Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Ci piace concentrarci sulle vicende di casa nostra, quelle della Metropoli Rurale e dei territori collinari e montani che vi sono compresi. Ma questa pandemia, lo abbiamo imparato, non conosce confini e per capire certe dinamiche locali occorre guardare oltre i nostri consueti confini. Molto oltre. Per iniziare ad uscire da questo disastro occorrono vaccini, gli stessi vaccini annunciati dalle grandi case farmaceutiche e poi arrivati a singhiozzo, quanto meno in Italia. Non solo: quelli arrivati vengono somministrati in ordine sparso da regione a regione, in una sorta di “federalismo generale” che in questa occasione appare fuori luogo più del solito. Una questione, del potere alle regioni -soprattutto in ambito sanitario- che meriterebbe quanto prima una bella discussione. Non era forse meglio procedere con unità nazionale?
Nei giorni scorsi abbiamo assistito a situazioni paradossali, come la "zona arancione scuro" della provincia di Bologna con più restrizioni di quelle in "zona rossa" della Toscana. Non solo: la regia regionale della sanità ha anche portato ai soliti rallentamenti burocratici, così che molti dei pochi vaccini arrivati nelle varie regioni stiano “aspettando” che la burocrazia decida a chi andranno per primi. Qui non è questione di pensiero politico, è questione di organizzazione: quella italiana, per ora, sta rivelando alcune criticità di varia natura. Ed in questo panorama globale vediamo che ci sono altri stati che sembra stanno facendo meglio di noi, come altri che hanno i soliti nostri problemi, se non peggio.
Gli Stati Uniti, dopo aver avuto numeri del contagio da capogiro, hanno già vaccinato settanta milioni di persone (in Italia si arriva si e no al milione e mezzo) ed entro maggio potrebbero essere centocinquanta. Significa aver risolto la pandemia? Certo che no, per quella serviranno anni, ma di sicuro significa trovarsi sul binario giusto. Alcune stime rivelano che l'Inghilterra della Brexit sarebbe vicina all'immunità di gregge, nonostante una popolazione di 55 milioni di abitanti vicina a quella dell'Italia (quindi non proprio uno stato poco popoloso...). Sono stime però da prendere con le molle: la dinamica pandemica è una variabile molto complessa e non sempre i contagi prendono la direzione prevista, nel bene o nel male. Di sicuro, però, in Inghilterra hanno al momento qualche speranza in più di "levarci le gambe" prima degli Europei.
Già, gli Europei. I guai italiani coi vaccini sono gli stessi di Francia e Germania, visto inizialmente la vaccinazione negli stati membri dell'Unione Europa doveva passare dalla gestione di Bruxelles. Doveva. Già, perché alcuni stati membri hanno scelto di sganciarsi dall'organizzazione dell'Unione e fare da soli: sono Danimarca, Austria e Ungheria. I primi due, insieme ad Israele asseriscono che produrranno vaccini di seconda generazione, in grado di rispondere alle varianti. Ognuno, insomma, sembra poter fare come meglio crede, con buona pace dell'Unione.
Perché abbiamo fatto questo lungo excursus? Perché le sorti del circolino di Sambuca Pistoiese, chiuso da mesi secondo normativa del Governo, passano anche dai vaccini. Perché il destino del turismo, anche interno, dipende anche dai vaccini. Perché la sopravvivenza di migliaia di persone toscane ed emiliano-romagnole dipendono anche dai vaccini. E potremo andare avanti per pagine e pagine ma la sostanza è una: occorre muoversi con le vaccinazioni.
Ci troviamo di fronte ad una crisi econimica lunghissima e spaventosa: ogni giorno che passiamo in questo continuo semi-lockdown sarà una settimana in più di crisi economica futura per tutto il paese. Ed invece, con il ritmo attuale delle vaccinazioni in Italia, si arriverà all'immunità di gregge non prima di due anni. Le Metropoli Rurali, così come il resto del nostro paese, non possono permettersi di aspettare così tanto. In gioco c'è non solo la tenuta ma la sopravvivenza di un paese intero.
