Metropoli Rurali
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Ad un anno dalla scomparsa di Kobe Bryant, il filo che lega le montagne di Cireglio con l'assolata Los Angeles è più forte e resistente che mai. A Cireglio un giovanissimo Kobe ha infilato i suoi primi canestri su un campetto, mentre il papà Joe giocava da professionista nell'Olimpia Pistoia. Da allora sono passati più di 30 anni. Kobe è sempre stato un beniamino di questo territorio ma adesso, dopo la sua prematura scomparsa, il suo ricordo sarà destinato a durare per sempre.
Il campetto sotto l'abitato di Cireglio è stato teatro di una toccante cerimonia di ricordo. Sul campo il parroco di Cireglio, alcuni amici di Kobe e dei ragazzini appassionati di pallacanestra che non si sono lasciati sfuggire l'occasione di fare un due-contro-due in onore del grande campione scomparso. Il campetto, probabilmente quest'estate, sarà ufficialmente intitolato al campione indimenticabile. Il ricordo di tutti va a quel giorno dell'estate 2013, quando all'insaputa di tutti, Kobe si presentò a casa dei suoi vecchi compagni di giochi a Cireglio per un saluto incognito.
Per tutti fu un enorme sorpresa ed un grande onore portare a spasso per il suo vecchio paese una delle star più celebri della pallacanestro mondiale. «Suonò a casa mia alle sette e trenta del mattino – racconta Alessia Pierattini, una sua amica di infanzia –. Era felicissimo di rivederci. Mi confidò che avrebbe voluto tornare più spesso portando anche le figlie, visto che qui in Italia, a differenza degli Stati Uniti, lui e suoi famigliari potevano uscire liberi, senza paura di essere assaltati dai fan».
Di fronte al campetto dove Kobe giocava da piccolo è stato creato un piccolo memoriale con una sua maglietta, un cartellone con la sua effige e i cartelli di Cireglio, diventati celebri dopo una foto del campione che ha fatto il giro del mondo.
Oggi, su quel memoriale, è stata deposta una corona di fiori. Il suo ricordo, però, rimarrà per sempre.
Da un'antica mappa modenese del XV secolo riemerge un antico percorso che attraversava la montagna pistoiese, accompagnando, forse, il tracciato della più famosa Via Flaminia militare. Una via che emerge dal lavoro pluriennale dei volontari dell'Associazione Culturale Valle Lune (qui maggiori informazioni: http://www.vallelune.it/wp/info) dove riaffiorano in carne e ossa, o meglio, in ciottoli e opere edili, le strade del nostro Appennino su cui è transitata la Storia, nel suo continuo fluire fra Tuscia ed Emilia e viceversa. Circa dieci chilometri ricchissimi di suggestione, spesso poco conosciuti anche agli abitanti della zona. Luoghi in cui, per dirla alla Mauro Corona, "non nevica firmato", ma in cui è possibile respirare a pieni polmoni il fascino della montagna del passato e di un futuro possibile.
passando per la dogana sul Ponte di Castruccio ricordatevi di rispondere alla domanda: "Quanti siete? Un fiorino!".
Mammiano Basso, nel comune di San Marcello-Piteglio, è un po' il fulcro di questo percorso. Da qui si può procedere per le Ferriere Granducali, il cui nome è esplicativo dell'importanza industriale del complesso, attivo fino al XIX secolo, al Ponte sospeso.
l Ponte Sospeso, appunto, è noto in tutto il mondo perché è nel Guinness dei primati: 220 metri di cavi e reticoli d'acciaio, tesi sul torrente Lima tra il 1920 e il 1922 dalle maestranze della Magona per abbreviare di diversi chilometri il ritorno a casa dei molti residenti a Popiglio. Il ponte però è anche un itinerario bagnato anche di sangue.
Dal Ponte di Castruccio a Castel di Mura, assediato dai Bianchi e difeso vittoriosamente dai Neri, un paio d'anni prima dell'assedio di Pistoia, fu teatro di una delle efferate stragi dei famigerati Tedici, zio e nipote, di Pistoia. D'altra parte, l'importanza strategica della celebre fortezza è riconosciuta anche dal Machiavelli: "Non passa uccello per la Montagna Superiore che da Castel di Mura non si veda” scrisse il maestro. E tra i boschi silenti e le pietre consunte non poteva mancare l'arcano e il misticismo arcaico e pagano.
