Se ne parla poco, o meglio, non abbastanza: la crescita della popolazione mondiale avanza ad un ritmo forsennato, molto più di quanto ci si possa immaginare. Attualmente, nel mondo, vivono poco meno di 8 miliardi di persone ma basta andare indietro di qualche decennio e per avere una popolazione mondiale ridotto... alla metà. Solo nel 1975, infatti, la popolazione mondiale si attestava a 4 miliardi e 750 milioni di persone. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, la popolazione potrebbe crescere fino a circa 8,5 miliardi nel 2030 e 9,7 miliardi nel 2050. Il picco dovrebbe attestarsi a circa 10,4 miliardi di persone durante gli anni 2080.
La domanda sorge spontanea: esisteranno risorse per permettere a la sopravvivenza all'intera popolazione?
Gli studiosi si dividono. C'è chi non nasconde un certo ottimismo. «In una cinquantina di anni siamo passati da 4 a oltre 7 miliardi di persone e mediamente le condizioni delle popolazioni sono migliorate, sebbene ci siano ancora aree del Paesi molto poveri. Finora il progresso tecnologico, l’aumento della capacità di produrre cibo ed energia sono stati superiori all’incremento della popolazione. Nulla ci dice che in futuro le cose non debbano andare nello stesso modo. Credo che abbiamo tutte le capacità tecnologiche per raggiungere questo obiettivo ma bisogna vedere se culturalmente siamo in grado di farlo e non dobbiamo mai dimenticare che la Terra è una sola», ha commentato Gianpiero Dalla Zuanna del dipartimento di Scienze statistiche dell'università di Padova.
Aumento della popolazione: cambiamenti culturali necessari
I cambiamenti culturali per rendere possibile una sostenibilità globale ad un numero sempre più alto sono urgenti e necessari ma, nel nostro micro-cosmo Italia, ancora piuttosto lenti, soprattutto nell'alimentazione. Tutti si ricorderanno dello scalpore che fece la notizia quando l'Unione Europea dette il via libera per la commercializzazione di alimenti a base di insetti (locuste, vermi della farina minore, grilli essiccati e in polvere, giusto per citarne alcuni). Una parte della politica gridò allo scandalo e promise battaglia contro l'Unione Europea.
Eppure, secondo gli studiosi di tutto il mondo, sono in buona parte d'accordo: gli insetti, e le proteine alternative in generale, sono una validissima risposta all’aumento del costo delle proteine animali, del loro impatto ambientale, dell’insicurezza alimentare, della crescita della popolazione e della corrispondente, crescente domanda di proteine tra le classi medie. Inoltre, l’allevamento di insetti dovrebbe contribuire anche a ridurre le emissioni di gas serra e lo spreco alimentare. Questo è stato confermato anche da Alberto Grandi, professore dell'Università di Parma recentemente ospite del podcast Spotify “Tintoria”: «Adesso che nel mondo siamo 8 miliardi e non più 4 miliardi, di certo tutti non possiamo pretendere di mangiare bistecche tutti i giorni. Soluzioni alternative per assumere proteine devono assolutamente essere trovate».
Insetti a tavola? No grazie
Eppure, la questione degli alimenti a base di insetti ancora non convince la popolazione italiana: in un recente sondaggio realizzato da Coldiretti-Ixé, il 54% degli italiani è contrario agli insetti a tavola, il 24% è indifferente, solo il 16% è favorevole e il 6% non risponde.
La variabile guerra nell'approvvigionamento alimentare
Essere in disaccordo, però, non basta perché le risorse per tutti non nascono da sole. All'indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, come riportato dal portale “Open”, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha messo in guardia dai «devastanti effetti» della crisi alimentare che «il cambiamento climatico, il Covid» e ora «la guerra in Ucraina» stanno innescando. Non a caso, l'anno scorso il prezzo del grano è aumentato improvvisamente del 53%. Di tutta risposta l'India annunciò, subito dopo, il blocco delle esportazioni, facendo salire il prezzo di un altro 6%, a testimonianza di quanto basti relativamente poco per innescare una profonda crisi di nei prezzi del settore alimentare.
Iniziamo con rallentare lo spreco...
A maggior ragione, la lotta contro lo spreco alimentare è vitale. In Europa alcuni paesi si stanno muovendo nella giusta direzione. In Francia, ad esempio, già dal 2016 i ristoranti forniscono di default ai clienti i contenitori per portare a casa il cibo non consumato. In Spagna, medie e grandi imprese alimentari saranno obbligate da quest'anno, per legge, a trasformare gli alimenti freschi non più vendibili in prodotti trasformati, come succhi e marmellate.
Italia: si può (e si deve) far meglio
In Italia siamo indietro: anche se la lotta allo spreco è considerata una priorità da un'ampia fetta di popolazione, l’unica norma antispreco in vigore è quella del 2016, la numero 166, che punta (un po' troppo genericamente) sull’educazione alimentare nelle scuole e su campagne di comunicazione ad hoc. Per il resto, l’approccio anti-spreco è affidato a iniziative private, come le app sviluppate ad hoc e i luoghi in cui si propone cibo last minute a prezzo ridotto (ne abbiamo parlato qui: Spreco alimentare come evitarlo per risparmiare e fare bene al pianeta).
Sarà abbastanza? Il tempo lo dirà ma, per nostra umile opinione, serve fare presto di più e meglio.



