Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
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Ormai non si contano più le situazione di clima totalmente fuori controllo in Europa e in Italia. Per accorgersi di cosa parliamo basta guardare fuori dalla finestra: piante in fiore, bagnanti sulla spiaggia, qualcuno fa addirittura il bagno, maniche corte durante il pomeriggio d'obbligo anche al nord. Fiumi? In secca. Neve sulle Alpi? Assolutamente nessuna traccia: la Coppa del Mondo di sci non può procedere perché a Cervinia e Zermatt, due stazioni sciistiche intorno ai 3mila metri di quota, non c'è traccia di neve o di temperature che possano permettere l'innevamento artificiale. Sono già saltate ufficialmente anche le gare del 5 e 6 novembre e, al momento, non si vede via di risoluzione.
Qualcuno, in modo un po' superficiale, ha esultato per questa “ottobrata” infinita, che ha portato le temperature in pianura e in montagna più vicine a quelle di metà giugno che a quelle di metà autunno. Un clima, invero, gradevolissimo se il calendario non dicesse fine ottobre/inizio novembre. «Questo caldo è benedetto, non dobbiamo accendere nemmeno i riscaldamenti» si sente dire. Certamente, visto così il discorso non fa una piega. Il prezzo da pagare per questo caldo fuori stagione, però, rischia di essere molto più caro di quello delle bollette nell'era del caro-energia.
Un esempio? Domenica nella Francia del nord si sono scatenati almeno sei tornado di media/forte intensità (scala F2 e F3 Fujita): uno di questi ha devastato il paese di Bihucourt, con la quasi totalità delle case danneggiate parzialmente o gravemente. Secondo le mappe radar del servizio meteorologico francese, il vortice formatosi sul paese ha avuto un cono di 200 metri, ha percorso 20 km ed ha raggiunto venti superiori ai 250 chilometri all'ora. Cosa c'entra il tornado francese con il caldo italiano fuori stagione? I due eventi, invece, sono strettamente collegati: nei giorni precedenti al tornado, quella zona della Francia era stata interessata dalla stessa ondata di caldo che aveva colpito la nostra Penisola, con temperature sopra la media di 12/14 gradi per giorni. Da noi quell'ondata non si è ancora interrotta.
A differenza del nostro paese, invece, la Francia del nord è risultata essere molto più esposta ai venti instabili e umidi proveniente dall'Oceano Atlantico: è bastato uno spiffero di aria instabile da nord ovest arrivato sulle pianure francesi domenica per generare temporali e tornado, proprio come succede nelle Grandi Pianure Americane. Lo scontro di aria fresca e instabile (la cui presenza in Europa sarebbe totalmente normale in questo momento dell'anno) e l'aria calda e umida presistente sul continente europeo (tipica di luglio/agosto, molto meno per novembre) sono il set ideale per la formazione di eventi estremi: grandinate, downburst, tornado e alluvioni. In Francia, dunque, ci sono stati i tornado.
Il rischio maggiore in autunno, nel nostro paese, è forse invece proprio quello delle alluvioni. Il Mar Mediterraneo conserva temperature quasi estive in superficie: se si dovessero attivare venti atlantici in grado di arrivare fin sul nostro territorio, evento normalissimo per l'autunno, dobbiamo prepararci nuovamente a fenomeni potenzialmente estremi anche in Italia. La speranza è che le temperature calino gradualmente, senza “schiaffoni” di venti atlantici che porterebbero alla genesi di perturbazioni estremamente instabili e pericolose, specialmente sul lato tirrenico più esposto ai venti da ovest.
C'è da sperare in un calo graduale delle temperature superficiali marine e terrestri, magari grazie a secchi venti di tramontana che non sono portatori di temporali o fenomeni estremi nella maggior parte dei casi. Sarebbe il modo ideale di disperdere l'energia legata al surpus di calore presente nell'aria. Per ora, è proprio il caso di dire, si naviga a vista: fino ad inizio novembre almeno, l'alta pressione non sembra voler fare marcia indietro in Italia, continuando a regalarci (o a condannarci?) a questo inquietante caldo fuori stagione.
L'energia così continuerà ad accumularsi e a noi non resta che sperare che essa venga dispersa senza l'innesco di fenomeni estremi. Oltre a questo, per l'ennesima volta occorre fare i conti con la realtà: il clima sta cambiando e lo sta facendo incredibilmente veloce.