A chi apparterranno i tumuli pre-etruschi del Recinto Sacro presenti sul Rio delle Lame? E il nostro faticoso camminare nel bosco fino al Sasso Fumante sarà premiato dalla visione del monolite d'arenaria che "fuma" davvero? Intuiremo il senso delle antiche incisioni rupestri del Masso della Pescaia: mappa templare, messaggio iniziatico o suggestione scolpita dalla natura e da qualche antenato buontempone?
I passi sulle antiche strade della nostra montagna sono passi tracciati su una mappa del tesoro, un tesoro di fascino e di conoscenza. E di fantasia... per cui, passando per la dogana sul Ponte di Castruccio ricordatevi di rispondere alla domanda: "Quanti siete? Un fiorino!".
L'ORSIGNA: ULTIMO AMORE.
La magia del racconto e dei luoghi. E' quella che ci narra Tiziano Terzani, in questo delizioso stralcio dal suo libro "In Asia" (TEA, 1998). Perché si può girare il mondo (speriamo di poter tornare presto a girare il mondo...), ma i luoghi del cuore rimangono, per sempre e ovunque.
"Le streghe erano tre. Stavano sedute sui rami alti del noce accanto alla fontana. Confabulavano e ridevano. Dapprima Ettore sentì solo le loro voci, poi, aguzzando gli occhi già abituati al buio della notte, perché tornava a casa dopo aver giocato a carte con gli amici, le riconobbe. Volle scappare, ma anche le streghe avevano riconosciuto lui e la più vecchia lo bloccò con la sua maledizione: «Ettore, quello che hai visto, scordatelo. Se mai ti esce una sola parola di bocca, morirai». Passarono gli anni ed Ettore non disse mai nulla a nessuno. Poi un giorno che era in Calabria a fare il carbone con dei compaesani e che il discorso, durante la cena, cadde sulle streghe, e che il noce, la fontana, il bar gli parevano lontanissimi, gli venne da aprirsi il cuore. «Io le streghe le ho viste...» E fece i nomi. La mattina dopo, mentre era al lavoro, un carico di legna gli venne inspiegabilmente addosso ed Ettore ci rimase secco.
Questa fu una delle prime storie che mi raccontarono quando arrivai a Orsigna. Ero bambino, venivo dalla città a villeggiare e volevano che imparassi a comportarmi e a rispettare i tabù della montagna. Ogni bosco, ogni forra, ogni roccia sembravano averne uno e i loro nomi parevan fatti apposta per non far perdere alla gente la memoria delle loro origini, come le croci e le madonnine messe lungo i sentieri e per le selve. La Tomba era un piano che una donna, per sfidare la credenza che lì si aggirava uno spirito, una notte d'inverno aveva voluto attraversare. Dal grembo le era caduto il fuso con cui filava la lana, quello s'era piantato nella neve bloccandole la gonna, lei s'era sentita come tirata da una mano invisibile. Al mattino l'avevan ritrovata stecchita, morta di paura.
Il Fosso dello Scaraventa era là dove uno che diceva di non credere ai fantasmi era stato da quelli buttato giù per le balze. La Pedata del Diavolo era là dove il demonio che abitava nella valle dell'Orsigna - chiamata ai vecchi tempi «la Selva Oscura» - aveva appoggiato per l'ultima volta il piede scappando dinanzi alla Madonna, venuta a liberare gli abitanti dalla dannazione eterna. Su quel pezzo di terra ancora oggi non cresce un filo d'erba. Quei posti, con le loro leggende raccontate dai vecchi, m'incantarono. Son passati cinquant'anni, sono stato nel frattempo negli angoli più strani e lontani del mondo, ma da quell'incanto non mi son liberato e l'Orsigna, con le sue 200 «anime», come qui chiamano ancora gli abitanti, resta il mio ombelico sulla terra.
«Orsigna 806 metri sul livello del mare» dice il Cartello all'inizio del paese. Firenze è a soli 75 chilometri di distanza, ma la strada che oggi arriva quassù non va da nessun'altra parte e bisogna conoscere il segreto d'una curva sulla vecchia, ottusa Porrettana per vedersi aprire, inaspettata, ogni volta come riscoperta, questa valle ariosa in un semicerchio di monti i cui colori marcano il passar delle stagioni. Al contrario dell'Abetone, di Maresca, Gavinana o San Marcello, paesi noti dell'Appennino Toscano, Orsigna non ha mai avuto una sua ragione di vanto. Non c'è mai successo nulla di storico, non ci s'è fermato mai nessuno di famoso. L'unica lapide del paese è quella sulla facciata della chiesa coi nomi e le fotografie smaltate d'una ventina di ragazzi di qui, morti nella Grande Guerra. Il più vicino che un «grande» sia mai arrivato fu a cinque chilometri, quando il Carducci dovette fermarsi alla stazione di Pracchia a causa d'un guasto alla locomotiva del treno che lo portava alle terme di Porretta."
