Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Tende volanti, attaccati ai tronchi dei pini, per rilassarsi ed immergersi nel relax che solo la montagna può dare. Arriva dalla Foresta del Teso in provincia di Pistoia il nuovo progetto che consentirà, Covid-19 permettendo, a tutti di poter godere della montagna in un modo davvero nuovo ed interessante. Si chiama Forest bathing e da questo anno si potrà fare anche sulla montagna pistoiese.
Esperti e cattedratici hanno illustrato l’impatto positivo sul nostro benese quando si riposa dentro le tende appese agli alberi.
«É una vera e propria terapia – spiega Fabio Bizzarri, uno dei soci dell’azienda della Foresta del Teso che gestirà l'attività – che attraverso l’esposizione, o meglio, l’immersione nelle sostanze organiche volatili del bosco mira a rigenerare il corpo e la mente, stimolando le difese immunitarie e attenuando gli effetti negativi dello stress».
«La Foresta del Teso è un concentrato dei punti di forza della moderna agricoltura, un’esperienza imprenditoriale che mostra i vantaggi collettivi della buona gestione del territorio – spiega Gianfranco Drigo, direttore di Coldiretti Pistoia –. Valorizzazione di aree montane, recupero produttivo di un bene pubblico, produzione biologica di frutti di bosco nelle varietà di eccellenza della montagna pistoiese, incremento del turismo sostenibile dove gli ospiti fruiscono della natura e la rispettano: tutto questo è anche sano sviluppo economico».
Funzionerà? É molto probabile, a noi l'idea piace un sacco.
La vita frenetica di città mette a dura prova la nostra psiche ogni giorno: pensare di poter “ricaricare le pile” sospesi tra gli alberi suona come un toccasana per tutti, soprattutto per chi non ha ancora la fortuna di essersi trasferito nel verde nelle nostre aree rurali per vivere.
Per saperne di più (e prenotare una sessione “sospesa” tra gli alberi) basterà scrivere a
La Statale 66 che si arrampica dalla piana pistoiese verso San Marcello, nel silenzio di boschi secolari, arrivata a Limestre, dopo una svolta, ci conduce ad un luogo veramente speciale: è il Dynamo Camp. É il primo camp in Italia di terapia ricreativa riservato a bambini e adolescenti fino ai 17 anni affetti da patologie gravi e croniche, alle loro sorelle e fratelli ed alle loro famiglie. Situato in un'oasi verde di oltre 900 ettari affiliata al WWF, nato nel 2007 da un progetto di riqualificazione industriale, il camp si propone di offrire "Un luogo magico dove la vera cura è ridere e la medicina è l’allegria". Si tratta di un caso unico di sinergia fra conservazione, fruizione ambientale e attivismo sociale.
Per i bambini ospitati gratuitamente "Dynamo Camp è un’opportunità per tornare ad essere semplicemente bambini, attraverso un periodo di divertimento e spensieratezza in un ambiente naturale e protetto, in cui la massima sicurezza è garantita dall’assistenza medica d’eccellenza e dalla supervisione costante di staff qualificato. Nelle strutture, perfettamente integrate nell'ambiente naturale, sono stati predisposti gli spazi per una vastissima gamma di attività volte, oltre che a divertire, a far ritrovare ai bambini la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Si va dallo sport al gioco con gli animali, dai laboratori creativi alle attività espressive, come il circo o il teatro.
Dentro c'è di tutto: un tendone da circo, un teatro - struttura polifunzionale per varie attività al chiuso - gli studi di "Radio Dynamo", gli "Art Lab", un campo attrezzato per il tiro con l'arco. Non solo: c'è la prima struttura di arrampicata e parco avventura in Europa ad essere completamente accessibile anche ai bambini in sedia a rotelle e, in una costruzione in legno e vetro, la piscina di 1090 metri quadrati, riscaldata e accessibile con le sedie a rotelle. Non manca la fattoria, dove i bambini possono interagire con cavalli, caprette e conigli e praticare attività di "laboratorio naturale" sempre assistiti da uno staff qualificato.