Il prezzo dell'energia elettrica appare quasi fuori controllo e quel “quasi” rischia di essere tolto nel giro di poche settimane. Il prezzo medio fissato per l’energia elettrica sta per toccare la quota record di 718,71 euro al MWh. I numeri sono impressionanti. Un quadro preciso ce lo da Confsercenti, con un report aggiornato alle ultime tariffe dell'energia elettrica sul mercato. Se nel 2020 e 2021 un bar spendeva in media 6.700 € per le bollette di luce e gas, nei prossimi dodici mesi, ipotizzando che gli aumenti attuali restino costanti, lo stesso bar spenderà 14.740 €. Un aumento del 120 % e un’incidenza sui ricavi aziendali che passa dal 4,9 % al 10,7 %.
Secondo le stime, un albergo medio vedrà lievitare la spesa per la bolletta energetica da 45.000 € a 108.000 € (+140 % con un’incidenza di oltre 25 punti percentuali sui ricavi). Un esercizio di vicinato da 1.900 € a 3.420 € (+80 %), un ristorante da 13.500 € a 29.700 € (+120 %).
«Il caro bollette – fanno sapere da Confesercenti – sta diventando una variabile incontrollabile per tantissime imprese, un virus che distrugge bilanci e redditività. E questo nonostante gli interventi di sostegno fin qui adottati dal governo, che scadranno fra settembre ed ottobre. In autunno si rischia il collasso».
L'aumento sconsiderato dei costi sarà recepito anche dalle famiglie private, che saranno costrette (A parità di reddito) a diminuire i consumi. Il disastro, insomma, è dietro l'angolo. Quello che appare ancora lontano, molto lontano, è la possibile soluzione a questo problema che rischia di portare l'Italia dritta dentro la recessione.
Un ipotesi interessante ci arriva dalla regione Basilicata.
Secondo il quotidiano online Open, la regione Basilicata appunto ha approvato la legge che azzera alcuni costi nelle bollette del gas per i residenti dal nome «gas gratis per tutti».
Da ottobre, quindi, i residenti della regione pagheranno almeno il 50 per cento in meno in bolletta rispetto ai residenti delle altre regioni. Questo perché in Basilicata si concentrano un miliardo e 79 mila metri cubi di gas estratti nel 2021, secondo i dati diffusi dal Mise. Un discreta scorta di materia prima, che ha permesso un accordo tra la Regione e le compagnie petrolifere in loco, comprese Eni, Shell e Total.
Le bollette del gas, ovviamente, non saranno gratis per i basilicatesi: il costo vivo della materia prima sarà azzerato, ma le spese logistiche di trasporto e gli oneri di sistema resteranno e verranno normalmente pagate. Il totale della bolletta, comunque, sarà molto più magro rispetto a quanto sarebbe stato.
Questo, comunque, non basta affatto ad evitare il disastro: per quanto lodevole, l'iniziativa coinvolgerà 110mila famiglia secondo le stime del Corriere della Sera. Privati sì, ma aziende no. E per tutti i 59milioni e mezzo di italiani che non abitano in Basilicata? Al momento la politica è impegnata nella campagna elettorale e ben difficilmente sarà trovata (o anche semplicemente cercata) una soluzione entro il prossimo ottobre. Sperando non sia troppo tardi.
Abitare in montagna o in collina non è solo una scelta di buon senso per quanto concerne l'abbassamento dei costi delle abitazioni, il calo del traffico e l'aria infinitamente più pura: significa anche un maggiore contatto con la natura, un maggiore insegnamento da essa. Una lezione, quella della natura, che è molto preziosa per la vita di un uomo, ma che troppo spesso non viene ascoltata. Ne è un esempio lampante la vicenda dei 15 scout salvati domenica dal Soccorso Alpino nella zona del rifugio Montanaro, nel comune di San Marcello Piteglio, a circa 1800 metri di quota. L'obiettivo del gruppo era quello di raggiungere il rifugio Duca degli Abruzzi, ma una tormenta di neve gli ha sorpresi mentre stavano passeggiando con addosso la divisa estiva, fatta di camicia leggera e calzoni corti.
