Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
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Domenica 22 agosto arriverà a Maresca l'artista Riccardo Lenski, importante disegnatore per il quale la nostra associazione Convivio OdV sta allestendo in seno alla manifestazione da noi promossa La Montagna a Fumetti, due sale che ne ripercorrono la retrospettiva artistica. Riccardo Lenski, Genovese di nascita, figlio di esuli fiumani, ha lavorato per venticinque anni come scenografo Mediaset e tutt'oggi ne cura i palinsesti di alcune reti. Stimato per la sua capacità grafica era stato chiamato lo scorso anno ad esibire alcune sue opere a Fiume Capitale Europea della Cultura.
È quindi un immenso onore per tutta la nostra comunità provinciale che abbia scelto di partecipare e portare le sue opere in un evento da noi promosso e di divenire membro della nostra associazione culturale. L'artista sta producendo una serie di ritratti di personaggi illustri passati o nati nel nostro territorio, opere che, a seguito accordi con il sindaco Tomasi vorremo far esporre al Panteon una volta terminato il restauro. È previsto per domenica 22 agosto alle ore 15:00 un incontro con il Presidente della Provincia di Pistoia e Sindaco di San Marcello Piteglio Luca Marmo.
Lenski sarà ospitato per tutta la settimana seguente presso l'hotel La Pace di Maresca dove abbiamo allestito una Casa dell'Artista nella quale sarà possibile ammirare un confronto tra le sue opere e quelle di altri due artisti pistoiesi: Vince del Post Industriali Atelier e Ldb.
Gabriele Carradori - Presidente Associazione Culturale Convivio OdV
La manifestazione si propone di creare un dialogo tra varie arti figurative (fotografia, grafica e arti in genere), come già sperimentato nella scorsa edizione (Campo Tizzoro 5-6 Settembre 2020) e comunque elemento costante che distingue La Montagna a Fumetti dagli altri eventi nell'ambito comix. La tematica dell’intera manifestazione vuole mettere in dialogo i vari linguaggi confrontandosi sui borghi della montagna pistoiese, la loro storia, la loro vivibilità contemporanea e le loro prospettive future di sostenibilità sociale. Questo anno durante la mostra che si terrà a Maresca bei giorni 27, 28 e 29 Agosto 2021, ci proponiamo di cercare un dialogo tra le bellezze dei borghi dell'Appennino pistoiese, partendo da una personale di David Dolci e dalle sue foto che illustrano i Borghi delle nostre montagne e i fumetti di molti artisti nazionali che, utilizzando come protagonisti delle loro illustrazioni bambini, ci racconteranno la società di oggi e quella che ci aspettiamo una volta
passata questa pandemia.
Sogni speranze ed un pizzico di ironia in opere ambientate nel nostro territorio e raccontate da bambini, sarà idealmente il filo conduttore dell’evento. In questa ottica è importante anche farsi raccontare da un bambino quello che abbiamo vissuto ed il futuro che vogliamo costruire, e dedicarlo ai bambini ospiti di Dynamo Camp. La manifestazione che si svolgerà in collaborazione con la Pro loco di Maresca che negli stessi giorni darà luogo alla festa delle Associazioni, prevede: Fiera del fumetto (mostra mercato) presso giardino di Piazza della Stazione; Personale di David Dolci di foto a tema borghi dell'Appennino pistoiese, presso sala della Coop di Maresca; Esposizione di grafica d’autore di disegnatori italiani sul tema della manifestazione, presso la stessa sala della Coop di Maresca; Realizzazione murales permanenti c/o spazi ex cinema Maresca ad opera dell'artista pistoiese LdB; Personale dell'opera grafica dell’artista Riccardo Lenski c/o spazio Tartaruga, Maresca; Affissione in luoghi idonei di riproduzioni delle opere grafiche sia di Lenski che degli altri artisti.
Incontri con gli autori, presentazione libri e conferenze-dibattiti. Grazie ai gadget realizzati specificatamente per l'evento, offerti dalla ditta Stygrafix di Scandicci, saremo in grado di allestire punti per raccogliere le donazioni da destinare a Dynamo Camp che sarà l’ente beneficiario dei fondi raccolti durante l’evento.
Un libro che unisce la biografia dell'infanzia della scrittrice alla natura che ci circonda. "Suite per un Castagno" di Raethia Corsini, edito da Guido Tommasi Editore. Raethia Corsini, giornalista e scrittrice, ci regala un racconto colmo di passione, di ricordi, di personaggi, e la storia di uno dei più importanti alberi dei nostri boschi.
Il racconto parte dall'infanzia dell'autrice passata in compagnia del suo amico Gnone. Proprio da questo albero e dalle sue radici, le possenti radici di Gnone, prende spunto il libro. E proprio dal castagno vogliamo iniziare le nostre domande all'autrice.