Albertosi, Cacciatori, Reginato, Tampucci, Mancin, Niccolai, Martiradonna, Zignoli, Domenghini, Cera, Nené, Tomasini, Greatti, Poli, Brugnera, Riva, Gori, Nastasio. Allenatore Manlio Scopigno. E' la rosa del Cagliari, campione d'Italia del campionato di calcio di serie A 1969-70, anno del primo scudetto della squadra isolana. E qui ci vorrebbe proprio un: "Bei tempi..." per tanti motivi, anche calcistici, perché erano anni in cui oltre al Cagliari, potevano vincere lo scudetto squadre come Fiorentina, Verona, Torino, Sampdoria e non solo le "solite" Juventus, Inter e Milan.
...La montagna è una grande tessitrice di legami...
E la montagna pistoiese aveva un suo peso specifico in quelle avventure sportive d'altri tempi, perchè in quegli anni era una sede ambita per i ritiri estivi, che il Cagliari si assicurò per sei anni di fila. In particolare stiamo parlando di San Marcello, che poteva offrire un campo da calcio, il "Severmino" con un'illuminazione notturna di prim'ordine per l'epoca, che permetteva amichevoli notturne "di lusso", come quella con il Genoa che richiamò quasi cinquemila appassionati da tutta la montagna e dalla stessa Pistoia. Calcio d'altri tempi, si diceva, quando la squadra campione d'Italia soggiornava all'"Albergo Giardini", tre stelle, senza mugugni da milionari scontenti o bronci da bambocci viziati, e quando alla "Casina di Vetro" era possibile sfidare a biliardino Gigi Riva e Domenghini, due che sarebbero diventati vicecampioni del mondo a Messico '70.
Ma San Marcello non fu meta di ritiri estivi di sole squadre italiane. Nel giugno 1966, per l'inaugurazione del nuovo stadio di Pistoia, venne invitato il Vasco de Gama di Rio de Janeiro per la partita inaugurale. E i carioca trascorsero i due giorni di preparazione pre-partita proprio nella "Coverciano appenninica", sgambando sull'impegnativa salita per Gavinana. La montagna è una grande tessitrice di legami: legami fra le sue persone schiette e veri campioni, legami fra l'accoglienza semplice e discreta e un ancor sano spirito sportivo, legami fra un ambiente propizio e la vittoria, il successo. Ogni tanto sarebbe importante e opportuno ripensare a questi legami. E stare attenti a non scioglierli.
Anche se non appartiene alla "main stream" editoriale, la narrativa che parla delle nostre montagne può risultare appassionante e interessante ugualmente. Perché alcune storie devono essere raccontate, anche se una certa "grande" (o presunta tale) editoria non ci crede o non se ne interessa.
E' il caso di: "Beatrice. Il canto dell’Appennino che conquistò la capitale" di Paolo Ciampi, (Sarnus, Firenze, 2008, 136 pagine). E' la storia semplice e toccante di Beatrice Bugelli, nata a Conio, frazione del Melo, a pochi chilometri da Cutigliano, nel 1803.
Beatrice, pastora analfabeta, suscitò l'ammirazione del Tommaseo e degli intellettuali fiorentini per essere in grado di improvvisare ottave in ottima rima: “Se voi volete intender la mia scuola: / su questi poggi all’acqua e alla gragnòla./ Volete intender voi il mio imparare? / Andar per legna o starmene a zappare”. E' un libro sulla bellezza, dei luoghi e delle persone.
Andando molto a ritroso nel tempo, si può tornare alle Guerre Puniche, quando Annibale Barca, ferito, col l'ultimo elefante superstite superò il Passo della Collina e sotto una tempesta di pioggia e lampi attraversò i nostri Appennini, per sorprendere le legioni romane che lo attendevano invece lungo la Via Aurelia. E' quanto viene narrato in: "La linea dei sogni. Annibale e il passaggio dell'Appennino" di Fabrizio Cremonini (Youcanprint, Tricase, 2015, 103 pagie).
