Lo smart working è una delle eredità di questa pandemia. Anzi, diciamocelo: forse è una delle pochissime cose buone portate dal Covid. Gli effetti del “lavoro agile” sono ben visibili anche sul nostro territorio di interesse, quella della Metropoli Rurale Alto Reno. In particolare, si sono registrati negli ultimi mesi una serie di acquisti e affitti in aree lontane dai grandi centri abitati (ad esempio, Porretta Terme e dintorni) da parte di persone che fanno capo con i loro posti di lavoro a Bologna. Lavoratori che, con lo smart working, hanno molti meno motivi di rimanere in appartamenti in città, magari piccoli, senza terrazzo e a prezzi esosi.
Torneremo presto su questo argomento con un intervista esclusiva ad Elena Elementi, agente immobiliare di lungo corso esperta del territorio dell'Alto Reno. Un po' dappertutto, però, lo smart working inizia a stabilizzarsi all'interno delle aziende. Decine di multinazionali operanti in Italia, vista la proroga da parte del governo Draghi dello stato di emergenza fino al 31 dicembre, che hanno deciso di non riaprire, almeno per ora, e di mantenere il lavoro a distanza per più della metà della settimana lavorativa. Sul piatto della bilancia c'è anche una giustificata paura di un'impennata di contagi legata alla variante Delta.
Ad esempio, Assicurazioni Generali ha già siglato un accordo sindacale che disciplina in maniera dettagliata lo smart working, ormai indicata come prassi: si potrà lavorare da casa tre giorni a settimana, da distribuire, volendo, anche su base mensile o bimestrale. Il tutto del nome della flessibilità e delle esigenze del personale. Anche alla Vodafone, a Milano, si lavora da più di un anno in smart working. Solo a settembre inizieranno i primi rientri in ufficio; le ore lavorate in smart working, però, rimarranno tra l'80 e il 60% dell'orario di lavoro mensile.
Il nuovo mondo, dunque, è anche questo: per i lavori d'ufficio non c'è e non ci sarà più la necessità di recarsi sul posto di lavoro ogni giorno, bensì una o due volte alla settimana. Una rivoluzione silenziosa, che andrà a modificare anche i canoni di scelta delle case da abitare. Potrebbe essere, insomma, la fine della “città accentratrice” che abbiamo conosciuto negli ultimi 60 anni.



