Dedicato a chi abita o vuole tornare a vivere in collina o in montagna
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su Metropoli Rurali, ormai lo avrete imparato, cerchiamo di immaginarci la montagna e l'alta collina come un luogo in cui abitare e stabilirsi, senza necessariamente andare lì per una mera questione turistica. Ciò non toglie che, per alcune regioni, il turismo invernale segni una voce estremamente importante nelle entrate annuali. Non solo: interi paesi in Italia, sia su Alpi che Appennini, si reggono in buona parte sul passaggio dei turisti, specialmente nella stagione invernale. 


Il rischio, paventato da più parti, è che i gli impianti sciistici potrebbero non aprire quest'anno proprio a causa dell'eccessivo costo dell'energia elettrica, in quello che sarebbe un tremendo remake del lockdown della stagione 2020-2021 i cui danni sono ancora ben impressi nella mente degli addetti al settore. 


Allarme infondato o ipotesi credibile? Senza un intervento deciso da parte del governo europeo (meglio) o di quello italiano (opportuno ma probabilmente meno impattante sul prezzo dell'energia) il rischio purtroppo c'è, anche se l'obiettivo di tutti -imprenditori e politica- è quello di non arrivare a tanto. Il problema è che gli impianti di risalita (funivie, skilift, cabinovie, etc.) funzionano ad energia elettrica e consumano un'enorme quantità di elettricità nel loro normale funzionamento. 


Facciamo alcuni esempi. Un impianto di risalita di media grandezza costruito una decina di anni fa consuma ogni ora circa 400 kWh (kilowatt orari).  Un normale asciugacapelli che abbiamo in casa consuma, in un'ipotetica lunghissima asciugatura lunga un'ora, appena 1 kilowatt. Per rendere l'idea: l'energia consumata lasciando acceso per un'ora l'asciugacapelli viene “bruciata” da una seggiovia di media grandezza in nove secondi. Considerando che gli impianti di risalita sono diversi e numerosi nei vari impianti sciistici e lavorano, solitamente, sette/otto ore ogni giorno fine settimana compresi, il conto dell'energia elettrica a fine mese è di quelli da togliere il fiato, almeno in Italia.


Un'eventuale chiusura degli impianti sciistici toglierebbe, de facto, anche linfa vitale agli alberghi nelle vicinanze e ai ristoranti che attorniano i comprensori sciistici. Un circolo vizioso pericolosissimo che rischia di replicare, in peggio, quanto già visto coi lockdown due anni fa. In altre parole: un disastro.


I comprensori sciistici più grandi però, per il momento sembrano “reggere”, anche se sono attesi rialzi negli skipass in percentuali ancora da decifrare (si vociferano aumenti del 20%, ma molto dipenderà dalla quotazione dell'energia elettrica a dicembre). In Trentino Alto Adige, dove il turismo sugli sci è una voce importantissima nel bilancio economico della regione, la chiusura totale degli impianti per ora non è sul tavolo delle ipotesi. 


Alcuni albergatori hanno si pensato a chiudere le saune dei propri alberghi o abbassando di alcuni gradi le loro piscine riscaldabili, ma gli impianti sciistici al momento dovrebbero comunque aprire. «Le spese sono tante ed incidono fortemente nei bilanci delle attività imprenditoriali turistiche, hanno già cominciato a farlo da questa estate – ha sottolineato il responsabile marketing di Dolomiti Superski, il più importante comprensorio sciistico in Italia, Marco Pappalardo – ma questo non metterà a rischio la stagione che dopo il Covid deve andare avanti in un modo o nell'altro».


Problemi più gravi potrebbero arrivare per i comprensori degli Appennini, che contano su volumi di presenze turistiche più basse più bassi rispetto alle località alpine. Toscana, Emilia-Romagna e Abruzzo sono in pre-allerta per possibile chiusure parziali. Dall'altra parte delle Alpi, però, la situazione appare diversa. 


In Svizzera, infatti, l'agenzia Awp dall’associazione di categoria Funivie Svizzere, ha annunciato nei giorni scorsi aumenti assenti o non oltre il 3% sulle tariffe di skipass e nei biglietti per gli impianti. Aumenti lievissimi imputabili più all'inflazione che al caro-energia. In Svizzera, a differenza dell'Italia, c'è stata più previdenza: molte stazioni sciistiche hanno acquistato l'elettricità fino al 2024 ad un prezzo ancora lontano dalle attuali speculazioni che hanno fatto lievitare in altissimo i costi quest'anno. Inoltre: la politica energetica elvetica, che può contare anche lo sfruttamento di cinque centrali nucleari, permette di produrre una tale quantità di energia che il peso totale degli impianti di montagna sia appena lo 0.3% dell'elettricità totale prodotta dall'intera nazione. É evidente che, seppur facilitati da una nazione geograficamente più piccola ed anche ricca di impianti idroelettrici, la politica energetica elvetica sembra essere stata estremamente più efficace della nostra che si è dimostrata fortemente vincolata e dipendente dalla produzione energetica attraverso l'uso del gas di provenienza russa.


Adesso, come spesso accade, in Italia occorre correre ai ripari sia da parte del governo centrale (tuttora in formazione) che da parte di quello europeo. 
Sempre ammesso che, come in tanti temono, non sia troppo tardi. 

 

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