
Quali? I relatori del convegno hanno individuato dieci categorie a rischio: sportellisti di banca, addetti dei servizi postali, cassieri, impiegati cosiddetti “data entry”, segretari amministrativi, archivisti, addetti alla contabilità, impiegati delle assicurazioni, venditori porta a porta e addetti al credito.
Per contro, sono previste in forte aumento le domande di professionisti specializzati in informatica, intelligenza artificiale e di “machine learning” quali, ad esempio, analisti di business intelligence, esperti di sicurezza informatica e sviluppatori di blockchain.
La Multiutility: opportunità o costosa complicazione?
I cambiamenti climatici sono un altro trend significativo, con impatti particolari su energia, rifiuti (creazione e smaltimento), acqua e trasporti. Nicola Perini, presidente di Cispel Toscana, ha sottolineato come le aziende debbano anticipare questi cambiamenti per fornire servizi migliori alla collettività. Essere consapevoli, insomma, dei cambiamenti a cui abbiamo iniziato ad assistere e che, verosimilmente, non faranno altro che accelerare nei prossimi anni.
Secondo i relatori del convegno, saranno le cosiddetti “Multiutility” a giocare un ruolo fondamentale nell'erogazione dei servizi al cittadino nei prossimi anni.
Chi ci amministra, insomma, dovrà essere pronto a gestire questi grandi cambiamenti. Anche i cittadini, tuttavia, dovranno non farsi trovare impreparati alle nuove sfide (non tutte piacevoli...) che il prossimo decennio porrà davanti.
La Pianura Padana è una delle zona più inquinate d'Europa se non al mondo. Inoltre, sul suo territorio, ospita le città più costose di tutta Italia, Milano in primis.
É evidente che, a fronte di servizi al cittadino non paragonabili con quelli di una metropoli, molte persone stiano pensando di trasferirsi in zone fuori dai centri abitati. Ma quanti sono quelli che veramente lo fanno?
Migrazioni climatiche
C'è anche un'ulteriore motivo che rende meno appetibile di un tempo il vivere in città: l'aumento delle ondate di calore (come durata e intensità) che colpiscono il nostro paese nel corso dei mesi estivi. Gli effetti di queste fasi di caldo anomalo sono particolarmente dure da sopportare in città: in collina e montagna le estate, invece, sono molto più gestibili e gradevoli, anche senza aria condizionata continuamente accesa.
Proprio la presenza di migrazioni climatiche anche in area Padana è il centro di un lavoro di ricerca coordinato dall’Associazione italiana del Patto per il Clima e sostenuto da Fondazione Cariplo. Si chiama “Miclimi”, acronimo che significa “Migrazioni climatiche e mobilità interna nella metromontagna padana”. Nello studio vengono presi in considerazione fattori come il desiderio, l’opportunità o anche la necessità di lasciare un luogo quando le condizioni di vita in esso si fanno troppo difficili o addirittura impossibili.
I risultati del report
Il report ha analizzato le tendenze demografiche di Milano e Torino: ogni anno, una percentuale compresa tra il 2% e il 3% dei residenti nei due comuni metropolitani decidono di spostare la loro residenza altrove (dati Istat del 2022). La percentuale di individui che hanno cancellato la propria residenza dal comune di Milano e che hanno scelto di iscriversi presso un comune montano ammonta al 7%, dato che sale al 9% per chi lascia Torino. Parliamo, in totale, di meno di ventimila persone in cinque anni. Poche, ma c'è una tendenza. Chi alla città non sceglie la collina bensì la montagna, vale a dire la residenza in un territorio col municipio sopra i 700 metri di quota, scende al 1,5% a Milano e al 2,2% di Torino. Tradotto: circa un migliaio di persone in un quinquennio.
La percezione del rischio
Il report propone anche i dati di un indagine condotta nel maggio del 2023 con oltre 2000 soggetti di tra i 18 e i 70 anni d’età, residenti nei comuni di pianura nelle aree metropolitane di Torino, Milano, Padova, Treviso, Venezia e Bologna. In media oltre il 62% dei soggetti si dichiarano molto o abbastanza preoccupati sul cambiamento climatico, con un leggero squilibrio tra donne e uomini (rispettivamente il 64,1% e il 60% di coloro che si dicono molto preoccupati).
Preoccupazione molto alta tra i più giovani (fascia di età 18-34 anni) per l’abitabilità quotidiana nei grandi agglomerati urbano-metropolitani di pianura: si dichiarano preoccupati il 68,4% degli intervistati. A fronte di una preoccupazione sulla vivibilità della città che sfiora il 70%, solo il 35% delle persone desidererebbe trasferirsi effettivamente in montagna. Segno evidente che, nonostante condizioni di vita criticabili, molte poche persone pensano davvero a trasferirsi in altura e, ancora meno, lo fanno effettivamente.
Conclusioni: alla montagna manca ancora appeal
É evidente che nonostante i mille problemi della città (spazi stretti, costi, stress, inquinamento, ondate di calore), la montagna ancora non rappresenti una soluzione percorribile dalla maggior parte di coloro che criticano la città. Trasferirsi in montagna o collina, al di là del desiderio di molti e di singoli casi particolari, non rappresenta ancora una vera tendenza.
Una realtà confermata in molte parti dello stivale che deve far riflettere chi quei territori li amministra: dai semplici sindaci (probabilmente i più consapevoli delle mancanze di certi territori) ai governatori di regione fino a chi ci governa.