Infine, in una struttura trasparente immersa nel verde, si trova la mensa, dove bambini e ragazzi si riuniscono per i pasti che sono anch’essi momenti di gioco e socialità, scanditi dalla ritualità del “buon appetito”, del “brindisino” e dei balletti finali.
Nei locali adiacenti si trova il "Clubmed", un’infermeria perfettamente attrezzata, ma allegra e colorata, dove medici ed infermieri d'eccellenza gestiscono direttamente le procedure di routine dei bambini. La filosofia di Dynamo è, infatti, di avere un'assistenza sanitaria sempre presente e in grado di intervenire tempestivamente, ma in modo discreto.
La struttura ricettiva consta di oltre 200 posti letto, suddivisi fra camere e "casette", occupabili a seconda delle sessioni (sessioni solo per campisti o sessioni familiari). Una bambina, uscita dal camp, ha detto: «È un’esperienza che cambia, fa capire la tua importanza. Tutti siamo unici e speciali e nessuno e niente riuscirà a fermarti nella tua vita. Dynamo Camp ti fa capire proprio questo».
Erbe della salute: trovata pubblicitaria o fondo di verità? Più la prima che la seconda, e l'abbondanza di essenze sulle nostre montagne lo testimonia. Dal Medioevo al Rinascimento, ma praticamente fino all'età moderna, la conoscenza e la manipolazione delle erbe officinali sono state appannaggio di due estremi della società: da una parte i monaci delle comunità monastiche e dall'altra le streghe, o nei casi migliori, le guaritrici. Ripulita dalla patina di superstizione, la scienza erboristica è stata riscoperta ai giorni nostri ed ha raggiunto un'ampia diffusione. La montagna, infatti, è una grande dispensatrice di "materia prima".
Nell'auspicabile ipotesi di un allentamento della pandemia e, conseguentemente, di un ritorno alla possibilità di vita all'aria aperta, proviamo a vedere quali sono le dieci piante officinali non protette più comuni che le nostre montagne possono offrire! Insieme a loro, vediamo anche le loro principali proprietà.
Ovviamente, niente preparati "fai da te", ci raccomandiamo. Con la dovuta preparazione professionale, però, è indubbio che la raccolta, la preparazione e la commercializzazione delle piante officinali e dei loro derivati possono rappresentare un settore lavorativo con grandi margini di sviluppo. La natura, specialmente in montagna, sa dare tanto chiedendo indietro solo un po' di attenzione e cura.
La foresta come “salvezza scientifica” dalla pandemia e dall'ansia e dalla nevrosi che ne conseguono. Lo riporta un interessante articolo pubblicato da La Nazione, nel quale si legge dell'esperimento scientifico dello psicologo Francesco Becheri effettuato durante il lockdown. Non si fa fatica a credere che i boschi della Riserva dell’Acquerino e della Calvana potrebbero salvarci dall’ansia da Covid. Come ben sappiamo, infatti l’emergenza sanitaria ha imposto distanze sociali e cambiato il rapporto con il mondo esterno. Se abitiamo in città, questo ha significato anche allontanarci dalla natura e dai suoi benefici.
Esiste, non a caso, una precisa denominazione di tutto questo:“terapia forestale”
Il dottor Becheri ha lavorato su un campione di cento volontari dividendoli a metà. Un gruppo è stato sottoposto alla visione ripetuta di un video con immagini e suoni del contesto urbano. L’altro gruppo invece ha visto e rivisto un video con immagini girate nei boschi dell'Appennino tosco-emiliano, con i suoni della flora e della fauna. Il test ha dimostrato una sensibile riduzione dei livelli di ansia misurati fra i componenti di questo secondo gruppo. La natura, dunque, avrebbe un potente impatto sulla salute delle persone anche attraverso la semplice osservazione.
Esiste, non a caso, una precisa denominazione di tutto questo:“terapia forestale”. Una disciplina che analizza la relazione terapeutica tra uomo e ambiente forestale ed i suoi effetti benefici. Certo, non serviva forse una ricerca scientifica per mettere nero su bianco come il verde possa rilassare e far bene, soprattutto in periodi di stress da pandemia, ma è altrettanto vero che solo la scienza può far diventare fatti quelle per molti sono sensazioni. Il futuro, insomma, noi ce lo immaginiamo sempre più così: lontani dallo stress e dal caos della città, più vicino alle alture, alle colline, ai boschi. In altre parole: vicini al centro del mondo con internet e vie di comunicazioni adeguati, lontani chilometri e chilometri dal cemento e dal traffico.