Le signore (ma non solo) possono sognare con: "Lo scirocco uccide la neve. La storia di un amore tormentato sullo sfondo della prima guerra mondiale" di Marcofrancesco (L'Autore Libri Firenze, Firenze, 2005, 120 pagine). Nel 1914, allo scoppio della Grande Guerra, la marchesa Guendalina Strozzi si ritrova nella casa di famiglia dell'Abetone, mentre il marito, Massimiliano, viene richiamato al fronte. Pigre passeggiate tra i boschi, come pigro è ilsentimento che lega la marchesina al soldato lontano, nell'incantato scenario dei monti coperti dalla prima neve, sembra essere l'unico passatempo fino all'arrivo della brutta stagione. Ma l'incontro con Francesco sconvolgerà la quieta esistenza e il cuore della giovane donna.
"Sputasangue" è il soprannome di un vecchio minatore dai polmoni devastati dal lavoro in miniera che decide di trascorrere gli ultimi anni della propria esistenza, ai primi del Novecento, nel suo paesino di origine nella valle della Limentra. In quella valle, su quei monti a cavallo fra Emilia e Toscana, è transitata e vive un'umanità dolente e magica, a cui può capitare persino di ritrovare un tesoro inestimabile. Questo è il paesaggio descritto da Gabriele Cremonini in: "Sputasangue", (Edizioni Pendragon, Bologna, 2007, 160pagine) in un arco temporale di tre secoli.
Insomma, ce n'è per tutti i gusti e un buon libro, anche se non pubblicato da una grande casa editrice, può essere un ottimo amico nelle sempre più lunghe sere autunnali.
Campo Tizzoro, nel comune di San Marcello-Piteglio, è famosa per le sue memorie storiche connesse alle vicende belliche. Identificata come probabile sito di svolgimento della battaglia tra il fuggitivo Lucio Sergio Catilina e le legioni del tribuno Marco Petreio nel 62 a. C. (ne narra Sallustio, ma non esistono certezze archeologiche), il luogo è invece sicuramente il sito dove sorse nel 1911, e dove ha svolto la propria produzione fino al 2006, la SMI (Società Metallurgica Italiana).
Principale industria italiana per il munizionamento durante il periodo bellico, integrò la produzione bellica con la lavorazione di profilati metallici durante i periodi post-bellici. Questo esempio di archeologia industriale circondato dai boschi nel cuore dell'Appennino è notevole per due aspetti: una è la creazione del Museo nel 2010, che documenta in sale tematiche l'evoluzione della produzione metallurgica dell'impianto industriale e - unici in Europa per estensione e stato di conservazione - i rifugi antiaerei sotterranei.
Si tratta di una rete di cunicoli sotterranei che si estende per più di due chilometri sotto l'area di Campo Tizzoro, la cui realizzazione iniziò nel 1937. I cunicoli scavati ad una profondità variabile, dai 15 ai 30 metri sottoterra nella viva roccia, erano stati progettati e realizzati per resistere ai più intensi bombardamenti aerei. Il loro preciso compito era quello di mettere in salvo i lavoratori della fabbrica e le loro famiglie - gli accessi erano distribuiti anche nel villaggio costruito intorno alla fabbrica - in caso di allarme aereo.
Oggigiorno è possibile effettuare visite guidate al Museo e ai rifugi sotterranei. Per sapere modalità e orari basta consultare il sito web https://www.irsapt.it/it/smi/musei-e-rifugi-s.m.i/ . La durata di una visita è di circa un'ora e mezzo, estremamente istruttiva ed emozionante.
Durante la bella stagione è possibile anche la visita alle postazioni antiaeree esterne alla fabbrica, la visita al villaggio Orlando (il villaggio che ospitava lavoratori e famiglie che prese il nome dell'illuminato imprenditore che impiantò la SMI) e alla Chiesa di Santa Barbara.
Visitare il sito è un'esperienza preziosa. Permette di comprendere le condizioni di vita di persone che lavoravano durante il terribile periodo della guerra, e di comprendere come una famiglia imprenditrice potè occuparsi in modo modernissimo per l'epoca del welfare del territorio. Oltre alla sicurezza, infatti, si preoccupò di realizzare una mensa, scuole, un istituto professionale. La stessa famiglia si preoccupò anche di garantire le attività sportive dei ragazzi. Tutto questo permette, cosa assolutamente significativa, di comprendere, ai nostri giorni come valorizzare un sito industriale dismesso e di armonizzarlo in modo intelligente con il magnifico ambiente circostante.