In mezzo a questa pandemia, nella confusione e nel caos, c'è stato ed tutt'ora in corso un cambiamento, una trasformazione profonda, radicale e inarrestabile di una parte del mondo del lavoro. In pochi mesi è stato realizzato un qualcosa che in tempi normali sarebbe accaduto in 6/7 anni, come minimo. Sappiamo che i grandi eventi come, guerre, epidemie, catastrofi naturali, sviluppi tecnologici radicali, costringono le persone e le aziende a tirare fuori quell'ingegno, quella creatività che modifica radicalmente i modi di vivere e di lavorare.
Il Covid ci ha colpito e lo sta facendo tutt'ora in maniera forte. Ci sta mettendo in una condizione di vita che nel suo insieme è molto difficile da accettare e ci sta portando a fare delle modifiche potenti, strutturali, essenziali. Ci sta portando a ricollocazioni, ricostruzioni a rifondare interi sistemi lavorativi. E lo sta facendo in un momento storico in cui una buona parte del lavoro è diventato mobile e adattivo, in un momento in cui una fetta consistente e importante di persone che lavorano possono decidere e scegliere dove lavorare e non sottostare a dove andare a lavorare.
Il futuro quando arriva, tracima, devasta, ma lascia il suo humus e permette la rinascita e il rifiorire e permette il domani.
Quando prendi una botta cosi forte è normale trovarsi in uno stato di sbandamento e smarrimento, trovarsi travolti dall'insicurezza di cosa ci aspetta nell'immediato futuro. Crediamo sia normale sentirsi travolti dalla necessità di cambiare le nostre abitudini, i nostri riti quotidiani, da quelli più semplici ormai dati per scontati, a quelli più complessi che cambiano percorsi e mezzi. Solo se apriamo le nostre visioni e il nostro stato di accettazione possiamo cavalcare in maniera positiva e con prospettiva questo nuovo mondo, questo futuro che si sta aprendo davanti a noi. Rimanere ancorati a quel che è stato probabilmente sarà utile solo ad andare a fondo.
Guardiamo ai grandi colossi high-tech: possiamo prende l'esempio di Apple. Hanno speso e spanto per realizzare la loro nuova sede centrale di San Francisco, il famoso “Disco Volante”. Un opera architettonica e tecnologica futuristica frutto di enormi investimenti, che si ritrova completata pienamente funzionale ma vuota, visto che in pochi mesi hanno trasformato il lavoro in sede in lavoro fuori sede per il 95% della propria forza lavoro.
Il futuro quando arriva, tracima, devasta, ma lascia il suo humus e permette la rinascita e il rifiorire e permette il domani.
In Italia il coprifuoco è realtà già in alcune regioni e il lockdown, ahinoi, non è più una possibilità remota per i mesi a venire. Dobbiamo, insomma, prendere atto di queste nuove restrizioni. Il mondo, purtroppo, sta vivendo una rivoluzione ad una velocità che non era francamente ipotizzabile nemmeno nei film di fantascienza più estremi. Dove andrà la nostra società dopo questa Pandemia purtroppo non possiamo dirvelo, ma qualche idea ce la stiamo facendo.
Probabilmente osserveremo qualche “passo indietro” (quanto meno per il nostro immaginario collettivo) nel mondo del lavoro: il crack parziale (e non totale, questo ce lo auguriamo di cuore) del sistema turbo-capitalistico porterà parte della forza lavoro a tornare impegnata nei mestieri di una volta, a quelli manuali, all'agricoltura sostenibile e all'autoconsumo.
Il mondo, con i suoi cambiamenti epocali, non aspetta.
Dall'altro, diventeranno ancora più importanti le consegne a domicilio, con gravi danni per i commercianti al dettaglio che, insieme al comparto turistico, rischiano di pagare lo scotto più alto in questa fase storica.
In tutto questo scenario nuovo e per certi versi spaventoso, il ritorno alle aree rurali sarà un fenomeno sociale con cui dovremo sempre più fare i conti. Non che questo sia un elemento di per sé negativo, ma è bene esserne consapevoli per tempo in modo tale da non perdere troppo tempo in caso di necessità. A cosa ci riferiamo? Ai lavori che presto o tardi in città potrebbero mancare e cessare di esistere (sia come posti di lavoro numerici che come intere categorie... pensiamo solo ai cinema, ad esempio!) e che potrebbero essere soppiantati da altre attività da svolgere lontano dai centri urbani.