Il castagno, che è il protagonista principale, lo racconta sotto tutte le sue sfaccettature, stagione dopo stagione. Cosa rappresenta per lei questo albero?
«La saggezza, l’armonia; la durezza che la natura e la vita possono riservare ma che possiamo affrontare e accettare semplicemente seguendo il ritmo “delle stagioni”, imparando a vivere l’attesa senza bruciare le tappe: il castagno è una pianta “lenta”, dalla vita lunga».
Dettagliati ricordi, situazioni, esperienze e tante persone descritte minuziosamente. Come ha scelto le storie da inserire nella narrazione del suo libro?
«Seguendo il filo della memoria di bambina: via via che scrivevo spuntavano, da sole. Perché sono parte di me, non è stato difficile farsi cullare».
E poi c'è Graziella, storia di una grande donna. Che ruolo ha avuto nel racconto?
«Graziella è per me l’emblema di che cosa sia la guerra, ogni guerra. La sua storia è unica e al contempo uguale, purtroppo, a milioni di altre in ogni tempo: le donne sono ancora un vessillo da brandire per colpire il nemico. Ucciderle, violentarle, o ingravidarle come gesto di dominio. Il ruolo nella storia è apparentemente marginale, incidentale, ma in verità è stato determinante nella mia infanzia e nel resto della mia vita».
Vita di paese, che a differenza della città, si espandano al circondario della casa, perché casa e comunità si fondono insieme, nel bene e nel male. Un racconto come il suo sarebbe stato possibile ambientarlo in città?
«Non saprei dirlo. Ho vissuto a lungo e ancora oggi vivo in grandi città: anche lì si creano piccole comunità: il quartiere, il condominio. In termini relazionali anche lì – forse un tempo non più oggi – le giornate si animavano di storie raccontate e di condivisione tra persone. Certo manca la parte della natura, che nel mio racconto è determinante».
A un certo punto cita "Heidi" come esempio di una vita di montagna stereotipata, in un contesto di vita rurale lontana ormai dalla realtà del 2021. Nel suo libro leggiamo dinamiche vere di montagna, finalmente...
«Mi fa piacere arrivi questo al lettore. Vivere in montagna, o in zone dove la natura predomina, non è mai facile: non ci sei solo tu, c’è appunto la natura che scandisce – più di quanto non faccia un tram, un cinema, un museo – il ritmo della tua vita. Mi è piaciuto anche scherzare un po’ su questo tema provando a ricondurre il pensiero di chi legge a un rapporto tra causa ed effetto (cosa che a mio parare scarseggia tra noi umani, specie se urbanizzati): se una valle è molto verde e poco antropizzata significa che sì certo è bellissimo, ma perché sia così significa – per esempio – che durante buona parte dell’anno non si esce di casa perché piove senza sosta; significa che è difficile, magari, costruirci case o che l’economia non è così sviluppata da favorire una maggiore antropizzazione».
A un certo punto ci racconta che è dovuta partire, abbandonare quel paese dal sapore retrò per entrare nella modernità, Si è mai pentita di questa scelta di vita?
«Non è stata una mia scelta: avevo dieci anni, hanno scelto i miei genitori per me. Credo però sia stata una scelta azzeccata: proprio per i motivi indicati nella risposta precedente, la vita di paese negli anni Settanta, non poteva offrire opportunità di crescita come invece la città. Oggi, nel mondo iperconesso, forse sarebbe diverso».
Montagna significa anche cucina prelibata ed un rapporto molto stretto tra territorio, tradizione e alimentazione. Quanto vale riscoprire quei gusti veri e autentici? C'è il rischio di perderli nel nome del progresso e dell'omologazione?
«Il legame con la cultura gastronomica è per tutti i ogni dove molto più radicato di quanto ci si renda conto. Io ho continuato nel tempo a riproporre a me e alle persone care certi piatti cui sono legata, come gesto di affetto: piacciono molto a me, vorrei che anche gli altri apprezzassero la bontà. Ma il sapore che si ricorda, non è mai lo stesso. L’autenticità – a meno che non ci sia una totale manipolazione della materia prima – sta più nel ricordo del sapore. Inutile scomodare Proust».
Sta già pensando ad un nuovo libro?
«Chi scrive pensa sempre a un nuovo libro, altri nuovi libri. Personalmente scrivo quando ho un’urgenza da tradurre in parole, quando una storia o un’idea bussano ripetutamente alla mente. Poi spesso accantono. Vedremo».
Quando le vedremo da queste parti, nelle “sue” montagne? In fondo sembra che questi luoghi la stiano aspettando...
«Ci aspettiamo reciprocamente: ogni volta è un incontro intenso, intimo. Spero di passarci presto per starci un po’, andare da Gnone che ancora svetta maestoso, per farmi dare qualche consiglio sulla vita».
