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Non servono giri di parole: il Mediterraneo sta diventando una bomba a orologeria climatica, già innescata e pronta a esplodere non appena si presenteranno le condizioni favorevoli. E non è un’esagerazione. Lo dicono i numeri, lo confermano i precedenti storici: il Mediterraneo è sempre più caldo, sempre più carico di energia pronta a trasformarsi in fenomeni estremi.
Nelle ultime ore, al largo di Siviglia, la superficie marina ha raggiunto l’impressionante temperatura di 30,5°C. Il Mar Ligure ha toccato i 29°C, e lungo tutta la costa toscana l’acqua viaggia ormai stabilmente intorno ai 28°C. Si tratta di temperature anomale, superiori alla media stagionale di oltre 5 gradi, e destinate ad aumentare ancora, complice la persistenza dell’anticiclone africano e dei 40 gradi all’ombra registrati in questi giorni e che potrebbero ritornare da metà luglio in poi. Un’analogia, quella della “bomba a orologeria” coniata dallo staff del Centro Meteo Toscano, che ci sentiamo di sottoscrivere pienamente.
Il mare che cova la tempesta
Questa immensa quantità di calore immagazzinata nel mare rappresenta una riserva di energia pronta a scatenarsi alla prima occasione. Basterà l’ingresso di aria più fresca in quota – una perturbazione atlantica o anche solo un refolo da nord – e l’instabilità potrà innescare eventi meteorologici violenti, improvvisi, potenzialmente devastanti.
È possibile che ciò non accada già a luglio, mese solitamente contraddistinto da condizioni più stabili dell’anno, con l’attività delle depressioni atlantiche lontana dal bacino del Mediterraneo. Storicamente, il flusso atlantico comincia ad abbassarsi dalla seconda metà di agosto. A quel punto, con un mare ancora più caldo di quanto non sia oggi, potrebbero iniziare i guai. Chi pensa che queste siano solo parole, o peggio ancora allarmismo, dovrebbe dare un’occhiata alla storia recente.
Agosto 2022: il giorno del Derecho
Il 18 agosto 2022, con anomalie marine simili a quelle attuali, una massa d’aria più fredda in quota innescò un violentissimo sistema temporalesco noto come “Derecho”. Si tratta di un fenomeno raro e distruttivo: un temporale lineare esteso per centinaia di chilometri, con raffiche di vento violente e persistenti. Il termine Derecho (dallo spagnolo “diritto”) indica proprio la natura lineare del vento che accompagna queste tempeste. Secondo il National Weather Service degli Stati Uniti, per essere classificato come tale, il sistema deve mantenere venti sostenuti superiori a 93 km/h per almeno 400 km, con picchi ben oltre i 100 km/h. Quel giorno, il fronte temporalesco si estese dalle Baleari ai Balcani, passando anche per la Toscana, e fu accompagnato da raffiche fino a 200 km/h, grandine, nubifragi e oltre 70.000 fulmini in poche ore. Il bilancio fu tragico: 12 morti, più di 150 feriti, danni per milioni di euro.
Ottobre 2023: Valencia sommersa
Non meno drammatico fu il caso dell’alluvione di Valencia del 29 ottobre 2023. Le temperature del mare davanti alla costa valenciana erano inferiori rispetto a quelle attuali – “solo” +4°C – ma bastarono per generare una serie di temporali autorigeneranti che causarono un disastro: 235 vittime. Ancora una volta, il mare fu il carburante di una tragedia annunciata.
Livorno 2017: la ferita toscana
E come dimenticare l’alluvione di Livorno del settembre 2017? Anche allora il mare era più caldo della norma, e anche allora si formarono celle temporalesche persistenti e violente. In poche ore morirono otto persone.
Il futuro? Già scritto. Il quando è l’unica incognita
Con queste premesse, pensare che l’estate (e probabilmente anche parte dell’autunno) possa trascorrere senza eventi estremi è un’illusione. È solo questione di tempo. Le acque del Mediterraneo impiegheranno mesi per raffreddarsi e smaltire l’eccesso di calore accumulato. E finché resteranno a queste temperature, resteranno anche una minaccia concreta.
Siamo pronti?
La vera domanda non è se ci saranno fenomeni estremi, ma se siamo pronti ad affrontarli. Se abbiamo imparato qualcosa dagli eventi passati, o se, ancora una volta, ci faremo trovare impreparati, sorpresi di fronte alla natura che ormai è diventata estrema anche alle nostre latitudini. Il mare, oggi silenzioso e apparentemente calmo, potrebbe presto mostrare il suo volto più feroce. E allora sarà troppo tardi per dire che nessuno ci aveva avvisati.
Nell'era di Internet è molto difficile essere obiettivi, viste le tante fake news alimentate da commenti fuorvianti, postati più o meno in buona fede da una moltitudine di utenti del web. La questione del cambiamento climatico non è esente da questa dinamica: a ogni nevicata, i video della neve sono spesso bersagliati da commenti come "Ah, vedi che il cambiamento climatico non esiste" oppure "Meno male che non doveva più nevicare".
La realtà, però, è ben diversa dalle apparenze del web: non è una singola nevicata in un determinato luogo a segnare una tendenza climatica, bensì le serie di rilevazioni raccolte anno dopo anno. Queste stanno mostrando in Europa un inequivocabile e costante aumento delle temperature, sia in estate che in inverno. La stagione invernale 2024-2025, ormai giunta quasi al termine, ne è la conferma: la neve è caduta in quantità ridotta e solo ad alta quota. A certificarlo è il report trimestrale dello Snow Water Equivalent (SWE), che misura la quantità d'acqua contenuta nella neve.