L'imprevedibilità della bufera non regge: il passaggio del fronte freddo (con annesse forti precipitazioni nevose fin sui 1300 metri) era ampiamente prevista dai modelli matematici già da alcuni giorni. Chiunque in montagna, sopra quella quota, avrebbe avuto a che fare con una giornata variabile, fredda, con probabili rovesci di neve. E invece, i capi-squadra hanno deciso di salire in montagna come stessero andando a fare una passeggiata in riva al mare nella bonaccia d'agosto. Risultato: una tragedia sfiorata, con quindici ragazzi infreddoliti di cui tre sull'orlo dell'ipotermia, frutto della superficialità con cui le guide scout hanno deciso di affrontare un percorso impervio a quota 1800. Una lezione della montagna inascoltata, che purtroppo non è risultata essere affatto l'unica.
La settimana prima in Trentino Alto Adige, su un lago di Braies ancora ghiacciato, quattordici persone sono cadute nell’acqua ghiacciata e undici sono rimaste ferite, alcune gravemente: un neonato è stato trasportato alla clinica di Innsbruck in condizioni critiche e solo il giorno successivo i medici lo hanno dichiarato fuori pericolo. Una follia collettiva di centinaia di persone che, nel pieno del disgelo di aprile, si sono avventurati in una pericolosissima passeggiata sul lago ghiacciato (ma di ghiaccio sottile!) ignorando oltretutto i numerosi cartelli presenti in loco. Anche in questo caso c'è stata una superficialità imperdonabile con la quale è stata affrontata la montagna che solo per miracolo non si è trasformata in tragedia.
Risiedere in montagna significa vivere la montagna, vivere la montagna significa capirla e rispettarla. Qualcosa che troppo spesso smettiamo di fare senza nemmeno accorgerci.
Stiamo assistendo ormai da almeno due anni ad una serie di cambiamenti storici concentrati in un lasso di tempo ristrettissimo: prima la pandemia e i lockdown, adesso la guerra in Europa con le sue tragedie umanitarie e le fortissimi ripercussioni sull'economia globale. Insieme a tutto questo, alle nostri latitudini non si è mai fermata l'escalation del cambiamento climatico, con periodi caldi e asciutti sempre più prolungati intervallati da forti piogge concentrati in tempi ristrettissimi. In questo scenario particolarmente complesso e difficile, riteniamo che per la vita dell'uomo possano avere una marcia le aree rurali interne rispetto alle grande città, che sopratutto durante la pandemia hanno mostrato tutti i loro limiti sistemici.
Le aree di collina e montagna, vuoi per il clima migliore e molto più vivibile durante l'anno, vuoi per i minori costi di case e servizi, potrebbero presto rappresentare il luogo migliore dove poter stabilirsi nel prossimo decennio. La competizione tra i servizi presenti in città, e la qualità di vita dei piccoli paesi si sta sbilanciando nettamente a favore dei secondi, ritrovandosi così ad essere il brand dominante (per usare un termine di marketing) della situazione. Questo discorso vale, secondo noi, a livello europeo ma -per ora- limitiamoci alla nostre zone di interesse: le aree appenniniche settentrionali. Anche il mondo della politica italiana, con estrema lentezza (occorre riconoscerlo), si sta accorgendo di questo cambio di passo: la politica, quella con P maiuscola, quella abituata a vivere nei grandi palazzi cittadini di Roma, sempre più spesso si ritrova a dover confrontarsi col sindaco del piccolo comune quasi alla pari, se non addirittura in una posizione subalterna.
Gli amministratori che si ritrovano alla guida dei vari comuni presenti sulla fascia appenninica devono essere consapevoli di questo cambio di paradigma destinato ad acuirsi nei prossimi anni: occorre una forte presa di coscienza e di conseguenza di comportamenti e richieste da parte di essi verso la politica centrale. Se anni fa il sindaco del piccolo comune collinare o montano non aveva alcun voce in capitolo tanto da essere quasi snobbato dalla politica centrale nazionale, oggi si ritrova in una situazione ben diversa, completamente ribaltata, si ritrova ad essere attore protagonista in un cambio di paradigma totale.