Zippora.it - I libri di Raethia Corsini
La Piccola Cattedrale della Montagna pistoiese compie 750 anni.
Sono passati tre quarti di millennio, infatti, dal 1271 quando venne finita di edificare la Pieve di Santa Maria Assunta di Popiglio. Un anniversario che verrà celebrato in tono semplice, ma molto sentito, con un calendario di iniziative organizzato dalla Parrocchia di Popiglio, una settimana fra celebrazioni religiosi e iniziative culturali.
Il Programma
Il sogno sarebbe stato quello di organizzare una grandissima festa popolare come avrebbe meritato un anniversario di questo tipo, ma la lotta alla pandemia, ovviamente, lo sconsiglia. Ci si limiterà così all’essenza: d’altronde la Pieve di Popiglio, nei suoi 750 anni di storia è già stata in numerose occasioni testimone di guerre ed epidemie ed ha insegnato ad affrontare le difficoltà e a celebrare i momenti felici adattando il tono e i modi ai momenti che si stanno vivendo.
Il programma delle celebrazioni comincia domenica 8 agosto con una Messa nella Chiesa del vicino convento delle suore in occasione della festa di San Domenico. Si prosegue poi con la tradizionale processione di Santa Maria per le strade del paese: al fianco del parroco, don Adam Tabiziewski, ci saranno tutti i suoi predecessori. Il 15 agosto, invece, la messa sarà celebrata dal vescovo di Pistoia, monsignor Fausto Tardelli.
Ricco e variegato anche il programma delle iniziative culturali, in programma in chiesa alle 21: lunedì 9 agosto si parlerà di don Lorenzo Milani e dell’attualità della sua lezione con Sandra Gesualdi, giovedì 12 saranno affrontati gli aspetti storici e artistici della Chiesa, mentre lunedì 16, con il critico televisivo di ‘Avvenire’ Andrea Fagioli, si affronterà il tema ‘Stare svegli davanti agli schermi: la necessità di un’attenzione’.
La Pieve
Nel XIII secolo la comunità popigliese decise di dotarsi di una Chiesa più grande e non badò a spese: si tratta infatti di una delle Chiese più grandi di tutto l’Appennino tosco-emiliano.
Per lavorare all’imponente facciata ispirata allo stile tardo romanico, con due bifore e una trifora e costruita in pietra serena, furono ingaggiati dei maestri scalpellini lombardi, i cosiddetti comacini, che finirono il lavoro nel 1271, dando prova del loro estro, ma anche della loro consapevolezza architettonica che con gli anni si è dimostrata: la Pieve è adesso lambita dalla statale 12, opera dei Lorena e conosciuta dai motociclisti di tutta Europa come parte della “Via dell’Amore”, una strada che collega la Baviera al Mar Tirreno. Il suo campanile, sempre in pietra serena, alto 22 metri crea oggi un naturale restringimento di carreggiata che obbliga chi ci passa in macchina quasi a fermarsi e a regalare uno sguardo d’ammirazione a quella facciata imponente e austera.
Al suo interno la Pieve di Santa Maria Assunta permette invece di fare un viaggio nella storia dell’arte del nostro paese. Assomiglia infatti a una Chiesa barocca romana del ‘600: all’epoca, infatti, alcune famiglie popigliesi fecero fortuna alla corte dei Papi e finanziarono il restauro della Chiesa del loro paese d’origine. Oggi si può ammirare un trittico di statue di marmo realizzato da allievi del Bernini. Ma ci sono anche alcuni quadri, in particolare di Sebastiano Vini, di ispirazione vasariana e debitori della pittura manierista fiorentina. Senza contare quello che, per secoli, ha reso celebre il paese di Popiglio nella montagna pistoiese: ovvero l’arte della falegnameria. I maestri intagliatori hanno dato prova della loro cultura manuale in molte epoche diverse: ne sono testimonianza i confessionali, i pancali e il soffitto a cassettoni. Realizzati da artigiani il cui nome è purtroppo rimasto ignoto, ma che avrebbe meritato di essere ricordato insieme a quello degli artisti.
Accanto alla Chiesa di Popiglio c’è il museo diocesano d’arte sacra e della religiosità popolare che fa parte dell’Ecomuseo della Montagna pistoiese, che testimonia un modo di vivere la religiosità che fa parte della storia. La piccola cattedrale della Montagna Pistoiese, affidata fin dai tempi antichi alla protezione della Beata Vergine Maria, ha, quasi naturalmente creato una piazza che in 750 anni ha incrociato, e spesso ha fuso, aspetti sacri e profani: dalle processioni con la Madonna ai canti del Maggio, dalle discussioni sul futuro del mondo all’ultimo saluto a un paesano che se n’è andato.
