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Da principio sono arrivati i negozi online, in particolare i grandi portali internazionali con i loro sconti forsennati. Poi c'è stata la pandemia che ha fisicamente chiuso i negozi al dettaglio e cambiato le abitudini di mezzo mondo. Dopo ancora è arrivata la crisi economica che ha spento il potere di acquisto degli italiani. La situazione attuale per chi ha o lavora in un negozio al dettaglio è assai difficile. 


Non è un caso che i negozi in Italia continuino a diminuire: entro il 2023, si conteranno oltre 52mila imprese in meno rispetto al 2019, con un calo del -7%. Un declino apparentemente senza fine, a cui ha contribuito anche il caro-energia che attanaglia chi i negozi li deve effettivamente illuminare e riscaldare. I commercianti ambulanti, categoria troppo spesso dimenticata, naviga in acque ancora più oscure, visto il costante calo degli acquirenti legati spesso alle fasce di età più anziane. 

Le previsioni di Confcommercio: il caso Lazio
I fattori fin qui descritti non solo accelerando le chiusure di imprese nel commercio, ma stanno facendo crollare anche le nascite di nuove attività. Nel Lazio, ad esempio, nel corso del 2023 sono state avviate appena 2200 nuove imprese. Un numero esiguo che, secondo gli studi, crollerà nel 2030, attestandosi allora ad appena 1000 unità. Per il 2023, inoltre, si stima che in Italia abbiano tirato su la saracinesca per la prima volta solo poco più di 20mila attività nel comparto, l’8% in meno del 2022 e il numero più basso degli ultimi dieci anni.

Un calo generalizzato a tutte le categorie
Che il commercio al dettaglio non “tiri” più come prima è un dato di fatto. Nel Lazio, ad esempio, crollano le nuove aperture di quasi tutte le tipologie di commercio in sede fissa, con cali particolarmente rilevanti per i negozi di articoli da regalo e per fumatori (-91%), per i gestori carburanti (-80%), per edicole e punti vendita di giornali, riviste e periodici (-79%), ma anche per i negozi di tessile, abbigliamento e calzature (oltre il 65% in meno). Come detto, è in caduta libera anche il commercio ambulante. Se nel Lazio, nel 2013, aprivano circa 900 attività, nel 2022 sono state appena 300.

Il problema non è solo dei negozianti
Immaginiamo il nostro quartiere con una lunga sequela di saracinesche abbassate. Sono quelle dei negozi che hanno chiuso o non hanno più riaperto. Quando un negozio chiude viene danneggiato non solo il proprietario ma anche (e a volte soprattutto) il territorio dove si trovava quel negozio. Per ogni negozio chiuso risulta un danneggiamento anche del tessuto sociale che lo ospitava: un danno che va ben oltre la mera perdita economica derivante dalla chiusura. Lo conferma la stessa Confcommercio nella sua nota riepilogativa. «Si fa sempre meno impresa, e chi soffre di più è sicuramente il commercio al dettaglio. Il crollo delle nascite di nuove imprese accelera il processo di desertificazione commerciale delle nostre città. Occorre adottare provvedimenti per rigenerare il tessuto commerciale senza il quale assisteremo ad un drammatico impoverimento dell’economia e della qualità della vita delle nostre città».

Prospettive future
Visto l'enorme popolarità e diffusione delle vendite online, le prospettive future per i negozi fisici non sono particolarmente allettanti. Chiaramente i negozi italiani non spariranno tutti dall'oggi al domani ma, per mantenersi economicamente al passo, dovranno posizionarsi con chiarezza sul mercato, decidere quale sia la loro “mission” e definire quale sia il vantaggio che sono in grado di offrire al cliente rispetto alla concorrenza online. In altre parole: minori spazi ma più curati e dotati di personale preparato e affidabile.

 

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