Badate bene: chi scrive non ha nulla in contrario con le grandi città ed è evidente che queste non si svuoteranno dall'oggi al domani. Anzi, è bene non sia così. Quello che noi vediamo è però una necessità nell'interrompere quel circolo vizioso di ammassamento di “nuove” persone in città per veicolarle o anche solo far presente dell'esistenza di una soluzione abitativa migliore lontano da esse (o quanto meno non troppo vicino), sopra i 500 metri di quota, sopra la fascia dello smog, del caro parcheggi, delle estati senza afa. Anche con questa consapevolezza si riuscirà a chiudere del tutto quel calo demografico che ha caratterizzato le aree a noi care della 'Metropoli Rurali' negli ultimi 40 anni. In parte, lo sta già facendo.
Partiamo da un fatto: la legge di bilancio 2022 ha previsto l’istituzione del “Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane”, con una dotazione di 100 milioni per il 2022 e di 200 milioni a decorrere dal 2023.
Una spesa nazionale destinata alla montagna che ritorna in bilancio dopo oltre 30 anni di niente: l'ultima legge nazionale destinata alle aree montane risaliva al 1994.
Qual'è l'obiettivo di questo fondo? Quella di definire la “Strategia nazionale per la montagna italiana” (SNAMI) di rilancio dei territori montani, attraverso una serie di azioni volte a promuovere la crescita e lo sviluppo economico e sociale dei territori montani, l’accessibilità alle infrastrutture digitali e ai servizi essenziali, con riguardo prioritario a quelli socio-sanitari e dell’istruzione, il sostegno alla residenzialità, alle attività commerciali e agli insediamenti produttivi, il ripopolamento dei luoghi.
Belle, bellissime parole.
Non fraintendeteci: nessuno pretende che le problematiche della montagna vengano risolte nel giro di due settimane. É ovvio che un cambiamento epocale come quello proposto impieghi anni per concretizzarsi. É altrettanto vero che, insieme alle parole, il Governo ha stanziato 300 milioni di euro per le aree montane nazionale. Quindi non parliamo, è proprio il caso di dire, di “chiacchiere” e basta.
La domanda è: saranno pronti gli amministratori governativi, regionali e locali ad interpretare questo cambiamento? Qui permetteteci qualche dubbio. Avere a disposizione i soldi non sempre equivale a saperli mettere a frutto con idee valide e concrete. Che, infatti, al momento non scorgiamo. La scorsa settimana il ministro Gelmini ha presentato tre piani di sostegno alle comunità montane locali in Piemonte, Emilia e Abruzzo. L'obiettivo dichiarato è «valorizzare i territori, montani e appartenenti alle aree interne».
Una di questi, la “Montagna del Latte”, è un «progetto dell’Unione montana dell’Appennino reggiano nato per promuovere la crescita e lo sviluppo di questa parte del territorio appenninico, all’insegna della piena sostenibilità ambientale e sociale», come cita il sito ufficiale della regione Emilia Romagna. La “Montagna del Latte” è anche una delle prime “Green Communities” nazionali, nella quale le comunità locali saranno aiutate nell’elaborazione di piani di sviluppo energetico, ambientale, economico e sociale che mettano al centro acqua, boschi e paesaggio. Come? In teoria attraverso la gestione integrata e certificata delle risorse idriche, con la produzione di energia da fonti rinnovabili locali, con la costruzione e gestione sostenibile del patrimonio edilizio sfruttando anche le risorse energetiche rinnovabili. Questo, è bene ribadirlo, a livello teorico.
E a livello pratico? La situazione, come troppe volte accade, è ben diversa. L'attuale guerra in Ucraina, e le sanzioni dell'Unione Europea alla Russia, hanno reso più vicina la riapertura delle centrali a carbone in Italia, eventualità che va in tutt'altra direzione rispetto agli investimenti nelle energie rinnovabili. Le priorità energetiche del paese, montagna e non, sono cambiate in modo molto rapida dopo l'invasione russa in Ucraina.
Al netto della problematica energetica non contemplata nelle Green Communuties, occorrerà, poi, vedere, come le autorità regionali e locali modelleranno questa “autostrada del cambiamento”. Bonaccini, presidente della regione Emilia Romagna, ha detto: «puntiamo allo stesso tempo sulla crescita dei servizi e sulla valorizzazione del capitale umano. Sono convinto che la possibilità di realizzare uno sviluppo di qualità e inclusivo passi proprio dalla capacità di valorizzare i territori appenninici, per contrastare lo spopolamento e dare ai giovani opportunità concrete di vita e di lavoro. E’ la scelta che stiamo facendo in Emilia-Romagna».
