Metropoli Rurali
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Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
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Da una parte una nevicata come non la si vedeva da anni a fine novembre, dall'altra una strada statale bloccata per sei ore, in quello che si è rivelato un brutto biglietto da visita per la montagna pistoiese e per il settore turistico invernale. Il caos è scoppiato nel pomeriggio di domenica, quando centinaia di automobilisti sprovvisti delle dotazioni invernali si è messo in moto per tornare alle proprie case di pianura. Auto e automobilisti che erano saliti con relativa poca neve al mattino o addirittura il giorno prima e che si sono ritrovati ad affrontare una nevicata molto forte che nel frattempo aveva investito non solo il comprensorio ma l'intero tratto Appenninico fin sui 600 metri di quota.
Risultato: decine di tamponamenti a catena (fortunatamente lievi), auto intraversate e statale completamente bloccata per molte ore. Basti pensare che le auto sono tornate a muoversi verso valle solo dopo le 22. Chi proveniva da Firenze o da Lucca è rincasato non prima di mezzanotte, dopo essere partito da Abetone intorno alle 17. Quasi sette ore per coprire una settantina di chilometri. Come confermato dallo stesso sindaco di Abetone-Cutigliano Danti, sono state molte le cose che non hanno funzionato: una su tutte, l'incoscienza di tanti, troppi automobilisti che si sono spinti a oltre 1300 metri di quota con gomme estive e senza catene. Un comportamento irresponsabile che avrebbe dovuto essere multato dalle forze dell'ordine, come da codice della strada.
Perché avrebbe? Perché di controlli delle forze dell'ordine, al mattino e al pomeriggio, non ce ne sono stati lungo la strada come invece si è visto nelle scorse annate. Infine, i mezzi spargisale, che si sono messi in moto in massa quando la carreggiata era già invasa di auto intraversate bloccate e piccoli tamponamenti, rimanendo a loro volta bloccati. Una brutta storia di poca organizzazione, di cui è difficile trovare un vero responsabile e che va a mortificare il lavoro straordinario di operatori turistici, negozianti, aziende che da quasi due anni attendevano un inizio d'inverno degno di tale nome. L'errore, anzi, gli errori sono stati fatti e la scorsa domenica è stata rovinata. Un peccato, una brutta prova, ma l'inverno deve ancora iniziare: la prossima occasione per fare meglio a livello di viabilità arriverà presto, già il prossimo fine settimana, quando è prevista l'apertura degli impianti di risalita di Abetone e Cutigliano.
Infine, un appello che facciamo noi di Metropoli Rurali: occorre rispetto per la montagna, occorre rispetto per l'Appennino e per la neve che d'inverno cade copiosa dall'alba dei tempi, al netto del cambiamento climatico. É inaccettabile che nel 2021 non uno ma decine se non centinaia di automobilisti si presenti a 1380 metri di quota senza equipaggiamento adatto, oltretutto in una fase nevosa ampiamente prevista da previsioni del tempo e modelli matematici. Occorre coscienza e responsabilità, per il bene di tutti.
A voglia che scrivere dei servizi della montagna, delle grandi opportunità che offre, della possibilità di ribaltare il paradigma città-centrico che sta mostrando tutti i suoi limiti e le sue controindicazioni: è tutto inutile se ai cittadini vengono tolti servizi primari, come quello di un dottore, dall'oggi al domani. Dopo la “storia infinita” attorno all'ospedale Pacini di San Marcello, oltre mille pazienti tra Borghetto e Orsigna, Lagacci, Pracchia, Cireglio, Piazza e Campiglio resteranno senza assistenza sanitaria. Il dottor Iadevaia ha reso noto che dal 3 novembre non sarà più in grado di fornire loro assistenza dopo aver vinto un concorso ed aver scelto di dimettersi dal ruolo di medico di medicina generale.