Un ulteriore esempio veloce? Lo smart working: lavorare in grande aziende comodamente da casa. E perché avere una casa in mezzo ai palazzi se con meno soldi si può comprare una casa in campagna? É evidente che tra mille difficoltà e pericoli, gli anni avvenire porteranno ad un reset lavorativo su molti aspetti che creerà nuove opportunità e nuove possibilità di crescita. Per ora il nostro discorso è molto generale ma la linea intrapresa in tutto il mondo è già tracciata: meno attività in città, più attività nelle aree rurali. La nostra, la bellissima area rurale tra Emilia Romagna e Toscana che stiamo conoscendo a fondo su questo sito, dovrà farsi trovare pronta all'appello. Il mondo, con i suoi cambiamenti epocali, non aspetta.
Per noi che abbiamo avuto la fortuna di nascere e vivere in questo splendido museo storico a cielo aperto che è l'Italia dove respiriamo e viviamo il nostro passato nel presente, sappiamo bene che storicamente il luogo di lavoro, la cosidetta "bottega", aveva prevalentemente una locazione nei pressi dell'abitazione.
Un luogo a cui non era necessario dover aggiungere alle già dure ore di lavoro quelle ore e quei costi aggiuntivi dovuti agli spostamenti, che a partire dagli anni '70 si sono sempre maggiormente allungati, arrivando a creare un vero e proprio business dei pendolari.
Oggi la tecnologia ci ha ridato la possibilità per molte professioni di ritornare a lontani e antichi modi di lavorare e vivere...
Oggi la tecnologia ci ha ridato la possibilità per molte professioni di ritornare a lontani e antichi modi di lavorare e vivere. Di tornare, quindi, all'Uscio e Bottega, ad alzarsi la mattina con la possibilità di concentrarsi fin da subito sul da farsi, evitando quell'impatto iniziale dovuto al trasferimento casa lavoro, con tempi importanti spesi in un traffico caotico o in un evoluzione di abilità e destrezza degna dei migliori atleti nel gestire gli spostamenti con i mezzi pubblici, che diventa essa stessa un lavoro e soprattutto uno stress non retribuito.
La tecnologia, per sua essenza, è lo sviluppo di nuove forme si supporto per rendere più facile la vita dell'uomo nelle sue applicazioni più usuali e comuni, ed è normale che tra esse ci sia anche una trasformazione nel modo di lavorare, e tra questi il “Lavoro Uscio e Bottega”. Qualcosa che non va vissuto come un pericolo, o qualcosa di negativo, ma va interpretata come un opportunità che migliora lo stile di vita, e se migliora lo stile di vita, migliora anche il lavoro, sia nella sua resa che nella qualità.
Vediamo un continuo cercare soluzioni per evitare il dramma della disoccupazione per una consistente fetta di lavoratori. C'è giustamente un grande fermento nelle varie associazioni, sindacali e imprenditoriali, per trovare il modo di disinnescare una possibile o probabile ecatombe lavorativa dovuta a licenziamenti di aziende entrate in crisi dovute all'evento Covid-19. Di contro però, non vedo nella comunicazione in generale, e nelle stesse associazioni, promuovere soluzioni e magari una forte ristrutturazione di un comparto importante che è la spina dorsale di questa nazione; parliamo del settore agricolo nella sua eccezione piu ampia, che va dalla coltivazione ad uso agroalimentare, alla gestione e sfruttamento dei boschi.
Il lavoro non si crea per decreto legge, però di contro il lavoro subisce delle scelte politiche e/o comunicative sbagliate: l'aver stimolato per anni un pensiero e una formazione mentale indirizzata a sminuire fino al ridicolo i lavori legati alla terra. Un comportamento che ha fatto solo dei danni, ha aperto una cicatrice profonda su tutto il territorio nazionale. Oggi sta a tutti noi rinnovarsi e iniziare a guardare il lavoro in funzione del proprio futuro, evitando scelte di moda o di spettacolarizzazione.