Analizzando la situazione nelle Alpi al 15 febbraio, tutte le aree hanno registrato un deficit nevoso. Tra i 4.000 e i 3.000 metri, l’anomalia media della nevosità è del -32%, mentre tra i 3.000 e i 2.000 metri si attesta al -43%, arrivando addirittura a -71% tra i 2.000 e i 1.000 metri. Sugli Appennini, la situazione è leggermente diversa: sulle vette più alte, poco sotto i 3.000 metri, l’innevamento è stato superiore alla media del 32%. È il caso, ad esempio, del Corno Grande e del Monte Amaro, entrambi in Abruzzo. Più in basso, però, l’innevamento è stato un disastro: -78% tra i 3.000 e i 2.000 metri, addirittura -94% tra i 2.000 e i 1.000 metri. Le temperature più miti nel corso dell'inverno hanno infatti limitato la formazione della neve alle quote medio-basse, determinando una condizione in cui anche le precipitazioni abbondanti si sono trasformate in pioggia anziché in neve. Una tendenza confermata anche da un interessante studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, consultabile a questo link: https://www.nature.com/articles/s41586-023-06794-y
L'importanza della neve in montagna
La scarsità di neve in inverno diventerà un problema anche per chi vive in città nei mesi estivi. La neve rappresenta una risorsa essenziale per l’equilibrio ambientale e climatico. Il manto bianco in quota svolge un ruolo fondamentale nella regolazione delle riserve idriche, nella protezione dei ghiacciai e nella mitigazione degli effetti del riscaldamento globale.
Le precipitazioni nevose costituiscono una riserva d’acqua preziosa: il loro lento scioglimento alimenta progressivamente fiumi e laghi, garantendo l’approvvigionamento idrico anche nei mesi più caldi che, come abbiamo visto negli ultimi anni, stanno diventando sempre più estremi in Italia. Inoltre, la neve protegge i ghiacciai, impedendone il rapido scioglimento. Senza un adeguato innevamento, il ghiaccio esposto subisce un’accelerazione della fusione, aggravando ulteriormente la crisi climatica. Ecco perché le conseguenze di un calo delle nevicate invernali non si esauriscono con la fine dell'inverno.
Essere consapevoli di ciò che sta accadendo
Ignorare questa realtà significa mettere a rischio l’equilibrio idrico ed ecologico di intere regioni, con conseguenze dirette sulla vita quotidiana di milioni di persone. È quindi fondamentale basarsi su dati scientifici, evitando di cadere nella disinformazione e nella superficialità con cui spesso questi temi vengono affrontati online.
Il cambiamento climatico è un fenomeno complesso, che non può essere ridotto a singoli eventi atmosferici, ma deve essere affrontato con consapevolezza e azioni concrete per preservare il futuro del nostro pianeta.
Gennaio 2025 è stato il mese più caldo mai registrato a livello globale. In Italia ci eravamo accorti degli effetti anomali della temperature più alte del normale con i forti temporali accorsi sul centro Italia a fine mese. Non è stato un caso: le temperature medie sono state da record in tutto il mondo, emisfero sud compreso. La notizia è stata confermata dai dati raccolti dal programma Copernicus. La temperatura media globale è stata superiore di 0,79°C rispetto alla media del periodo 1991-2020 e di 1,75°C rispetto all'era preindustriale (1850-1900). Per l'Europa, il mese appena trascorso si colloca come il secondo gennaio più caldo nella serie di dati Copernicus, iniziata nel 1979.
Considerando gli ultimi 19 anni, ben 18 mesi di gennaio hanno registrato temperature globali superiori di almeno 1,5°C rispetto alla media preindustriale. Inoltre, in 12 di questi anni lo scostamento è stato significativamente superiore alla soglia di 1,5°C. L'Accordo di Parigi sul clima siglato nel 2015, lo ricordiamo, prevedeva di contenere l'aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, con l'obiettivo di non superare l'1,5°C.
Andamento delle temperature a livello globale
Nel mese di gennaio 2025, temperature nettamente superiori alla media 1991-2020 sono state osservate in diverse aree del pianeta, in particolare nel nord-est e nord-ovest del Canada, in Alaska e in Siberia. Anche gran parte dell'Africa e del Sud America meridionale hanno registrato anomalie termiche positive. L'Australia ha vissuto il suo secondo gennaio più caldo dal 1910, e persino l'Antartide ha mostrato temperature significativamente sopra la media.
Di contro, negli Stati Uniti si sono registrate temperature inferiori alla media in molte regioni, con record di basse temperature e nevicate negli Stati del sud: ricorderete, ad esempio, la clamorosa nevicata sulle coste della Florida. Anche ampie aree della Russia orientale, della penisola arabica e del sud-est asiatico hanno sperimentato temperature sotto la norma stagionale.
Il secondo gennaio più caldo in Europa
In Europa, la temperatura media di gennaio 2025 è stata di 2,51°C superiore alla media 1991-2020, classificandosi come il secondo gennaio più caldo dal 1979. Il primato spetta ancora al gennaio 2020, con un valore di appena 0,13°C superiore a quello registrato quest'anno. Il continente ha vissuto condizioni climatiche molto variegate: in Russia occidentale si sono registrati valori ben superiori alla media, con alcuni record di temperatura massima giornaliera. Anomalie termiche positive sono state rilevate anche in Scandinavia, nell'Europa meridionale ed orientale, e in Turchia. In Spagna, Valencia ha registrato il mese di gennaio più caldo degli ultimi 150 anni, con una temperatura di 26,9°C.