La facciata della Chiesa di Popiglio è leggermente più corrosa rispetto alle altre mura perimetrali esterne, che sono protette delle vette dell’Appennino. Si pensa che questo si debba all’azione della salsedine, nonostante il mare disti più di 50 chilometri, alla quale la facciata è esposta. Ma è forse il simbolo più efficace di quello che pensavano quelli che 750 pensarono e costruirono la Chiesa e mentre lo facevano immaginavano la comunità che le si sarebbe formata attorno. Pensavano cioè ai popigliesi del futuro proprio come avevano costruito quella Pieve: con i piedi ben piantati sulla montagna pistoiese, con le cime dell’Appennino che proteggono le spalle, ma con lo sguardo rivolto verso il mondo, verso l’ignoto, verso il mare e verso quello che c’è oltre il mare.
Comunicato stampa fornito gentilmente da Mauro Banchini
Orsigna Arum Festival è un evento culturale che si terrà a Pistoia in località Orsigna dal 05/08/2021 al 08/08/2021. Nasce nel 2020 dalla collaborazione dell’Azienda Agricola Arum di Tommaso Corrieri con l’agenzia di viaggi La Poderosa di Margherita Mansuino ed è stato ideato come un evento di rigenerazione, come suggerisce il suo nome: Arum infatti è una pianta che rigenera i terreni e che quando è in fioritura crea calore (Arum deriva dal greco Aron che significa “calore”). L’obiettivo è quindi quello di rigenerare sia il territorio che lo ospita che le persone che vi partecipano, ma anche realtà lontane da noi, attraverso il sostegno ad organizzazioni umanitarie che si occupano di cooperazione internazionale. Dopo il sostegno dello scorso anno alla ONG Bambini nel Deserto, quest'anno Orsigna Arum Festival supporta il Comitato in Bianco e Nero, Associazione laica ETS ODV che dal 2014 sostiene l’Hospital Catarina Troiania Nhacra Teda in Guinea Bissau, offrendo un supporto sanitario, nutrizionale ed educativo più ampio alla popolazione locale, soprattutto a donne e bambini. Parte del ricavato di Orsigna Arum Festival 2021 andrà in beneficenza al Comitato in Bianco e Nero per la realizzazione del progetto Willne Mames n’ba - Una casa per la missione.
Il tema centrale di Orsigna Arum Festival 2021 è “Vivere nella Natura”, stare a contatto con l’ambiente, riscoprendo conoscenze e usi tradizionali, ascoltando racconti di vita in montagna. Orsigna Arum Festival trasmetterà l'importanza di vivere in Sintonia con la Natura attraverso scrittori come Maurizio Cesprini, Federico Pagliai, il Cantastorie e Martina Frullanti, che vi parleranno proprio di questo e delle loro esperienze di vita in Montagna. Daniele Corsini ci mostrerà la sua idea per rivitalizzare i borghi tra tradizione e modernità. Ricercatori della Natura e delle sue Piante ci insegneranno a trarre da queste i loro preziosi benefici. Mirco Donati ci parlerà di alimentazione sana e naturale...
Come scrisse Tiziano Terzani:
“…Dopo tutti i libri che uno legge nella vita, dopo tutte le cose che uno vede, la più grande maestra, la più grande maestra è la natura. La natura ti insegna tante cose. E se noi riuscissimo a portare nella nuova generazione questo senso della natura credo che lasceremmo un po’ di speranza, costruiremmo un po’ di speranza per questi giovani che si vedono così disperatamente disorientati, confusi, fra la pressione che gli mettiamo addosso con la nostra società, l’aver successo, il correre, il fare soldi, il diventare importanti, potenti… La natura, se riusciamo a far scoprire la natura facciamo tanto.”
L’intento del festival è quindi quello di richiamare le persone alla montagna e alla sua vita, attraverso seminari ma anche trekking, forest bathing, yoga, meditazione, bagno di gong, ricerca di piante officinali e altre attività nei boschi, in sintonia con la natura. La sera ci saranno concerti di alta categoria con musicisti come Dimitri Espinosa, Daniela Dolce, Mario Mariani e molti altri artisti. È previsto anche uno spazio per i più piccoli, con laboratori sugli erbari magici, passeggiate alla ricerca degli abitanti della foresta tra il magico e il reale, storie con le carte del Leggendiario, allungamento con gli animali yogici della foresta, laboratorio di mimetizzazione trucca bimbi...
