La primavera è arrivata e con essa i primi giorni di aumento delle temperatura è stabilità atmosferica. Nei mesi scorsi, però, Toscana ed Emilia Romagna hanno subito numerosi allagamenti sfociati, è proprio il caso di dire, in alcune alluvioni. Quella di Bologna dell'ottobre 2024 è forse stata la più clamorosa. Ciò che è successo in quell'occasione sottolinea una realtà che fatichiamo ad accettare: la città non è un'entità isolata, è parte di un ecosistema più ampio che comprende le valli, i versanti, le zone montane e rurali. E se quei territori vengono lasciati soli, prima o poi, i loro problemi travolgono anche i centri urbani.
Bologna è solo l’ultimo esempio. Ma lo stesso discorso vale per Torino e la Val di Susa, per Genova e l’entroterra ligure, per Firenze e l’Appennino toscano, per Napoli e l’Irpinia.
Tutte le città italiane sono legate a doppio filo con le montagne e le aree interne che le circondano. E tutte, oggi, pagano lo stesso conto: frane, allagamenti, infrastrutture al collasso, perdite economiche enormi e, nei casi estremi, vite spezzate. La questione delle alluvioni, però, è più complessa di quanto non si riesca a credere.
La fragilità comincia in quota
Quando parliamo di dissesto idrogeologico, si tende a concentrarsi sulle città perché è lì che si vedono i danni. Ma l’origine del problema sta più in alto: boschi abbandonati, versanti non più curati, agricoltura in ritirata, pascoli deserti, comunità sempre più piccole e isolate. È una montagna che perde popolazione e presidio umano, e che quindi smette di essere un filtro naturale e diventa una minaccia. Purtroppo, però, quanto descritto è esattamente quanto sta succedendo negli ultimi decenni in Italia.
Una legge del 2015 riconosce i servizi eco-sistemici forniti da questi territori – cioè il loro ruolo concreto nel regolare acqua, suolo, clima – ma è una norma rimasta sostanzialmente sulla carta. Intanto, frane e colate di fango ci ricordano a intervalli regolari che senza manutenzione del territorio non c’è sicurezza in nessun punto della filiera urbana-rurale. Ed ogni frana o allagamento costa alla collettività milioni di euro di riparazioni.
Abbandono in quota, consumo a valle
Paradossalmente, mentre nelle città si continua a costruire – spesso in modo disordinato e su terreni già fragili – oltre il 66% del territorio nazionale, quello montano secondo Eurostat, viene lasciato all’abbandono. Queste cifre sono state recentemente ricordate da Marco Bussone, presidente UNCEM – l’unione nazionale dei comuni montani – che è intervenuto a seguito proprio dell'alluvione di Bologna dello scorso anno. «È il rovescio della stessa medaglia: da un lato il consumo di suolo, dall’altro la dismissione del suolo. Eppure se ne parla ancora troppo poco, o per nulla» ha detto. «Servirebbe una legge nazionale che metta ordine e limiti allo sviluppo urbano, certo. Ma serve anche un piano di rilancio delle aree montane e rurali, che fermi lo spopolamento e riporti le persone a vivere e lavorare in quei luoghi. Perché una montagna viva protegge chi vive più in basso. Una montagna vuota, prima o poi, franerà sulla città». La politica, però, molto spesso dimentica questo aspetto.
Una proposta concreta: ItaliaSicura 2.0
Proprio l’UNCEM propone da tempo la creazione di una struttura nazionale permanente contro il dissesto idrogeologico, con almeno 10 miliardi di euro l’anno da investire nella prevenzione. Una nuova “ItaliaSicura”, collocata presso la Presidenza del Consiglio, che abbia il potere di coordinare progetti e risorse su tutto il territorio, senza spezzettamenti tra enti e competenze.
Ma non basta la gestione dell’emergenza. Come già accennato, serve una visione politica e culturale che rimetta al centro la montagna come risorsa strategica: con investimenti, servizi pubblici, infrastrutture digitali, incentivi alle attività agricole e forestali, e soprattutto il riconoscimento – nero su bianco – che vivere in quota comporta costi strutturali più alti, e quindi ha bisogno di un sostegno adeguato.
La montagna non è una cartolina
Non si può continuare a pensare alla montagna come a un luogo da vacanza o da promozione turistica. È parte integrante della nostra sicurezza, del nostro benessere collettivo, della sostenibilità di lungo termine del Paese. Non servono slogan, ma politiche concrete: città e montagne devono tornare a parlarsi, a collaborare, a progettare insieme.
Perché il Paese o si salva tutto insieme, oppure non si salva affatto.



