Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Ha ottime proprietà terapeutiche, cresce in maniera consistente nel nostro Appenino con particolare diffusione nella valle dell’Alto Reno ed incontrarla a polpacci scoperti può non rivelarsi piacevole. Un facile indovinello, che segna il seguito della piccola rubrica sulle “erbe officinali montane”: quelle piante “curative”, in soldoni, dai cui componenti derivano infusi, pastiglie, decotti e preparati con lo scopo di alleviare dolori e patologie. Dal carattere “urente” – dunque bruciante- tutti almeno una volta ne abbiamo sentito il “pizzicore” su gambe o caviglie nel bel mezzo di una scampagnata all’aperto: l’ortica - di lei si parla - non è tuttavia solo una pianta “scorbutica” ma anche un dono naturale al quale si riconoscono comprovati benefici.
Astringente, antinfiammatoria, diuretica, cardiotonica, stimolante del metabolismo: l’ortica ricopre le sue foglie di peli urticanti sembrando nascondere, ad un primo acchito, le sue benefiche proprietà. Proprio le foglie, infatti, se cotte ed essiccate diventano valide alleate per difendere e curare il nostro organismo quando colpito da disturbi. Ricca di ferro e acido folico, i derivati dall’ortica sono particolarmente indicati in caso di anemia. Grazie alle sue proprietà vasocostrittrici, inoltre, è valida per fermare le emorragie nasali o curare cicli mestruali abbondanti. Aiuta a combattere la cistite, l’artrite e regala una forte carica ricostituente rivelandosi spesso un’azzeccata scelta dopo periodi di febbre, malattia o convalescenza.
È ottima per aumentare il metabolismo, così come per favorire la produzione di latte materno: ideale anche da sorseggiare in caso di noiosi mal di pancia, grazie alla presenza dei tannini notoriamente astringenti. Gli erbari del 500 affermavano che i fiori d’ortica ingeriti assieme al vino avessero il magico potere di aumentare la lussuria: nel Medioevo, si utilizzava come talismano per proteggersi dalle streghe. Dai secoli che furono ad oggi, l’ortica è certo una pianta poliedrica il cui carattere “poco socievole” dato dallo stelo urticante fa sorprendere, quando la si scopre in realtà così benevola nei molteplici utilizzi. Detta anche “fiore della montagna”, nasce spontanea e diffusa affascinando come una poetessa ritrosa che detiene in realtà un cuore d’oro. Per gustarne un decotto casalingo, acquistiamone foglie o radici essiccate e lasciamone in infusione circa 4 grammi in una tazza di acqua bollente.
Non solo: se mescoliamo un cucchiaio di foglie secche in 1,5 lt di acqua bollente e vi avviciniamo il viso coperti da un asciugamano, il risultato saranno fumenti davvero efficaci per depurare la pelle grassa. E la frittata, l’avete provata? E l’impacco per capelli utile per contrastarne la caduta? Qualsiasi sia l’utilizzo dell’ortica, quando si tratta di quello alimentare facciamo sempre bene attenzione al “fai da te”. Meglio rivolgersi a farmacie o erboristerie: le erbe ci sono amiche, a patto che se ne conoscano bene gli utilizzi onde evitare controindicazioni o spiacevoli attacchi allergici!
Un faro, solitamente, è usato per indicare una costa pericolosa, una scogliera, rocce appuntite e in generale tutto ciò che aiuta i marinai a rendere più sicure le loro navigazioni. Un classico della costa, dunque… ma non solo! E se vi dicessimo che esiste un faro maestoso, eretto nel bel mezzo di una montagna? Non è una fiaba, ma una bizzarra realtà: a Gaggio Montano, paesino alpestre sito a 57 km da Bologna e circa 45 km da Pistoia, l’ingegnere Giuseppe Rinaldi progettò negli anni 50 un monumento ai caduti di guerra proprio a forma di faro.