Tuttavia, alcune regioni come Islanda, Regno Unito, Irlanda, Francia settentrionale e Scandinavia settentrionale hanno avuto temperature inferiori alla media del periodo 1991-2020. Proprio l'Inghilterra è stata colpita da diffuse nevicate anche in pianura ma, a conti fatti, è stata tra le pochissime aree ad essere soggetta a temperature sotto la norma rispetto all'intero continente.
Temperature elevate della superficie marina
Le temperature elevate dell’aria si accompagnano a un’anomalia termica persistente delle acque oceaniche. La temperatura media della superficie del mare tra i 60° sud e i 60° nord ha raggiunto i 20,78°C nel gennaio 2025, il secondo valore più alto mai registrato per questo mese. Il primato resta al gennaio 2024, con una media di 20,97°C. Le temperature marine sono risultate particolarmente elevate in vaste aree dell’Atlantico, del Pacifico, dell’Oceano Indiano e delle regioni oceaniche dell’emisfero meridionale. Anomalie positive sono state osservate anche nel Golfo del Messico, nei Caraibi, nel Mediterraneo e nel Mare di Barents. Al contrario, alcune zone dell’Atlantico occidentale, del Pacifico sud-orientale e di alcune aree dell’Oceano Indiano hanno registrato temperature superficiali inferiori alla media, ma sembra su porzioni molto minori rispetto a quelle in cui si sono registrati valori sopra la media.
Cosa significa?
Quanto abbiamo riportato è, ne più ne meno, la prova che il clima non solo sta cambiando, ma in buona parte è già cambiato. L'Europa, in particolar modo l'area Mediterranea, appaiono essere una delle zone più soggette al riscaldamento in tutte le stagioni. Per chi abita in quest'area, come noi italiani, occorre consapevolezza della dinamica che stiamo vivendo e delle possibili conseguenze sui fenomeni atmosferici di tutti i giorni: pioggia intensa, temporali estremi e ondate di caldo persistenti nei mesi estivi.
Tuoni, fulmini e pioggia torrenziale. Il calendario segna il 26 gennaio. Non un temporale come tanti, ma l’ennesimo segnale di un clima che sta cambiando, in Italia e in gran parte d’Europa. Due giorni dopo, la replica: il 28 gennaio. Abbiamo deciso di analizzare più a fondo questi due eventi meteorologici perché dietro quei tuoni e quei fulmini si cela la vera essenza del cambiamento climatico. Ebbene sì: i temporali del 26 e 28 gennaio non sono stati semplici fenomeni atmosferici, ma veri e propri manifesti di un clima che non è più quello di una volta.
La dinamica meteorologica di fine gennaio
Innanzitutto, parliamo di un temporale che si è verificato nei giorni della merla, ovvero quelli storicamente più freddi dell’inverno. La grande quantità di calore immagazzinato nel Mar Tirreno ha generato temporali autorigeneranti sul mare, gli stessi responsabili di eventi alluvionali gravi come quelli delle Cinque Terre nel 2011, della Versilia nel 1996 o di Livorno nel 2017. In sole due ore, tra le 10 e le 12, tra Toscana e Umbria si sono registrati circa 7.000 fulmini, un numero tipico di un forte temporale estivo. In estate, però, c’è la giustificazione del forte irraggiamento solare e del riscaldamento stagionale. A gennaio? Questa giustificazione non esiste.
Non ci sono stati danni immediati o allagamenti importanti ma il fatto stesso che un temporale di questa intensità si sia formato il 26 gennaio. Per generare così tanti fulmini, una tempesta ha bisogno di una grande quantità di energia, che evidentemente era disponibile. Eppure, gennaio dovrebbe essere il mese in cui l’energia termica dell’aria è ai livelli più bassi dell’anno. Senza contare che, due giorni dopo il primo temporale autorigenerante, se ne è formato un secondo altrettanto violento: il temporale del 28 gennaio, per esempio, ha colpito Firenze scaricando sulla città tra i 40 e i 60 mm di pioggia in circa due ore. Secondo il Lamma (Laboratorio di Meteorologia Modellistica Ambientale), si tratta di una quantità eccezionale, non solo per l’inverno. Analizzando i dati di Firenze Peretola, i 62 mm di pioggia registrati rappresentano un record assoluto per il mese di gennaio. Dal 1955 a oggi, la soglia dei 60 mm in 24 ore è stata superata solo 20 volte, di cui appena due in inverno: il 23 dicembre 1958 (62 mm) e il 25 dicembre 2000 (70 mm).
Temperature molto più alte della media
Inoltre, le temperature registrate erano molto più alte della norma: mentre nel gennaio 1981 un evento simile si verificò con temperature invernali (minima di +1°C e massima di +6°C), il 28 gennaio 2024 si sono registrate minime di +8°C e massime di +16°C. Certamente, il cambiamento climatico non si misura con singoli eventi, ma con tendenze di lungo periodo. Tuttavia, questi episodi si inseriscono in un quadro più ampio: mentre il Centro Italia era colpito da temporali con temperature tipiche di metà ottobre, a Livigno (1.800 metri di altitudine) è piovuto per tutta una notte. In un periodo in cui, anche in presenza di un’avvezione calda, ci si aspetterebbe comunque neve. E purtroppo, esempi come questi non sono isolati: le condizioni meteorologiche registrate a fine gennaio ricordano più quelle di un tipico autunno inoltrato, quando il calore estivo viene gradualmente dissipato. Ma qui stiamo parlando della fine di gennaio, nel pieno dell’inverno.