Quindi ricapitolando: soldi? Ci sono. Piani generici? Ci sono. Idee e progetti concreti? Non ci sono granché, almeno per ora.
Vedremo e monitoreremo nei prossimi mesi quali e quanti saranno i piani concreti per il rilancio delle aree montane di Emilia-Romagna, Piemonte e Abruzzo, le uniche tre (per il momento) “Green Communities” fondate.
La regione Toscana, tanto per cambiare, ancora non pervenuta sotto questo punto di vista.
Rigenerazione culturale, sociale ed economica dei borghi. La misura, di carattere nazionale, rientra tra gli investimenti del Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, e mette a disposizione complessivamente 420 milioni, quindi 20 milioni per ciascun progetto di ogni regione italiana, che rientrano nella linea di finanziamento relativa alla "attrattività dei borghi". La notizia, sulla carta, sembra ottima: venti milioni di euro (tantissimi soldi!) per la totale ristrutturazione di un borgo, uno per ogni regione.
Il bando è già scaduto e centinaia di richieste sono arrivate ad ogni regione che poi selezionerà entro il 15 marzo la candidatura di un borgo ognuno al Ministero della Cultura.
Sulla carte l'obiettivo è assolutamente meritevole: “Aumentare l’attrattività dei piccoli borghi e, rafforzando l’identità delle destinazioni meno note, accrescere la resilienza delle comunità locali, anche attivando un loro diretto coinvolgimento. Questo con interventi volti al recupero del patrimonio architettonico, culturale e ambientale per il rafforzamento dell’attrattività dei borghi e dei centri storici di piccola dimensione, attraverso il recupero di spazi urbani, edifici storici o culturali, nonché di elementi distintivi del carattere identitario”. Al bando, ovviamente, hanno aderito in massa i comuni delle regioni di Toscana ed Emilia Romagna e adesso, a metà marzo, capiremo chi potrà avere diritto a questi 20 milioni.
Fermo restando che troviamo un po' particolare che il bando del governo lasci completa discrezione alle Regioni su come individuare i 21 paesi a cui andranno 20 milioni di euro, troviamo questo bando più una lotteria che un vero e proprio bando per la crescita del territorio. Anche perché, le regole di questo bando sembrano piuttosto vaghe e lasche. Alla fine, le singole regioni selezioneranno secondo non si sa bene quali principi il borgo meritevole del generoso contributo. La nostra non è una critica verso le regioni, che non possono che adattarsi alle regole del bando. La critica è, appunto, verso il bando stesso: è questa l'idea del governo per rilanciare i borghi rurali e contrastarne lo spopolamento? Noi ci auguriamo di no, perché l'idea sempre spuntata già in partenza: con questo bando arriveranno tantissimi soldi in un posto solo. Dove ciò accadrà, i borghi verranno ridisegnati più in chiave turistica che in chiave residenziale, e tutt'attorno non arriverà nemmeno un centesimo.
Un bando che sembra andare in direzione opposta di quello che serve alle rurali: servizi, internet veloce, viabilità migliorata, accesso alla sanità. Ci dispiace, ma questo bando ci rende perplessi e quasi amareggiati per l'occasione persa. Probabilmente non sarà l'unico a favore dei borghi e delle aree a rischio spopolamento (ce lo auguriamo!), ma se queste saranno le linee guida anche dei prossimi vorrà dire che qualcuno al Ministero non ha capito granché di come sarebbe necessario ridisegnare il territorio del domani, con il sistema-città vicino al collasso.
Per ora vediamo un costosissimo buco nell'acqua, che farà la super-fortuna di qualche sindaco con impatti virtuosi estremamente limitati sul territorio.
Alla fine, uno dei bandi più efficaci e virtuosi continua a sembrarci quello dell'Emilia Romagna, che ha stanziato a distanza di pochi mesi 20 milioni a fondo perduto per l'acquisto della prima casa nelle aree rurali destinato ai giovani. Un bando che ha permesso a centinaia di famiglie di comprare case in aree altrimenti destinate all'abbandono con un contributo fino a 30mila euro a persona. Un contributo, questo si, strutturale per ridare la vita a borghi che la stanno perdendo.
