Il mondo di abitare la casa sta cambiando. Lentamente, ma sta cambiando. La tendenza, che abbiamo già commentato sul nostro sito Metropoli Rurali, è quella del co-housing.
Parliamo dunque di alloggi privati corredati da ampi spazi comuni, sia al chiuso che all'aperto, destinati all'uso collettivo e alla co-partecipazione nell'organizzazione degli stessi. Per milioni e milioni di italiani, specialmente quelli agiati, non c'è motivo di cambiare le proprio abitudini: ognuno può rimanere a casa propria bello tranquillo.
Per tante altre persone in condizioni più difficili, sia economiche che di mobilità, il co-housing può rivelarsi la chiave di volta. Lo Spi Cgil Toscana, il sindacato dei pensionati più diffuso sul territorio, ha rilevato ad esempio che nella solo città di Firenze ci sono più di 10mila persone anziani non pienamente autosufficienti che si trovano come “intrappolati” nelle loro abitazioni.
In che senso intrappolati? Appartamenti senza ascensore, in spazi angusti, quasi sempre in assoluto isolamento e solitudine, senza possibilità di interagire.
Il co-housing potrebbe trovare una soluzione per molti di loro. Non solo: il co-housing può rappresentare un'opportunità anche per persone che anziane non sono.
Co-housing: dove si può fare
I progetti di co-housing sono spuntati come funghi in tutta Italia, specialmente al nord e al centro. Progetti però si stanno moltiplicando anche al sud e in Sardegna. Non esiste, al momento, un registro completo di tutti i co-housing sul territorio nazionale. Il modo migliore per individuarli è semplicemente fare una ricerca su internet o su Facebook per individuare i vari progetti e prendere contatti con gli organizzatori.
Uno degli ultimi co-housing istituiti si trova a Castel Merlino, sull'Appennino emiliano. L'iniziativa rappresenta bene come i progetti di co-housing possano ridare vita e lustro a paesi altrimenti destinati all'abbandono. A Castel Merlino, infatti, è in corso un progetto di ristrutturazione di un antico borgo disabitato con corte, terreni, arnie in comune. Nella scheda di presentazione del progetto si legge «Gli abitanti condividono le attività all'aperto e si sostengono a vicenda nella quotidianità oltre ad organizzare numerosi eventi per il territorio vicino grazie all'associazione “CastelMerlino”. Per il momento vivono nel co-housing tre famiglie ma ci sono ancora degli spazi da ristrutturare per altre famiglie».
Co-housing: serve predisposizione mentale
Il co-housing riunisce le persone in una vera e propria micro-società che non ha altra ideologia se non quella del miglioramento della qualità della vita. Si tratta di una scelta di progettazione partecipata che prevede la condivisione di alcuni spazi e attività comuni, mantenendo l’individualità della propria abitazione e dei propri ritmi di vita. Chi decide di scegliere questa soluzione per abitare uno spazio deve essere predisposte ad accettare le opinioni altrui, dialogare e accogliere il confronto: non essere chiuse, insomma. Altrimenti è bene lasciare perdere.
Attenzione anche a non scivolare nei pregiudizi: il co-housing talvolta viene visto come un piano B per persone in difficoltà economiche o di altro tipo. La realtà mostra come a muove il co-housing sia soprattutto la voglia di aumentare la propria qualità della vita a prescindere da reddito e difficoltà soggettive. Non solo: molti co-housing hanno in dotazione case e appartamenti costruiti con le ultime soluzioni tecnologiche e con classi energetiche altissime. Sbagliato, dunque, avere la percezione che il co-housing sia una soluzione solo per chi... non ha soldi.
L'esempio francese: “Invecchiare insieme”
La BabaYaga House francese è stata fondata da Thérèse Clerc. Finanziata dal consiglio comunale di Montreuil (vicino Parigi), la co-house è destinata a signore anziane over 60 rimaste sole. L’edificio di cinque piani ospita 25 appartamenti di 40 metri quadrati circa. I residenti vivono insieme guardandosi l’un l’altra in caso di bisogno. C’è anche uno spazio di circa 120 metri quadrati al piano terra per un’università aperta, dove si possono organizzare corsi e gruppi di discussione, scrittura creativa, concerti e qualsiasi altra cosa possa aiutare un invecchiamento sano.
La Fondatrice Thérèse Clerc ha spiegato la sua intuizione: «Il sogno ha preso forma. Ho 84 anni, ma il tempo che mi rimane lo trascorrerò felice e soddisfatta. Sono sicura di questo. La vecchiaia non è come essere naufragato. Non è una malattia. Può essere bella, e ho intenzione di viverla in questo modo, con i miei amici e colleghi».