Non dico che bisogna proporre il lavoro della terra, come “bello & figo” ma bisogna rifondare quel forte senso di responsabilità intrinsenco che c'è nello svolgere certe professioni
Non dico che bisogna proporre il lavoro della terra, come “bello & figo” ma bisogna rifondare quel forte senso di responsabilità intrinsenco che c'è nello svolgere certe professioni, che hanno una forte ricaduta sul benessere collettivo, perché è bene dirla tutta: oggi per lavorare una terra che renda dei frutti c'è la necessita di una forte preparazione professionale e culturale, legata ai mezzi necessari per lavorare e produrre.
Il contadino o il boscaiolo, privo di ogni minima cultura è storia di un passato remoto. Si tratta di una figura lontanissima dai giorni nostri, dove anche nelle produzioni agricole o nella gestione dei boschi, fa da padrone l'uso di mezzi avanzati, tecnologia, e preparazione scolastica di buon livello, perchè in fondo, si deve mangiare tutti i giorni.
Nel biennio 1347-8 la "Peste Nera" o bubbonica, sterminò circa un terzo della popolazione europea, causando, secondo stime necessariamente grossolane, circa venti milioni di morti. Come nel caso di SARS 2 COVID-19, la pestilenza partì dall'Estremo Oriente, viaggiò verso ponente, su quella che diventerà "La Via della Seta", arrivò in Crimea e di lì, tramite le galee genovesi - e soprattutto tramite le pulci dei roditori infettate dal batterio Yersinia pestis - arrivò in Sicilia, a Genova e poi in tutta Europa. Le città divennero inevitabili focolai di contagio ed enormi, terribili lazzaretti. Nel XIV secolo, al dilà di fantasiose quanto inutili superstizioni mediche, l'unico rimedio con qualche speranza di successo era tenersi alla larga dai centri urbani.
La minore concentrazione antropica nelle comunità montane è un intuibile barriera alla diffusione di qualsiasi agente patogeno. Sopportare un eventuale periodo di quarantena in montagna è senz'altro più facile: molte abitazioni dei paesi sul nostro Appennino hanno giardini, orti, piccole o medie pertinenze agricole che consentono di godere di una certa libertà, pur nel pieno rispetto dell'isolamento e/o distanziamento sociale.
La testimonianza letteraria più famosa di tale rimedio è senz'altro il Decameron del certaldese Giovanni Boccaccio, ma come scrivono Andrea Frediani e Gastone Breccia nel loro saggio "Epidemie e guerre che hanno cambiato il corso della storia" (Newton Compton Editori, 2020), alcuni medici dell'epoca - seguendo il buon senso o l'istinto - consigliavano di stabilire la propria dimora, e quindi la propria vita, "in altura".
In questi ultimi mesi sono stati sovente creati parallelismi fra il dilagare della pandemia da Corona virus e la diffusione dell'infezione batterica. Tralasciamo gli aspetti biologici e clinici di pandemie e pestilenze, per soffermarci sugli aspetti di banale e popolare buon senso.
La minore concentrazione antropica nelle comunità montane è un intuibile barriera alla diffusione di qualsiasi agente patogeno. Sopportare un eventuale periodo di quarantena in montagna è senz'altro più facile: molte abitazioni dei paesi sul nostro Appennino hanno giardini, orti, piccole o medie pertinenze agricole che consentono di godere di una certa libertà, pur nel pieno rispetto dell'isolamento e/o distanziamento sociale. Infine - come ha dimostrato la recente e drammatica esperienza - le comunità piccole, come quelle montane, esaltano i valori di solidarietà fra i vari membri e la "vicinanza" degli amministratori al territorio e ai loro amministrati. Al tempo stesso, l'isolamento che nel 1348 o nel 1630 - l'anno della peste portata dai Lanzichenecchi descritta dal Manzoni ne "I promessi sposi"- rendeva i luoghi montani lontanissimi da ogni dove, nel 2020 non esiste più: punti vendita di beni e servizi essenziali sono presenti in ogni comune dell'Appennino, dall'Abetone a Vellano - per rispettare l'alfabeto - e per tutto il resto c'è l'e-commerce via Internet.