Le seguenti sono domande che faccio a me ma anche ai vari amministratori del territorio, con i quali abbiamo ottimi rapporti. Stiamo davvero comunicando con gli interlocutori giusti? O stiamo sbagliando e stiamo cercando di vendere ghiaccio agli eschimesi ? Se se stiamo sbagliando, allora il risultato sarà senza alcun dubbio un vero disastro. Spiego le mie perplessità: siamo nel 2022, il fattore tecnologico è diventato dominante, esistono tutta una serie di attività che possono portare il lavoro dove vogliono e che possono addirittura aggregarsi e fare sistema dove vogliono, Professionisti che possono fare in tutto e per tutto come e cosa vogliono purché si porti il risultato a casa.
Ma siamo sicuri che ci stiamo rivolgendo a loro quando parliamo di zone rurali, di incentivi, di messaggi promozionali per favorire il ripopolamento della montagna? Perché dobbiamo farcela tutti questa domanda e, secondo il mio modesto parere, dobbiamo prima di tutto iniziare a realizzare che siamo nel 2022, con le opportunità e le condizioni allo stato attuale, e non quelle di qualche anno fa quando il mondo era diverso da quello che è adesso. Il focus comunicativo per veicolare il messaggio verso nuove persone potenzialmente interessate ad abitare in queste aree è fondamentale: dobbiamo produrre una comunicazione che va dritta a coloro che possono trarne vantaggio, perché le zone rurali non hanno vie di mezzo e possono essere o una disgrazia o un'importante opportunità per piccole aziende e professionisti.
Ed ecco che dobbiamo stare molto attenti, essere precisi, altrimenti come ho già detto, rischiamo di avere lo stesso risultato di chi vuole andare a vendere ghiaccio agli eschimesi.
Facciamo un piccolo esempio: cosa offrono le zone rurali in più rispetto alla città? Temperature più basse tutto l'anno rispetto alla città, specialmente d'estate. Può sembrare una cosa da poco, ma non lo è per niente. Uno studio con un certo numero di persone e computer e vari device tecnologici può portare dei vantaggi economici in consumo di corrente notevoli, che ti cambiano la situazione economica in maniera significativa, perché in città occorre utilizzare l'aria condizionata da marzo a ottobre inoltrato se non vuoi avere un effetto forno. Ecco, nelle zone rurali non serve niente di tutto questo.
Iniziamo a domandarci quali sono i nostri punti forti, iniziamo a elencarli, e iniziamo a raccontarle al giusto interlocutore. Noi, nel nostro piccolo, ci stiamo provando.
Dopo la neve in montagna a inizio a dicembre, la situazione meteorologica è nuovamente cambiata sull'Appennino Tosco-Emiliano e relative aree di pedemontana e pianura. L'anticiclone africano prima e delle Azzorre poi hanno portato le temperature su valori di molto o di moltissimo sopra le medie del periodo. A inizio mese, ricordiamo, la stazione meteorologica posta in vetta al Cimone ha fatto registrare ben 11 gradi centigradi, una temperatura in linea con il mese di giugno. Nei giorni successivi fino ad arrivare ad oggi le temperature si sono via via abbassate, rimanendo comunque sempre oltre la media se non per brevissime incursioni più fredde.
Caldo e freddo come ogni inverno in un'area temperata come quella mediterranea, cosa c'è di strano? Lo strano è che il periodo “caldo” di ogni stagione, sia quella invernale che quella estiva, diventa a vista d'occhio più lungo e con picchi di temperatura più alti, e i record termici vengono battuti mese dopo mese. Nelle aree di pianura di Pistoia hanno iniziato a vedersi fiorire le prime mimose, qualcosa di impensabile per metà gennaio. Eppure, i ripetuti pomeriggi caldi e soleggiati hanno “risvegliato” questa pianta quasi due mesi prima di quello che tradizionalmente dovrebbe essere.