Salvo dietrofront, praticamente impossibili, dell'ultima ora, ai pazienti non rimarrà che trovarsi un medico a Pistoia e scendere a valle ogni volta che avranno bisogno di cure mediche. Un qualcosa di estremamente problematico -se non impossibile- per centinaia di persone, oltretutto molte di una certa età. La questione del diritto alla salute, sancito dalla Costituzione, risulta pressoché sospeso su buona parte della nostra montagna. Il sindaco di Pistoia Tomasi non c'ha girato intorno.
«Assegnare a chi vive a Cireglio, Le Piastre, Pracchia e Orsigna un medico di medicina generale che ha l’ambulatorio altrove, nella piana, significa di fatto togliere il servizio agli abitanti della montagna. Quello che sta accadendo è preoccupante e saremo ancora una volta in prima linea, così come due anni fa, per chiedere a chi di dovere di trovare una soluzione al problema».
L'Azienda Usl Toscana Centro ha già parzialmente replicato al primo cittadino e soprattutto ai tanti residenti giustamente preoccupati. L’azienda sanitaria, infatti, ha informato che è in corso un bando per l’assunzione di altri cinque medici di medicina generale nell’ambito di Pistoia e che tre di questi avranno vincoli territoriali, tra cui Cireglio - Le Piastre - Pracchia-Orsigna. I problemi, però rimangono: non è detto che qualcuno si faccia avanti (anzi, è probabile che nessuno si faccia avanti...) e, comunque, anche se così non fosse, il medico non prenderebbe servizio prima della prossima primavera. L'inverno, dunque, passerebbe senza dottore per circa 1400 pazienti.
La situazione è sconfortante per non dire drammatica e ci si attende che, chi di dovere, corregga questo squilibrio inaccettabile tra l'accesso alla sanità tra montagna e aree cittadine.
Il caso della pediatra alla Sambuca Pistoiese evidenzia che esiste un "Questione Rurale".
Ci spieghiamo meglio: esistono situazioni in cui i confini tagliano in due aree abitate ormai diventate contigue e non vengono più percepiti in maniera netta da chi vi risiede. Sono esempio i casi dei comuni di Sambuca Pistoiese, Alto Reno Terme e Castel di Casio: i confini ci sono ma, a parte un po' di abitudine, le linee di demarcazione amministrativa non viene più percepita in maniera netta da chi abita quelle zone. Le zone di confine vivono da sempre questo conflitto, che passa però in second'ordine nei mass media perché il focus è costantemente puntato sui grandi centri abitati.
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Nel 2021, con un mondo che ha subito dei cambiamenti radicali, nei suoi processi sociali, abitativi, economici e lavorativi, infine radicalizzati con la pandemia, è necessario, se non addirittura un imperativo, che la politica, e soprattutto i governi regionali, si aprano a soluzioni al passo con i tempi, per creare una serie di soluzioni idonee e adeguate a queste zone di confine. Quando abbiamo creato "Metropoli Rurali Alto Reno” lo abbiamo fatto, per dare voce a una realtà fatta di un insieme di comuni che col tempo si è trasformata in un territorio sempre più omogeneo, in una realtà ben definita, che richiede interventi legislativi che aiutino chi ci abita e chi ci lavora.
Perché quello che è successo alle città presenti nella piana, vedi Firenze, Prato, Pistoia o l'hinterland bolognese, zone che hanno portato a creare le aree metropolitane, con interventi legislativi appropriati per gestire queste città nel suo insieme, sta accadendo anche nelle aree rurali, soprattutto ora che stanno iniziando ad avere un primo ritorno di abitanti. Se prendiamo in esame il ponte che separa Pavana dal Ponte alla Venturina, ci ritroviamo a osservare un ponte che sostanzialmente separa due paesi che vivono in continuità. E quando si crea una situazione di questo genere, è evidente che ci deve essere un'omologazione di servizi, di norme, di regole comuni. Non, come adesso, che sembrano due mondi distinti quando invece non lo sono affatto.
Questi comuni devono essere forniti di strumenti idonei per sopperire in autonomia ai problemi derivati dal fatto di essere in regioni diverse, ma fisicamente adiacenti, ormai è un dato di fatto. Come un dato di fatto è che sono cambiati anche i tempi di intervento: oggi non abbiamo più spazio per tempi lunghi come in passato per prendere decisioni. Alla politica, ai governi regionali, sta a loro, a questo punto agire, e al più presto.