Il Festival si tiene in provincia di Pistoia, in località Orsigna, nell’area denominata “Pian dell’Osteria”, gestita da Azienda Agricola Arum di Tommaso Corrieri. Qui si arriva a piedi, lasciando la macchina nel parcheggio che verrà segnalato. In alcuni orari, per chi non potrà camminare, verrà fornito un servizio navetta. Colazioni, pranzi, merende e cene verranno preparati con prodotti naturali locali, sani e dal sapore genuino. È vietato l’ingresso ad alimenti e bevande esterne, sono invece benvenuti posate e bicchieri portati da casa, anche se verrà rispettata la raccolta differenziata. Verranno poi allestite un’area docce con acqua di montagna riscaldata al sole e bagni ecologici nel bosco costruiti in legno. Per la notte pianteremo le nostre tende e dormiremo nel bosco a circa 1200 metri di altitudine... è consigliato il sacco a pelo pesante!
Per prenotazioni è necessario compilare il modulo online https://forms.gle/D6WhEjwJCXyY3AkY9 presente sulla pagina facebook dell’evento “ORSIGNA ARUM FESTIVAL 2021”: https://www.2343ec78a04c6ea9d80806345d31fd78-gdprlock/events/169691085175543.
Per altre informazioni Margherita Mansuino: 333 7241071 - Tommaso Corrieri: 339 3087975 - www.orsignaarumfestival.it
Per gli abitanti della Montagna Pistoiese, i Castagni sono (e son stati) talmente importanti da essere altresì chiamati “alberi del pane”. Il rimando alimentare non è casuale ed il motivo affonda le proprie radici nella condizione di povertà del comprensorio in questione, i cui rigidi inverni compromettevano notevolmente la possibilità di approvvigionarsi scorte di cibo. Tra gelate e ampie nevicate, la comunità montana era spesso forzatamente isolata, con i raccolti nella tipica penuria della stagione fredda: in un clima simile, il Castagno si è rivelato l’unico albero da frutto il quale non solo è degnamente sopravvissuto, ma si è anche esteso in maniera strabiliante in una fascia compresa tra i 200 ed i 1000 m slm, tra l’Appennino e i rilievi del Montalbano, comprendendo una porzione davvero consistente del nostro territorio.
Più che un semplice fusto, il Castagno è per la Montagna Pistoiese un fedele alleato e un necessario compagno di vita: una salvezza almeno fino agli anni antecedenti la prima metà del XX secolo, quando le mani esperte dei castanicoltori contribuivano alla sussistenza di una comunità intera. Denominata anche “oro marrone”, fin da tempi remoti la farina di castagne si rivelò preziosa non solo per la varietà di ricette possibili ma anche per il suo alto contenuto di proteine, fibre e vitamine unito alla lunga possibilità di conservazione. La farina dolce di castagne pistoiese si caratterizza per il suo colore bianco-avorio, il sapore dolce con leggero retrogusto amarognolo e l’intenso profumo del frutto di cui porta il nome.
Una polvere magica, questa, che dà vita a svariate leccornie tra le quali, senza dubbio, spiccano come maggiormente conosciuti i tipici necci (di cui è celebre la sagra di Pracchia) nati dall’unione con acqua e sale e preparati abilmente manovrando i così chiamati “testi” (dischi rotondi in pietra dal lungo manico dove il prodotto viene velocemente portato a cottura).E poi ancora il castagnaccio, la pasta fresca (da gnocchi a tagliatelle), pane, ciambelle e la classica pattona, piccolo pane sottile tipico della Lunigiana. Non solo: la farina di castagne è anche un ottimo addensante, da aggiungere alle zuppe per ottenere un piatto gustoso ed omogeneo!
“Ah, il seccatoio!”, direbbero i veterani della montagna. Sì perché, per ottenere la farina, si lasciavano le castagne ad essiccare nel casottino chiamato metato (o seccatoio, appunto) fino a 30 o 40 giorni, per poi toglier loro la buccia e portarle al molino. Un rituale lento e preciso, questo, che ha dato vita ad una vera e propria cultura i cui antichi procedimenti sono per fortuna ancora oggi custoditi dal prezioso lavoro di associazioni come i “Castanicoltori della Montagna Pistoiese”.
La castagna ha unito e sfamato generazioni intere, con uno sforzo che ancora oggi ripaga dalle fatiche e vede la filiera ricoprire di nuovo un ruolo d’importanza, con recupero di strutture come il Molino di Vasco (Pian degli Ontani) dove previa prenotazione sono organizzate visite guidate.
In qualsiasi forma la si mangi, la castagna è sempre un balzo nei vecchi tempi. Ed anche se l’attuale produzione utilizza macchinari elettrici di ultima generazione, c’è un dettaglio che nella tradizione castanicoltrice pistoiese non è destinato a cambiare col tempo: il gusto, ancora oggi estremamente delizioso.
La cultura e la lettura di un buon libro comodamente da casa, anche perché non può o non vuole spostarsi verso una biblioteca. Si chiama “C'é un libro per te - A casa in buona compagnia” l'interessante iniziativa messa in opera dalla Lega SPI/CGIL della Montagna Pistoiese. Non una biblioteca intesa come "muri e scaffali", ma una biblioteca di prossimità, nata per ridurre le distanze tra la cultura e le aree più interne della nostra regione come quelle della montagna pistoiese, appunto.
