Il rischio è che sia un nuovo “caso GKN” con centinaia di lavoratori a casa in nome del Dio Denaro. Un dramma nel dramma, perché l'azienda in questione, la SaGa Coffee di Gaggio Montano, è un punto di riferimento occupazionale per tutto l'Alto Reno e da lavoro a centinaia di persone. La SaGa Coffee, un tempo Saeco, fa parte del gruppo Evoca Spa di proprietà, a sua volta, del fondo di investimento Lone Star. Come abbiamo visto con la GKN, la dinamica è questa: una multinazionale, dopo avere usufruito del know-how dei lavoratori impiegati per qualche tempo, lo fa proprio, delocalizza dove fa più comodo e abbandona improvvisamente territorio e lavoratori.
A rischio ci sono 220 posti di lavori, tantissimi se considerati i numeri dell'ecosistema lavorativo montano. Se la chiusura venisse confermata sarebbe un evento letteralmente disastroso per l’Appennino tosco-emiliano, visto che quotidianamente l'azienda è raggiunta da personale emiliano e toscano. La situazione è estremamente rischiosa per tutti, a cominciare dalle 220 famiglie che rischiano di rimanere senza un'entrata economica importante. Di fronte alla fabbrica è in corso un presidio dei lavoratori, mentre la produzione è stata sospesa.
Anche il presidente della Regione Emilia-Romagna si è fatto sentire.
«Abbiamo chiesto tramite l'assessore Colla immediatamente l'apertura di un tavolo in Regione, ma informeremo subito il ministero dello Sviluppo economico perché questa è una questione che va portata direttamente all'attenzione del governo. Trattare le persone come numeri è ciò che in questa regione non può succedere».
Occorre dire, a Gaggio Montano come in tanti altri luoghi d'Italia, l'assenza di una vera legge anti-delocaloizzazione da carta bianca (o quasi) alle multinazionali e ai loro comportamenti talvolta a dir poco discutibili. Intanto, però, 220 persone rischiano di perdere il proprio stipendio da fine anno, senza contare la crisi “a catena” che arriverebbe dall'indotto rimasto improvvisamente senza il principale acquirente. Dalla politica arrivano le consuete richieste che si fanno in questi casi: «sgravi fiscali permanenti e infrastrutture adeguate».
Richieste un po' vuote, occorre dirlo, visto che arrivano da quella stessa politica che, oltre a proporle nei momenti di crisi, dovrebbe metterle in pratica ma che spesso non lo fa, salvo poche felici eccezioni. Monitoreremo questa vicenda con grande attenzione: ne va del destino non solo di 220 famiglie ma di buona parte dell'economia dell'area appenninica settentrionale.



