Si sono formati due simil-uragani sul Mar Adriatico a metà gennaio: un evento con tempi di ritorno secolari... ma nessuno (o quasi) se ne è accorto.
Andiamo per gradi.
La settimana appena passata ha avuto molto da raccontare sotto il profilo climatico e meteorologico. Per i lettori che si imbatteranno in questo articolo tra qualche mese, parliamo della settimana iniziata il 16 gennaio 2023 e conclusasi il 23 gennaio.
In sostanza, dopo quasi due mesi di temperature ampiamente sopra la media e nessuna nevicata in Appennino, finalmente una perturbazione di origine polare ha investito l'Italia riportando non solo le temperature sotto la media in tutta Italia, ma anche la neve in Appennino. I media generalisti hanno perso un'occasione per parlare nei giusti termini della dinamica climatica in corso.
Narrazione poco attenta e titoli fuorvianti
Non sono mancati, soprattutto nei telegiornali, titoli del tipo «Arriva il gelo sull'Italia!», oppure, «Nella morsa del freddo record», mancando totalmente il vero punto della situazione in corso. Perché? Quella appena trascorsa è stata tutta meno che una settimana gelida in Italia: nel centro nord della regione si è andati malapena sotto lo zero in pianura, mentre in montagna si sono avute temperature relativamente normali: parliamo di -5/-6 gradi centigradi a 1500 metri in Appennino. Le nevicate, arrivate in collina e solo a tratti in pianura in Emilia Romagna e Veneto, sono cadute con temperature sul filo dello zero, spesso di poco sopra. Al di là dei titoli sensazionalistici mal calibrati, ormai divenuti purtroppo frequenti in un certo tipo di stampa italiana, la vera “mancanza” della narrazione dei fatti è stata un'altra.
E ve la raccontiamo noi.
Due uragani sull'Adriatico passati... nel silenzio
Nella giornata di sabato 21 gennaio e, in misura più contenuta, lunedì 23 gennaio, sul Mar Adriatico si sono susseguite due intense perturbazioni che hanno avuto i connotati fisici atmosferici di un uragano, almeno in uno dei due casi. Chiaramente, il Mar Adriatico non è Golfo del Messico, quindi il fenomeno si è sviluppato con scala e intensità piuttosto ridotta rispetto ai famosi “cugini” americani. Eppure, nel periodo teoricamente più freddo dell'anno, questi vortici hanno trovato comunque abbastanza energia per svilupparsi e portare piogge intense, alluvioni e raffiche di vento sopra i 100 chilometri orari.
Il primo uragano si è formato nella notte tra sabato e domenica. L'occhio ha investito la città di Rimini, dove il barometro è sceso di 12 hPa (unità di misura della pressione atmosferica, equivalente al “millibar” non più in uso) nel giro di pochi istanti. Un calo repentino tipico delle tempeste tropicali che, in una perturbazione normale, si registrerebbe nel giro 7/8 ore. Una volta transitato l'occhio, la pressione è ri-schizzata in alto in tempi altrettanto brevi.
I dati delle boe al largo di Rimini hanno mostrato un improvviso aumento dell'altezza delle onde, da 2,4 metri ad oltre 4 metri nel giro poche ore, per poi scendere nuovamente nel giro di poco. Sulla linea di costa si sono avuti venti fino 115 km/h, anche se probabilmente gli strappi violenti e turbolenti hanno raggiunto velocità maggiori.
Una boa a pochi chilometri dalla costa, utilizzata da ISMAE cnr (raggiungibile qui http://www.ismar.cnr.it/infrastrutture/piattaforma-acqua-alta/onde/onda-e-correnti-pol, dove è anche presente un'interessantissima webcam), ha registrato invece un picco di 135 km/h.
Il meteorologo professionista Pierluigi Randi ha aggiunto ulteriori descrizioni dell'evento. «Per un breve tempo – ha commentato – si è avuta una “shallow symmetric warm core” associata ad un “ring of convection” (formazioni convettive ad anello) abbastanza ben definito a circondare un piccolo “occhio”, che si è reso visibile nelle immagini satellitari, sia pure per poco. Con un bacino di mare più ampio e più caldo molto probabilmente sarebbe diventato un problema serio, un po' come accade solitamente nei mari che circondano le nostre regioni meridionali quando si innescano i TLC».
TLC, per la cronaca, significa “Tropical-like cyclone”, vale a dire “ciclone simile a quello tropicale”. Una nomenclatura americana per differenziare i cicloni tropicali mediterranei da quelli molto più robusti americani. L'Adriatico, per nostra fortuna, è poco profondo e relativamente stretto: l'orografia delle coste ha disturbato la tempesta tropicale, contribuendo alla relativa breve vita del sistema, che comunque ha portato una forte mareggiata sulla costa adriatica ed una tempesta di neve nel vicino Appennino romagnolo.
La replica, un po' meno forte
Nemmeno quarantotto ore dopo la situazione è stata replicata da una seconda perturbazione con le stesse caratteristiche che ha seguito la medesima traiettoria. In questo secondo episodio, l'occhio del ciclone non si è pienamente formato, non rientrando ufficialmente dunque nella categoria “uragani” o TLC. Nonostante formalmente non fosse un uragano, anche questa seconda depressione ha portato, come ha commentato il meteorologo toscano Lorenzo Catania, «raffiche di vento fino a 60-80 km/h fino alle pianure interne di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, punte di 90 km/h per le coste romagnole e localmente quelle marchigiane; neve in abbondanza sull'Appennino del Nord e del Centro, fiumi in piena nelle Marche con rischi idrogeologici non indifferenti».
Il clima italiano diventa sempre più estremo
Questi due forti perturbazioni raccontano, ancora una volta, quanto il clima sia cambiato in tempi brevi: i TLC avvengono ogni 4-5 anni nel Mediterraneo, ma si formano solitamente tra ottobre e novembre, nello specchio di mare che va dalla Sicilia alla coste tunisine e libiche. L'ultimo evento simile a quello avvenuto in Adriatico risaliva al 1976, ma quella volta era pieno agosto, non certo gennaio inoltrato.
L'altro elemento che racconta questa storia è questo: l'incapacità e il disinteressa dei media generalisti di andare oltre il solito titolone “Italia nella morsa del gelo” che, questa volta, è sbagliato per due motivi. Da una parte, non c'è stato alcun gelo in pianura. Dall'altro, l'aver mancato e non comunicato l'eccezionalità dei due eventi atmosferici, senza descriverli come noi, nel nostro piccolo, abbiamo provato a fare in questo nostro articolo.
Una narrazione poco accurata degli eventi meteo
Infine, un'ultima considerazione: ha fatto molto più notizia sui media nazionale una settimana di inverno sostanzialmente normale (fatta eccezione per i due eventi eccezionali che, comunque, non sono stati menzionati) che l'anno più caldo di sempre nella storia della meteorologia, vale a dire il 2022. L'approccio attorno alla meteorologia e alla climatologia deve cambiare anche nella sua narrazione.



