Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
A qualcuno sembrerà una follia, ma in realtà raggiungere una condizione di autosufficienza alimentare con un piccolo orto non è impossibile. Anzi: a livello nutritivo si possono realizzare in proprio proteine e carboidrati genuini. Più complicato, invece, produrre grassi, ma di questo parleremo in un altro articolo. Intanto concentriamoci su ciò che si può raggiungere, che non è affatto poco.
L'orto è studio e fatica
Se pensate che quella qui descritta sia una via semplice, purtroppo vi state sbagliando: per fare un orto serve cura, attenzione, qualche compromesso e un po' di adattamento. Non ultima: una buona dose di studio preliminare. L'orto efficiente, infatti, è quello pianificato. Il termine “autosufficienza” da solo, però, da solo non vuol dire molto. Bisogna infatti considerare per quante persone questo orto deve servire. Non solo: occorre chiarire anche quale tipo di alimentazione. Vegana? Vegetariana? Onnivora? E quanto terreno è disponibile? Solo un piccolo orto o una proprietà più estesa? Le variabili sono numerose.
Partiamo da un esempio: una famiglia di tre persone, con circa mezzo ettaro di terreno, di cui circa 800 metri quadri dedicati all'orto e altri 400 alle galline. Insieme a questo, qualche albero da frutto sparso. Facciamo conto di considerare una dieta che include poco consumo di carne ma che non è esclusivamente vegetariana o vegana. Ovviamente parliamo di un'abitazione in aperta campagna: tutto quanto stiamo scrivendo, in città, non è attuabile.
Ortaggi
Con un orto ben curato, anche di dimensioni ridotte, la produzione di ortaggi può sicuramente contribuire all'autosufficienza alimentare, almeno per quanto riguarda questi prodotti. Alcune colture, come i pomodori, possono persino produrre rese così abbondanti che sorge il problema della conservazione. È importante pianificare un orto che sia in produzione costante, sia durante l'inverno che durante l'estate e anche nelle stagioni intermedie, in modo da avere sempre qualcosa da raccogliere. Durante l'inverno, ad esempio, è possibile coltivare cavoli e broccoli, mentre in primavera e autunno non possono mancare le insalate e altri ortaggi come biete, cicorie e spinaci. Durante l'estate, l'orto offre una vasta gamma di prodotti, tra cui pomodori, peperoni, zucchine, fagioli, fagiolini, cetrioli e altro ancora.
Legumi
Se si dispone di un po' più di terra, la coltivazione dei legumi può fornire anche proteine vegetali. Le fave, ad esempio, offrono un rendimento significativo, mentre i ceci, sebbene meno produttivi, possono comunque essere raccolti in quantità sufficiente per l'anno. Piselli e fagioli possono essere una fonte preziosa di proteine vegetali, anche se possono richiedere una maggiore quantità di acqua.
Odori
La produzione di aglio, cipolla e altre erbe aromatiche può essere facilmente gestita anche in un piccolo orto, poiché non richiedono molto spazio. Anche le carote possono essere conservate dopo essere state sbollentate, sebbene la resa possa variare a seconda del tipo di terreno.
Frutta
La produzione di frutta può essere abbondante durante la stagione di raccolta, ma è importante avere un piano per conservare o trasformare l'eccesso di frutta in marmellata o frutta secca. Alcuni frutti possono richiedere condizioni climatiche specifiche, ma è possibile adattarsi utilizzando serre o altre tecniche di protezione.
Cereali
La coltivazione dei cereali può essere più complessa. La produzione di grano, riso e altri cereali può contribuire all'autosufficienza alimentare, anche se può essere necessario sperimentare con varietà diverse per adattarsi al proprio clima e terreno. È importante anche considerare la lavorazione dei cereali in farina e l'uso di questa farina nella preparazione di alimenti come pane e pasta. La coltivazione di creali è tra le più complesse ed è, probabilmente, tra quelle più difficile da fare in proprio.
L'importanza di internet
Per motivi di spazio abbiamo giocoforza semplificato alcuni passaggi sulle coltivazioni delle singole specie. Su internet, però, esistono migliaia di filmati e guide per piantare, passo dopo passo, tutte le specie che vogliamo. Ci vuole tempo, è chiaro, ma stiamo parlando di autosufficienza alimentare, non di fast-food. Il punto di questo articolo è capire se sia possibile o meno raggiungere l'autosufficienza.
Autosufficienza si o no?
La nostra risposta è “ni”: quella raggiunta attraverso la coltivazione di ortaggi, legumi, erbe e frutta è un autosufficienza parziale. Come anticipato in apertura, servono anche altri altri approcci per garantire un bilanciamento nutrizionale completo, specialmente per quanto riguarda l'apporto di grassi essenziali. Solo per questo la nostra autosufficienza può considerarsi parziale e non completa. Ad ogni modo, la presenza di un orto produttivo come quello descritto ci rende estremamente meno dipendenti dalla grande distribuzione e dalle dinamiche internazionali (vedi guerre o pandemie) che purtroppo sappiamo poter prendere il sopravvento molto velocemente. Per questo è importante essere consapevoli di queste dinamiche e sapere di poter fare affidamento, a patto di avere a disposizione della terra, sui prodotti della natura.