Perché la situazione deve far riflettere
Ignorare questi segnali significa sottovalutare un fenomeno che ci riguarda tutti. Se a fine gennaio abbiamo avuto temporali intensi come quelli di ottobre, cosa potrà succedere in estate, quando il sole tornerà a fornire elevati gradienti di energia? Questi eventi dovrebbero farci riflettere e prendere coscienza della realtà: il clima sta cambiando, e non possiamo permetterci di restare indifferenti. Essere consapevoli del rischio è il primo passo per affrontarlo.
Mentre gli USA si ritrovano nel bel mezzo di un'ondata di gelo, l'Europa meridionale continua a trovarsi con temperature miti ed un clima di stampo atlantico, con poca neve e solo relegata ad alta quota, Alpi comprese. Anzi: a soffrire maggiormente i capricci dell'inverno sono prorpio le Alpi, dove il riscaldamento atmosferico, salito di circa 2°C nell'ultimo secolo, ha accorciato in media di un mese la durata del manto nevoso negli ultimi cinquant'anni. Le abbondanti nevicate tardive della scorsa primavera non sono riuscite a compensare le perdite accumulate inverno dopo inverno.
A confermare questo preoccupante trend c'è anche Legambiente, che in occasione della Giornata Mondiale della Neve (tenutasi il 19 gennaio) ha pubblicato un report dettagliato sulla situazione neve di questo inizio 2025. O, per meglio dire, della neve che non c'è. Senza dimenticare che l’Italia è tra i paesi alpini più dipendenti dall'innevamento artificiale, con il 90% delle piste coperte da neve prodotta. Detta in parole povere: in montagna nevica sempre meno ma l'industria del turismo invernale passa sempre dal solito schema “montagna = neve = sci”. Per Legambiente, invece, occorre iniziare a ripensare l'offerta turistica invernale, promuovendo un modello "slow" che valorizzi la bellezza della neve naturale con sobrietà. Sarà veramente possibile?
Il drammatico calo della neve sulle Alpi
Gli studi più recenti confermano una tendenza ormai evidente: sulle Alpi italiane la quantità di neve si è ridotta del 50% rispetto a un secolo fa. Uno studio pubblicato nel dicembre 2024 sull’International Journal of Climatology ha rilevato un calo del 34% tra il 1920 e il 2020, con differenze significative tra le Alpi settentrionali (-23%) e quelle sudoccidentali (-50%). Un altro dato che conferma come le aree mediterranee soffrano un aumento maggiore delle temperature rispetto alle altre, ad esempio, dell'Europa Centrale.
Un altro studio, apparso su Nature Climate Change nel 2023, ha evidenziato che il manto nevoso delle Alpi centrali degli ultimi dieci anni è il più effimero degli ultimi sei secoli per durata. L’innalzamento delle temperature ha accorciato la durata della neve di circa un mese in media, con gravi conseguenze per l’ambiente e, in prospettiva, anche per l'economia. Sugli Appennini la situazione è peggiore: vista la minore altitudine, i dati dell'innevamento naturale sono ancora più drammatici.
Il ginepro, un indicatore del cambiamento climatico
Ci sono anche segnali empirici che qualcosa sta cambiando a livello climatico. Uno, chiarissimo, lo troviamo sulle Alpi. Secondo il report Nevediversa di Legambiente, il ginepro comune (Juniperus communis L.) è un arbusto che riflette con precisione i cambiamenti ambientali in alta quota. Questo arbusto, tipico delle altitudini superiori ai 2.000 metri, cresce a pochi decimetri da terra a causa delle dure condizioni climatiche. Quando la neve persiste a lungo, il ginepro limita la fotosintesi e cresce poco; al contrario, una minore copertura nevosa favorisce il suo sviluppo in altezza. Ed è esattamente ciò che i ricercatori hanno individuato su molti esemplari giovani che crescono sulle Alpi.
Un futuro da ripensare
«Il riscaldamento globale sta riducendo in modo costante e senza precedenti il manto nevoso» afferma Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente. «Non intervenire significa lasciare che queste trasformazioni abbiano un impatto devastante sull’ambiente e sull’economia delle comunità montane». Anche Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente, sottolinea l'importanza del manto nevoso come “serbatoio d'acqua” per miliardi di persone in tutto il mondo. «Una riduzione persistente della quantità e della durata della neve produrrà probabilmente effetti profondi sugli ecosistemi, con gravi ripercussioni a cascata sul benessere umano e sulla fruibilità della montagna.
Questo aspetto non può più essere ignorato nella pianificazione politica della gestione delle risorse idriche, con una particolare attenzione alle Alpi come agli Appennini» ha detto.
Secondo il rapporto Lost Winter di Climate Central (dicembre 2024), ogni aumento di 1°C della temperatura globale ridurrà dell’8% la copertura nevosa nell'emisfero settentrionale.
La sfida è quindi chiara: servono azioni rapide e incisive per proteggere la montagna, un ecosistema tanto prezioso quanto fragile.