Inutile puntare sulla montagna e sulle aree rurali se queste non possono garantire appieno la salute dei cittadini che vi abitano. Occorre dirlo: la situazione sulla montagna pistoiese è proprio questa. Al momento gli ambulatori di Campo Tizzoro e Bardalone vengono considerati insufficienti da molti dei residenti della zona per garantire un giusto diritto alla sanità a chi abita (e non sono poche persone...) queste aree. Ecco che alcuni cittadini e negozianti hanno dato vita ad una petizione per chiedere una gestione della sanità locale che vada oltre i poliambulatori paesani attualmente in funzione e si diriga verso un un nuovo «grande poliambulatorio, facilmente raggiungibile e dotato di adeguato parcheggio», come si legge nella stessa petizione.
La petizione potrà essere firmata nei prossimi giorni nei negozi di Bardalone, Campo Tizzoro e Pontepetri. In un modo o nell'altro, la popolazione locale torna a chiedere interventi volti a migliorare la propria possibilità di accesso alla sanità e di diritto alla salute.
Ne da notizia il quotidiano “Il Tirreno”.
Una soluzione fattibile in tempi relativamente recenti (a differenza di un vero ospedale) e che permetterebbe una migliore attività di collaborazione fra medici di medicina generale, medici specialisti ed infermieri nelle cure dei pazienti, senza dover esserci la necessità di recarsi presso altre strutture ospedaliere per ogni intervento che vada oltre la mera visita specialistica. La petizione potrà essere firmata nei prossimi giorni nei negozi di Bardalone, Campo Tizzoro e Pontepetri. In un modo o nell'altro, la popolazione locale torna a chiedere interventi volti a migliorare la propria possibilità di accesso alla sanità e di diritto alla salute.
Persone che vedono nel proprio futuro il continuare a vivere in montagna ma che vorrebbero -giustamente- servizi irrinunciabili quali ambulatori e strutture sanitarie adeguate, a maggior ragione in un 2021 di pandemia.
Il ripopolamento di queste aree passa anche da questi aspetti; chi amministra il territorio deve saper guardare avanti e seguire queste indicazioni dei residenti, senza rimanere fermo ad una condizione come quella attuale che viene reputata, evidentemente, insufficiente.
Sarà capitato a tutti di trovarsi in collina o in montagna, diciamo sopra i 2/300 metri di quota, e di osservare verso il basso una grande, immensa distesa di nuvole stratificate ad altezza del suolo. Una visione sicuramente spettacolare, visto che dal proprio punto di osservazione si osserva un autentico “mare di nebbia” laddove fino al giorno prima c'era la pianura. Ma cos'è quel mare di nebbia che vediamo? Nebbia, appunto! O meglio: vapore acqueo che condensa nelle zone di pianura e ristagna fino a che non intervengono brezze, venti o cambiamenti di temperatura o umidità che “rimescolano” l'aria come fossero un gigantesco cucchiaio.
In parole povere: abitare in collina o in montagna significa non avere mai a che fare con lo smog.
Il problema è che, specialmente d'inverno e in autunno, questo cucchiaio a mescolare l'aria in pianura spesso non arriva per giorni, cosicché l'aria in pianura rimane stagnante, schiacciata verso il basso dall'inversione termica propria dei periodi prolungati di alta pressione. Insomma, noi in collina o montagna continueremo a vedere splendere il sole nell'aria tersa mentre in basso, sulla pianura, il mare di nebbia non farà che inspessirsi. Il problema è che quel mare di nebbia è formato anche... di smog. Lo dice la parola stessa: smog è derivante dall’accoppiamento di smoke (fumo) e fog (nebbia). Questo si forma per il ristagno nell’atmosfera delle particelle solide e dell’anidride solforosa prodotti dalla combustione.