Una dinamica sottolineata anche da Coldiretti, che ricorda come l'ultimo anno, il 2021, si sia classificato al decimo posto dei più’ caldo dal 1800 facendo segnare una temperatura superiore di ben 0,71 gradi rispetto alla media storica. Non a caso, anche lo scorso anno, la dinamica fu tristemente simile nell'area di Pistoia e non solo il ‘caldo invernale’ risvegliò in anticipo tante colture che poi vennero ‘gelate’ dalle temperature sottozero di inizio primavera, con conseguenze negative per la produzione in vigneti, uliveti, vivai e per gli apicoltori. Dati alla mano, i luoghi che stanno vivendo un andamento termico più lineare e vicini ai valori tradizionali sono quelli che si trovano oltre i 6/700 metri di quota, dove le alte temperature durante i periodi anticiclonici arrivano più smorzate.
Non è un caso che alcuni produttori anche di alta collina abbiano iniziato a coltivare con successo una serie di ortaggi che fino a qualche anno fa erano di esclusivo appannaggio della pianura. Purtroppo, c'è poco da stare allegri e meno in quota si è peggio andrà. La tendenza al surriscaldamento ha avuto una netta accelerazione negli ultimi venti anni nella Penisola che sono stati i più caldi degli ultimi due secoli ed è stata accompagnata dal moltiplicarsi di eventi estremi con il 2021 che ha fatto segnare lungo tutta la Penisola bombe d’acqua, grandinate, trombe d’aria come mai prima di adesso.
Il pensiero va all'estate, quando l'estremizzazione delle ondate di caldo provocherà nuovamente periodi prolungati di caldo estremo in pianura anche alle latitudine più settentrionali, come ormai accade da diversi anni. Un trend preoccupante che osserveremo, mese dopo mese, su Metropoli Rurali Alto Reno, nella speranza di essere presto tranquillizzati da un ritorno a temperature meno estreme in tutte le stagioni. Speranze, però, che al momento stanno rimanendo tali e basta.
Si va verso un recupero dell'immobile della ex stazione ferroviaria Fap (Ferrovia Alto Pistoiese) di Pracchia, da anni in stato di totale degrado ed abbandono. Nei giorni scorsi l'Unione dei Comuni Montani ha acquistato attraverso un bando di Rfi (Rete ferroviaria italiana) l'edificio ex Fap. L'obiettivo dichiarato è quello di volerlo risistemare e destinarlo alla realizzazione di attività culturali, sociali e turistiche a beneficio della cittadinanza e dei turisti. Un tempo la stazione di Pracchia era il punto di partenza della linea ferroviaria privata Pracchia-San Marcello Pistoiese-Mammiano e, visto la sua vicinanza con la linea Porrettana delle Ferrovie dello Stato, ebbe per anni la funzione di stazione di scambio con appunto la linea Porrettana.
Quella ferrovia, rimasta attiva fino al 1965, era il simbolo di una montagna in forte espensione economica. A oltre 60 anni dalla sua chiusura, la situazione sul territorio montano è ben diversa: paradossalmente, la ben più importante ferrovia Porrettana che collega Pistoia e Bologna è diventata una ferrovia di serie B, mentre della ferrovia Pracchia – Mammiano non rimane praticamente traccia. Anche con il recupero dell'area attorno la stazione ex Fap, i binari non torneranno di certo al loro posto: il comune di Pistoia ha comunicato che l'immobile, una volta recuperato, «potrebbe rappresentare il punto di riferimento di una serie di iniziative che collegano la montagna alla piana, sviluppate intorno alla ferrovia e alla rete sentieristica che si articola su tutto il territorio. L'utilizzo dell'immobile, una volta ristrutturato, si intreccia e si fonda anche sui progetti di valorizzazione della linea ferroviaria Porrettana come il progetto denominato "Pracchia porta della Montagna", presentato da una cooperativa locale che ha tra gli obiettivi la valorizzazione del turismo slow con ampliamento dei servizi di accoglienza attraverso la creazione di un punto servizi, un green point, ma anche un punto ristoro e molto altro ancora».
Al comune di Pistoia e all'Unione dei Comuni Montani va il nostro plauso per l'iniziativa: il fabbricato diroccato da decenni com'è stato fino adesso non rendeva giustizia alla gloriosa storia della Fap. Però come la pensiamo noi di Metropoli Rurali Alto Reno ormai lo avete capito: la montagna pistoiese e in buona parte anche quella emiliana non sono la Costa Salentina, la Costa Smeralda o le Alpi della Val d'Aosta. É improbabile che le zone di riferimento della nostra Metropoli Rurale possano vivere di forte turismo tanto da sostenere un'intera economica.