Riuscire a vedere un cerbiatto mentre balza attraverso il sottobosco, seguire il caracollante incedere di una famiglia di ricci, riuscire a cogliere l'elusivo guizzo del re dell'Appennino, il lupo, sono esperienze che possono rendere indimenticabili un'escursione od una semplice passeggiata in montagna. Ma al di là dell'elettrizzante sensazione che può suscitare un simile incontro, lo studio e la tutela di un territorio dalla fragile ecologia e ricco di biodiversità come quello del nostro Appennino è diventato un imperativo etico e pratico a cui residenti e "cittadini" devono assoggettarsi. In quest'ottica è nata l'app presentata ad inizio anno a Palazzo Achilli, presso l'Ecomuseo della Montagna Pistoiese a Gavinana (San Marcello - Piteglio) realizzata con la collaborazione dell'Istituto di bioeconomia (Ibe) del Cnr.
"Mappiamo la biodiversità. Strumenti di citizen-science per esperienze di monitoraggio della biodiversità" è il titolo dell'iniziativa che ha come fine una raccolta dati in network, volta ad ottenere una mappatura dello stato di flora e fauna e che permetta al contempo di verificare l'impatto sull’ecosistema dei cambiamenti climatici. Utilizzando lo schema OpenDataKit - Kobotoolbox, i ricercatori Cnr-Ibe hanno implementato un'applicazione che permette a chiunque possieda un telefonino di raccogliere segnalazioni/osservazioni utili alla mappatura della biodiversità montana seguendo un questionario opportunamente progettato. L'applicazione è molto semplice e consente di raccogliere foto, suoni e video di specie vegetali o animali collegandole ad una geolocalizzazione.
Lo studio e la tutela di un territorio dalla fragile ecologia e ricco di biodiversità come quello del nostro Appennino è diventato un imperativo etico e pratico a cui residenti e "cittadini" devono assoggettarsi.
La "citizen science" (scienza del cittadino) e la "unconventional data sourcing collection" (raccolta dati da fonti non convenzionali) - specialmente piattaforme social - sono le nuove frontiere della ricerca scientifica sul campo, dalla biologia marina all'ornitologia, dove a fianco dei ricercatori professionali, agisce una rete di "collaboratori non continuativi" formata da volontari, guide, escursionisti o, in questo caso, semplici appassionati della montagna di tutte le età, ragazzi compresi. Si tratta di una collaborazione potenzialmente indispensabile per la valutazione delle condizioni ambientali, un'importante occasione per rafforzare il senso di appartenenza per chi vive il territorio e per chi lo studia, nonché per chi è consapevole di dover custodirne la bellezza e la biodiversità florofaunistica.
E' stato ribadito un'infinità di volte che la sostenibilità della vita in montagna si basa su una serie di delicati equilibri: l'equilibrio fra la vita selvatica e quella "addomesticata" dall'uomo, l'equilibrio fra le risorse utilizzate e quelle reimmesse nell'ambiente, l'equilibrio fra l'antropizzazione del territorio e lo spazio lasciato alla natura. Collaborare allo studio e al mantenimento di questi equilibri è facile, stimolante, doveroso. Per la montagna e per l'umanità.
Sito web EcoMuseo della Montagna Pistoiese: http://www.ecomuseopt.it/>
Il fascino e la bellezza dell'Appennino raccontate in un appuntamento tutto da seguire. Sabato 18 luglio, alle ore 17.30 in piazza Catilina a Cutigliano sarà presentata la guida cartacea del Cammino di San Bartolomeo. Una traversata che si sviluppa per circa 100 chilometri da Fiumalbo, in provincia di Moderna, fino a Pistoia. Un percorso nel verde che unisce i luoghi dedicati al culto del santo tra Emilia e Toscana, così come numerosi borghi della montagna pistoiese, alcuni dei quali iniziano a ritrovare proprio nei pellegrini che compiono il cammino una nuova rinascita.
A dar vita al Cammino, cinque anni fa, è un gruppo composto da diverse realtà del territorio, che include tra gli altri il Gruppo Studi Alta Val di Lima e le Pro Loco dei paesi attraversati dal tracciato.
La guida stessa è nata grazie ad una coralità di voci e al contributo di persone diverse. Ufficialmente il cammino è diviso in cinque tappe: Fiumalbo-Cutigliano, Cutigliano-Piteglio, Piteglio-Pontepetri, Pontepetri-Spedaletto, Spedaletto-Pistoia, cui si aggiungono due varianti (rispettivamente della seconda e della terza tappa) ed una deviazione che da Popiglio si dirama verso le terre lucchesi.