Luminoso, imponente e padrone della vallata, questo troneggia dalla sua posizione sul Sasso di Rocca: il faro di Gaggio Montano è l’unico in Italia ad esser stato costruito in montagna, nel bel mezzo dell’Appennino Bolognese. Chiedersi il perché, è legittimo: l’ingegner Rinaldi, decise di dedicare un peculiare monumento ai caduti della Seconda Guerra Mondiale quale eccezionale omaggio alle vittime che è davvero impossibile non notare, data la sua strategica posizione a sovrastare il paesino di Gaggio Montano le cui vie si snodano nei suoi dintorni.
Il Faro dei caduti della Montagna, dunque, non ha funzione di avvistamento ma di celebrazione: un’idea insolita, certo, ma che senza dubbio proprio grazie alla sua peculiarità riesce a farsi ricordare, divenendo non solo un monumento ma anche un luogo raggiunto da vari turisti. 155 gli scalini da salire per raggiungere la mastodontica porzione di “ofiolite” (la tipologia del masso su cui è stato costruito). La sua composizione è in cemento armato: la posizione, che segue un progetto del Genio Civile di circa 70 anni fa, si localizza sulla sommità di un edificio dove spuntavano, in passato, un orologio e una campana. L’orologio è rimasto, mentre proprio al posto della campana si erge oggi il “faro in mezzo al verde” divenuto nel tempo una valida attrazione che attira villeggianti e curiosi, oltre che simboleggiare un’importante porzione di storia del Paese.
Sì perché, Gaggio Montano assieme ad altre località vicine, fu infatti uno dei comuni presenti nella così chiamata Linea Gotica, terribile palcoscenico di assalti nazisti. Un modo per non dimenticare, dunque, esaltando la nostra montagna e attirando le visite rivalutandone anche i dintorni. A Gaggio Montano infatti, così come in varie località di zona, ad attenderci ci sono prodotti locali, passeggiate e viste bellissime che meritano una gita fuori porta. Non resta che farci un salto, prediligendo le temperature della bella stagione per un pieno di natura e colori.
Grazie al roseo connubio tra Madre Natura e le tradizioni popolari che arricchiscono il nostro sapere, ecco che anche il territorio diventa un paradiso di risorse che comprendono non solo corsi d’acqua o materie prime, ma anche le così chiamate erbe officinali. Utilizzate fin dai tempi antichi, esse contengono sostanze le quali (debitamente trattate da esperti) trovano ampio uso a fini terapeutici diffondendosi sotto forma di infusi, decotti, tisane, profumi e aromi cullando ora questo ora quest’altro malanno. Non solo: le erbe officinali ci riportano al tempo “delle nonne”, quando passeggiando tra prati e foreste veniva con cura raccolta ogni erbetta dalla quale il corpo umano poteva trovar giovamento.
Il nostro comprensorio, in questo senso, non è certo da meno: anche in altitudine, infatti, crescono spontanee piante erbacee a volte meno conosciute ma comunque molto importanti. Il Sambuco, ad esempio, è un piccolo e prezioso fiore che nasce su un arbusto di circa 5 metri e che trova ampio impiego nel combattere molteplici disturbi. In abbondante diffusione nelle zone montane (specie nei boschi), del sambuco “non si butta via nulla”. I suoi fiori favoriscono la sudorazione, dunque l’abbassamento della temperatura in caso di febbre: sono inoltre emollienti ed espettoranti dunque prediletti in caso di quella brutta tosse che ci coglie nei mesi invernali. Le foglie sono depurative, mentre i frutti sono ottimi lassativi nonché eccellenti per alleviare dolori cronici quali ad esempio le nevralgie.
La corteccia interna, infine, detiene comprovate proprietà diuretiche rivelandosi una scelta ottimale per curare la cistite. Diffuso anche nei nostri monti, il Sambuco ci dona tutto sé stesso: oltre a curare disturbi, infatti, esso è inoltre utilizzato dai tempi antichi per preparare gustose leccornie, come sciroppi o marmellate. Un consiglio spassionato? Occhio alle quantità: ricordiamoci sempre delle sue rinomate proprietà purganti! Sì, lo state pensando: anche il liquore con cui a volte correggiamo il caffè deriva dal Sambuco. Anche se, in realtà, in questo caso la sua è una collaborazione con anice, finocchio, menta e liquirizia. 100% orgoglio “sambuco”, invece, è il così chiamato “spumante dei poveri”, nato dalla semplice unione del frutto in questione con zucchero, acqua e limone.