In altre parole: inquinamento. Quella che noi vediamo dalla collina come una bellissima coltre bianca sulla bianca in realtà è una pessima cappa di inquinamento che avvolge case e persone che si trovano al suo interno. Pessima perché l'aria così composta è altamente inquinata e chi si trova in pianura non può che respirarla. Sulle nostre aree rurali è impossibile arrivare a fenomeni di smog. In primis perché non esistono fonti di anidride carbonica così forti da poter creare coltri di smog in queste aree.
E poi, se anche fosse possibile creare così tanto smog in collina e montagna, questo non potrebbe far altro che scivolare verso valle, essendo più pesante dell'area circostante. In parole povere: abitare in collina o in montagna significa non avere mai a che fare con lo smog. Un lusso non da poco, in questi tempi di industrializzazione esasperata.
É una sentenza storica, che coinvolge il nostro paese molto più di quanto sembri anche se proviene dall'Inghilterra. Nel dicembre 2020, un tribunale di Londra ha stabilito che una giovane ragazza britannica sia stata uccisa dall'asma in seguito ad un'esposizione eccessiva all'inquinamento atmosferico e allo smog. Una dichiarazione rivoluzionaria perché per la prima volta lo smog viene indicato come concausa di morte da un tribunale britannico, perché il pronunciamento costituirà precedente per altre sentenze in un Paese di common law come il Regno Unito.
...questa sentenza crea un precedente giuridico che inizierà a rivoluzionare il diritto alla salute delle persone...
Questo, però, è una sentenza nero su bianco monito per tutto il mondo, specialmente quelle zone particolarmente inquinate come le pianure d'Italia. Su tutte, la Pianura Padana, una delle zone con l'aria più inquinate d'Europa. La bimba viveve con i suoi genitori a Londra, vicino alla South Circular Road, una delle strade più trafficate della metropoli, nel sobborgo di Lewisham. Lo stato di salute della piccola è peggiorato notevolmente a causa di attacchi d'asma sempre più forti fino all'ultimo, fatale.
La prima inchiesta sulla morte di Ella, datata 2014, non citava lo smog come causa ma le continue ricerche e il lavoro di medici legali e avvocati ha appurato che esisteva una correlazione tra picchi di inquinamento e stato di salute della piccola.
Da lì, la sentenza storica arrivata sei anni dopo la morte della piccola. Non serviva un tribunale britannico per chiarire che lo smog e l'aria ristagnante della pianura è nociva per l'uomo, ma questa sentenza crea un precedente giuridico che inizierà a rivoluzionare il diritto alla salute delle persone. In attesa che l'industrializzazione passi a fonte di energia rinnovabili e meno inquinanti (un processo destinare a durare decenni, ad essere ottimisti...), per respirare aria non contaminata elle nostre zone non ci resta che volgere lo sguardo verso l'alto, verso quelle colline e quelle montagne che lo smog non sanno neppure cosa sono.
Frequenza di contagi dal Covid-19 tre volte superiori rispetto alla media nelle aree intensamente popolate. Sembrerà la scoperta “dell'acqua calda”, è vero, ma adesso c'è uno studio scientifico che mette nero su bianco questa dinamica proprio del nostro paese. Si intitola “Covid-19 and rural landscape: the case of Italy”, uno studio pubblicato su “Landscape and Urban Planning” e sulla “Working Paper Series” della Bce.
La ricerca, infatti, evidenzia come nei paesaggi cosiddetti “intensivi” (che rappresentano appena il 23% del territorio italiano, in corrispondenza delle aree più densamente popolate) ci si contagia tre volte di più. Sono gli stessi autori della ricerca che sottolineano come le istituzioni debbano mettere in campo una strategia per trattenere le persone nelle aree a più bassa intensità offrendo servizi, infrastrutture e agevolando il lavoro a distanza. Ne più ne meno quello che, nel nostro piccolo, cerchiamo di raccontare su questo sito da tempi non sospetti.