Spesso vi abbiamo parlato dell'aria inquinata, specialmente nelle aree in pianura durante i lunghi periodi anticiclonici invernali come quello vissuto tra gennaio e febbraio 2024. A confermare le preoccupazioni legate alla qualità dell'aria in pianura ci ha pensato anche Legambiente, che ha recentemente pubblicato il report annuale "Mal'Aria di città 2024", redatto nell’ambito della Clean Cities Campaign.
Focus Toscana
Seppur la grande “malata” d'Italia (in termini di inquinamento) sia la pianura padana, anche la Toscana sta mostrando una tendenza allo sforamento dei livelli di polveri sottili.
La maglia nera dell'inquinamento appartiene alla pianura lucchese, che risente della zona industriale cartiera tra Lucca e Capannori. È importante notare che i livelli di inquinamento sono stabili da diversi anni: gli sforamenti dei livelli, tranne un caso, rispettano le normative attuali ma rimangono ben al di sopra dei limiti previsti dall'UE per il 2030 e soprattutto sopra i limiti consigliati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Vediamo la situazione nel dettaglio.
Monitoraggio delle particelle PM 10 e PM 2.5
In generale, la Toscana ha registrato un lieve miglioramento nei livelli di inquinanti dal 2010 al 2023, ma preoccupano ancora i superamenti nella Piana Lucchese, soprattutto a Capannori. Nel 2023, Capannori è stata l'unica stazione in Toscana a superare il limite di 35 superamenti annuali, registrandone 38 per il sesto anno consecutivo. Seguono Montale (PT) con 27 superamenti, Firenze (viale Gramsci) con 26 e Prato (Via Roma) con 23. Capannori ha superato i limiti di PM10 per 13 anni su 14, seguita da Montale (Pistoia) e Lucca (Via S. Micheletto). Anche per il PM 2.5, i valori più alti sono stati registrati nella Piana Lucchese e nel Valdarno pisano, con Capannori che presenta dati consistenti, simili a quelli del PM10, anche per le polveri 2.5.
Una solo buona notizia: il calo dell'ozono
Il biossido di azoto (NO2), l'unico inquinante in diminuzione a livello nazionale negli ultimi cinque anni, continua a essere un problema in diverse aree, come Firenze, in particolare in viale Gramsci, dove nel 2023 è stata superata la media annuale massima di 40 µg per metro cubo (con 41 µg/ m3), e in viale Ponte alle Mosse (35 µg per metro cubo). Anche le stazioni costiere di Livorno (via Carducci) e Grosseto (via Sonnino) hanno registrato livelli vicini al limite. L'ozono (O3), al contrario, sta diminuendo significativamente in tutta la regione, rappresentando la principale buona notizia del rapporto "Mal'aria 2024".
Collina e montagna, aria pura naturalmente
Tipicamente, al crescere della quota altimetrica, la densità dell'aria diminuisce e di conseguenza anche la concentrazione di inquinanti nell'aria. Le aree collinari e montane toscane non fanno eccezione: sopra i 3-400 metri di quota i valori inquinamenti calano drasticamente. I motivi sono molteplici. Da una parte, una minore densità di popolazione e di attività industriali C'è poi il minore traffico veicolare, con minori emissioni di gas di scarico e polveri sottili da parte auto e camion. Ma non è tutto: in collina l'aria è naturalmente soggetta a una maggiore ventilazione e a correnti d'aria rispetto alle zone pianeggianti. Questo favorisce la dispersione degli inquinanti nell'aria e riduce la loro concentrazione.
Aria di Natale ma anche... aria di smog in pianura. E che smog! La prolungata alta pressione atmosferica di questi giorni ha avuto, come conseguenza, un deciso aumento della concentrazione di inquinanti che si registrano nelle nostre città di pianura. Come molto spesso accade, la Pianura Padana è stata per giorni al primo posto nelle (poco invidiabili) classiche sull'inquinamento di tutta Europa. L'arrivo di forti venti di Föhn nella giornata di venerdì, però, ha fortemente rimescolato l'aria, pulendola dalle polvere sottili. Dove il vento non è arrivato, i valori di inquinamento dell'aria sono rimasti molto alti. Dove? Soprattutto in Toscana, in particolar modo nelle province di Pistoia, Prato e Firenze. Risultato: un'aria pessima da respirare per milioni di persone, prima nel nord Italia e poi anche nel centro nord. Un primato molto italiano: su buona parte d'Europa, infatti, i venti atlantici riescono a smuovere l'aria e a spazzare via l'inquinamento più frequentemente in Italia dove, negli ultimi mesi, l'alta pressione stabilizza per giorni e giorni il tempo atmosferico.
Inquinamento: perché proprio in pianura?
Le zone di pianura sono quelle più soggette ad inquinamento dell'aria. Il clima di questi ultimi giorni non ha affatto aiutato. Il ristagno di agenti inquinanti è da ricercarsi nelle prolungate condizioni di inversione termiche in pianure favorite dall’assenza di vento e pioggia. L'aria inquinata tende a concentrarsi verso il basso, verso le pianure: l’inversione termica di questi giorni, appunto, si traduce in aria relativamente fredda e pesante al suolo sovrastata da aria più calda (e più leggera) sopra. Non a caso, in questi giorni, in pianura sono state registrate temperature minime e massime più basse rispetto alle località di montagna, dove spadroneggia il sole e l’aria tiepida.