Nella giornata di domenica la Toscana è stata bombardata dal maltempo. Purtroppo il verbo non è scelto a caso: nelle province di Massa Carrara un temporale giunto da ovest ha scatenato venti fino a 130km/h (fortunatamente durati solo pochi minuti) che hanno portato al crollo di decine di piante, tetti scoperchiati, impalcature divelte, alberi sradicati. Lo stesso temporale ha attraversato la Toscana settentrionale da est a ovest, portando danni e vento fortissimo anche nelle province di Lucca, Pistoia, Prato e Firenze. In un'area della provincia capoluogo, però, si è scatenato un secondo elemento, forse quello più spaventoso: grandine grande come pesche ha colpito la zona del Mugello, con danni ingenti a Vaglia, Bivigliano e Borgo San Lorenzo.
É vero, non il fenomeno estremo non ha toccato la zona delle nostra “Metropoli Rurale” ma questo ha importanza fino ad un certo punto: la meteorologia non conosce confini amministrativi e il motivo per cui è toccato al Mugello e non alla Valle del Reno (per dirne una) e da ricercarsi solo in un mero gioco di venti e correnti che hanno portato la tempesta 30 km più ad est. Di certo temporali distruttivi in Toscana ne abbiamo visti diversi e quello di domenica non rappresenta una novità. O forse sì? Noi temiamo di sì: la grandine immortalata da video e fotografie nel Mugello non si era mai vista a memoria d'uomo in Toscana. Parliamo di chicchi (per così dire...) di 4/5 cm di diametro, potenzialmente letali per l'essere umano e distruttivi non solo per la vegetazione anche per edifici e umani.
Un tipo di grandine relativamente comune per il Texas o per il Nebraska (due stati americani con un clima davvero estremo) ma non di certo per le colline toscane.
Tutto questo non può che spaventare: il clima italiano a ogni latitudine si sta tropicalizzando, Toscane ed Emilia-Romagna comprese. Ogni anno i fenomeni diventano più estremi e più frequenti e l'escalation sembra accelerare con preoccupante ferocia. Non possiamo, in questo caso, pensare al locale, guardare al nostro comune o alla nostra provincia di appartenenza: il clima è tutto collegato e i cambiamenti a cui stiamo assistendo avranno, presto o tardi, conseguenze dirette anche sul nostro territorio. Anzi, sta già succedendo.
Senza fare allarmismi, la situazione è sempre più preoccupante ma a livello globale non tutti sembrano aver capito di quanto il clima stia diventando velocemente sempre più estremo. Nel nostro piccolo non possiamo far altro che essere consapevoli di questo tremendo cambiamento in atto e fare attenzione ai temporali, consapevoli che -purtroppo- questi sono capaci di fare danni molto più estesi di quanto non siamo abituati a pensare.
Crediti Immagine: si ringrazia www.ilfilo.net - Il filo del Mugello per la concessione dell'immagine.
Automezzi della Misericordia danneggiati dalla grandinata di domenica 26.09.2021
L'attuale comune di Alto Reno Terme potrebbe diventare il comune di Porretta-Granaglione. Il cambio di denominazione è stato proposto dal sindaco uscente Giuseppe Nanni, che si ricandida a capo di una lista civica di centro sinistra per le elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre 2021. Per niente d'accordol o sfidante Daniele Cipollini, candidato per una lista di centrodestra. Cipollini ha sottolineato come «togliere la parola Terme sia un torto alla storia e all’identità del territorio», mentre Nanni ha proposto la sua idea per «facilitare un’integrazione tra i due territori» che, occorre dirlo, in passato hanno registrato qualche reciproco 'mal di pancia' nei confronti della fusione tra i due comuni.