Come le altre "Biblioteche di LiberEtà", anche questa è dedicata al valore e al ricordo della Liberazione ed è stata concepita per venire incontro alle esigenze delle persone anziane, con difficoltà di movimento o che comunque vogliono un servizio che, oltre al piacere della lettura, offra la possibilità di scambiare due chiacchiere ora che la pandemia sembra aver allentato la presa.
Ma come funziona la biblioteca? Si può prenotare on line al seguente indirizzo: https://biblioteca.spicgiltoscana.it/home/vetrina
Non una biblioteca intesa come "muri e scaffali", ma una biblioteca di prossimità, nata per ridurre le distanze tra la cultura e le aree più interne della nostra regione
Qui si può scegliere un libro dai circa 2000 che attualmente compongono il catalogo (peraltro in continua espansione) suddiviso per genere: gialli, storia, politica, scienze e molti altri. Successivamente si verrà contattati quanto prima per il ritiro e se non ci si può recare di persona, sarà possibile trovare con i volontari del servizio il miglior modo di consegna. La sede della Lega SPI CGIL Montagna Pistoiese si trova in via Marconi 197 a San Marcello Pistoiese. L'orario di apertura è il seguente: giovedì dalle 9,00 alle 12,00. E-mail:
Come scrivono i promotori dell'iniziativa, occorre ricordarsi che leggere migliora le nostre conoscenze, espande il nostro vocabolario, migliora la memoria, rende più forte la capacità analitica del pensiero, migliora il nostro livello di attenzione e di apprendimento e provoca tranquillità. E allora, perché non farlo?
In attesa del Porretta Soul Festival in programma a dicembre 2021, dal 21 al 27 Giugno 2021 una nuova serie di murales racconterà la storia della musica soul e del Porretta Soul Festival.
L’intento è quello di valorizzare la storia della musica soul e del Porretta Soul Festival attraverso l’arte murale, creando un percorso che porti a Porretta viaggiatori, non necessariamente fans del soul ma della buona musica, con un itinerario artistico che fa scoprire angoli caratteristici del paese e del territorio dell’Alto Reno.
Gli artisti selezionati da un concorso che ha visto la partecipazione di 33 concorrenti provenienti da tutta Europa sono: Aurora Bresci (Firenze), Ermanno Mari (Bologna), Nadia Vola (Francavilla al Mare – Ch), Edoardo Ettorre (Giulianova – Te), Antonio Cotecchia (Salerno). Menzione speciale per Ivan Netsvetailo (San Pietroburgo – Russia), Riccardo Fornasini (Bologna), Annalisa Fusilli (Pistoia) e Maurizio Cioni (Porretta Terme).
Una guida specializzata racconterà aneddoti, storie sul legame tra artisti leggendari e Porretta oltre naturalmente al profilo di chi ha disegnato i murales. Sarà disponibile un folder illustrato con note storiche e bio degli artisti rappresentati. Un codice QR accanto a ogni opera fornirà informazioni dettagliate. Nelle tre giornate finali verranno proiettati filmati relativi agli artisti raffigurati implementati da talk show con testimonials eccellenti e mini concerti. I murales saranno poi un’attrattiva per visitare Porretta in ogni stagione.
Ecco i concerti del fine settimana: sabato 26 e domenica 27 Giugno esibizioni di buskers, il Mercato della Toscana e Street Food.
Il 26 special guest Luca Guaraldi Rock&Roll, Boogie Woogie piano. Il 27 special guest sarà il celebre Lovesick Duo (Americana, 40s / 50s Country, Rock n Roll and Western Swing).
Orari e maggiori dettagli su https://www.porrettasoulfestival.it/
L'equilibrio fra uomo è natura è ovviamente importante in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza. A maggior ragione lo è negli ambienti più delicati sotto il profilo della sostenibilità dell'impatto umano, come le coste marine o le pendici montane.
Ci sono fior di testi, video, documentari, siti, gruppi social che si occupano di queste tematiche in modo estremamente approfondito, competente e professionale. Stavolta la nostra piccola riflessione vuole prendere spunto da un libro, peraltro doppiamente collegato alle nostre Metropoli Rurali: un bestseller di qualche anno fa, scritto dal duo Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli dal titolo "Malastagione" (Mondadori, Milano, 2011).