In questo modo gli inquinanti come PM10, PM2.5 e biossido di azoto ristagnano in basso. I valori di PM10 negli ultimi giorni a Pistoia sono stati sconfortanti: nella giornata di mercoledì in città sono stati toccati i 120µg/m3 (microgrammi per metro cubo), mentre giovedì 21 dicembre si è arrivati intorno ai 70 g/m3 sia nel capoluogo che nelle località della vicina Valdinievole.
Aria (molto) malsana
Secondo l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il limite soglia per la salute umana indicato dall’OMS è di 50 µg/m3. A Pistoia, insomma, ma anche a Montecatini, Prato e Firenze si sta respirando aria di pessima qualità. Il nord Italia è stata “salvata” dai venti da nord a partire dal 22 dicembre, ma ha avuto a che fare con aria ancor più inquinata praticamente da metà dicembr ein poi.
Le mappe per prevedere lo smog
In Toscana, i valori di inquinamento previsti per i giorni successivi sono facilmente consultabili da tutti: da alcuni giorni, sul sito internet del Lamma (Acronimo per «Laboratorio di Meteorologia Modellistica Ambientale») sono disponibili gratuitamente le mappe del modello atmosferico CAMx. Nella sezione «qualità dell’aria» si possono visionare, ora per ora, la stima di concentrazione dei principali inquinanti atmosferici su tutto il territorio toscano per 72 ore. Prodotti simili sono disponibili anche per le province del nord Italia sui siti delle varie agenzie per il controllo del territorio regionale, come ad esempio gli enti “Arpa” (acronimo per Agenzia regionale per l'Ambiente).
Un problema tutto della pianura
L'inversione termica cambia di zona in zona e di momento in momento. Tuttavia, nove volte su dieci, l'aria viene schiacciata verso il suolo nei primi 150-200 metri di quota. Sopra questa fascia, quasi sempre l'aria è soggetta al rimescolamento e presenta quantità minime di inquinanti, in assenza da fonti di particolato come, ad esempio, centrali a carbone, acciaierie, fabbriche, etc.
Anche in questo caso, insomma, torniamo a sottolineare un beneficio delle zone collinari o, ancora meglio, di montagna dove lo smog è praticamente impossibile da registrare. Questo perché, per loro natura, le particelle inquinanti sono più pesanti e tendono naturalmente a scivolare verso il basso, verso valle, liberando gli strati d'aria superiori. Quando ci si gode una boccata d'aria di ossigeno in altura, lontano dalla città, si intende anche questo.
Immaginate una città grande, una capoluogo di provincia sicuramente, abitato solamente da persone adulte che non sono riuscite a pagare il mutuo nel corso del 2023. Una città che, ad esempio, potrebbe essere delle dimensioni di Brescia, Padova o Taranto. Secondo un'indagine commissionata da Facile.it a Mup research e Norstat, sono circa 200mila le famiglie italiane con un mutuo a tasso variabile che non sono riuscite a rimborsare una o più rate nell'ultimo anno.
L'aumento dei tassi d'interesse è stato un disastro per il portafoglio di chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile. Considerando un finanziamento medio, infatti, da gennaio 2022 a oggi le rate sono cresciute fino al 65%, con una maggiorazione media complessiva di oltre 3mila euro a famiglia. Non solo: tra chi ha un mutuo a tasso variabile, la metà dichiarano di avere seri problemi con i pagamenti se le rate rimarranno a lungo su questi livelli.
Una condizione di “cappio al collo” per buona parte dell'economia italiana: con i tassi che stritolano i conti di coloro che hanno un mutuo acceso si bloccano consumi e prospettive. E proprio questo “cappio al collo” si traduce in una fragilità finanziaria delle famiglie italiani. Altri dati interessanti ci vengono forniti dall'istituto Esdebitami Retake con Nomisma: secondo quanto dichiarato, l’88% delle famiglie partecipanti all'indagine hanno dichiarato di aver affrontato il 2023 con prudenza e risparmio. Rispetto al 2022, inoltre, il 37% delle famiglie dichiara di aver tagliato le spese per il tempo libero, il 36% per le attività culturali e il 21% per quelle sportive.
Non è tutto. Gli organizzatori dell'indagine hanno posto una domanda molto interessante ai partecipanti: come farebbero le famiglie a far fronte ad una spesa imprevista di 5mila euro? Soltanto il 17% degli intervistati si dichiara pronto a gestirla senza nessuna difficoltà, mentre il 21% non saprebbe proprio come fare.
Tassi di inflazione (stabilmente) alti
Molto, se non tutto, ruota attorno ai tassi di inflazione. La Bce, nel recente meeting pre-natalizio, ha deciso di lasciare i tassi di riferimento invariati. Il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principale è rimasto fermo al 4,5%, quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 4,75% e il tasso di interesse sui depositi presso la Bce al 4%.
L'obiettivo, dichiarano da Bruxelles fonti interne Bce, è il raggiungimento del target di inflazione del 2% nel medio termine. Per il 2024 la previsione è del 2,7%, mentre per il 2025 l’inflazione complessiva e di fondo sono attese al 2,1% e al 2,3%, contro il 2,1%-2,2% di settembre e per il 2026 all’1,9% e al 2,1%. Stime che, come sempre, dovranno essere poi confermate nei fatti nei prossimi anni.