Per il momento rimaniamo super partes e volutamente scegliamo di non commentare la proposta di cambio nome. Una cosa però la possiamo dire: secondo noi la questione del nome non è uno degli elementi fondamentali di un territorio. Abbiamo scelto di immaginarci una “Metropoli Rurale” che non solo vada oltre i confini comunali, ma anche quelli regionali. Solo così il territorio montano a cavallo di Toscana ed Emilia Romagna potrà diventare un grande paese competitivo con la città e attrarre nuovi residenti provenienti, appunto, dai grandi centri urbani sempre meno a misura a d'uomo.
In fase di campagna elettorale ogni argomento è buono per dividersi e creare dibattito, e va bene, ma occorre la consapevolezza che la rinascita delle aree montane non passa dal cambio o meno di un nome. Passa, invece, da dinamiche molto più importanti che i nuovi amministratori dovranno prendere in considerazione: ad esempio, incentivi per chi sceglie di abitare e creare lavoro nelle aree rurali, viabilità adeguata, collegamenti ferroviari cadenzati, accesso ad internet veloce, giusto per citarne alcuni. Ci auguriamo di vedere dei bei confronti soprattutto su queste ultime tematiche.
Partiamo da una notizia: dieci chilometri di coda (in ambo i sensi) e ore di attesa per un cantiere lungo meno di cento metri. Questo è accaduto la scorsa domenica sulla Statale 66, a causa del senso unico alternato nella località Tani.
Bene, adesso qualche qualche considerazione.
Le ore di attesa hanno rovinato la domenica a moltissime persone che, per necessità o piacere, volevano godersi le bellezze del nostro Appennino. Turisti o proprietari di seconde case, ma anche residenti che si spostavano da una zona all'altra della valle del Reno. Le persone stanno tornando a vivere la montagna e le strade, visto che in quell'area ferrovie non ce ne sono, è l'unico modo per raggiungere certe zone. Alternative “intelligenti”, insomma, non ce ne sono: o macchina o niente.
Non è intelligente però non prevedere un simile afflusso di persone in una domenica soleggiata di fine agosto: cosa costava gestire il senso unico alternato da una pattuglia della Polizia Municipale o da operatori privati invece che di un semaforo regolato con i tempi che si usano durante la settimana?
Certamente pattuglie della Polizia Municipale o operatori vanno pagati... ma è questo il prezzo da pagare per avere una montagna viva e accessibile? E, sottolineiamo: non stiamo parlando di una coda di qualche minuto. Parliamo di una coda di quasi dieci chilometri che, nei momenti peggiori ha portato a quasi due ore di tempo di percorrenza da Pistoia, invece dei consueti 20/30 minuti. E pensare che il cantiere in questione è alla base di un'opera fondamentale: sono le operazioni per portare il metano in montagna, lavoro estremamente apprezzato (e annunciato dallo stesso sindaco Tomasi in un intervista di Metropoli Rurali - Pistoia, Alessandro Tomasi: "Il nostro impegno per le aree montane") e del quale si sentiva il bisogno. Inutile però invitare le persone in collina o montagna se poi le si allontana con un cantiere chiuso mal gestito come questo.
Oltretutto i lavori andranno avanti ancora per molti mesi: ogni domenica di bel tempo si ripresenteranno queste code? Così le persone smetteranno di spostarsi in altura per passare una bella giornata, mentre i residenti avranno la vita impossibile ogni volta che decideranno di spostarsi da casa. Il tutto, senza contare eventuali necessità di emergenza: cosa sarebbe successo se qualcuno avesse dovuto essere trasportato d'urgenza con l'ambulanza dalla zona di Campo Tizzoro (ad esempio) al San Jacopo di Pistoia? Speriamo che chi gestisce la circolazione del traffico abbia capito la lezione e che disagi così evidenti non si ripetano più. Noi di Metropoli Rurali controlleremo la situazione anche nelle prossime settimane.