Ingredienti a basso costo, dunque perfetti per ogni tasca, a garanzia di un gusto fresco, a ridotto tasso alcolico e mooolto frizzante, tanto che è consigliabile aprirne le bottiglie all’aperto onde evitare danni nati dalle consistenti fuoriuscite una volta stappato! Buono, versatile, facile da trovare: nel raccogliere il Sambuco, ricordiamoci tuttavia di fare moltissima attenzione. Come per molte erbe naturali, esistono specie dello stesso fiore che sono in realtà altamente velenose: non prepariamo mai decotti fai da te, a meno di non essere estremante sicuri di ciò che si raccoglie. I fiori “buoni” sono quelli del Sambucus Nigra, da non confondere con il tossico Ebulus: ci sono molti articoli in rete su come riconoscerne la differenza, ma la distinzione di erbe e simili, al contrario di come a volte appare, non è affatto semplice. IMPORTANTE: Il nostro invito è di dare la massima priorità alla sicurezza e rivolgersi a farmacie e/o erboristerie per verificare che il prodotto raccolto sia commestibile prima di qualsiasi consumo umano, per poi gustarselo in tranquillità!
Terminato il Comics lucchese (la celebre fiera internazionale dedicata a fumetti, videogiochi, animazione ed immaginario fantasy-fantascientifico che si svolge nella graziosa città oltre la nostra provincia) impossibile non citare una personalità che ne è stato spesso ospite e che proviene, invece, dalla nostra montagna. Moreno Burattini, classe 1962, è nato a San Marcello Pistoiese ed è un celebre sceneggiatore di fumetti nonché scrittore, critico, curatore di mostre, libraio e collezionista -per l’appunto- di comics. Dal 1991, anno in cui pubblicò la sua prima storia a fumetti per la collana Zagor della Sergio Bonelli Editore, Burattini è divenuto nel corso del tempo uno dei più importanti esponenti del settore fumettistica.
Si è svolta lo scorso sabato 30 Ottobre, per l’appunto, la presentazione del suo ultimo libro dal titolo “Il Codice Ferrucci”, con la partecipazione dello storico Alessandro Monti. In Piazza Achilli 7 a Gavinana, il fumettista di San Marcello che nel 1985 ideò il suo primo personaggio dal nome “Battista il collezionista”, ha fatto sì che il borgo medievale distante 16 kilometri da Pistoia diventasse cornice dell’introduzione dell’eroe di fumetti Dampyr il quale, lasciata Firenze, giunge nella Montagna Pistoiese per portare a termine una missione. Si parla di una minaccia, in quest’avventura, per mano della società dei sedicenti superuomini chiamati “Lupi Azzurri” i quali vogliono impossessarsi di un oggetto magico perso durante la Battaglia di Gavinana.Si crea dunque, tra le pagine ideate dallo sceneggiatore di fumetti, una storia coinvolgente che viaggia tra passato e presente fino alla risoluzione, a libro concluso, del mistero in atto per tutta la storia.
Nell’ultimo lavoro di Moreno Burattini si incontrano luoghi e personaggi della sua infanzia, nonché dunque del nostro comprensorio dove lo stesso è ambientato. In questi giorni, le edicole italiane proporranno quindi “Il Codice Ferrucci”, con sommo orgoglio di quelle della nostra montagna che vedono “uno di paese” essere arrivato così lontano nel panorama fumettistico nazionale pur senza dimenticarsi delle proprie radici.
“E’ un regalo per la mia gente”, ha spiegato alla presentazione Burattini. “Sicuramente riconoscerete i luoghi, ma anche le persone!”. I disegni sono opera di Fabrizio Russo, milanese esperto illustratore il quale, una volta approdato alla Bonelli Editore, ha lavorato per vari personaggi tra cui, da anni, quelli di Burattini. Non resta che correre in edicola, allora, affrettandosi un poco: molte copie sono già state prenotate!
“Lupus in fabula” è un proverbio che tutti conosciamo e che utilizziamo per indicare l’arrivo improvviso della persona a cui si sta alludendo nel momento esatto del nostro discorso.