La politica, però, da questo orecchio sembra proprio non volerci sentire. E, a livello globale, la recentissima elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti potrebbe allontanare ancora di più reali prospettive di impegno politico per contrastare l'abbassamento dei gas serra nell'atmosfera.
Qualche sospetto era lecito averlo ma ora c'è l'ufficialità: secondo i dati definitivi diffusi dal servizio meteo dell’Unione Europea “Copernicus”, il 2024 si è rivelato l’anno più caldo mai registrato da quando sono iniziate le rilevazioni scientifiche nel 1850. Per la prima volta, la temperatura media globale ha superato il limite di 1,5°C di riscaldamento rispetto ai livelli pre-industriali del cinquantennio 1850-1900.
Non solo: lo “sforamento” di 1,5C° a livello globale era la soglia massima prevista dall'Accordo di Parigi sul clima: la media del 2024 ha raggiunto +1,60°C, superando quindi la soglia critica oltre la quale gli effetti dei cambiamenti climatici diventano sempre più imprevedibili e dannosi per le attività umane. L'alluvione di Valencia, le alluvioni in Emilia Romagna, gli incendi in California sono solo alcuni degli effetti di questa tendenza sempre più marcata.
Temperature medie senza precedenti
Nel 2024, la temperatura media globale sulla superficie terrestre è stata di 15,10°C, con un incremento di 0,12°C rispetto al 2023, che fino ad allora deteneva il record di anno più caldo. La temperatura media del 2024 è stata di 0,72°C sopra la media del trentennio di riferimento 1991-2020 e di 1,60°C rispetto ai livelli pre-industriali. Uno degli elementi più spaventosi sottolineati dal sistema Copernicus è che ogni anno, dal 2015 al 2024, figura tra i dieci più caldi mai registrati. Inoltre, per 11 mesi consecutivi nel 2024, la temperatura media mensile globale ha superato il limite di 1,5°C dai livelli pre-industriali. Il 22 luglio 2024 è stato identificato come il giorno più caldo della storia, con una temperatura media di 17,16°C. Insomma: ha fatto sempre tanto caldo dappertutto. Attenzione: chi pensa che anomalie termiche di un grado o poco più siano poca cosa si sbaglia, purtroppo di grosso. A livello globale un grado in più rappresenta un valore di energia altissimo, soprattutto quando la tendenza è a senso unico come in questo caso.
Record negli oceani e nei ghiacci marini
Se l'aria diventa più calda, gli oceani non possono che aumentare anche loro la temperatura. Il 2024, infatti, ha segnato nuovi record anche per il calore degli oceani. Tra gennaio e giugno, la temperatura media delle superfici oceaniche extrapolari ha raggiunto 20,87°C, un valore senza precedenti. Parallelamente, l’estensione del ghiaccio marino ha toccato minimi storici, confermando un trend già osservato nel 2023. In Europa, la temperatura media annuale è stata di 10,69°C, superando di 0,28°C il precedente record stabilito nel 2020.
Gli esperti di Copernicus spiegano che l’aumento della temperatura globale è strettamente legato alla crescente concentrazione di gas serra nell’atmosfera, una diretta conseguenza delle attività umane.
Gas serra ai massimi storici
Nel 2024, le concentrazioni di anidride carbonica e metano hanno raggiunto livelli record, rispettivamente di 422 parti per milione (ppm) e 1.897 parti per miliardo (ppb). Carlo Buontempo, direttore del Copernicus Climate Change Service, ha dichiarato: «Tutti i dati internazionali confermano che il 2024 è stato l’anno più caldo dall’inizio delle registrazioni. L’umanità ha il controllo sul proprio futuro, ma è fondamentale rispondere alla sfida climatica basandoci su prove scientifiche. Il futuro è nelle nostre mani: azioni rapide e decise possono ancora influire positivamente sulla traiettoria del clima globale».
Il futuro? Complicato ma già il presente lo è
Se la questione non verrà presa di petto dalla politica mondiale la situazione si farà assai complicata e rischiosa. Saranno sempre più comuni tendenze di migrazione verticale tanto di specie animali quanto di uomini che, a lungo andare (ma nemmeno troppo “lungo”...) tenderanno a rifugiarsi verso le terre alte, dove la temperatura è più bassa rispetto agli agglomerati urbani o, più semplicemente, la pianura dove in Europa vive la maggior parte delle persone. Torneremmo presto su questo aspetto con un articolo specifico.
Persone al mare che si godono la spiaggia come fossimo a inizio settembre; passeggiate in montagna con abbigliamento primaverile. In questo inizio 2024, l'inizio di novembre somiglia più che altro ad mese di giugno qualsiasi. Va bene? Assolutamente no. L'antropologo Pietro Lacasella ha scritto un lucidissimo articolo sul blog Alto Rilievo – Voci di Montagna che vi consigliamo di andare a leggere. Lacasella sottolinea come l'attuale società, in un contesto di svariati gradi al di sopra delle medie climatiche stagionali, percepisca una «sensazione di benessere, riflesso nitido di una società che per godere nel presente è disposta a sacrificare il futuro».