I dati sono ancora frammentari e incompleti, ma sembrerebbero indicare che la ripresa economica, anche in un settore colpito assai duramente come il turismo, sia partita prima nei territori montani rispetto a quelli urbani della pianura, e non è difficile intuirne il motivo. Insomma, il ritorno alla normalità dopo la pandemia parte dall'alto e dall'esterno verso la città e non viceversa.
Abbiamo scritto più volte che la scelta di vivere in montagna deve essere una scelta consapevole, ma che offre opportunità preziose e particolari, precluse ad altri habitat umani. Eppoi volete mettere sopportare la quarantena avendo per sfondo il Libro Aperto, i monti dell'Orsigna o i boschi della Val di Luce?
Diciamoci la verità: quando parliamo di “Montagna Pistoiese” nella nostra testa si materializza un grande territorio ad alta quota, impervio, quasi irraggiungibile, dove il clima per almeno quattro o cinque mesi l'anno è proibitivo causa ghiaccio e neve.
Non solo: con “Montagna Pistoiese” talvolta -erroneamente- chiamiamo zone molto più vicine al capoluogo Pistoia rispetto alle zone di “montagna vera”. Qual'è la “montagna vera”? Questa è una domanda interessante: la legislazione italiana, dopo l'abrogazione della legge del 1952 e di quella del 1971, non definisce l'altezza che distingue colline e montagne; così pure a livello di Unione europea non esiste una definizione convenzionale legale.
Diciamo che, comunemente, si intende montagna quell'area posta sopra i 700 metri sul livello. Sotto, nominalmente, è collina. In effetti questa percezione di “montagna impervia” è più forte sul versante pistoiese che su quello emiliano visto che sul lato toscano la quota sul livello del mare sale molto più velocemente rispetto ai dolci pendii emiliani. Basti pensare che da Pistoia (posta ad una sessantina di metri sul livello del mare) a Le Piastra (posta poco sopra 700) occorrono solo 10 chilometri da percorrere, in auto, in appena 20 minuti. Ma la montagna Pistoiese è davvero... tutta Montagna? In realtà no. Altimetro alla mano, ci sono zone che sono molto più basse e meno problematiche d'inverno di quanto si pensi.
Ma la montagna Pistoiese è davvero... tutta Montagna? In realtà no. Altimetro alla mano, ci sono zone che sono molto più basse e meno problematiche d'inverno di quanto si pensi.
Ad esempio, San Marcello Pistoiese si trova in una conca a circa 620 metri sul livello del mare ma, per una serie di fattori morfologici, è molto meno nevosa di altre zone a parità di quota dell'Appennino settentrionale. Nevica di più a Pracchia (più esposta ai freddi venti di tramontana rispetto a San Marcello) che comunque è posta solo a 600 metri sul livello del mare. Pure la “montagnosissima” Cutigliano non è, letteralmente, in montagna... per pochi metri: il capoluogo è
698 metri sul livello del mare. La stessa Campo Tizzoro, nel punto dove passa la strada statale 66, è a circa 715 metri sul livello del mare. Montagna si, ma “al pelo”. Stesso discorso per la valle del Reno, da Corniolo fino a Ponte alla Venturina: tutta sui 5-600 metri di quota a livello del fiume.
Sia chiaro, non vogliamo raccontare cose non vere: ci sono decine di località bellissime ben sopra i mille metri di quota: Doganaccia, Abetone... la stessa Prunetta, a 20 km da Pistoia, sfiora quota mille. Senza contare che quasi tutte le località citate poste sotto i 700 metri di quota hanno parte dei loro territori ad un'altezza più alta. Il senso di questo scritto, però, è di riconsiderare un po' più attentamente il concetto di “Montagna Pistoiese”, che a volte somiglia più ad una “Collina Pistoiese”... che ad una montagna. Un territorio più vicino e più “facile” di quello che siamo abituati a pensare!
Il turbo-capitalismo aveva mostrato più di una crepa ancor prima della pandemia, per poi mostrare tutta la sua palese insostenibilità una volta scoppiata l'emergenza Covid-19. E il peggio, ahinoi, potrebbe ancora arrivare.