Paradossalmente la ristrutturazione e il rilancio turistico della stazione ex Fap avvengono a pochi metri dalla linea Porrettana: qui tuttora la linea è interrotta proprio tra Pracchia e Porretta per un masso caduto sulla sede ferroviaria ad inizio inverno. Ad oggi ancora non è dato sapere quando verrà ripristinata e aperta. Bene le iniziative di questo tipo ma che siano accompagnate, nei prossimi mesi, anche da una rinnovata attenzione ai servizi sul territorio, alle strade usate da chi risiede e lavora in montagna, alle presenza di internet veloce, alle agevolazioni fiscali per chi risiede e sceglie di continuare a risiedere in collina e in montagna. Pensare alle aree rurali solo con una prospettiva turistica è qualcosa che, a questo punto, non possiamo permetterci.
Mentre la variante Omicron sta mettendo sotto scacco non solo l'Italia e il mondo intero, l'Europa è alle prese con l'ormai consueta ondata di caldo fuori stagione. Un lembo di aria calda proveniente dal Nord-Africa ha ricordato, come se ce ne fosse bisogno, che parallelamente alla Pandemia dovremo anche combattere col riscaldamento globale. Scendendo sulle aree di nostro interesse, su Emilia Romagna, Toscana e sulle aree collinare a cavallo è arrivata nel pieno dell'inverno una primavera inoltrata. I valori termici fanno spavento: 15 gradi diffusi alla quota di 1000 metri, 11.5 gradi a 1500, 5 gradi a duemila metri.
E il peggio potrebbe ancora non essere arrivato: per sabato gli ultimi bollettini danno uno zero termico a 4000 metri sulla verticale dell'Appennino Settentrionale, un valore notevole per i mesi estivi, qualcosa di inimmaginabile per inizio gennaio. In pianura, complice la nebbia, il sole basso all'orizzonte e l'inversione termica che “schiaccia” l'aria più fredda verso il basso, l'ondata di caldo non si farà sentire granché, sempre rimanendo in un clima più ottobrino che invernale. Temperature che, come purtroppo abbiamo scritto più volte, mostrano la faccia più cattiva e feroce del riscaldamento globale, che ormai in ogni stagione evidenzia come l'antico adagio “non ci sono più le stagioni di una volta” rappresenti sempre di più un' allarmante verità.
Se da una parte si risparmierà qualcosa sul riscaldamento, il comparto turistico della montagna – ripartito alla grande dopo il Covid – rischia una nuova beffa: nel primo anno post-pandemia in cui è possibile sciare, la neve rischia di sparire clamorosamente dalle piste. Forse, però, il lavoro degli addetti alle piste di Emilia e Toscana non andrà perso.
«La neve caduta a inizio dicembre – sottolinea Andrea Formento, presidente Federfuni Italia e assessore al comune di Abetone Cutigliano – ci ha permesso di poter sciare sulle piste con un ottimo innevamento fino adesso. Questi giorni di caldo anomalo non sono l'ideale, ma la neve resisterà sulle piste: l'abbiamo compattata bene giorno dopo giorno, il fondo è solido, di più non si poteva fare».
La neve sulle piste e, in parte, anche fuori, potrebbe comunque tenere perché il sole di dicembre è comunque debole e l'aria in quota è e sarà relativamente secca. Se oltre a queste temperature arrivasse la pioggia, le neve sarebbe destinata a sparire nel giro di un giorno o due. Al momento, però, per i giorni di Capodanno e per i successivi primi giorni del 2022 non è prevista pioggia bensì tempo stabile e soleggiato.
«I nostri turisti potranno prendersi la tintarella dopo la sciata – scherza Formento –! Ma, scherzi a parte, queste ondate di caldo fuori stagione preoccupano non solo ad Abetone ma in tutto il mondo. Occorre consapevolezza che il clima stia cambiando e lo stia facendo molto in fretta. Sta a noi poi, operatori del territorio, minimizzare l'impatto degli eventi atmosferici su quello che è la nostra attività economica di riferimento, ovvero quella turistica».