Lacasella centra il punto: assistiamo ad un disastro che, tuttavia, risulta piacevole nel breve termine: passeggiate in montagna a maniche corte, sole godibilissimo, riscaldamenti spenti. Si sta bene, e si risparmia anche. Lacasella riporta una serie di dichiarazioni della meteorologa professionista Sofia Farina con la quale ha compiuto una passeggiata in montagna nei giorni scorsi. «Nei dati riportati – si legge – , le percezioni hanno preso concretezza: avevamo infatti camminato in una giornata torrida, con lo zero termico oltre i 4000 metri a novembre. E lo avevamo fatto con grande spensieratezza, commentando solo di tanto in tanto il piacevole calore che rinfrancava le braccia scoperte. Le condizioni che abbiamo osservato negli ultimi giorni e che ci aspettiamo dai prossimi guardando agli output dei modelli meteo-climatici sono da piena estate, non da inizio novembre, e infatti le carte dell'anomalia termica sono tinte di colori caldi, che segnalano temperature di svariati gradi al di sopra delle medie climatiche stagionali».
Eppure, il risultato è spettacolare in termini edonistici: giornate splendide, aria limpida temperature apparentemente perfette. Lacasella sottolinea: «Mentre camminavamo allegramente, una larga parte dei ghiacciai alpini spandeva acqua nelle valli in una fusione tardiva. Questa consapevolezza è ora fonte di inquietudine, soprattutto perché quel calore era appunto piacevole. Un piacere profondo, che si rinvigoriva di passo in passo fino a trasformarsi in un benessere effimero, riflesso nitido di una società che per godere nel presente è disposta a sacrificare il futuro. Provare piacere per una situazione anomala non è normale: eppure è una dinamica pervasiva, che rallenta la comprensione dell’emergenza climatica».
L'altra faccia della nostra passeggiata in alta montagna novembrina in maniche corte è il disastro di Valencia: quel “solicino” novembrino ma caldo che ci siamo goduti sulle montagne italiane, quel clima gradevolmente mite è la coda del calore eccezionale immagazzinato dai nostri mari nel corso di questa estate. L'estate eccezionalmente calda e il calore acquisito dal Mar Mediterraneo sono purtroppo concause della tremenda alluvione in Spagna. Il clima, insomma, mostra le sue due facce: da una parte giornate eccezionalmente calde a novembre, dall'altro un'alluvione capace di far cadere il quantitativo di pioggia che cade in un anno in mezza giornata. Cos'altro dovrà accadere per prendere veramente coscienza di quanto sta velocemente sta cambiando il clima?
L'Italia, Sicilia e Sardegna in primis, sono le aree più a rischio siccità dell'intero bacino del Mediterraneo. A rilevarlo un recente studio condotto dal “World Weather Attribution”, prestigiosa organizzazione scientifica che indaga il legame tra eventi meteorologici estremi e il cambiamento climatico di origine antropica. Il report ha evidenziato come la crisi climatica abbia aumentato significativamente la probabilità di siccità, specialmente in Sardegna e Sicilia, con un incremento del 50% rispetto al recente passato. Tali eventi siccitosi, inoltre, si aggraveranno con ogni ulteriore grado di riscaldamento globale, sottolineando l'urgenza di azzerare le emissioni. «È ormai reale il pericolo che il cambiamento climatico mini le basi stesse dell’economia e della competitività italiana, a cominciare dal turismo e dall’agricoltura» ha scritto il WWF in una nota stampa di fine settembre 2024.
Il punto del WWF
Proprio per questo il WWF chiede di agire alla svelta. «Le siccità stanno peggiorando in molte aree del mondo – afferma Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia –, ma il Mediterraneo, e in particolare l'Italia, è una delle aree più vulnerabili. Senza l’influenza del cambiamento climatico, le attuali fasi di siccità non sarebbero così intense. Il WWF ribadisce l'importanza di affrontare rapidamente le cause del riscaldamento globale, soprattutto riducendo l'uso di combustibili fossili».
Il caso Italia
In Italia da anni le associazioni ambientalistiche chiedono l'attuazione del “Piano nazionale di Adattamento”, garantendo priorità di azione e fondi adeguati alla transizione ecologica. Dall'altra parte, il rischio è quello di affrontare emergenze climatiche continue, con conseguenze sempre più gravi. «Questo allarme non è nuovo – prosegue Midulla – : già 20 anni fa il WWF Internazionale aveva lanciato un simile avvertimento in una conferenza stampa a Roma. Tuttavia, poco è stato fatto da allora. La quasi totalità delle forze politiche ha spesso negato l’evidenza del cambiamento climatico, rallentando l'adozione delle misure urgenti necessarie. Anche oggi, l’Italia è tra gli ultimi paesi europei per sviluppo delle energie rinnovabili, nonostante faccia parte del G7. Il WWF si aspetta che nella prossima legge finanziaria vengano previste misure per sostenere la transizione verso un’economia a zero emissioni di carbonio, insieme a piani concreti per l’adattamento ai cambiamenti climatici».
Il caso Sardegna
Il WWF auspica anche che i governi regionali affrontino seriamente la questione climatica. «In Sardegna, ad esempio, esiste un'opposizione diffusa alle energie rinnovabili – concludono i vertici del WWF –, alimentata da interessi economici legati a gas e carbone».
La Sardegna, infatti, è la regione che produce più emissioni di gas serra per abitante. Con 12,11 tonnellate per abitante, la Sardegna supera ampiamente le altre regioni in termini di emissioni di gas serra per abitante. Seguono il Friuli Venezia Giulia (9,99), la Puglia (9,6) e l'Emilia Romagna (8,98). «Non a caso la presenza di rinnovabili in Sardegna è ancora limitata, e la regione dipende fortemente dal carbone, con emissioni di CO2 pro capite tra le più alte d’Italia. La lunga sequela di eventi estremi collegabili direttamente alla crisi climatica impone coerenza e scelte tempestive nella riduzione dello sfruttamento di combustibili fossili».
