Il cambiamento climatico in atto è un fenomeno che coinvolge l'intero globo. Ogni singola territorio, però, sperimenta dinamiche peculiari che rendono questo mutamento estremamente complicato da arginare e gestire. Ne è un esempio quanto sperimentato, loro malgrado, da decine di produttori di patate della Montagna Pistoiese, area appenninica sita sulle alture a nord di Pistoia, in Toscana.
In queste zone, specialmente sopra i mille metri di quota, si coltiva da decenni un pregiato tubero bianco detto “La Patata del Melo”, dal nome di una località non lontana da Abetone. Una produzione di circa 300 quintali annui che rappresenta una buona parte del fatturato agricolo di quest'area.
Quest'anno, però, il caldo anomalo e l'assenza di piogge nel corso dell'estate hanno stroncato la crescita dei tuberi, mettendo a rischio almeno la metà del raccolto.
Niente temporali estivi e caldo anomalo
Dopo un giugno che ha fatto registrare quantitativi di pioggia e temperature in media per il periodo, per circa i due mesi successivi l'alta pressione africana ha portato verso l'alto la colonnina di mercurio anche in montagna. Non solo: l'alta pressione ha “schiacciato” la formazione dei classici temporali estivi pomeridiani, quelli tipici delle zone collinari e montane.
Risultato: quasi due mesi a secco sulle aree di coltivazione della patata del Melo.
«La produzione è praticamente dimezzata – sostiene Coldiretti Pistoia – togliendo reddito alle aziende agricole che operano nelle zone più difficili, come quelle montane. Siamo al paradosso: anche ai tanti produttori di patate che operano ad oltre mille metri di quota, l’eccesso delle temperature pregiudica la produzione agricola».
«Abbiamo passato anni a limitare i danni recintando i campi con chilometri di reti elettrosaldate contro le incursioni dei cinghiali, ma contro le temperature costantemente alte non sappiamo cosa fare» spiega Sonia Vellutini, dell’azienda I Piani che ha perso i ¾ della produzione.
I danni per le aziende non sono solo la minor quantità di patate prodotte. A pesare sui bilanci sono anche «le tante ore di lavoro impiegate a preparare il terreno per la semina, per le altre lavorazioni ed il gasolio utilizzato – specifica Daniela Pagliai, dell’Agriturismo I Taufi –. Noi avevamo seminato 75 quintali di patate, ma rispetto al raccolto previsto raccoglieremo molto meno di quanto seminato, con un crollo dell’80% rispetto alla resa normale».
Scoraggiamento montanino
Da una parte i cinghiali, dall'altro il clima che cambia e che porta temperature troppo elevate per quel tipo di coltivazione anche sopra i mille metri: per i produttori la voglia di gettare la spugna è tanta. «Nonostante gli adeguamenti alle continue novità, dal clima all’eccesso di fauna selvatica, per gli agricoltori della montagna ogni anno c’è una nuova piaga -spiega Giuseppe Corsini, dell’Agriturismo Le Roncacce –. Abbiamo dovuto seminare tardi, per le tante continue giornate di pioggia di aprile e maggio. Poi non si è più vista acqua ed il risultato è devastante. Stimiamo il calo produttivo nell’80%».
Dal macro al micro
Quello di cui vi abbiamo parlato sono le conseguenze di un micro-territorio come quello della Montagna Pistoiese. Immaginate quanti esempi di “Patate del Melo” ci possono essere sparsi nel mondo e quanti mutamenti queste coltivazioni dovranno subire nel giro dei prossimi anni.