Oltre ad attraversare alcuni fra i borghi più belli dell’Appennino tosco emiliano, il Cammino permette di apprezzare le bellezze naturalistiche di queste montagne: dall’abetaia dell’Abetone alla faggeta della Riserva Biogenetica dell’Acquerino, passando per le acque del torrente Lima, attraversato dal suggestivo Ponte di Castruccio e dal Ponte Sospeso di Mammiano.
Sebbene di norma siano necessari cinque giorni per completare il percorso, i camminatori più esperti possono percorrerlo in minor tempo, mentre chi ha bisogno di più tempo può dividerlo in un numero di tappe maggiore.
Questo grazie anche ad una rete di ospitalità diffusa lungo il tragitto. Oltre ad attraversare alcuni fra i borghi più belli dell’Appennino tosco emiliano, il Cammino permette di apprezzare le bellezze naturalistiche di queste montagne: dall’abetaia dell’Abetone alla faggeta della Riserva Biogenetica dell’Acquerino, passando per le acque del torrente Lima, attraversato dal suggestivo Ponte di Castruccio e dal Ponte Sospeso di Mammiano.
All'evento, ad ingresso gratuito, parteciperanno Simone Breschi, Andrea Cuminatto e Federico Pagliai.
Foto: Vista di San Marcello Pistoiese - Crediti: Ph. Matteo Rovella per MR | AltoReno
Potrebbe essere un'idea, alla fine di un'escursione appoggiati al tronco di un larice nel rumoroso silenzio di un boschetto, oppure sparapanzati su una sdraio sulle rive di un laghetto montano, o al termine di una rilassante giornata termale, estrarre dal nostro bagaglio un bel libro per continuare la nostra full immersion nell'ambiente e nella cultura della montagna pistoiese. Proviamo a dare qualche suggerimento: cinque opere di narrativa storica, ambientati sulle nostre montagne.
Come non cominciare da quello che ormai è un classico: "Croniche epafaniche" di Francesco Guccini (Feltrinelli, 1989, 180 pagine). La comunità di Pavana negli anni '40 vista dagli occhi di un bambino prima, di un giovanotto poi.
Uno struggente amarcord di un'epoca e di un territorio che ormai esistono solo nei ricordi di alcuni e nelle leggende, ma che come ogni leggenda, conserva un fascino intramontabile.
Al tramonto dell'epoca granducale, quattro uomini chiusi in una taverna sperduta sull'Appennino, durante un violentissimo temporale, riconoscono nella figura infagottata che dorme distesa su una panca davanti al fuoco, il terribile Frate Capestro, il brigante più ricercato di tutto il Granducato. Stiamo parlando de "Il brigante" (Ugo Guanda Editore, 2006, collana Narratori della fenice, 161 pagine) romanzo breve di Marco Vichi, il creatore del commissario Bordelli. Sarà una notte di tragenda, di racconti bisbigliati e di propositi nascosti, in attesa di un'alba che presenterà il conto del destino a tutti i protagonisti della vicenda.
Che bella la nostra montagna, anche dalle pagine di un romanzo!
La montagna pistoiese del 1866, della fatica dei mezzadri e dei padroni in calesse, delle famiglie numerose e del pane da strappare ad una natura generosa ma selvaggia è quella che si ritrova nel romanzo di Barbara Beneforti "L'ultima stagione" (Marco Del Bucchia Editore, collana Vianesca, 2011, 160 pagine). Dopo averlo letto, passando per l'Alta Valle del Reno, nella Valle dei Burroni dalle parti di Sambuca - magari cercando il popolo degli Elfi che vi dimora - guarderemo quel territorio con occhi diversi.
Per chi vuole invece immergersi nella storia con la esse maiuscola ma sempre con un approccio narrativo, consigliamo "L'ultima battaglia. Vile tu uccidi un uomo morto" (Nuove Esperienze, 2013, 310 pagine) di Gianni Boccardi.L'epopea di Francesco Ferrucci, ai tempi dell'assedio di Firenze nel 1530, la marcia delle sue truppe sui monti appenninici, l'inseguimento degli imperiali, fino alla tragica e cruenta battaglia di Gavinana, nei dintorni di San Marcello.
E per concludere un giallo storico, rapido e frizzante, ambientato lungo il tragitto della costruenda Porrettana, nei dintorni di Sanmommè: "Delitto sui binari al tempo del Granduca" (Effigi, collana NarrAzioni, 2016, 96 pagine) della professoressa Laura Vignali.
Che bella la nostra montagna, anche dalle pagine di un romanzo!