Negli occhi di tutti noi ci sono ancora le immagini dell'ennesima devastante alluvione che ha colpito il nostro paese. Nonostante le previsioni meteorologiche promettessero il peggio tra Toscana e Lazio, la furia degli elementi si è abbattuta nelle Marche, dove ci sono state 11 vittime a seguito dell'inondazione del fiume Mise e del suo reticolo minore. All'indomani della tragedia, occorre farsi alcune domande per capire quanto sia pericolosa la fase climatica che stiamo attraversando da alcuni anni a questa parte.
La tempesta era davvero imprevedibile? In parte sì, ma attenzione: ci sono molti distinguo da fare.
La perturbazione che ha portato in seno il temporale distruttivo del 15 settembre arrivava da ovest e, secondo le previsioni più accreditate, avrebbe dovuto colpire una zona tra Toscana centrale e Alto Lazio e comunque non nella misura in cui effettivamente ha colpito le Marche. I modelli previsionali, infatti, parlavano il giorno prima di temporali da 100-120mm di pioggia nell'arco di 12 ore. Precipitazioni, quindi, molto forti: 120mm di pioggia sono tanti quanti ne cadono in media in tutto il mese di settembre a Firenze.
Il temporale distruttivo si è generato non solo a più di 100 km a sud-est da dove i modelli matematici lo avevano posizionato, ma è stato anche capace di scaricare una quantità quasi 3 volte superiore a quella prevista, sfiorando e superando in alcuni casi la soglia dei 350mm nel giro di mezza giornata, ovvero quanta pioggia cade in 3-4 mesi. I giorni precedenti le previsioni meteorologiche avevano inequivocabilmente segnalato la possibilità di fenomeni estremi per il 15 settembre ma, anche a pochissime ore di distanza, i modelli matematici non sono stati in grado di posizionare con esattezza la portata e la posizione dell'evento eccezionale. Non a caso, in Toscana quel giorno era stata diramata un'allerta arancione (l'allerta massima è rossa) per temporali forti che poi, alla fine, non ci sono stati sul territorio.
Ci sono delle responsabilità oggettive di questa mancata previsione del fenomeno?
Non sta a noi fare processi su una questione tanto delicata. C'è un indagine della Magistratura aperta sulla questione ed è lì che verranno fuori i giudizi del caso.
Noi possiamo limitarci a dare alcune considerazioni scientifiche: la meteorologia è una scienza inesatta, un'affascinante insieme di dinamiche in cui 2+2 non fa sempre 4, una dei pochissimi elementi del mondo moderno che sfugge alle certezze e alla prevedibilità. Piaccia o no, è così: si può prevedere che un temporale forte potrà probabilmente formarsi entro 24 ore in un'area di 2-300 km quadrati, ma sarà impossibile collocarlo con precisione chilometrica come molti pensano si possa fare.
Se sulle previsioni meteorologiche occorre convivere con un certo grado di indeterminatezza, alcuni elementi molto importanti per capire e prevedere i fenomeni estremi arrivano dalla semplice osservazione dei dati meteorologici a nostra disposizione. L'alluvione di metà settembre nelle Marche, così come la tempesta di vento di metà agosto in Toscana, è stata favorita dall'enorme anomalia termica del mar Mediterraneo, mai così caldo come quest'anno.
A settembre la temperatura delle acque superficiali è stata più alta anche rispetto al 2003, una delle estati più calde della storia in Europa. Al 16 settembre, all'indomani dunque dell'alluvione nelle Marche, la temperatura media segnava 26.6 gradi, quasi due gradi in più della media climatologica recente e di oltre mezzo grado superiore a qualsiasi anno precedente.
Si nota come gli anni più recenti siano diventati via via più caldi anche nel mare. In che modo il mare e la sua temperatura influenza l'intensità dei temporali? Il mare accumula calore, quindi energia che viene poi assorbita dai temporali quando – semplificando – vi passano sopra per via del maggiore riscaldamento dal basso e dalla presenza di maggior vapore nell'atmosfera.
Più è caldo il mare, più sono probabili che i temporali diventino estremi, con alluvioni-lampo, grandinate, tornado e inondazioni sul territorio. É un processo praticamente irreversibile, che porterà purtroppo ad una diffusione ulteriore dei fenomeni estremi nei prossimi anni sul nostro territorio. Lo stesso varrà anche in altre zone del mondo: uragani e tifoni nell'America Centrale, Caraibi e Giappone, tornado nel centro-nord Europa, tempeste Atlantiche in Francia, Inghilterra e Paesi Bassi giusto per citarne alcuni, influenzati dai loro mari vicini, tutti o quasi proporzionalmente più caldi rispetto alla norma.
Come possiamo prepararci al meglio a queste emergenze climatiche che, è vero ci sono sempre state, ma che adesso sono estremamente più frequenti rispetto al passato?
In una migliore gestione del territorio attraverso un rinnovato sistema di monitoraggio dei fenomeni estremi ma, soprattutto, una migliore comunicazione alla popolazione in situazioni di emergenza ogni giorno, non solo quando accadono i disastri ed è ormai troppo tardi.
In un epoca di marcato cambiamento climatico, nessun luogo è veramente sicuro dagli eventi estremi. Prima lo impareremo e prima saremo pronti a fronteggiare l'emergenza.