Il Mondo è pronto per una legge sull'ecocidio? Tra gli abitanti dei suoi paesi membri si direbbe di si, ma la strada è ancora molto lunga. Iniziamo, però, con le nozioni: con ecocidio, si intende l'intenzionalità nel danneggiamento e nella distruzione del tutto o in parte di un ecosistema o di un ambiente naturale. L'uomo, dalla rivoluzione industriale in poi, ne sta commettendo a ciclo continuo. Ed è per questo che un sondaggio Ipsos (società multinazionale di ricerche di mercato e consulenza con sede a Parigi) ha provato ad indagare tra i cittadini residenti nel cosiddetto G20 (con il quale si intendono Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Regno Unito, Russia, Stati Uniti, Sud Africa, Turchia e Unione Europea).
L'indagine mostra che il 72% dei cittadini è favorevole alla criminalizzazione delle azioni che causano gravi danni irreversibili a lungo termine alla natura o al clima da parte di alti funzionari governativi o dirigenti d'azienda. In altre parole, la stragrande maggioranza dei cittadini vorrebbe una “legge sull'ecocidio”.
Dalla teoria alla pratica
Il G20 è un gruppo informale internazionale di stati e, di certo, non può legiferare alcunché. Questo spetta ai governi dei singoli paesi o, al più, all'Unione Europea per gli stati che ne fanno parte. Come spesso accade, gli stati hanno introdotto norme a sostegno dell'ambiente in ordine sparso. In Belgio, ad esempio, dal 2024 l'ecocidio è stato riconosciuto come reato federale. Molti altri stati, tra cui Francia, Italia, Paesi Bassi e Brasile, sono indietro con i lavori legislativi e si sono limitati solo a proporre delle leggi non ancora ratificate dai rispettivi parlamenti.
La preoccupazione sulla salute del Pianeta in termini ambientali è molto diffusa. Il 59% degli intervistati si dice molto o estremamente preoccupato per lo stato del pianeta. Il 69% è d'accordo sul fatto che la Terra si stia avvicinando a punti di rottura legati al clima e alla natura a causa delle attività umane, mentre il 53% si sente molto o parzialmente esposto ai rischi climatici e ambientali. I dati pubblicati a giugno dallo stesso sondaggio hanno mostrato che il 71% ritiene che sia necessaria un'azione urgente - entro questo decennio - per affrontare i rischi ambientali e ridurre le emissioni di carbonio.
Italiani, tra i più preoccupati
Facciamo adesso un focus nel sondaggio Ipsos su cosa pensano i nostri connazionali. A seguito delle ripetute ondate di caldo estive, unite ai temporali sempre più estremi che si registrano nel nostro paese, gli italiani si dichiarano estremamente preoccupati sulla questione ambientale: ben l'88% dei nostri connazionali, infatti si dice estremamente-molto o parzialmente preoccupata per lo stato della natura. Il 62% degli italiani, invece, ritiene che il Pianeta si trova vicino ai punti di rottura riguardo per esempio ai ghiacciai e alle foreste pluviali. Appena il 32% pensa che la tecnologia possa risolvere i problemi ambientali senza che l’uomo apporti grandi cambiamenti al suo stile di vita e, dato sconfortante ma condivisibile, solo il 27% pensa che il governo nazionale stia facendo abbastanza per lottare contro il cambiamento climatico.
Tutti d'accordo. E allora cosa aspettiamo?
Le difficoltà sono numerosissime nel legiferare a favore dell'ecologia perché in gioco ci sono enormi interessi economici, in Italia come altrove. Quasi sempre, le leggi che proteggono l'ambiente richiedono misure che possono penalizzare alcuni settori economici, come l'industria, l'agricoltura intensiva e l'energia fossile. Gli stessi settori sono forti di una potente influenza politica e lobbistica, rendendo difficile l'approvazione di leggi che potrebbero limitare la loro attività.Inoltre, l'implementazione di politiche ecologiche efficaci richiede una visione a lungo termine, che spesso contrasta con la logica politica dei cicli elettorali. Con l'ecologia, insomma, difficilmente si vincono le elezioni. Tutto questo continua, purtroppo, ad alimentare il circolo vizioso in cui noi e il nostro pianeta ci siamo avvitati.
In natura nulla si crea e nulla si distrugge. Questa frase rappresenta una delle leggi fondamentali della fisica terrestre. Questa regola vale anche per il vapore acqueo immagazzinato dal Mar Mediterraneo e dal Mar Nero nel corso di una delle estati più calde della storia (la terza più calda in Italia, dopo 2003 e 2022, ma una delle più calde globalmente anche nell'intera Europa). Lo scenario è questo: tanta acqua molto più calda del normale contenente dunque un quantitativo di vapore acqueo, quello immagazzinato, molto più alto del normale, direttamente proporzionale al quantitativo di calore anomalo fatto registrare in più in Europa.
Risultato? Un alluvione con almeno 16 vittime in Romania, Repubblica Ceca, Polonia e Austria causate dalla tempesta Boris.
Le zone con più danni sono la regione di confine tra la Polonia e la Repubblica Ceca e la regione di Galati, Vaslui e Iasi, nell’est della Romania. Danni e feriti anche in Slovacchia, Ungheria, Germania e Austria.
Cosa è successo nel cielo del Centro Europa
La tempesta Boris non è stata la classica perturbazione di fine estate. In alcune zone sono cadute in un giorno le precipitazioni che di solito cadono in un mese e mezzo autunnale.