Il professore Mauro Agnoletti, docente dell’Università di Firenze nonché co-autore della ricerca, ha spiegato su ilfattoquotidiano.it (che poi ha pubblicato un estratto della ricerca stessa) che «è evidente la correlazione tra il paesaggio ad alta intensità energetica e il contagio, statisticamente significativa anche tenendo conto delle diverse caratteristiche demografiche, economiche ed ambientali. Il virus non si diffonde secondo limiti amministrativi regionali, ma secondo le caratteristiche territoriali. La densità demografica non è il fattore più determinante».
Le province con livelli più elevati di inquinamento e livelli più bassi di disoccupazione tendono ad essere maggiormente colpite dal Covid-19
Nello studio le variabili più significative sono i livelli di inquinamento e disoccupazione: «Le province con livelli più elevati di inquinamento e livelli più bassi di disoccupazione tendono ad essere maggiormente colpite dal Covid-19».
E quali sono questi territori da sviluppo “troppo intensivo”? Appunto, proprio quel 23% del territorio come detto in apertura. Obiettivo dunque dovrà essere «rivitalizzare le aree rurali, magari anche attraverso le risorse messe a disposizione dal Recovery Fund e dalle politiche agricole». Come? «Dai servizi sanitari, assistenziali ed educativi alla tecnologia e alle connessioni internet, in modo che possano, per esempio, lavorare da remoto».
Sempre secondo questa ricerca, la percentuale di aziende agricole che utilizzano le telecomunicazioni è ancora troppo bassa . L’invito è quello «di ripensare a diversi modelli di sviluppo, perché certi modelli intensivi sono applicabili in determinate aree, ma non certo in tutto il resto del Paese per il quale, però, occorre un’alternativa». Questo deve avvenire anche in previsione del futuro prossimo che -ahimè- potrebbe non essere esente da nuove pandemie. E stavolta, farsi trovare impreparati come di fronte al Covid-19, non sarà più possibile.
Ancora una volta, lo ripetiamo: le istituzioni su vari livelli, dal Governo centrale fino alle amministrazioni comunali dei territori rurali, dovranno essere svelti e pronti a raccogliere questo cambiamento epocale. Le aree rurali in questo momento sono una risorsa preziosa ed una grande possibilità di sviluppo come non lo sono mai state prima.
Più intelligenti grazie al verde. Lo dice una ricerca condotta da un team di epidemiologi ambientali della Hasselt University in Beglio capitanata dal professore Tim Nawrot. Come è stata portata avanti questo studio? In pratica sono stati prese in esame una serie di immagini satellitari per misurare il grado di vegetazione nei quartieri di alcune città prese a campione. Sono state calcolate quindi la presenza di alberi, dei giardini, di parchi e aree verdi in genere. Ebbene, è stata rilevata una correlazione i bambini cresciuti in aree verdi e sane livelli di quoziente intellettivo maggiore.
Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Plos Medicine e riportata in Italia dal quotidiano La Repubblica, basta molto poco verde in più rispetto alla media per avere un primo aumento del QI: un incremento del 3% del verde nell'ambiente può portare un aumento di 2,6 punti nel QI appunto. I dati sono stati rilevati su oltre 600 bambini tra i 10 e i 15 anni, concentrandosi su quelli cresciuti in aree o quartieri particolarmente verdi, sia nelle zone più ricche che in quelle più povere delle città. I motivi ipotizzati di questa correlazione? Livelli di stress minore, maggiore possibilità di interazione, gioco e contatto sociale.
quanto sia più “a misura d'uomo” una vita vissuta sulle colline tra Toscana ed Emilia
Inoltre il verde sarebbe anche curativo per quanto riguarda i casi di scarsa attenzione e aggressività. «Ci sono sempre più prove che gli spazi verdi sono associati alla nostra funzione cognitiva, come le capacità di memoria e l'attenzione" ha spiegato Nawrot commentando il suo studio. "Penso che i costruttori e gli urbanisti dovrebbero dare priorità agli investimenti in spazi verdi perché è davvero un valore creare un ambiente ottimale in cui i bambini possano sviluppare il loro pieno potenziale».
Al di là degli studi scientifici delle università europei, non serve uno scienziato per capire quanto sia più “a misura d'uomo” una vita vissuta sulle colline tra Toscana ed Emilia rispetto a quella caotica e trafficata tra i palazzi delle grandi città di pianura.
