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L'ORSIGNA: ULTIMO AMORE.

La magia del racconto e dei luoghi. E' quella che ci narra Tiziano Terzani, in questo delizioso stralcio dal suo libro "In Asia" (TEA, 1998). Perché si può girare il mondo (speriamo di poter tornare presto a girare il mondo...), ma i luoghi del cuore rimangono, per sempre e ovunque.

"Le streghe erano tre. Stavano sedute sui rami alti del noce accanto alla fontana. Confabulavano e ridevano. Dapprima Ettore sentì solo le loro voci, poi, aguzzando gli occhi già abituati al buio della notte, perché tornava a casa dopo aver giocato a carte con gli amici, le riconobbe. Volle scappare, ma anche le streghe avevano riconosciuto lui e la più vecchia lo bloccò con la sua maledizione: «Ettore, quello che hai visto, scordatelo. Se mai ti esce una sola parola di bocca, morirai». Passarono gli anni ed Ettore non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno che era in Calabria a fare il carbone con dei compaesani e che il discorso, durante la cena, cadde sulle streghe, e che il noce, la fontana, il bar gli parevano lontanissimi, gli venne da aprirsi il cuore. «Io le streghe le ho viste...» E fece i nomi. La mattina dopo, mentre era al lavoro, un carico di legna gli venne inspiegabilmente addosso ed Ettore ci rimase secco.


Questa fu una delle prime storie che mi raccontarono quando arrivai a Orsigna. Ero bambino, venivo dalla città a villeggiare e volevano che imparassi a comportarmi e a rispettare i tabù della montagna. Ogni bosco, ogni forra, ogni roccia sembravano averne uno e i loro nomi parevan fatti apposta per non far perdere alla gente la memoria delle loro origini, come le croci e le madonnine messe lungo i sentieri e per le selve. La Tomba era un piano che una donna, per sfidare la credenza che lì si aggirava uno spirito, una notte d'inverno aveva voluto attraversare. Dal grembo le era caduto il fuso con cui filava la lana, quello s'era piantato nella neve bloccandole la gonna, lei s'era sentita come tirata da una mano invisibile. Al mattino l'avevan ritrovata stecchita, morta di paura.


Il Fosso dello Scaraventa era là dove uno che diceva di non credere ai fantasmi era stato da quelli buttato giù per le balze. La Pedata del Diavolo era là dove il demonio che abitava nella valle dell'Orsigna - chiamata ai vecchi tempi «la Selva Oscura» - aveva appoggiato per l'ultima volta il piede scappando dinanzi alla Madonna, venuta a liberare gli abitanti dalla dannazione eterna. Su quel pezzo di terra ancora oggi non cresce un filo d'erba. Quei posti, con le loro leggende raccontate dai vecchi, m'incantarono. Son passati cinquant'anni, sono stato nel frattempo negli angoli più strani e lontani del mondo, ma da quell'incanto non mi son liberato e l'Orsigna, con le sue 200 «anime», come qui chiamano ancora gli abitanti, resta il mio ombelico sulla terra.


«Orsigna 806 metri sul livello del mare» dice il Cartello all'inizio del paese. Firenze è a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi arriva quassù non va da nessun'altra parte e bisogna conoscere il segreto d'una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni. Al contrario dell'Abetone, di Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell'Appennino Toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto. Non c'è mai successo nulla di storico, non ci s'è fermato mai nessuno di famoso. L'unica lapide del paese è quella sulla facciata della chiesa coi nomi e le fotografie smaltate d'una ventina di ragazzi di qui, morti nella Grande Guerra. Il più vicino che un «grande» sia mai arrivato fu a cinque chilometri, quando il Carducci dovette fermarsi alla stazione di Pracchia a causa d'un guasto alla locomotiva del treno che lo portava alle terme di Porretta."


 

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