In un passaggio si legge: «Già, il bosco. Si guardò attorno. Gli venne un vago senso di rimpianto per quello che il castagneto era stato e non era più. Pulito, levigato, mantenuto come fosse un giardino. Lo scopavano addirittura, con scope di biancospino tenute all'inverno sotto a grandi sassi perché i cespugli prendessero la forma voluta. Ora vedeva i boschi abbandonati, i castagni malati del cancro del castagno o del male dell'inchiostro, e di una nuova malattia che faceva seccare le foglie e poi tutta la pianta; i rami spezzati e i tronchi caduti l'inverno abbandonati sul terreno; le foglie e i ricci di un autunno che venivano ricoperti dai ricci e dalle foglie dell'autunno successivo. Una desolazione, in boschi che per secoli, nel bene o nel male, avevano sfamato tante famiglie. "D'altra parte, allora i cinghiali non c'erano più o non li avevano ancora messi" pensò Adùmas. E nemmeno i cervi, i daini, i caprioli. Animali che si riproducevano in fretta e che, senza nessun timore, arrivavano fino al paese a devastare gli orti; nei boschi tutti gli alberi giovani pelati nella corteccia fino a uno-due metri dal suolo e i cinghiali che, a forza di rumare col grifo per cercare radici e larve, avevano arato il sottobosco, lasciando crateri come se ci avessero bombardato; e gli animali domestici, gatti e cani e a volte anche gli uomini, che tornavano a casa pieni delle zecche delle altre bestie».
Il brano descrive - a parere nostro in modo ottimale - gli effetti su un bosco di montagna dei nostri Appennini dell'azione dell'uomo, o meglio, dell'incuria dell'uomo.
E perché sottolineiamo questo brano? Perché quando in un libro di grande diffusione si producono descrizioni del genere, vuol dire che sono ormai entrate nell'immaginario collettivo, che un grande numero di persone ha vissuto l'esperienza desolante di un bosco montano malato e trascurato, proprio l'esatto contrario di ciò che dovrebbe essere destinato ad un territorio così bello e così delicato.
Quando la narrativa descrive un ambiente che molti conoscono, come ad esempio un castagneto sugli Appennini, e fa vedere, grazie all'abilità degli autori, quante e quali minacce incombono su di esso, è il momento, una volta terminata la lettura, di riflettere. E di agire.
Come? Intanto prendendo coscienza del problema ambientale e della tutela del territorio: non sembra, ma già questo si tratta di un gigantesco passo in avanti.
Al tempo di TikTok e Instagram pare incredibile, ma un tempo la comunicazione viaggiava anche tramite poesia. Non solo: un tempo la poesia si cantava. Per il popolo era la migliore forma di fruizione delle creazioni poetiche. Anche Dante Alighieri era ampiamente utilizzato come paroliere - un Mogol ante litteram - dagli stornellatori e cantastorie, prima fiorentini e poi di tutte le corti medievali italiane. Anche la montagna pistoiese ha la sua "poesia cantata", forse più recente, forse meno nobile, ma testimone certamente di un patrimonio culturale a "grave rischio di estinzione" perché basato su tradizioni orali.
I canti della montagna pistoiese sono sonetti, stornelli, rispetti, ottave rime e semplici - ma non banali - filastrocche, che ebbero la loro più grande espressione nella voce e nell'ingegno di Beatrice di Pian degli Ontani, al secolo Beatrice Bugelli (Cutigliano, 1802-1885) che ebbe nel Tommaseo il maggiore estimatore e primo "collezionista". Si tratta di poesia caratterizzata da canoni estetici semplici, che facevano - e fanno tuttora - dell'immediatezza e dell'esperienza quotidiana, i principali elementi di presa sul pubblico. Anche Giuseppe Tigri, l'autore del romanzo storico "Selvaggia de' Vergeolesi", pubblicò nel 1856, nel 1860 e nel 1869, tre raccolte dei canti popolari appenninici pistoiesi, attribuendo loro addirittura un valore trascendente, quale simbolo di purezza e semplicità.
I canti della montagna pistoiese sono sonetti, stornelli, rispetti, ottave rime e semplici - ma non banali - filastrocche...
Il medico pistoiese Filippo Rossi Cassiglioli, pubblicò un'ampia raccolta di "maggi epici" recitati sulle nostre montagne e sul finire dell'Ottocento, Francesca Alexander pubblicò due volumi di canti. Michele Barbi di Taviano condusse la prima ricerca con criteri scientifici sulla "poesia (in)cantata della montagna" in gran parte inedita, ma depositata presso la Scuola Normale di Pisa. Ma per gli appassionati della materia, anche solo per i semplici curiosi di oggi, l'opera fondamentale è il volume "Non son poeta e non ho mai studiato, cantate voi che siete alletterato" di Sergio Gargini, fondatore del "collettivo Folcloristico Montano", scomparso nel 2006.