Previsioni poco lusinghiere
Come sappiamo, infatti, spesso le stime non vengono esaudite. É il caso, ad esempio, che le ultime proiezioni Bce mostrino, ad esempio, un peggioramento delle prospettive sulla crescita economica rispetto alle stime di settembre. Per il 2023 si passa dallo 0,7% allo 0,6%, per il 2024 dall’1% allo 0,8%. Invariati, per ora, i dati del 2025 e 2026, rimasti invariati nelle stime a1l’1,5%.
Non è solo una questione di vita tranquilla e meno stress; e anche, dobbiamo ammetterlo, una questione economica. Trasferirsi nei paesi collinari significa trovarsi di fronte a prezzi al metro quadro delle case decisamente più bassi rispetto a quelli presenti in città. In questo articolo, prendendo spunto da una lista apparsa sul portale immobiliare Idealista.it, abbiamo analizzato cinque città che possiedono caratteristiche fondamentali per vivere bene: servizi, collegamenti con i centri maggiori, paesaggio appagamente, prezzi al metro quadro a dir poco invitanti.
Un altro elemento a favore di questi territori deriva dai bonus che, alcune regioni, stanziano in favore di coloro che prendono la residenza nei territori cosiddetti “svantaggiati”. Alcune, come ad esempio l'Emilia-Romagna, arrivano addirittura a stanziare a fondo perduto un massimo di 30mila euro a famiglia per una casa acquistata nelle aree appenniniche.
Vediamo, insieme, queste cinque proposte sparse in tutto lo Stivale.
Chatillon, Valle d'Aosta
Il paese si trova a circa 550 metri sul livello del mare. É un ottimo compromesso tra accessibilità economica e qualità di vita. Non guastano panorami mozzafiato che difficilmente annoieranno chi sceglie di stabilirsi qui. Il paese si trova a 26 minuti da Aosta, a 40 da Ivrea e poco più di un'ora da Torino; tutte località raggiungibili sia in autostrada che con la ferrovia. Le opportunità di lavoro in queste zone sono soprattutto nei settori turistici e artigianali. Il prezzo medio delle case non è tra i più bassi, occorre ammetterlo, perché la Val d'Aosta è considerata una “chicca” dell'arco alpino e offre notoriamente una qualità della vita piuttosto alta. Il prezzo medio, al momento, è di 1200 euro al metro quadro. Per confronto, il prezzo del case al metro quadro a Torino hanno un prezzo medio quasi doppio.
Pont Canavese, Piemonte
Pont Canavese rappresenta una scelta ideale per chi è alla ricerca di un angolo di splendido paesaggio montano a costi contenuti. Il paese si trova a 461 metri di altitudine e gode di un panorama mozzafiato sul Gran Paradiso e su tutto l'arco alpino. Torino da qui si trova ad un'ora di auto (circa 50 chilometri) e, raggiungerla, costa dai 6 ai 9 euro, autostrada compresa. Molto invitante il prezzo al metro quadro, fissato nel 2023 a 549 euro. Per l'affitto di un trilocale non lontano dai servizi, ad esempio, si spendono appena 300 euro al mese qui.
Albosaggia, Lombardia
Il paese si trova nella splendida Valtellina, a circa 490 metri sul livello del mare. Il borgo si trova a pochissima distanza da Sondrio, raggiungibile in appena dieci minuti di auto.
Albosaggia offre una buona dotazione di servizi e, ad ogni modo, la vicinanza da Sondrio è assoluta: appena quattro chilometri. Tutto questo lo ritroviamo in un contesto montano estremamente appagante dal punto di vista paesaggistico. La zona, infatti, è nota per le sue opportunità di escursionismo e per gli sport invernali, con piste da sci a breve distanza.
I centri del Lago di Como e il confine svizzero sono entrambi raggiungibili in circa quaranta minuti. Milano, oltre che via strada, è raggiungibile anche via treno.
In questo paese il prezzo medio delle case in vendita è di circa 715 euro al metro quadro, quasi tre volte meno rispetto al centro di Milano.
Sulmona, Abruzzo
Sulmona è un importante centro abitato che conta oltre 22mila abitanti. Si trova al centro dell’Abruzzo nel Parco Nazionale della Majella. La città offre un equilibrio perfetto tra bellezze naturali e servizi essenziali, mantenendo un costo della vita molto contenuto rispetto ai centri abitati in pianura. Città natale del poeta latino Ovidio, Sulmona vanta una vivace vita culturale e, nel corso dell'anno, ospita una lunga serie di manifestazioni musicali, eventi e mostre. Tutti i servizi necessari per vivere bene sono presenti in paese. L'aeroporto internazionale di Pescara, sulla costa abruzzese, è distante appena 50 minuti di auto. Parlando di una città con tutti i servizi, seppur in contesto paesaggistico molto appagante, i prezzi delle case in vendita sono lievemente più alti rispetto agli esempi visti fino adesso: le case sono in vendita, in media, a 960 euro al metro quadro. Rimangono, comunque, molto più bassi rispetto a migliaia di città in pianura.