Un modo di dire comune, che fa riferimento alla massiccia presenza dell’animale nelle celebri fiabe di Esopo: la stessa diffusione che, almeno fino alla fine del primo ventennio del secolo scorso, comprendeva anche una buona porzione del nostro territorio. Sì perché il lupo, largamente presente nei nostri boschi in epoca in cui altrettanto consistenti erano pastori, taglialegna e piccoli produttori, ha incontrato negli ultimi anni un processo di “eliminazione” che lo ha condotto quasi all’estinzione.
Data la sua preponderante e selvaggia natura di cacciatore, esso è stato infatti costantemente scacciato dall’essere umano quale specie pericolosa non solo per sé stesso ma anche per l’integrità del suo bestiame. La guerra “uomo-lupo” portò non poche conseguenze: nel territorio dell’Appennino Tosco-Emiliano, luogo dove in passato la specie in questione vide un diffuso sviluppo, si stimavano nei primi anni 70 poco più di appena un centinaio di esemplari. Nel 1971, il lupo fu dichiarato specie non più cacciabile: come risultato di un simile provvedimento, oggi l’animale ha ripopolato spontaneamente la nostra area appenninica toccando una popolazione il cui numero si aggira intorno agli 800 esemplari.
Avvistarlo è ancora difficile, ma certo non così tanto come qualche anno fa: la difficoltà attuale di reperire cibo, porta infatti non di rado il lupo ad avvicinarsi ai paesini dell’Appennino Tosco-Emiliano più al confine con la boscaglia, dai quali se ne sente spesso l’ululare al calar della sera o se ne hanno sporadici avvistamenti nei centri abitati. Nonostante la ripopolazione, la convivenza lupo-uomo (così come lupo e altre specie) non è così facile. “L’animale dei boschi” è ancora individuato come specie pericolosa e propensa alla caccia di animali distruggendo spesso il bestiame degli allevatori. In generale, tuttavia, il lupo è un animale schivo e non tende ad attaccare l’uomo come preda di cui cibarsi, bensì come nemico da cui difendersi riconfermando comunque da sempre la fama del “cattivo”.
“Attento che ti prende il lupo!”, ci dicevano da piccoli: ed ecco che l’allerta è nata con noi e assieme al nostro spirito si è sviluppata in un eterno conflitto con il “Canis Lupus”. Canis, sì, come la specie domestica del nostro migliore amico con il cui rapporto viaggiamo totalmente su un’altra frequenza fatta di tolleranza, fiducia ed affetto. Ebbene, un ulteriore problema legato alla gestione/conservazione del lupo oltre all’uccisione/caccia, è la sempre più consistente “ibridazione” con la specie domestica che troneggia nei nostri salotti. Ad esprimerlo, è un recente studio condotto dall’Università Sapienza di Roma in collaborazione con il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, nonché con l'Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale (Ispra) e il Centre Nationale de la Recherche Scientifique (Francia).
Già frutto di un’antica discendenza, il cane domestico e il lupo sono oggi due specie con sempre più contatti incontrollati, con due pericolose conseguenze: la prima, è quella di danneggiare l’identità genetica del lupo. La seconda, consiste nella creazione di nuove specie di canidi dal temperamento difficoltoso, non totalmente selvaggi ma il cui carattere rubesto non li rende spesso di facile gestione se inseriti in ambiente prettamente casalingo. Una conseguenza, questa, che nasce dall’espansione del Lupo dopo il suo inserimento in area protetta, unito alla massiccia presenza di cani randagi, dunque vaganti e inclini ad accoppiamento libero. Al fine di fronteggiare i problemi gestionali della specie Lupus, i componenti del Servizio conservazione della natura e delle risorse agro-zootecniche del Parco nazionale dell'Appennino tosco-emiliano hanno di recente proposto di istituire presso il Parco nazionale un centro permanente di riferimento per la gestione del Lupo.
Denominato “Wolf Apennine Center” (WAC), tale istituzione si prefigura tra i vari obiettivi quello del controllo della diffusione della specie, evitando così frammentazioni incontrollate e situazioni spiacevoli sia per l’animale che per l’uomo.