Lo avevamo preventivato e, puntualmente, si è avverato: il periodo più caldo dell'estate non si è fatto attendere ed ha investito senza pietà l'Italia da nord a sud. Come abbiamo detto nell'ultimo articolo, non si tratta di mera meteorologia: ogni ondata di calore si presenta coi connotati dell'eccezionalità, i record di calore e persistenza vengono via via battuti con grande facilità. Anche “isole felici” quali le zone di montagna e collina sono capitolate in questi giorni: Campo Tizzoro, a quasi 800 metri sul livello del mare, il 13 agosto ha registrato una massima di +31.4 C°. Ad Abetone, a quasi 1500 metri sul livello del mare, ben 4 giorni con temperature massime tra +23 e 25 C°. La stazione meteo di Sestola, posta a 1030 metri sul livello del mare, ha toccato i 30 gradi nella giornata del 13 agosto.
La domanda potrebbe essere: “è normale?”. Il concetto di “normale” è piuttosto vago. Possiamo però confrontarci con la media trentennale climatica di quelle zone ed affermare che quanto registrato si ponga a circa 7/8 gradi in più della media del periodo a tutte le quote. La cosa che, occorre utilizzare questo vero, “spaventa” è la facilità e la frequenza con cui le bolle di caldo africano riescono a risalire verso nord, investendo l'Italia anche nelle sue regioni più settentrionali. Dal caldo estremo di questi anni non si salvano nemmeno le quote più appenniniche più alte. E le pianure? Verrebbe da rispondere “lasciamo perdere”: le zone di pianura di Toscana ed Emilia Romagna hanno toccato e in alcuni casi superato i 40 gradi centigradi, ed anche nella giornata odierna è probabile che questi valori possano essere ripetuti.
Un occhio al futuro prossimo lo vogliamo dare: il picco del caldo, in quota e in pianura, dovrebbe essere registrato nella giornata di domenica. Dopodiché le temperature dovrebbero iniziare, lentamente, a scendere nel corso della settimana. Piogge? Poche o nessuna: le sole precipitazioni saranno collegate a brevi annuvolamenti pomeridiani sui rilievi. Oltre al tempo di questi giorni, però, tutto questo porta ad una riflessione a lungo termine: con che coraggio e con quale spirito insisteremo nei prossimi anni a vivere estati in cui 38 gradi a metà giornata sono quasi la normalità? Con che coraggio lavoreremo e andremo a fare la spesa con queste temperature? É vero che esistono i condizionatori, ma questi sono validi solo per le persone che passano molto tempo in casa. E chi deve stare fuori, per lavoro ad esempio? É semplicemente fregato.
Un ulteriore elemento per pensare alle aree rurali di collina e montagna come possibile soluzione abitativa, sopratutto in chiave futura, visto che il riscaldo globale -purtroppo- pare non voglia arrestarsi.
Chi ci segue sa che i nostri articoli trattano dell'attualità e che, solitamente, non ci perdiamo in news che valgono per mezza giornata e poi non interessano più. É una nostra linea editoriale che rivendichiamo con orgoglio. A volte, però, dobbiamo cambiare questo paradigma. É il caso, secondo noi, della meteorologia che, badate bene, è cosa diversa dalla climatologia.
Il cambio climatico è in atto ed è sotto gli occhi di tutti. Ciò però si ripercuote anche sul tempo atmosferico che viviamo ogni giorno, ovvero la meteorologia: e così che i temporali in Pianura Padana formano tornado con molta più facilità rispetto a qualche anno fa, le ondate di calore raggiungono latitudini molto più a nord rispetto a pochi anni fa, incendi e siccità devastano aree sempre più ampie d'Europa. Non si può guardare solo al proprio orticello, è tutto collegato a livello globale e passa anche dal clima della appenino tosco-Emiliano.
É nostra intenzione seguire questa evoluzione meteorologica anche sul nostro sito con periodici articoli ad hoc di analisi meteorologica. In questi giorni le nostre zone sono state interessate da correnti atlantiche più fresche, che hanno abbassato la colonnina di mercurio tanto in montagna quanto in pianura. Ci sono state anche un paio di piogge rinfrescanti (e senza danni...) nella notte tra mercoledì e giovedì. Qualche altro debole piovasco è possibile aspettarselo anche domenica, ma niente di che.
