Dedicato a chi abita o vuole tornare a vivere in collina o in montagna
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C'è il doppiatore professionista Riccardo, lo scrittore Marco, i birrai Enrico e Fabio: sono solo alcuni dei nomi di persone che, per scelta, hanno abbandonato la loro abitazione in città per stabilirsi 12 mesi l'anno in montagna. Una migrazione non travolgente nei numeri perché parliamo di qualche migliaio di persone all'anno. Tuttavia sono storie significative, che raccontano un nuovo modo di concepire “l'abitare” allontanandosi dal sistema-città che mostra sempre più chiaramente i suoi limiti, specialmente quelle più grandi: prezzi fuori controllo, qualità della vita scarsa, inquinamento giusto per citarne alcuni.

Per contro, la vita in montagna è resa più possibile dalla possibilità di lavorare in smart-working grazie ad internet che ormai riesce a raggiungere anche le zone più remote. 
Ecco, dunque, che le prospettive di chi desidera staccarsi dal sistema-città sono più rosee che in passato. Alcune di queste storie sono state raccolte dal Corriere della Sera in un interessante articolo dal titolo “Cambiare vita, i montanari della porta accanto”. 

Si legge, ad esempio, la storia di due amici, Enrico Ponza e Fabio Ferrua, che insieme hanno fondato un birrificio artigianale a Melle, in Val Varaita, un paese semi abbandonato a 700 metri di altitudine in provincia di Cuneo. Col tempo hanno poi aperto un pub-ristorante ed un ostello, facendo passare la comunità da zero a circa venti persone, tutte under-30. 
Esempi di questo genere ce ne sono a migliaia, sia sulle Alpi che in Appennino.  Ma quanto è diffusa la migrazione dalla città alle montagne?


I numeri della migrazione

A fare il punto su quante siano state effettivamente le persone ad uscire dalle grandi metropoli per andare in montagna ci ha pensato lo studio di Silvia Keeling, dell’Università Statale di Milano. La ricercatrice ha analizzato i trasferimenti da Milano e Torino verso comuni montani tra il 2017 e il 2021: solo l’1,5% degli ex residenti di Milano e il 2,2% di quelli di Torino si sono spostati in comuni montani con sede municipale ad almeno 700 metri di altitudine, per un totale di meno di 4.000 persone. Altri 15.000, pari al 7% di chi ha lasciato Milano e al 9% di chi ha lasciato Torino, si sono trasferiti in comuni montani a quote più basse, considerati più accessibili. Non sono numeri in assoluto altissimi ma la tendenza c'è e sembra confermarsi negli anni, specialmente post-Covid. 


I prezzi delle case: un confronto impari

Per molti, sul piatto della bilancia c'è anche la questione economica: a Milano un metro quadro di proprietà costa non meno di 4mila e 400 euro circa, in montagna si scende fino ai 700 euro al metro quadro se non di meno. La casa in città è diventato uno standard che sempre meno persone sono capaci di sostenere economicamente. L'esempio di Milano è forse il più eclatante, visto che la città meneghina è una delle più care d'Europa ma dinamiche simili si possono registrare con tutte le grandi città del nord e centro Italia: Torino, Padova, Bologna, Firenze. 


Una tendenza futura tutta da esplorare

Questo movimento di persone che si spostano dalla città alla montagna, oltre a contribuire al ripopolamento e alla rivitalizzazione di territori montani spesso abbandonati, offre uno spunto per ripensare le dinamiche abitative e lavorative, grazie alla possibilità di poter fare smart-working senza trovarsi fisicamente nel posto di lavoro in città. 
Negli ultimi anni, insomma, è stato tracciato un possibile modello sostenibile e alternativo al sistema metropolitano: se sostenuto da politiche adeguate e infrastrutture mirate, il ritorno in montagna potrebbe trasformarsi in una risposta concreta alle sfide sociali, economiche e ambientali del nostro tempo. La domanda è, e la lasciamo volutamente aperta: la politica sarà pronta a favorire questa transizione? 

 

 

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