Speriamo dunque che si riesca presto ad elaborare un buon progetto, forti del personale esperto nel settore grazie al quale, all'interno del WAC, si definirebbero strategie di conservazione del lupo nel territorio di riferimento proteggendo la specie e il rapporto con ciò che la circonda, noi compresi. E chissà che non sia l’inizio di un finale diverso nelle favole che fin ora conosciamo.
Le terme di Porretta, già conosciute in epoca romana, detengono una storia millenaria. Secondo la leggenda, un bue abbandonato dal suo padrone perché incapace di sostenere l’aratro, abbeverandosi alla loro fonte trovò nuovo vigore e rinnovate forze: da lì, tale immagine allegorica è divenuta proprio il simbolo del comune di Porretta Terme. Una volta giunti nel paesino montano distante 40 km da Pistoia e circa 60 da Bologna, un cartello antico ci accoglie recitando la frase “luogo di villeggiatura”: sì perché, un tempo, le splendide terme erano meta di turisti e bagnanti attirati dalla bellezza del luogo, dal verde circostante e dalle proprietà benefiche delle sorgenti salsobromoiodiche che lì sgorgano.
Definite anche “terme alte”, le antiche terme di Porretta sono uno splendido complesso di edifici termali alle pendici del Monte della Croce: un trionfo di stile liberty, dove le colorate e luminose ceramiche realizzate ad inizio 900 da Galileo Chini (il più importante esponente italiano di tale corrente artistica) trionfavano rendendo ancor più magnifica la locazione. Oggi, il patrimonio artistico e culturale detenuto dalle antiche terme è purtroppo in disfacimento, trovandosi queste totalmente abbandonate a sé stesse. Il motivo, è da ricercarsi nella seconda metà del 900’ quando la cessazione del termalismo sociale (1987) portò ad un lento declino del flusso turistico di utenti. Eppure che, nell’Ottocento, Porretta Terme conobbe il suo periodo più florido tanto che i giornali nazionali dell’epoca la incoronarono spesso come “luogo curativo, vivace ed alla moda”.
Oggi la struttura è un luogo transennato, abbandonato ed in lenta distruzione: lasciate alle intemperie e senza cura alcuna, presto le antiche terme di Porretta diverranno un rudere, visti tra l’altro i recenti crolli che ne hanno totalmente reso impossibile l’accesso. Contro un simile e triste futuro si batte senza sosta il comitato SOS Terme, un’associazione nata nel 2013 proprio con lo scopo di togliere la struttura dal degrado che ormai la contraddistingue promuovendo iniziative volte al suo recupero. Un lavoro prezioso, il loro, che ha visto le Terme salire sul podio del concorso “I luoghi del FAI” nel 2019: la struttura, nonostante ciò, non è ancora visitabile. Il lavoro per la tanto agognata riqualificazione, in effetti, è ancora molto.
Attirati dall’iscrizione al Fondo Ambiente Italiano, comunque, molti curiosi si sono avvicinati alla struttura nel corso degli ultimi anni, osservandola dall’esterno e diffondendo tristi recensioni sui principali canali web. Ciò che si legge, è un indubbio fascino della struttura che cozza però con un degrado palpabile: molta la frustrazione per un simile tesoro lasciato alle intemperie. “Un vero peccato”! si dice. “La struttura sta crollando!”, “è una totale decadenza!”: recitano i commenti web.
Non si comprende, in effetti, perché ancora non si riesca a trovare un ente disponibile a farsi carico quantomeno di una parte della bonifica: in tempi recenti, cavalcando l’onda del desiderio (e diremo anche “tendenza”) di visitare luoghi del passato ormai in disuso, siamo certi che le antiche Terme attirerebbero un consistente numero di visitatori. Un modo non solo per riprendere in mano un tesoro abbandonato, ma anche di incentivare il turismo di zona: Porretta e limitrofi!
