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Frequenza di contagi dal Covid-19 tre volte superiori rispetto alla media nelle aree intensamente popolate. Sembrerà la scoperta “dell'acqua calda”, è vero, ma adesso c'è uno studio scientifico che mette nero su bianco questa dinamica proprio del nostro paese. Si intitola “Covid-19 and rural landscape: the case of Italy”, uno studio pubblicato su “Landscape and Urban Planning” e sulla “Working Paper Series” della Bce.


La ricerca, infatti, evidenzia come nei paesaggi cosiddetti “intensivi” (che rappresentano appena il 23% del territorio italiano, in corrispondenza delle aree più densamente popolate) ci si contagia tre volte di più. Sono gli stessi autori della ricerca che sottolineano come le istituzioni debbano mettere in campo una strategia per trattenere le persone nelle aree a più bassa intensità offrendo servizi, infrastrutture e agevolando il lavoro a distanza. Ne più ne meno quello che, nel nostro piccolo, cerchiamo di raccontare su questo sito da tempi non sospetti.


Il professore Mauro Agnoletti, docente dell’Università di Firenze nonché co-autore della ricerca, ha spiegato su ilfattoquotidiano.it (che poi ha pubblicato un estratto della ricerca stessa) che «è evidente la correlazione tra il paesaggio ad alta intensità energetica e il contagio, statisticamente significativa anche tenendo conto delle diverse caratteristiche demografiche, economiche ed ambientali. Il virus non si diffonde secondo limiti amministrativi regionali, ma secondo le caratteristiche territoriali. La densità demografica non è il fattore più determinante».

Le province con livelli più elevati di inquinamento e livelli più bassi di disoccupazione tendono ad essere maggiormente colpite dal Covid-19


Nello studio le variabili più significative sono i livelli di inquinamento e disoccupazione: «Le province con livelli più elevati di inquinamento e livelli più bassi di disoccupazione tendono ad essere maggiormente colpite dal Covid-19».
E quali sono questi territori da sviluppo “troppo intensivo”? Appunto, proprio quel 23% del territorio come detto in apertura. Obiettivo dunque dovrà essere  «rivitalizzare le aree rurali, magari anche attraverso le risorse messe a disposizione dal Recovery Fund e dalle politiche agricole». Come? «Dai servizi sanitari, assistenziali ed educativi alla tecnologia e alle connessioni internet, in modo che possano, per esempio, lavorare da remoto».


Sempre secondo questa ricerca, la percentuale di aziende agricole che utilizzano le telecomunicazioni è ancora troppo bassa . L’invito è quello «di ripensare a diversi modelli di sviluppo, perché certi modelli intensivi sono applicabili in determinate aree, ma non certo in tutto il resto del Paese per il quale, però, occorre un’alternativa». Questo deve avvenire anche in previsione del futuro prossimo che -ahimè- potrebbe non essere esente da nuove pandemie. E stavolta, farsi trovare impreparati come di fronte al Covid-19, non sarà più possibile.


Ancora una volta, lo ripetiamo: le istituzioni su vari livelli, dal Governo centrale fino alle amministrazioni comunali dei territori rurali, dovranno essere svelti e pronti a raccogliere questo cambiamento epocale. Le aree rurali in questo momento sono una risorsa preziosa ed una grande possibilità di sviluppo come non lo sono mai state prima.


 

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