Ovunque, dalle Alpi Valdostante ai rilievi siciliani, aumenta l'attrattiva delle aree rurali montane in termini di abitabilità. I motivi sono noti e su queste pagine ne parliamo molto spesso: clima favorevole senza e o con pochissime ondate di caldo, minor inquinamento, minor traffico e costo delle abitazioni più basso rispetto alla pianura. Ovunque, però, c'è un grosso ma: la mancanza di servizi o il rischio che questi vengono a mancare. Le regioni, chi più chi meno, stanno cercando di sopperire con bandi e risorse al dissanguamento dei servizi che nelle aree montante è iniziato oltre vent'anni fa. In molti casi un'inversione di tendenza c'è già stata: grazie agli aiuti regionali, in varie zone di Italia sono stati riaperti bar, ristoranti, uffici postali, negozi e botteghe.
Inoltre, in molte aree è presente una connessione veloce per i residenti laddove poco prima non prendeva nemmeno il telefono. Tutto questo, però, non basta per due motivi principali: il primo è che non tutte le regioni si stanno occupando del ripopolamento delle loro montagne allo stesso modo. Alcune, come Emilia-Romagna e Piemonte stanno favorendo un reale sviluppo delle proprie aree residenziali in quota, altre come Toscane e Umbria sono ai proclami o poco più. Proprio in Umbria, nei giorni scorsi, è stata creata "L’assemblea della montagna”, che ha riunito spontaneamente le associazioni della montagna folignate.
«Il nostro obiettivo – come riporta La Nazione regionale umbra – è quello di fare massa critica, proponendosi come interlocutore delle amministrazioni pubbliche chiedendo l’adeguamento dell’offerta di servizi pubblici; l’adeguamento e la manutenzione della rete viaria; il potenziamento delle reti informatiche e dei servizi digitali; politiche abitative e piani organici di recupero e di valorizzazione urbanistica».
Domande precise e legittime segno però di una mancanza di attività efficaci da parte delle istituzioni regionali. In tutto questo, però, c'è un grande assente: lo stato centrale.
Formalmente non sarebbe così, perché il Governo ha stanziato 100 milioni per il 2022 e 200 milioni per il 2023 nella cosiddetta “Legge sulla Montagna”, che prevederà un credito di imposta per la durata di tre anni alle piccole e medie imprese condotte da giovani (con meno di 36 anni) che avvieranno un'attività in un comune di montagna e detrazioni per i cittadini con età inferiore a 41 anni che si trasferiscono in comuni fino a 2.000 abitanti. Sulla carta sono iniziative interessanti, ma più di un operatore della montagna ha espresso perplessità per questi provvedimenti, considerati un discreto inizio e nulla più. Per riportare le persone in montagna in massa, per aumentare la vivibilità di chi si trasferisce ma anche di chi rimane in città, insomma, ci vorrebbe ben altro da uno stato centrale.
La montagna, insomma, rimane ancora legata a doppio filo alla regione di appartenenza, che può essere un bene ma anche un male. L'Emilia Romagna, una delle più virtuosi a nostro avviso, dopo il bando per la casa (fino 30mila euro a fondo perduto per chi compra la prima casa in montagna), annuncia l'obiettivo di voler rendere gratuiti gli asili nido per queste aree.
«Garantiremo i fondi per l'attivazione dei nuovi posti negli asili nido e, al netto di ogni altro criterio di riparto, nessuna richiesta in montagna resterà inevasa. Dico quindi ai sindaci: attivate i servizi, attiviamo insieme i servizi, e noi li finanziamo. Se vogliamo portare qui giovani coppie serve anche questo. E anche a loro, alle giovani coppie, dico: restate qui o venite qui ad abitare e noi vi assicureremo i servizi per l'infanzia».
Un tipo di impegno che avremo voluto -e che ancora speriamo- di vedere anche dallo stato centrale che, tuttavia, al momento è più impegnato a tenere in piedi una flebile maggioranza in Parlamento rispetto a legiferare su questa e altri temi altrettanto importanti e urgenti.