Quello che viaggerà domenica prossima sulla Porrettana sarà un viaggio unico che tutti gli appassionati di trasporto e ferrovie non dovrebbero perdere. Domenica 3 ottobre 2021, infatti, è in programma la prima uscita ufficiale dell'ETR 252 “l’Arlecchino”, elettrotreno simbolo simbolo del boom economico degli anni ’60 del ‘900 diventato famoso in tutto il mondo per il suo inconfondibile design. Il convoglio viaggerà in servizio ordinario turistico da Bologna a Firenze, percorrendo la storica linea Porrettana, e concluderà la sua corsa alla stazione di Roma Termini.
I biglietti per salire a bordo del treno sono andati letteralmente a ruba, per cui ad oggi non sarà più possibile prendere parte al treno. Tuttavia lo si potrà vederlo transitare, anche sulla linea Porrettana, e immortalare con le proprie macchine fotografiche. Il treno Arlecchino è, letteralmente, unico nel suo genere: dei quattro esemplari prodotti. oggi rimane solo questo ETR 252. Nel 2013 la Fondazione FS recuperò questo “superstite” (accantonato a Santhià) e lo trasferì al Deposito Rotabili Storici di Pistoia dove venne stazionato, in attesa di reperire i fondi, ma ben protetto dal vandalismo.
Nel 2016 l’Arlecchino fu trasferito presso un’industria privata in Toscana dove iniziarono finalmente i lavori di restauro. Inizialmente questi hanno riguardato il ripristino meccanico del mezzo: smontando tutti gli arredi e lasciando solo le nude pareti delle carrozze, si è potuta risanare la struttura portante. Tutto l’allestimento è stato restaurato nella più totale fedeltà al modello, riproducendo anche quei colori vivaci che hanno reso famoso l’Arlecchino.
Ecco gli orari dei transiti dalle principali stazioni per consentire anche agli appassionati di poter immortalare il passaggio dell' elettrotreno dalle quattro casse grigio e verde magnolia. Si segnalano due soste di servizio nelle stazioni della Porrettana di Vergato e Piteccio. Buon divertimento!
- Bologna C.le: 08.00
- Casalecchio di Reno: 08.19
- Sasso Marconi: 08.24
- Vergato: 08.39 arrivo; 08.44 partenza
- Porretta Terme: 09.01
- Pracchia: 09.15
- Corbezzi: 09.25
- Piteccio: 09.31 arrivo; 09.36 partenza
- Pistoia: 09.50
- Prato Centrale: 09.59
- Sesto Fiorentino: 10.06
- Firenze S.M.N.: 10.16 arrivo; 10.31 partenza
- Pontassieve: 10.47
- Figline Valdarno: 11.00
- Arezzo: 11.27
- Castiglion Fiorentino: 11.36
- Terontola Cortona: 11.44
- Chiusi-Chianciano Terme: 11.56
- Fabro Ficulle: 12.04
- Orvieto: 12.16
- Attigliano-Bomarzo: 12.32
- Orte: 12.55
- Roma Termini: 13.40 arrivo
L’8 settembre non costituisce soltanto l’avvicinarsi del ritorno a scuola per gli studenti, né la fine delle agognate ferie per molti lavoratori. Lo scorso mercoledì, infatti, gli abitanti di San Marcello Pistoiese hanno festeggiato il loro patrono dando vita all’annuale festa di Santa Celestina. Alle ore 17.00, turisti e paesani si sono dunque riuniti in Piazza Matteotti per il lancio di una enorme mongolfiera. Sì, esatto: una tradizione, questa, che oltre a testimoniare un’affascinante usanza portata avanti con fatica da valorosi volontari, rappresenta anche un momento goliardico in cui riunirsi e ritrovarsi, seppur oggi con le dovute distanze anti-contagio.
Il lancio della mongolfiera, costruita dai paesani con strisce di carta orizzontali nei colori verdi, bianche e rosse, rimanda al primo volo del gigante pallone (la cui data precisa non è conosciuta) in epoca ottocentesca, quando i fratelli Cini conobbero il figlio di Joseph Montgolfier il quale donò alla Montagna pistoiese una formula per produrre palloni di carta ad aria. La mongolfiera, costruita oggi da mani di ogni età che lavorano mesi per raggiungere il finale risultato, viene dunque fatta innalzare dal suolo della piazza durante la festa di Santa Celestina. Secondo la tradizione, il campanile deve esser considerato come riferimento del volo: se questo viene superato dal grande pallone ad aria, si pensa sarà un anno prosperoso per tutti! Se così non accade…ahinoi!