Ariano Irpino – Campania
Situata a circa metà strada tra Foggia e Avellino, Ariano Irpino conta quasi 21mila abitanti a 750 metri di quota. Come quasi ogni paese sopra i 20mila abitanti, offre tutti i servizi e le comodità per poter vivere bene a prezzi inferiori rispetto ai centri abitati in pianura. Particolarmente interessante la frazione di Ariano Scalo, situato in una posizione strategica grazie alla sua prossimità con le principali vie di comunicazione. Questa area è ideale per le famiglie e per i lavoratori: da qui partono bus e treni per Bari, Roma, Foggia e Benevento. Il prezzo medio delle case qui è di 730 euro al metro quadro, rendendolo un ottimo compromesso.
Cinque città, cinque esempi, un solo principio
Le città che abbiamo selezionato sono degli esempi. Sono centinaia i paesi ben serviti, appena fuori dai grandi centri urbani, che offrono soluzioni abitative estremamente competitive rispetto al caro-prezzi che si registra in città. Senza contare un altro aspetto importante: vivere a quote di collina offre un indubbio vantaggio nei lunghi mesi estivi, quando la calura opprimente delle città in pianura fa scendere notevolmente la qualità della vita. Il condizionatore, ammesso di possederlo, se acceso 24 ore su 24 fa lievitare incredibilmente il conto delle bollette verso l'alto.
Manca ancora l'ufficialità, ma i sindaci montani sono già stati avvertiti: anche in Toscana arriva il bando per incentivare la residenzialità nei comuni di montagna. Un plafond totale di 2.8 milioni di euro complessivi per chi intende acquistare un immobile da adibire come abitazione principale (vale a dire con residenza) in un comune montano. Il bando ufficiale dovrebbe essere pubblicato a giorni, ma le indicazioni sono già piuttosto chiare.
I beneficiari del bando saranno le persone che fanno parte di un nucleo famigliare con basso isee, sicuramente non superiore ai 50mila euro. Su questa soglia, però, occorre attendere le cifre ufficiali del bando. I beneficiari, una volta ammessi in graduatoria, avranno verosimilmente un contributo massimo a testa di 30mila euro. Saranno i comuni interessati dall'acquisto della casa ad acquisire le domande di finanziamento.
Il modello Emilia-Romagna replicato
Il bando, se così formulato, andrà a replicare quanto già visto in Emilia Romagna, dove da anni esistono contributi importanti per l'acquisto di case nei territori montani. Un incentivo che, come abbiamo visto, in molte zone è riuscito ad invertire la tendenza allo spopolamento di intere aree montane. «Incentivi come questi sono la più importante misura contro lo spopolamento della montagna – commenta il sindaco di Sambuca Pistoiese, uno dei comuni interessati dal bando, Fabio Micheletti –. Possiamo solo dire 'finalmente' anche se, occorre ammetterlo, le misure sono limitate e da sole non possono ripopolare la montagna».
L'opinione pubblica si divide
Un ottimo incentivo per ritornare in montagna ma, qualcuno, solleva qualche obiezione. «Indubbiamente è una buona notizia – commenta il signor Roberto Fedeli, residente sulla Montagna Pistoiese – ma avrei preferito che, prima di incentivare chi vorrà trasferirsi acquistando casa qui, venisse definito un simile incentivo per chi già risiede sulla montagna ed ha acquistato o è in affitto negli ultimi cinque anni. Sarebbe stato più giusto». Il bando, invece, dovrebbe prevedere i fondi solo a coloro che si stabiliranno in montagna per la prima volta con l'acquisto della loro prima casa. Ci sono anche altre voci critiche.
«Più che la 'Società del fare' mi sembra la 'Società del bonus una tantum!' – commenta Rossano Gaggioli –. Per riportare la gente in montagna occorrono collegamenti veloci e sicuri e, soprattutto, una fiscalità mirata che tenga conto del livello PIù basso dei servizi rispetto alla città. Non basta un bonus per decidere una scelta che sarà per la vita: occorre ben altro ma capisco che un bonus è più utile alla politica dell'apparire che non delle complicate soluzioni strutturali».
Grande attesa per il bando ufficiale
Noi, per il momento, plaudiamo all'iniziativa. Per anni abbiamo criticato la Regione Toscana per la mancanza di forti incentivi per il ripopolamento della montagna: questa iniziativa ci sembra un ottimo inizio. Per ulteriori considerazioni e giudizi, però, attendiamo l'uscita ufficiale del bando per poterlo analizzare e commentare più dettagliatamente.
Con l'aumento costante delle temperature in pianura, i livelli di smog crescenti a causa dell'inquinamento e l'aumento dei prezzi delle case, vivere in città rappresenta sempre più una sfida particolarmente costosa e non sempre piacevole. A meno di non avere a disposizione ingenti capitali (fortunato chi li ha!), comprare casa nelle grandi città sta diventando qualcosa di off limits per molti. Anche senza scomodare le due “regine” delle case costose (Milano e Roma), molte altre città di media grandezza come Bologna, Firenze, Padova, Torino stanno dando filo da torcere a coloro che intendono stabilirsi in loco. Come abbiamo spesso scritto su queste pagine telematiche, scegliere di spostarsi verso le periferie e le zone collinari interne continua rappresentare una validissima alternativa allo stare in città.