Nessuno vuole mettere in dubbio l'intero sistema economico occidentale, ma è chiaro che i ritmi sfrenati di quasi tutti gli aspetti economici che regolano le nostre attività finanziarie da vent'anni a questa parte non sono sostenibili a lungo termine; anche per noi, come persone.
Cosa c'entra la montagna, in tutto questo? C'entra eccome. Il riscoprire le nostre zone più ricche di natura, lontani dagli ingolfatissimi centri abitati di pianura, potrebbe diventare una scelta di vita sempre più premiante nell'immediato futuro.
La montagna come scelta di vita significa metter mano a uno stile di vita che non può più essere basato sui consumi, sul tutto e subito, sulle contraddizioni di un presunto benessere che non finisce mai. Questo ovunque e quindi anche in montagna dove è necessario fare i conti con un ambiente che, proprio in questa fase, sotto la spinta della paura, viene ricercato per l’aria sana e per gli spazi aperti.
Il web deve arrivare anche nelle frazioni isolate, occorrono investimenti sulla fibra ottica, sulla digitalizzazione. Solo così la montagna potrà essere davvero la chiave per rendere il nostro futuro più sostenibile, andando oltre lo sciocco stereotipo che vede i “montanari” isolati dal resto del mondo.
Certamente, non possiamo negare ci siano ancora dei limiti oggettivi sul nostro territorio montano. Se da una parte sempre più gente vuole tornare a vivere una dimensione più umana, chi gestisce il territorio deve fare la sua parte. Enti, comune, regione non possono e non devono perdere quest'occasione per permettere il rilancio delle nostre aree nord-appenniniche. Come? Facendo manutenzione del territorio, adoperandosi per i i tagli della vegetazione a bordo strada e curando le asfaltature. Non solo: serve digitalizzazione. Nei centri più grandi è già realtà, a San Marcello, Campo Tizzoro, Porretta, Pracchia (solo per citarne alcune...) si naviga alla grande.
Ma il web deve arrivare anche nelle frazioni isolate, occorrono investimenti sulla fibra ottica, sulla digitalizzazione. Solo così la montagna potrà essere davvero la chiave per rendere il nostro futuro più sostenibile, andando oltre lo sciocco stereotipo che vede i “montanari” isolati dal resto del mondo.
Metropoli Rurali, da periferia a Centro Sociale ed Economico
Luoghi & Percezione
Tutti noi consideriamo normale alzarsi la mattina in una città e spostarsi da un quartiere ad un altro percorrendo anche lunghi tragitti per andare a fare la spesa, lavorare, divertirsi. Questo perchè una città non ha confini, non ha quelle barriere invisibili che ti fanno passare da un luogo ad un altro.
Il nostro punto di vista
Ci sono momenti però in cui bisogna iniziare a osservare le cose da un altro punto di vista, e spostarsi da quelle posizioni consolidate, abituali e talvolta anche di comodo.Noi, nel nostro piccolo e senza pretesa alcuna, abbiamo deciso di guardare questo insieme di valli e colline dell'Appennino tosco emiliano attraversate dalla parte iniziale del fiume Reno, ricche di storia, cultura e bellezza, come un insieme sociale ed economico. Non più, dunque, come zone periferiche e frammentate di provincie come quelle di Pistoia e Bologna e di regioni quali la Toscana e l'Emilia Romagna. Da questa idea abbiamo creato questo mezzo di informazione. Un modo per dare voce in maniera univoca a questo insieme, a questa area, che va da Marliana (PT) passando per Le Piastre (PT) fino a Porretta Terme e Silla attraversando Pontepetri, Pracchia e Molin del Pallone (BO); dall'Abetone (PT) al Lago di Suviana e Badi (BO) a Castel di Casio(BO); dal Passo della Collina a Pavana (PT) e Ponte alla Venturina (BO). L'idea è stata di creare un'area geografica, che sulle mappe ufficiali non esiste, ma che nella vita di tutti i giorni di chi ci abita e lavora è ben presente. L'abbiamo chiamata Metropoli Rurali
L'idea è stata di creare un'area geografica, che sulle mappe ufficiali non esiste, ma che nella vita di tutti i giorni di chi ci abita e lavora è ben presente. L'abbiamo chiamata Metropoli Rurali.
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