Giustificato quindi il naso all’insù e l’emozione del momento: un evento sentito, che tuttavia pare aver raccolto questa edizione non poche polemiche social. Nei gruppi Facebook inerenti la montagna pistoiese (in particolare il frequentato Sei di san marcello pistoiese se..) le “fazioni” principali si sono divise in “pro-evento” e “contro-evento”. Il primo gruppo sostiene la possibilità di condurre ancora oggi manifestazioni seppur con i dovuti accorgimenti da pandemia; il secondo, lamenta un aggregamento che poteva essere evitato o, comunque, rimandato al prossimo anno. Il lancio della mongolfiera, inoltre, è stato da alcuni classificato come “non buono”: “si gonfiava e sgonfiava, piegata su sé stessa come se fosse in preda a dolori”, si legge. “Ha sentito l’Inno di Mameli e ce l’ha fatta ad innalzarsi”, scrivono.
Purtroppo, dopo poche decine di metri, il grande pallone ad aria si è rotto. “Qualcosa è andato storto nella sua costruzione!”, tuona qualcuno; qualcun altro (per fortuna) difende il prezioso lavoro di chi ogni anno ha ben cura che tale festa paesana non venga dimenticata. Si sottolinea la buona riuscita, nonostante il breve volo: d’altronde, quasi 160 ore a tagliare ed assemblare (un procedimento che ha coinvolto i volontari nel desiderio di dare alla montagna una giornata vitale) è un’attitudine che merita plausi a prescindere dal risultato finale. Così come un plauso lo meritano tutti colori che ancora oggi proteggono le tradizioni unendo grandi e piccini sotto lo stesso cielo.
Sono eventi, questi, che contribuiscono ad incentivare il turismo e ad evitare quella condizione di spopolamento (e a volte anche desolazione) che purtroppo colpisce molte aree montane. Sterili, dunque, sono definite dai più le lamentele volate sul web: e menomale, perché di persone che si battono per il proprio paese ne abbiamo ancora estremo bisogno. Tra i soliti brontoloni e chi si indigna, c’è poi un fatto che rimane oltre tutto, ad “azzittirci”: quello che la sfiga, grazie al passaggio sopra il campanile, per quest’anno è stata superata. E viste le condizioni recenti, non è cosa scontata!
“Sarà un programma a cavallo tra letteratura, musica, gastronomia, giochi, e ambiente, con il quale ci proponiamo di far conoscere ad un pubblico più vasto possibile il Parco Letterario intitolato a Policarpo Petrocchi e che abbiamo costituito da pochi mesi con l’obiettivo di promuovere un intero territorio partendo dalla letteratura. Per il suo debutto abbiamo voluto proporre un programma intenso e variegato, con la riscoperta di un autore e di un luogo che meritano di essere adeguatamente valorizzati”.
La presenta così, il suo presidente Giovanni Capecchi, la prima edizione della Festa del Parco letterario “Policarpo Petrocchi”, in programma a Castello di Cireglio da venerdì 27 a domenica 29 agosto 2021 sotto l’egida di Uniser Pistoia, Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, Comune di Pistoia e dell’Associazione dei parchi letterari italiani.
Sarà proprio Giovanni Capecchi ad aprirla, alle 17 di venerdì 27, insieme al sindaco di Pistoia, Alessandro Tomasi.
A seguire Andrea Ottanelli e Claudio Rosati, dell’Associazione Storia e città, presenteranno "Il mio paese", l’opera postuma di Policarpo Petrocchi dedicata a Castello di Cireglio, appena pubblicata in una nuova edizione da Lindau editore di Torino.
Alle 19 Giovanni Fochi leggerà alcuni passi de "Il mio paese" di Petrocchi.