Tanti motivi per una scelta
I prezzi degli immobili, tanto per cominciare, sono decisamente più bassi fuori dalle città. Sarà banale, ma è un dato di fatto. In collina si possono comprare con vista molto spaziose con la stessa somma con cui, in città, si acquista un monolocale o un bilocale senza terrazzo. E questo aspetto può essere molto vantaggioso se si è in tanti in famiglia. C'è poi anche la possibilità di stare lontano dal traffico e dai rumori senza stressarsi per i parcheggi, nonché di fare belle passeggiate rilassanti in mezzo al verde. Le aree collinari, infatti, sono la soluzione ideale per chi ama la natura. Mettiamoci anche la migliore qualità dell'aria tutto l'anno rispetto alla città e una forte diminuzione del malessere derivante dal caldo estivo: ricordiamo, infatti, che in media la temperatura scende di un grado ogni 110 metri circa di quota. Basta trovarsi sopra i 5-600 metri di quota per godere, specialmente la sera, di temperature estive che la città nemmeno si sogna.
La città? Non così lontana...
Siamo consapevoli che isolarsi completamente dalla città non sia sempre possibile. In città si trovano la grande maggioranza dei servizi, così come molti dei posti di lavoro di ognuno di noi. Tuttavia esiste una lunga serie di zone distanti 20-30-40 minuti di auto (o di treno) dai grandi centri abitati che si trovano tuttavia in ambienti naturali assolutamente diversi da essi. Diversi e molto spesso migliori. Metropoli Rurali nasce proprio in una di queste aree, la Montagna Pistoiese, in Toscana: una vasta area collinare e montana la cui base geografica si trovo ad appena 15 minuti dal centro di Pistoia. Non è l'unica area con queste caratteristiche in Toscana: situazioni simili si trovano in Valbisenzio (non distante da Prato) e sulle colline del Mugello (ad una mezz'oretta da Firenze).
Qualche esempio
Le opportunità immobiliari di questo tipo sono molte e, letteralmente, per tutte le tasche. Ve ne citiamo qualcuno sul mercato al momento, giusto per dare un'idea: una casa singola a 58mila euro di ben 158 metri quadri di superficie su due livelli. Questa casa è arricchita da due camini (uno per piano) e di una superficie esterna di 80 metri quadri. Questa, ad esempio è una soluzione ottima per una famiglia numerosa. A 80mila euro, invece, è proposta una casa di 139 metri quadri disposta su due piani, con terrazzo panoramico, corte esclusiva, garage e una stanza laboratorio al piano terra.
A prezzi ancor più bassi si trovano case di paese tra i 70 e i 90 metri quadri di superficie, con prezzi a partire da 40mila euro. Prezzi che, in alcune città, permettono si e no di acquistare un box auto. Le case da noi indicate si trovano tutte nel raggio di 30 minuti di auto dal centro di Pistoia.
Il nostro invito
Le case proposte prese a campione in un ampio mercato immobliare, che abbiamo volutamente citato senza dare indicazioni specifiche, rappresentano semplicemente degli esempi. In questa fase economica così complicata, in cui il prezzo della vita per le famiglie è in costante aumento, volgere lo sguardo fuori dai grandi centri cittadini può rappresentare la differenza tra comprare case e mettere i conti famigliari a posto e non poterlo fare.
Una differenze, se ci permettete, non da poco.
La classe media è sempre meno interessata ad acquistare case nella grandi città. I motivi sono quelli di cui parliamo spesso sul nostro portale: l'impennata dei tassi dei mutui e la conseguente meno disponibilità economica. Inoltre, la voglia di possedere spazi immersi nel verde, con giardini e spazi esterni, e non all'interno delle grandi metropoli dove anche un semplice balcone è un lusso non alla portata di tutti. La dinamica sta colpendo, più o meno massicciamente, la stragrande maggioranza delle città italiane. Alcune più di altre.
É il caso, ad esempio di Torino. Secondo le stime del centro ricerche Tecnocasa, sono già quasi 20mila i torinesi che hanno rinunciato alla città per trasferirsi nei paesi più periferici o in aperta campagna. Secondo i dati raccolti da portale, prima del Covid nel 2019, il 72,7% dei torinesi cercava casa dentro il capoluogo di regione. Oggi, quattro anni dopo, la quota di chi cerca casa in città è scesa al 60%. La ricerca di una casa in uno dei paesi periferici, invece, ha subito una contro-tendenza nelle ricerche: dal 24% al 35%. La motivazione è chiara: fuori dal capoluogo le case costano meno e gli spazi aperti sono molto più disponibili, sia in termini economici che quantitativi.
Paesi periferici in crescita
Questo sta facendo la fortuna di paesi come Moncalieri, Grugliasco e Venaria Reale, ma anche Alpignano, Nichelino e Rivoli, molte delle quali adesso sono collegate col centro grazie alla metropolitana. Paesi, per chi non è pratico di Torino, non proprio di primissimo grido, ma che negli ultimi anni stanno subendo una costante rivalutazione urbanistica e sociale. Inoltre, bisogna anche considerare una seconda questione: chi ha la necessità di cambiare casa e non ha disponibilità economiche si trova ad avere poca scelta. O compra casa dove il prezzo al metro quadro è più basso, oppure non può comprare casa affatto.
