Per comprendere ancora meglio una determinata dinamica, a volte, è utile scostarsi per godere di un punto di vista alternativo. Ed è quello che vogliamo fare questa volta per trattare il tema della vita nei piccoli borghi dell'Italia interna, lontani dalle grande città. Lo faremo prendendo spunto da un interessante articolo apparso sul sito “Informazione senza filtro”, scritto da Monia Orazi.
Un pezzo interessante proprio perché, per molti versi, ribatte una serie di osservazioni che abbiamo scritto sul nostro sito negli ultimi anni. In questo articolo i borghi collinari e montani vengono definitivi “i gioielli opachi dell'Italia”. Si fa riferimento alla riscoperta di questi territori avvenuta durante il Covid-19, quando il lockdown imposto dalla pandemia ha portato i borghi a diventare esempio del “buon vivere” e di “aree ad alte qualità della vita” nell'immaginario comune. Tutte caratteristiche sostanzialmente vere, ma con alcune distinzioni importanti.
La politica che non supporta i borghi
Prima della riscoperta dei borghi legata alle limitazioni della pandemia, ci sono stati lunghi anni in cui le realtà abitative lontane dai grandi centri abitati sono rimaste nel dimenticatoio. Paesi e borghi finanziati molto a parole e poco coi quattrini. Questo, come ben sappiamo, è un dato molto pesante se si considera che i centri sotto i 5.000 abitanti sono il 69,7% del totale dei comuni italiani. Gli appelli pubblici di molti politici, passando anche da architetti famosi come Fuksas e Boeri, su quanto si viva meglio nei borghi sono, a volte, sganciati dalla realtà.
Se da una parte l'attuale tecnologia permetta alle persone di poter lavorare da zone non necessariamente in città o vicine al sito produttivo (tradotto: smart-working), è altrettanto vero che le leggi che dovrebbero rilanciare le aree interne molto spesso non sono state applicate. Da qui, la mancanza di slancio di un riequilibrio territoriale e demografico che ci sarebbe se i borghi diventassero una vera alternativa alla città.
Una fotografia (sconfortante) prima del Covid
Prima che i borghi tornassero “di moda”, abbiamo assistito a lunghi anni di nulla o quasi in termini di finanziamento di queste aree. Secondo l'articolo di “Informazione senza filtri”, il Fondo nazionale per la montagna tra il 2009 ed il 2016 non è stato finanziato, mentre dal 2016 al 2018 è stato finanziato con 5 milioni di euro annui, circa 900 euro per ciascuno dei comuni con meno di 5mila abitanti in Italia. In altre parole: il nulla.
Dopo il Covid: segnali di rilancio... ma sarà vero?
Nell’ambito della programmazione europea 2021-2027 sul tavolo per l’Italia ci sarebbero circa tre miliardi di euro per finanziare il fondo europeo di sviluppo regionale. L'autrice del pezzo da cui stiamo prendendo spunto per questo appare scettica: «Nonostante il tesoretto potenzialmente disponibile, dominano la frammentazione e spesso il silenzio di piccole comunità lasciate al loro destino, con chi vive ogni giorno la quotidianità di un piccolo borgo che spesso non riesce a far sentire la propria voce al livello decisorio delle politiche pubbliche». Un'affermazione che anche noi ci sentiamo di sottoscrivere pienamente.
Vivere nei borghi: «un atto di coraggio»
«Un atto di coraggio», così Orazi definisce la scelta di vivere in un borgo. Se da una parte «si vive a misura d'uomo», dall'altra ci sono «i disagi legati alla marginalità di servizi pubblici e sanitari, incapacità di intercettare opportunità economiche e di sviluppo istituzionale e sociale». Secondo questo interessante punto di vista, «il cancro che uccide il futuro di gran parte d’Italia è la difficoltà di scorgere il dinamismo, la contaminazione culturale e sociale e l’innovazione, che permeano i centri maggiori, dal piccolo cannocchiale di un contesto culturale fossilizzato e spesso retrogrado. La conformazione puntiforme dei piccoli borghi non favorisce il fare squadra, la sintesi intorno a temi e problemi comuni, causando l’impossibilità di avere quella massa critica fondamentale per entrare nella scena del dibattito pubblico». Questa parte di testa abbiamo scelto di riportarla integralmente perché, per quanto dura e forse estrema, rappresenta un validissimo punto di vista sui borghi delle aree interne a noi tanto cari.
Le soluzioni per spezzare la catena
Per modificare lo status quo e ridare vero slancio alle zone interne, servirebbe una piccola rivoluzione. Chi abita la cosiddetta “Italia interna” dovrebbe possedere la forza di immaginare un futuro diverso, a partire dalla consapevolezza delle potenzialità inespresse che si celano dietro quei territori. Guarda avanti ed immaginarsi un futuro proiettato nel futuro è la via, non rimanere ancorati alla vecchia idea di borghi come capisaldi di un mondo che non c'è più. Riusciranno abitanti e politica locale a raccogliere voci e istanze di chi abita questi territori, facendo squadra e portando avanti il diritto di autodeterminarsi come comunità locali? Noi, per quanto visto fino adesso, nutriamo qualche dubbio.
Saremo, però, felicissimi di sbagliarci.