Il volume di 206 pagine, edito per la prima volta nel 1986 a cura del Comune di San Marcello, il cui titolo intero è: "Non son poeta e non ho mai studiato (cantate voi che siete alletterato). Canti della tradizione popolare ed altre notizie e documenti raccolti, come contributo per lo studio della cultura della montagna pistoiese" con la presentazione di Tullio Seppilli, è stato ristampato nel 2019 e rappresenta un prezioso scrigno di tradizioni folcloristiche delle nostre montagne. I testi dei canti sono stati messi in musica negli anni passati dal Collettivo Folcloristico Montano in suggestive performance ma, fino a quando la pandemia non sarà sconfitta e permetterà a tutti di fruire di nuovo appieno dei tesori della montagna, non resta che leggere - ognun per sé - i testi di questi gioielli, ingiustamente classificati come "letteratura minore".
Mauro Corona, famoso cantore della montagna ha provato, in uno dei suoi romanzi "I misteri della Montagna" (Mondadori, 2015) a proporre alcune ricette per un ritorno consapevole alla montagna. Corona è uno scrittore "alpino", ma molte delle considerazioni dell'Autore valgono per tutte le montagne, anche per le nostre. Ne proponiamo un breve, gustoso stralcio. "Guide alpine, così come artigiani, contadini e cacciatori, dovrebbero essere obbligatori nelle scuole. I contadini potrebbero insegnare ai bimbi il contatto con la terra, creare un orto, piantare un albero, potarlo, fare un innesto.
Riconoscere le erbe medicinali. Prati, boschi, pascoli, e montagne intere sono farmacie all’aria aperta. Se agli uomini fossero insegnati i segreti delle erbe, le multinazionali del farmaco chiuderebbero bottega. C’è da dire che esistevano anche guarigioni magiche impartite da credenze e riti. Una volta l’anziana Marina insegnò alla figlia Fiorella che, al rombo dei primi tuoni di marzo, bisogna rotolarsi per terra. In questo modo spariscono tutti i dolori del corpo e delle ossa. Fiorella si rotolava. E ancora lo fa. Ma queste sono soluzioni fantastiche. Tornando invece alle cose pratiche, portando qualche ora i contadini nelle scuole, si svilupperebbe la curiosità nei ragazzi.
Non stimoliamo più i bambini alla manualità con lavori ed esercizi appropriati. Gli arti nobili si stanno anchilosando. L’unica capacità la tengono ancora i pollici, nel massaggio ultraveloce ai tasti degli iPhone.
Imparerebbero lavori che, se va avanti così, in futuro saranno indispensabili. E, dopo i contadini, gli artigiani. Bisogna mandare nelle scuole coloro che ancora sanno fare qualcosa con le mani. Insegnare ai bambini, e via via ai più grandicelli, ad assemblare un cesto, lavorare l’argilla, i principi della falegnameria, avvitare un rubinetto, cambiare una guarnizione. Insegnare a usare gli attrezzi. Le sgorbie. Fare intagli sul legno, bassorilievi, piccole sculture, gufi, gnomi, maschere. Allora sì che la scuola oltre che utile diventerebbe divertente, interessante. Il metodo obsoleto della scuola odierna rende i bambini malinconici, annoiati e svogliati. E, peggio di tutto, stanno perdendo l’uso delle mani.
Non stimoliamo più i bambini alla manualità con lavori ed esercizi appropriati. Gli arti nobili si stanno anchilosando. L’unica capacità la tengono ancora i pollici, nel massaggio ultraveloce ai tasti degli iPhone. La tecnologia non è un danno ma andrebbe accompagnata da un attento programma che riporti all’uso delle mani. E perché no delle gambe. Ci si muove poco, anzi pochissimo. E lo dimostra la quantità di bambini in sovrappeso. Usiamo mezzi di locomozione anche là dove in pochi minuti potremmo arrivare a piedi. Abbiamo fretta, urge recuperare lentezza. La montagna percepisce questa assenza di passi, la mancanza della scarpa che batte il terreno.
Vede agitati frequentatori domenicali manovrare SUV davanti alle porte dei rifugi. Se non fossero bloccati dai divieti, andrebbero fino in vetta. “Perché non lasciano l’auto qualche chilometro prima e raggiungono il rifugio con le loro gambe?” Questo si chiede la montagna. Ma percepisce altresì che la caduta di valori sta per finire. La caotica baraonda dell’andata, che imperversa da cinquant’anni, è al capolinea. Presto ci sarà la festa del ritorno. La montagna riprenderà a sorridere. Si troverà di nuovo circondata di passione e rispetto. Si sentirà ancora utile agli uomini. Non come fonte di ricchezza e sfruttamento cui è stata costretta fino a oggi. Ma per la missione che ha da compiere: essere fonte di sostegno, medicina benefica, garza che lenisce i colpi della vita. Nonché rampa di un traguardo lontano che spinga gli uomini a faticare, per regalargli qualche ora di emozioni. E la pace della vetta".