La collina di Torino, la zona “bene” della città
Torino è una città particolare: ai piedi della Alpi, è attorniata anche da una cinta di colline ad ovest, la cosiddetta “collina di Torino”. Una zona esclusiva, da sempre destinata alle persone più abbienti della città, dove le case costano più che in centro. Una situazione in contro-tendenza con la stragrande maggioranza delle città del centro-nord italiano, dove la casa in collina costa meno che in centro.
Un'emorragia di abitanti anche qui
E, non a caso, anche Torino risente dell'effetto spopolamento che, ad esempio, abbiamo visto essere in corso a Firenze in questo articolo (Firenze emorragia di abitanti in corso, ogni anno spariscono 1000 fiorentini). Il tasso di natalità a Torino è sceso a 6,3 neonati ogni mille abitanti, uno dei dati più bassi di sempre. Un crollo non c'è, ma il decremento degli abitanti in città si traduce con un calo dello 0,5% in appena un anno. Non è, occorre dirlo, un caso isolato: dopo il picco del 2014, la città ha visto un progressivo lento calo dei suoi abitanti, ogni anno.
Per comprendere ancora meglio una determinata dinamica, a volte, è utile scostarsi per godere di un punto di vista alternativo. Ed è quello che vogliamo fare questa volta per trattare il tema della vita nei piccoli borghi dell'Italia interna, lontani dalle grande città. Lo faremo prendendo spunto da un interessante articolo apparso sul sito “Informazione senza filtro”, scritto da Monia Orazi.
Un pezzo interessante proprio perché, per molti versi, ribatte una serie di osservazioni che abbiamo scritto sul nostro sito negli ultimi anni. In questo articolo i borghi collinari e montani vengono definitivi “i gioielli opachi dell'Italia”. Si fa riferimento alla riscoperta di questi territori avvenuta durante il Covid-19, quando il lockdown imposto dalla pandemia ha portato i borghi a diventare esempio del “buon vivere” e di “aree ad alte qualità della vita” nell'immaginario comune. Tutte caratteristiche sostanzialmente vere, ma con alcune distinzioni importanti.
La politica che non supporta i borghi
Prima della riscoperta dei borghi legata alle limitazioni della pandemia, ci sono stati lunghi anni in cui le realtà abitative lontane dai grandi centri abitati sono rimaste nel dimenticatoio. Paesi e borghi finanziati molto a parole e poco coi quattrini. Questo, come ben sappiamo, è un dato molto pesante se si considera che i centri sotto i 5.000 abitanti sono il 69,7% del totale dei comuni italiani. Gli appelli pubblici di molti politici, passando anche da architetti famosi come Fuksas e Boeri, su quanto si viva meglio nei borghi sono, a volte, sganciati dalla realtà.
Se da una parte l'attuale tecnologia permetta alle persone di poter lavorare da zone non necessariamente in città o vicine al sito produttivo (tradotto: smart-working), è altrettanto vero che le leggi che dovrebbero rilanciare le aree interne molto spesso non sono state applicate. Da qui, la mancanza di slancio di un riequilibrio territoriale e demografico che ci sarebbe se i borghi diventassero una vera alternativa alla città.
Una fotografia (sconfortante) prima del Covid
Prima che i borghi tornassero “di moda”, abbiamo assistito a lunghi anni di nulla o quasi in termini di finanziamento di queste aree. Secondo l'articolo di “Informazione senza filtri”, il Fondo nazionale per la montagna tra il 2009 ed il 2016 non è stato finanziato, mentre dal 2016 al 2018 è stato finanziato con 5 milioni di euro annui, circa 900 euro per ciascuno dei comuni con meno di 5mila abitanti in Italia. In altre parole: il nulla.
Dopo il Covid: segnali di rilancio... ma sarà vero?
Nell’ambito della programmazione europea 2021-2027 sul tavolo per l’Italia ci sarebbero circa tre miliardi di euro per finanziare il fondo europeo di sviluppo regionale. L'autrice del pezzo da cui stiamo prendendo spunto per questo appare scettica: «Nonostante il tesoretto potenzialmente disponibile, dominano la frammentazione e spesso il silenzio di piccole comunità lasciate al loro destino, con chi vive ogni giorno la quotidianità di un piccolo borgo che spesso non riesce a far sentire la propria voce al livello decisorio delle politiche pubbliche». Un'affermazione che anche noi ci sentiamo di sottoscrivere pienamente.
Vivere nei borghi: «un atto di coraggio»
«Un atto di coraggio», così Orazi definisce la scelta di vivere in un borgo. Se da una parte «si vive a misura d'uomo», dall'altra ci sono «i disagi legati alla marginalità di servizi pubblici e sanitari, incapacità di intercettare opportunità economiche e di sviluppo istituzionale e sociale». Secondo questo interessante punto di vista, «il cancro che uccide il futuro di gran parte d’Italia è la difficoltà di scorgere il dinamismo, la contaminazione culturale e sociale e l’innovazione, che permeano i centri maggiori, dal piccolo cannocchiale di un contesto culturale fossilizzato e spesso retrogrado. La conformazione puntiforme dei piccoli borghi non favorisce il fare squadra, la sintesi intorno a temi e problemi comuni, causando l’impossibilità di avere quella massa critica fondamentale per entrare nella scena del dibattito pubblico». Questa parte di testa abbiamo scelto di riportarla integralmente perché, per quanto dura e forse estrema, rappresenta un validissimo punto di vista sui borghi delle aree interne a noi tanto cari.
