Dedicato a chi abita o vuole tornare a vivere in collina o in montagna
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«Nei prossimi 10-20 anni circa 300mila abitanti dell'area urbana di Torino non saranno più nelle condizioni di abitare la città per quattro mesi l'anno, da giugno a settembre. Si sposteranno tutti verso collina e montagna perché, più in basso, calore e umidità renderanno impossibile il vivere in condizioni accettabile».

A dirlo non sono catastrofisti climatici, bensì Antonio De Rossi, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana e direttore dell’Istituto di Architettura montana e della rivista internazionale «ArchAlp» presso il Politecnico di Torino. 


De Rossi, insieme a due colleghi ricercatori, Filippo Barbera e Domenico Cersosimo, ha curato una raccolta di saggi dal titolo "Contro i Borghi, Il Belpaese che dimentica i paesi". 
Il saggio, estremamente interessante e approfondito, parte da un punto fermo: l'Italia è una nazione con poche grandi città, pochissime metropoli, molte città medie, una miriade di piccoli comuni, frazioni, reti di città, campagne, coste, colline e montagne. Queste ultime vengono solitamente ridotte all’immagine del “borgo”.


Una parola, “borgo”, che vuol dire tutto e niente: nell'accezione politica, ma anche del luogo comune, con “borgo” si è finiti per intendere un contenitore in cui mettere dentro (sbagliando) le migliaia di peculiarità e caratteristiche di un paese vario come la nostra Italia. Un pensiero generalista sbagliato, portato avanti più o meno inconsciamente negli anni tanto dall'opinione pubblica quando dalla classe politica: il borgo come luogo bello ma bisognoso, «interessante ma non ci vivrei». Tutto concettualmente sbagliato.


«Con questo saggio – dichiara il professore De Rossi – non si vuole portare avanti una crociata contro i piccoli centri, ci mancherebbe. Piuttosto, criticare con durezza l’approccio politico e mediatico riguardo alle politiche montane. Anche il recente 'Bando Borghi' promosso dallo Stato Italiano non ha fatto centro: si porta avanti un’idea di riqualificazione basata quasi esclusivamente sul turismo, guardando ai paesi montani come perle da visitare e non come luoghi da vivere».


Tanti soldi sul tavolo, ma sui borghi, secondo i ricercatori, si sta sbagliando approccio. E di tanto.
«In Italia esiste da anni questo dibattito sulle aree interne e sull'andare oltre il sistema città. Adesso sono arrivati anche tantissimi soldi dal Pnrr ma, se andiamo a vedere, quasi tutte le risorse sembrano incentrate sul turismo e sulla fruizione delle aree interne per i cittadini in vacanza. Sembra quasi che ogni paese lontano dalla città debba per forza trasformarsi in un borgo votato al turismo, patinato, bello da vedere anche se magari un po' finto. Non vediamo, però, una reale progettualità votata a far rimanere le persone nel paese, a creare posti di lavoro nell'industria, con filiere importanti come è stato fatto in altre aree d'Europa. Nella aree interne abbiamo il piccolo artigiano, abbiamo il piccolo allevamento, ma mancano visioni di produzione su larga scala. Noi, nel nostro libro, analizziamo questa mancanza di visione progettuale per i paesi e critichiamo questo meccanismo più incentrato al turismo che alle reali esigenze delle persone che vi abitano o che vi potrebbero abitare tutto l'anno».


Un percorso, sbagliato, che secondo De Rossi, parte da lontano.
«Sono almeno trent'anni che lo Stato sta producendo politiche per le aree interne votate al turismo, con l'intento di trasformare i paesi in borghi pittoreschi e belli a tutti costi: luoghi belli, caratteristici senza però fare nulla o quasi per chi in quelle zone potrebbe creare posti di lavoro o avviare produzioni su larga scala. Sembra quasi che i paesi stessi non possano avere vita propria ma che debbano, per sopravvivere, aderire per forza a questo sistema turistico-centrico».


E mentre il mondo va avanti, l'Italia rimane al palo sulle politiche per le aree interne. Il tutto, mentre il sistema città lentamente collassa.
«Come detto – prosegue De Rossi – sembra che i luoghi della montagna non possano avere vita propria. Di fronte alla grande crisi in cui vivono la città, le aree interne italiane non hanno prospettive diverse da qualsiasi che sia un futuro destinato al turismo. Lo abbiamo visto anche coi bandi del Pnrr, dove i piccoli paesi spesso non hanno personale a disposizione per poter procedere alle progettualità richieste dai bandi, col risultato che la politica locale non può decidere come investire questi soldi».


Esempi, virtuosi, ce ne sono e sono anche molto vicini a noi.
«Per avere un'idea di un sistema funzionante e competitivo – conclude De Rossi – basta guarda cosa accade nella maggior parte delle aree collinari di Francia, Svizzera e Austria. Le colline non vivono solo di turismo: sul territorio ci sono industrie, imprenditoria su larga scala, filiere esclusive che non si trovano nelle grandi aree urbane. L'esempio più eclatante è la regione dell'Austria occidentale Voralberg: qui, negli ultimi anni, si è sviluppata la filiera della produzione di legno, con uno sfruttamento controllato dei boschi della regione. Risultato: migliaia di posti di lavoro creati dal nulla di prodotti all'avanguardia, eco-sostenibili, esportati con profitto in tutta Europa. Un'economia non marginale ma assolutamente principale. Sarebbe bello, almeno in parte, vedere politiche che vanno in questa direzione anche in Italia».

 

 

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