A scatenare piogge così intense in un'area così estesa è stato lo scontro tra masse di aria fredda proveniente dal nord Europa (la stessa che aveva investito l'Italia a inizio settembre, provocando un repentino calo della temperatura) e aria calda e umida in risalita dal Mar Mediterraneo e dal Mar Nero, come detto molto più caldi della media del periodo.
A completare lo scenario disastroso ci ha pensato la sfortunata presenza di un'anticiclone di blocco che ha impedito alla tempesta di muoversi, rimanendo bloccata per molte ore sulle stesse zone.
Da un lato, insomma, le condizioni meteorologiche hanno causato una persistenza della tempesta sulle stesse aree, dall’altro le alte temperature delle settimane passate hanno favorito una particolare intensità delle precipitazioni. Da qui il disastro. L'area colpita dall'alluvione è estremamente vasta. La zona più martoriata è stata quella lungo il corso del fiume Prut in Romania, dove si registrano sei vittime accertate. Le autorità locali e internazionali stanno cercando di affrontare l'emergenza, ma i danni alle infrastrutture e il rischio di ulteriori inondazioni rimangono alti, complicando gli sforzi di soccorso.
Il cambiamento climatico c'entra?
É probabile che il cambiamento climatico abbia giocato un ruolo significativo nella formazione e nell'intensità della tempesta Boris.In molte delle regioni interessate dalla tempesta si parla delle peggiori alluvioni da almeno vent’anni. Le statistiche confermano questa visione. Come detto, l'aumento delle temperature globali, causato appunto dal cambiamento climatico, sta rendendo più frequenti e violenti eventi atmosferici di questo tipo, con piogge più abbondanti e condizioni meteorologiche estreme sempre più comuni in aree vaste come in questo caso.
Come anticipato in apertura, le temperature più alte permettono all'atmosfera di trattenere più umidità, che si traduce in precipitazioni più intense quando queste vengono rilasciate, come avvenuto appunto con la tempesta Boris. A preoccupare gli esperti non ci sono solo gli effetti immediati delle tempeste ma anche la difficoltà nel poterle prevedere in futuro.
Da tempo, infatti, i meteorologi sottolineano come il riscaldamento globale stia anche modificando i pattern climatici, vale a dire quelli utilizzati dai modelli matematici per prevedere dove e quanto pioverà. Così facendo diventerà sempre più difficile prevedere e gestire tali eventi, e aumentando il rischio di disastri naturali di proporzioni maggiori.
In Romania le precipitazioni hanno fatto inondare i campi di circa 6mila aziende agricole – le alluvioni hanno interessato prevalentemente zone rurali – e più o meno 300 persone sono state evacuate. Delle 15 persone morte, 6 si trovavano in Romania.
La regione di confine tra la Polonia e la Repubblica Ceca, i Sudeti, è quella dove nel corso del fine settimana ci sono stati maggiori danni alle infrastrutture, con vari ponti collassati, e ai centri abitati. Tra le località più interessate ci sono le città ceche di Jeseník, che ha 12mila abitanti, Krnov e Český Těšín, che ne hanno circa 24mila ciascuna, e Opava dove a diecimila dei 56mila abitanti è stato raccomandato di spostarsi in zone meno esposte all’acqua. Krnov è stata quasi completamente allagata. Domenica 260mila abitazioni ceche erano rimaste senza corrente elettrica e il traffico era stato interrotto su molte strade, tra cui l’autostrada D1.
In Polonia è stata confermata la morte di cinque persone a causa delle alluvioni, ha riferito l’agenzia di stampa PAP. Per quanto riguarda la Repubblica Ceca per ora è stata confermata la morte di una sola persona, ma è probabile che nelle prossime ore il numero dei morti aumenterà. A Jeseník, dove ormai l’acqua si sta ritirando, tre persone sono state trascinate via dall’acqua. Complessivamente in Repubblica Ceca ci sono 7 dispersi.
La situazione è difficile soprattutto a Litovel, una città di circa 10mila persone 230 chilometri a est di Praga: circa il 70 per cento della città è allagato e sia le scuole che le strutture sanitarie sono state chiuse. Nel capoluogo della regione, Ostrava, si è dovuto chiudere una centrale elettrica e due impianti chimici.
Sono tuttora attese forti precipitazioni in varie città, tra cui Breslavia, la terza città più grande della Polonia (ha 600mila abitanti). Il sindaco Jacek Sutryk ha detto che ci si aspetta che il livello dell’Oder, il fiume che la attraversa, raggiunga il livello massimo mercoledì 18.
Anche nel nord-est dell’Austria ci sono stati dei danni a causa delle alluvioni e si prevede che la situazione possa peggiorare. Circa 1.100 case sono state evacuate. Un vigile del fuoco è morto mentre lavorava per rimuovere l’acqua di una cantina allagata nella città di Tulln; due uomini di 70 e 80 anni sono stati trovati annegati nelle proprie case. Il comune di Lilienfeld, attualmente isolato, ha detto ai suoi 25mila abitanti di bollire l’acqua di casa come precauzione. Gran parte di Vienna è stata protetta dall’esondazione del Danubio grazie a un canale, il Donaukanal. Almeno 16 persone sono morte in Romania, Repubblica Ceca, Polonia e Austria, a causa delle alluvioni provocate da una combinazione di fenomeni atmosferici diversi