Alle 20 è in programma la cena presso la Locanda della Sapienza con info e prenotazioni su
Chiuderà la prima giornata il concerto del gruppo Di terra in terra con le musiche popolari toscane rieditate dal lavoro di raccolta effettuato nel 1978 da Sergio Landini, Sergio Gargini e Maurizio Ferretti che produssero un bel vinile edito dalla Provincia di Pistoia. Il concerto sarà, nel rispetto delle norme anti covid, ad ingresso gratuito.
Sabato alle 17 nella Locanda della Sapienza è in programma l’incontro con il Parco letterario Emma Perodi e Le Foreste Casentinesi a cui partecipano Stanislao de Marsanich, presidente dei Parchi Letterari italiani, Annalisa Baracchi, presidente del Parco Letterario Emma Perodi e Alberta Piroci Branciaroli, direttore scientifico dello stesso Parco.
Alle 20 nella Locanda della Sapienza la cena con la selezione della pizza del Parco. Alle 21.30 la Tombola sotto le stelle.
Domenica dalle 10 alle 19 si terrà la Mostra mercato dei prodotti del “Paniere del Parco” lungo le strade e nelle piazzette del paese.
Alle 11 alla Locanda della Sapienza la conversazione tra Giovanna Frosini e Elena Felicani (dell’Università per Stranieri di Siena) su Policarpo Petrocchi e Clementina Biagini: scrivere d’amore e di letteratura.
Alle 13 per il pranzo è possibile acquistare i prodotti del “Paniere del Parco” lungo le strade del paese o gustare spuntini vari alla Locanda della Sapienza
Alle 16 a Il Piano, Come giocava Policarpo ovvero giochi per tutti i bambini presenti.
Alle 17 al Castagneto in Santa Yoga e vibrazioni sonore a cura di Silvia Livi e Ilaria Risato. Info e prenotazioni al 339 7453218.
Alle 19 alla Locanda della Sapienza la gara tra poeti estemporanei in ottava rima.
Alle 20 la Cena conclusiva e l’estrazione della lotteria per aggiudicarsi la scultura “Giovane sposa” di Dorando Baldi.
Si consiglia di lasciare le auto nel parcheggio della Croce Rossa di Cireglio o nel parcheggio in prossimità del cimitero di Cireglio (dove si trova la tomba di Policarpo), e di proseguire a piedi fino a Castello (900 m).
Per tutto il resto ci sono
I canti popolari pistoiesi “debuttano” a Castello di Cireglio 43 anni dopo la loro prima storica edizione. L’appuntamento è alle 21.30 di venerdì 27 agosto alla prima Festa del neo nato Parco letterario Policarpo Petrocchi ed è ad ingresso gratuito.
Sarà il gruppo musicale “Di terra in terra”, attivo dal 2004 e composto da Savino Pantone (violino, voce), Gaspare Bartelloni (flauti), Quirino Trovato (voce, chitarre), Andrea Geri (organetto diatonico), Samuele Ciattini (voce, violoncello) e Graziano Ridolfo (percussioni) a proporre la sua reinterpretazione dei canti popolari pistoiesi con una nuova veste musicale che aiuta la fruibilità dei testi.
“E’ anche un modo – spiega Andrea Geri – per rendere omaggio a tre grandi personaggi, purtroppo da tempo scomparsi, Sergio Landini, Maurizio Ferretti e Sergio Gargini, e a tutte le persone che con loro collaborarono e che nell’ormai lontano 1978 raccolsero sul campo molti documenti sonori della tradizione popolare pistoiese, che furono fissati in un long playing edito dalla Provincia di Pistoia. E’ il nostro contributo a mantenere viva una parte della cultura popolare pistoiese, considerando che, salvo rare eccezioni, quelle canzoni non sono state più eseguite”.
Si tratta di 13 brani suddivisi in alcuni grandi temi: le ballate, le relazioni e il carcere, i canti cumulativi e numerativi, la separazione, la lontananza e le migrazioni, la tradizione continua, con un finale dedicato al ricordo dell’Eccidio del Padule di Fucecchio.
L’idea della riedizione delle registrazioni del disco nasce anche come scelta simbolica visto che si tratta dell’unica raccolta pubblicata di “documenti sonori” della provincia di Pistoia.
Il concerto sarà effettuato nel rispetto delle norme anti covid e ad ingresso gratuito.