Camminando tra i sentieri del confine montano tosco-emiliano è assai frequente imbattersi in strane pietre allungate di forma quadrata, con incise alcune particolari informazioni. Solitamente, durante il nostro percorso gli diamo uno sguardo interrogativo e proseguiamo l’intercedere senza troppe domande: eppure che, tali “cippi”, sono in realtà una testimonianza importante del nostro passato dalla storia affascinante e remota. I “cippi”, pietre arenarie diffuse nell’anno 1828 per delimitare la separazione dei territori toscani ed emiliani, determinavano linee immaginarie da non oltrepassare se non con specifici permessi.
Su di essi veniva scolpito il simbolo del territorio delimitato, il loro numero in forma progressiva e, a volte, l’anno di installazione. Nella parte più alta di ogni cippo, inoltre, si trova un solco: guardando ciò che esso indica, scopriremo la direzione del cippo precedente così come di quello successivo! Direzione, questa, che non implica una distanza sempre ben definita dipendendo molto dalla conformazione del terreno e dalla presenza di foreste più fitte o corsi d’acqua. Ok, ma come facevano a spostarli? Il cippo di confine nasceva per essere immutabile, dunque non removibile. Ecco perché, interrati sotto di essi, si trovano cocci con incisi appositi segni decisamente strani e poco interpretabili: la loro funzione era quella di garantire l’originalità del cippo, rendendolo riconoscibili qualora venisse sostituito o falsato. Della serie: “a tot cippo corrisponde tot simbolo sul coccio” e così via: geniale, no?
A partire dal XV secolo, i cippi di confine vennero utilizzati con sempre più frequenza al fine di segnare la divisione tra stati, regioni e proprietà. Nelle zone montane un tempo contese tra Granducato di Toscana (di cui Pistoia e la sua Montagna ne furono una suddivisione amministrativa), Ducato di Modena (compreso il versante Emiliano dell’Appennino) e Ducato di Lucca, ancora consistente ne è la presenza così come un buon numero se ne incontra durante il trekking al lago Scaffaiolo. Il motivo di tale densa diffusione sta tutto nella ricognizione dei confini effettuata proprio dal Granducato di Toscana nel XVIII secolo: una riorganizzazione per la quale esiste una apposita pianta (detta “pianta del termine”) dove si indicano tutti i cippi della nostra zona, montana e non.
Come hanno fatto queste installazioni a resistere intatte per secoli? Senza dubbio, oltre al materiale di cui si costituiscono a loro favore hanno giocato la localizzazione in tratti più possibile riparati dagli agenti atmosferici ed il loro solido interramento. Oggi, sui cippi, non è raro trovare i classici colori dei sentieri CAI (bianco e rosso): un modo, questo, per sfruttare la loro immutabile struttura (a volte i cartelli in legno installati per indicare i sentieri cadono a seguito di pessime condizioni atmosferiche perdendo la loro essenziale funzione) e la loro posizione sempre ben visibile. Perché non farci caso, dunque, ora che lo sappiamo?