Le soluzioni per spezzare la catena
Per modificare lo status quo e ridare vero slancio alle zone interne, servirebbe una piccola rivoluzione. Chi abita la cosiddetta “Italia interna” dovrebbe possedere la forza di immaginare un futuro diverso, a partire dalla consapevolezza delle potenzialità inespresse che si celano dietro quei territori. Guarda avanti ed immaginarsi un futuro proiettato nel futuro è la via, non rimanere ancorati alla vecchia idea di borghi come capisaldi di un mondo che non c'è più. Riusciranno abitanti e politica locale a raccogliere voci e istanze di chi abita questi territori, facendo squadra e portando avanti il diritto di autodeterminarsi come comunità locali? Noi, per quanto visto fino adesso, nutriamo qualche dubbio.
Saremo, però, felicissimi di sbagliarci.
Non sono poche le grandi città che stanno perdendo abitanti, anno dopo anno. A fronte di alcuni casi in controtendenza (li vedremo tra poco), altre realtà stanno perdendo via via residenti. I motivi sono per lo più noti: aumento dei prezzi delle case, diffusa riscoperta delle aree interne e rurali, possibilità di lavorare in smart-working rimanendo a casa, fuori dal caos della città. É fuori discussione, insomma, che la pandemia possa aver inciso nel calo della popolazione urbana. Siamo però sicuri non ci sia altro?
I dati, infatti, non segnalano la pandemia come elemento predominante nel calo, anzi: città colpite duramente dal Covid (come Bergamo e Brescia) non sono tra le principali in declino demografico. Anzi: alcune di esse, come Milano, Verona, Bologna, Parma e Modena, non lo subiscono per niente il calo demografico, nonostante il Covid lì abbia colpito assai duramente. Città che, per contro, stanno aumentando – seppur di poco – la loro popolazione. Siamo quindi sicuri ci sia solo la pandemia dietro al calo di abitanti in città?
Il caso di Firenze
Quello fiorentino è un caso particolarmente interessante. Firenze è una delle città d'arte più famose al mondo, con una quantità di opere d'arte architettoniche e figurative da far impallidire qualsiasi città al mondo. Eppure, nel giro di un decennio, gli abitanti sono passati dai 375.479 del 2013 agli appena 366.628 del 31 agosto 2023. Dati alla mano, parliamo di 8.851 fiorentini fuggiti dalla città in dieci anni. In termini percentuali, il calo è del 2,4% di residenti in meno rispetto a dieci anni fa. Questi dati ne fanno la città del centro Italia con il più alto numero di abitanti “persi” negli ultimi dieci anni. Il calo è ancora più massiccio se si considera che il picco di abitanti venne raggiunto nel 2015, con 378.174 residenti in totale. Da allora, però, la curva è demografica è lentamente scesa nel suo complesso. Eppure non è stato lo smart-working o la pandemia ad aumentare il calo.
Una (piccola) risalita anomala
Negli anni del post-pandemia da Covid-19, si è paradossalmente registrato un lieve accenno di risalita: negli ultimi cinque anni siamo passati da 376.529 residenti del 2018, ai 372.685 del 2019, ai 365.046 del 2020, ai 365.878 nel 2021 fino (piccola risalita) ai 367.425 dell’anno scorso. La fuga della città, insomma, non è avvenuta in seguito alla riscoperta delle campagne durante il periodo pandemico. É una dinamica più ampia, che parte più da lontano, che appare essere più sistemica di quanto si pensasse (tra poco vedremo perché). In questo 2023 il trend al ribasso sembra confermato: nei primi otto mesi dell'anno si sono di nuovo persi altri 872 residenti.
Andamento inaspettato
Che li stessi amministratori della città di Firenze abbiano fatto male le loro proiezioni ce lo conferma lo stesso bollettino demografico che viene annualmente pubblicato dall'ente.
Nel settembre 2013, il bollettino riportava una stima al 2025 di 398.754 residenti in città, con un aumento dell’8,2% rispetto al 2010. Un picco rivelatosi inesistente.
Una nuova geografia
I residenti nelle città non sono un ammasso di persone numericamente stabili. In Italia, quando si parla di popolazione, occorre analizzare un elemento importantissimo: la bassa natalità. L'anno scorso (2022) sono nati 393mila bambini, mentre nel 2008 il dato era di addirittura 576mila nuove nascite. Un calo estremamente importante, che -al netto del fenomeno dell'immigrazione- potrebbe far diventare l'Italia, nel lungo periodo, una nazione da 30 milioni di abitanti, non più di 60 come adesso. Nelle città assisteremo, nel lungo periodo, a sempre più immobili che rimarranno vuoti, che andranno ad affiancarsi a quelli nelle aree rurali già disabitati. Anche in questo senso, la geografia italiana subirà importanti cambiamenti a ritmi insospettabilmente veloci.