Quello che preoccupa è ciò che i modelli matematici lasciano intravedere per la prossima settimana: una costante ascesa delle temperature fino a 25 gradi a 1500 metri di quota in libera atmosfera (vale a dire, alla quota convenzionale di 850hPa), con picco previsto per il 14 agosto. Una tale temperature si potrebbe tradurre con temperature massime in pianura in Toscana vicino ai 40 gradi, qualcosa meno sulla piana emiliana ma probabilmente con più umidità (caldo, dunque, più afoso rispetto al versante toscana). Sulle nostra Metropoli Rurale? Purtroppo i 30 gradi durante il giorno sembrano probabili la prossima settimana a cavallo del ferragosto, fin dai 7/800 metri di quota, ma ci auguriamo di rivedere questa previsione al ribasso.
Se così fosse, saremo alla vigilia della settimana più calda – fino adesso – dell'anno. É estate, è vero, ed è normale che faccia caldo. Quello che spaventa, però, è la frequenza e la lunghezza di queste onde di calore che risparmiamo solo i territori sopra i mille metri. Monitoreremo l'evoluzione. Intanto godiamoci questi ultimi giorni con temperature gradevoli.
Siamo i primi, ad essere contenti che la Toscana e l'Emilia Romagna, le due regioni a cavallo della Metropoli Rurali Alto Reno, siano diventate zona gialla. Certamente: andare liberamente in comuni diversi, addirittura regioni diverse significa per ognuno di noi un grande senso di sollievo, senza contare la possibilità per migliaia di ristoratori e baristi di tornare a lavorare a ritmi di lavoro quasi normali. Però, tutto questo implica che si debba mettere in gioco una grande responsabilità personale.
Si, perché a pensarci bene, questa riapertura generalizzata rischia di rivelarsi un azzardo, quanto meno nei tempi. Il Governo stesso, in fase di annuncio della riapertura, ha parlato di «rischi calcolati» ma tuttavia non ha spiegato in cosa consistessero questi calcoli, o perlomeno ha agito di sottintesi, perché è certo che c'è una necessità economica alla base di queste scelte, e forse bastava dirlo in maniera più chiara. Due esempi per capire cosa potrebbe succedere, però, ce li abbiamo: il primo risale all'anno scorso, quando durante il periodo estivo eravamo tutti convinti che il Covid-19 fosse ormai alle spalle.
"si presenta una forte necessità di restaurare un patto sociale, e un invito alla responsabilità personale per cercare di gestire al meglio un futuro che presenta innegabilmente ancora tantissime problematiche legate al Covid-19..."
Questo ci ha portato ad un'estate di discrete libertà e di abbandono progressive di quelle cautele che garantiscono il controllo del contagio. Purtroppo abbiamo visto in autunno che l'emergenza era lungi da essere finita. In tempi più recenti, l'esempio che spaventa è quello della Sardegna: prima e unica regione in zona bianca, con restrizioni cioè praticamente annullate e al momento unica regione in zona rossa, dopo l'impennata di casi seguita i primi giorni di libertà. Vogliamo portare anche un altro esempio, forse quello che ci fa più riflettere: le scene viste in questo fine settimana, specialmente nelle grandi città vicine alle zone di nostro interesse, come Firenze o Bologna: centinaia di persone di ogni età assembrati nelle piazze, molti senza mascherina, a bere e fumare a pochi centimetri l'uno dall'altro. Domenica in cui, peraltro, le sopracitate aree erano in zona arancione e non gialla.
Adesso sta a noi intervenire, ma permetteteci il diritto di provare a sottolineare che di fronte a scene del genere dopo quasi un anno chiusi in casa, si presenta una forte necessità di restaurare un patto sociale, e un invito alla responsabilità personale per cercare di gestire al meglio un futuro che presenta innegabilmente ancora tantissime problematiche legate al Covid-19, trovando il giusto compromesso. Perché soprattutto in questo momento dobbiamo appellarci al buon senso generalizzato, ne abbiamo bisogno come dell'aria che respiriamo, molti di coloro che ci leggono lo sanno già.
Attendiamo e guardiamo la curva dei contagi, sperando che passi il messaggio che se vinciamo, lo facciamo tutti insieme, come tutti insieme potremmo perdere.