Non è nostro intento sminuire questi dati scientifici, ma non scopriamo nulla di nuovo. Le aree rurali, in particolare la “nostra” dell'Alto Reno, sono la testimonianza che lo stress si può battere non solo con le onde del mare ma anche con la bellezza di boschi e paesi (non città) dove le strade non sono ingolfate e l'aria non odora di smog. Basta farci un giro (nei limiti del dpcm) per capire.
La situazione dei punti di assistenza sanitaria in montagna non rappresentano -ahinoi- un'eccellenza della nostra Metropoli Rurale. Mappa alla mano, i presidi sanitari importanti sono sostanzialmente tre, al massimo quattro (a costo però di estendere la nostra area di riferimento). Vediamo dove sono e quali servizi offrono. Il più grande e il più attrezzato è l'ospedale civico Costa di Porretta Terme. Inaugurato nel 2010, ha una superficie complessiva di 12.550 metri quadrati ed è dotato delle più avanzate tecnologie in termini sanitari, oltre ad essere in rete con tutti gli ospedali bolognesi e con la medicina del territorio. Vicino all'ospedale c'è anche una elisuperficie garantisce tempi più rapidi di intervento del 118 visto la possibilità di atterraggio/decollo dell'elisoccorso in caso di necessità.
L'ospedale è considerato un polo sanitario riferimento privilegiato non solo per i cittadini di Porretta e dell’alta Valle del Reno ma per tutta l'area collinare, anche toscana. Al suo interno si possono ricevere tutte le prestazioni, dalla prenotazione al CUP sino all’intervento chirurgico, oltre che ovviamente le urgenze 24 ore su 24. Sospostandoci sul versante toscano, è presente il P.I.O.T, Presidio Integrato Ospedale Territorio di San Marcello Pistoiese. Il presidio è stato classificato come ospedale fino al 2013 (meglio conosciuto come "Ospedale Pacini") per poi venire ridotto a "Presidio Integrato": un modo formale per dire che è si un ospedale, ma con un autonomia di servizi e funzioni più limitata rispetto ad un ospedale in tutto e per tutto, come quello di Porretta come il San Jacopo a Pistoia.
Le istituzioni insomma, a tutti i livelli, non devono dimenticarsi che la necessità di una buona sanità esiste anche per le persone che non abitano in pianura.
Questo presidio è stato per anni al centro di una battaglia sociale da parte di un comitato che ha contato, negli anni, fino a 8mila persone iscritti che chiedevano a gran voce il ripristino dei servizi di un vero ospedale. Una battaglia che purtroppo non ha dato buon esito e che ha recentemente portato allo scioglimento del comitato stesso. Sempre rimanendo in ambito toscano, tra le località di Le Regine ed Abetone, è presente un punto di primo soccorso gestito dalla Misericordia della Toscana, con tre ambulanze con equipaggi di volontari sempre presenti. Guardando all'Emilia Romagna, ai limiti della zona di nostra interesse, registriamo infine il policlinico di Vergato, sito ad una trentina di chilometri da Porretta verso Bologna.
Come accennato all'inizio, la quantità di presidi ospedalieri sul territorio non è forte come vorremo. Esistono altresì una serie di strutture private pronte e a curare le persone, ma noi siamo per una sanità quanto più possibile pubblica e accessibile a tutti. I pericoli riguardanti agli interventi di emergenza sono parzialmente cancellati dal largo uso dell'elisoccorso in queste aree, tanto sul versante emiliano quanto su quello toscano. Gli elisoccorsi, infatti, possono trasportare pazienti in pochi minuti dalle zone montane fino agli ospedali di Pistoia e di Bologna. Le difficoltà però ci sono al momento dell'atterraggio vicino alla zona di necessità, che non sempre è adatta ad ospitare un mezzo ingombrante come un elicottero. Quindi, l'elicottero aiuta ma non risolve tutti i problemi di sanità di quest'area. Le istituzioni insomma, a tutti i livelli, non devono dimenticarsi che la necessità di una buona sanità esiste anche per le persone che non abitano in pianura.