Dedicato a chi abita o vuole tornare a vivere in collina o in montagna
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Un libro che unisce la biografia dell'infanzia della scrittrice alla natura che ci circonda. "Suite per un Castagno" di Raethia Corsini, edito da Guido Tommasi Editore. Raethia Corsini, giornalista e scrittrice, ci regala un racconto colmo di passione, di ricordi, di personaggi, e la storia di uno dei più importanti alberi dei nostri boschi.

Il racconto parte dall'infanzia dell'autrice passata in compagnia del suo amico Gnone. Proprio da questo albero e dalle sue radici, le possenti radici di Gnone, prende spunto il libro. E proprio dal castagno vogliamo iniziare le nostre domande all'autrice.

Il castagno, che è il protagonista principale, lo racconta sotto tutte le sue sfaccettature, stagione dopo stagione. Cosa rappresenta per lei questo albero?
«La saggezza, l’armonia; la durezza che la natura e la vita possono riservare ma che possiamo affrontare e accettare semplicemente seguendo il ritmo “delle stagioni”, imparando a vivere l’attesa senza bruciare le tappe: il castagno è una pianta “lenta”, dalla vita lunga».


Dettagliati ricordi, situazioni, esperienze e tante persone descritte minuziosamente. Come ha scelto le storie da inserire nella narrazione del suo libro?
«Seguendo il filo della memoria di bambina: via via che scrivevo spuntavano, da sole. Perché sono parte di me, non è stato difficile farsi cullare».


E poi c'è Graziella, storia di una grande donna. Che ruolo ha avuto nel racconto?
«Graziella è per me l’emblema di che cosa sia la guerra, ogni guerra. La sua storia è unica e al contempo uguale, purtroppo, a milioni di altre in ogni tempo: le donne sono ancora un vessillo da brandire per colpire il nemico. Ucciderle, violentarle, o ingravidarle come gesto di dominio. Il ruolo nella storia è apparentemente marginale, incidentale, ma in verità è stato determinante nella mia infanzia e nel resto della mia vita».


Vita di paese, che a differenza della città, si espandano al circondario della casa, perché casa e comunità si fondono insieme, nel bene e nel male. Un racconto come il suo sarebbe stato possibile ambientarlo in città?
«Non saprei dirlo. Ho vissuto a lungo e ancora oggi vivo in grandi città: anche lì si creano piccole comunità: il quartiere, il condominio. In termini relazionali anche lì – forse un tempo non più oggi – le giornate si animavano di storie raccontate e di condivisione tra persone. Certo manca la parte della natura, che nel mio racconto è determinante».


A un certo punto cita "Heidi" come esempio di una vita di montagna stereotipata, in un contesto di vita rurale lontana ormai dalla realtà del 2021. Nel suo libro leggiamo dinamiche vere di montagna, finalmente...
«Mi fa piacere arrivi questo al lettore. Vivere in montagna, o in zone dove la natura predomina, non è mai facile: non ci sei solo tu, c’è appunto la natura che scandisce – più di quanto non faccia un tram, un cinema, un museo – il ritmo della tua vita. Mi è piaciuto anche scherzare un po’ su questo tema provando a ricondurre il pensiero di chi legge a un rapporto tra causa ed effetto (cosa che a mio parare scarseggia tra noi umani, specie se urbanizzati): se una valle è molto verde e poco antropizzata significa che sì certo è bellissimo, ma perché sia così significa – per esempio – che durante buona parte dell’anno non si esce di casa perché piove senza sosta; significa che è difficile, magari, costruirci case o che l’economia non è così sviluppata da favorire una maggiore antropizzazione».



A un certo punto ci racconta che è dovuta partire, abbandonare quel paese dal sapore retrò per entrare nella modernità, Si è mai pentita di questa scelta di vita?
«Non è stata una mia scelta: avevo dieci anni, hanno scelto i miei genitori per me. Credo però sia stata una scelta azzeccata: proprio per i motivi indicati nella risposta precedente, la vita di paese negli anni Settanta, non poteva offrire opportunità di crescita come invece la città. Oggi, nel mondo iperconesso, forse sarebbe diverso».


Montagna significa anche cucina prelibata ed un rapporto molto stretto tra territorio, tradizione e alimentazione. Quanto vale riscoprire quei gusti veri e autentici? C'è il rischio di perderli nel nome del progresso e dell'omologazione?
«Il legame con la cultura gastronomica è per tutti i ogni dove molto più radicato di quanto ci si renda conto. Io ho continuato nel tempo a riproporre a me e alle persone care certi piatti cui sono legata, come gesto di affetto: piacciono molto a me, vorrei che anche gli altri apprezzassero la bontà. Ma il sapore che si ricorda, non è mai lo stesso. L’autenticità – a meno che non ci sia una totale manipolazione della materia prima – sta più nel ricordo del sapore. Inutile scomodare Proust».
    

Sta già pensando ad un nuovo libro?

«Chi scrive pensa sempre a un nuovo libro, altri nuovi libri. Personalmente scrivo quando ho un’urgenza da tradurre in parole, quando una storia o un’idea bussano ripetutamente alla mente. Poi spesso accantono. Vedremo».    


Quando le vedremo da queste parti, nelle “sue” montagne? In fondo sembra che questi luoghi la stiano aspettando...
«Ci aspettiamo reciprocamente: ogni volta è un incontro intenso, intimo. Spero di passarci presto per starci un po’, andare da Gnone che ancora svetta maestoso, per farmi dare qualche consiglio sulla vita».

Zippora.it - I libri di Raethia Corsini



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