Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Il calendario dice 2023, ma la climatologia è ancora sotto shock dal 2022 che, in Italia come nel resto d'Europa, è risultato essere l'anno più caldo di sempre. Per la prima volta, nel nostro paese, la temperatura media annuale ha fatto registrare una un aumento superiore a 1°C rispetto alla media del periodo 1991-2020, periodo peraltro già influenzato dal riscaldamento antropico. I dati recentemente diffusi dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Isac-Cnr, maggiori informazioni al link https://www.isac.cnr.it), fissano il dato esatto di aumento della temperatura a +1,15°C rispetto al periodo 1991-2020.
Un altro elemento che emerge dai dati registrati (precisiamo: sono dati ufficiali già registrati, non parliamo di proiezioni o previsioni) è che l’aumento più corposo è avvenuto tutto negli ultimi 50 anni: si è passato da un aumento di circa 0.1 gradi centigradi al decennio agli attuali 0.4. Sembrano valori di poco conto, ma sommati anni dopo anno hanno portato il 2022 ad essere circa 3 gradi e mezzo più caldo in Italia del periodo pre-industriale.
Facciamo alcune considerazioni attorno a questo dato: la temperatura, in media, aumenta di 0.6 gradi centigradi ogni 100 metri di quota. In alcuni casi questo valore più essere ridotto (nel caso, ad esempio, di omotermia verticale: https://www.centrometeoligure.com/meteowiki/omotermia/) o anche maggiore (nel caso della presenza di gradiente adiabatico secco http://glossariometeo.altervista.org/Adiabatica.php), ma un calo di 0.6 gradi centigradi ogni 100 metri di quota rappresenta una buon valore di riferimento. Ebbene, il clima che mediamente potevamo trovare in Italia nell'epoca pre-industriale di circa 3.5 gradi centigradi più freddo possiamo ritrovarlo oggi... poco sotto i seicento metri di quota, intorno ai 580 metri sul livello del mare. Allo stesso modo, il clima collinare che un 70 anni fa si trovava a tale quota, adesso lo troviamo sopra i mille metri, a parità di latitudine e longitudine.
Se l'aumento di 0,4 ogni decennio venisse confermato (e, le proiezioni, purtroppo dicono questo, maggiori informazioni qui: https://www.open.online/2022/10/26/clima-onu-unfccc-report-surriscaldamento-globale/ ), ci ritroveremo ogni 15 anni circa a ritrovare le stesse condizioni climatiche 100 metri più in alto. Per questo, da alcuni anni a questa parte, le aree collinari e montani stanno attirando un numero crescente di nuovi residenti. I motivi, come molte volte abbiamo scritto, sono molteplici: il costo molto minore delle case, la possibilità di avere a disposizione ampi spazi verdi privati, l'eventualità di poter lavorare in smartworking, l'assenza di traffico e di calca.
A questo punto, però, c'è anche la questione climatica, soprattutto d'estate. Il bacino del Mediterraneo e, in particolare, l'Italia, è una delle aree più colpite dal riscaldamento estivo. Dinamica che, negli ultimi anni, si è tradotta in prolungate ondate di caldo africano che hanno portato le temperature, in pianura, a rimanere per giorni e giorni tra i 37 e i 40 gradi. Una peculiarità, purtroppo, non solo delle zone del centro-sud ma anche delle zone del nord Italia. Torino, ad esempio, nel 2022 ha vissuto per 74 giorni con una temperatura massima uguale o superiore ai 30 °C, a pari merito con quanto osservato nel 2003 fino a tutto settembre.
La media annua nel periodo 1991-2020 è invece di appena 42 giorni. «Le temperature massime non sono mai scese sotto i 30 °C dal 29 giugno al 28 luglio inclusi (30 giorni consecutivi), né sotto i 33 °C dal 14 al 26 luglio (13 giorni)» hanno scritto i climatologi Daniele Cat Berro e Luca Mercalli (qui http://www.nimbus.it/clima/2022/220907ClimaEstateItalia.htm l'articolo completo).
Per questo d'ora in avanti, la quota della propria abitazione sarà sempre più determinante per la scelta di un immobile rispetto ad un altro. Un elemento fino adesso poco considerato ma che, alla luce dei cambiamenti climatici in corso, ora assumerà una sua rilevanza. I borghi nelle zone interne, per tanti anni oggetto di emigrazioni e dimenticati in favore delle città, hanno già iniziato a registrare inversioni di tendenza, con nuovi residenti, internet veloce ed altri servizi che un tempo mancavano. Viste le premesse, in molte aree questo processo di aumento dei servizi è destinato a continuare. Ricordiamo che sul nostro sito, nella sezione annunci (https://www.metropolirurali.com/annunci.html) è presente una lista, degli annunci immobiliari presenti in alcune aree interne a quota non di pianura. Buona ricerca!
L'estate 2022 è riconosciuta come una delle più calde della storia in Europa, dove record di temperatura sono stati sbriciolati uno dopo l'altro come noccioline. Eppure, fa fatica crederlo, sarebbe potuta andare anche molto peggio. Questo perché l'indice ITCZ (acronimo per InterTropical Convergence Zone) ci ha letteralmente graziato e ha mantenuto le ondate di calore ad una latitudine più bassa rispetto a quanto successo in altre stagioni.
Cerchiamo di inquadrare meglio questa dinamica che, soprattutto nei mesi estivi, è e sarà sempre più importante per determinare le sorti delle estate europee. Per convenzione, in climatologia la zona di atmosfera sulla verticale equatore è dove si trova la convergenza dei venti alisei dell'emisfero boreale di quelli dell'emisfero australe, determinanti nella risalita di masse d'aria calda che determinano l'area di instabilità equatoriale, con piogge e temporali stagionali sotto la linea di convergenza.
Questa linea di convergenza, appunto, è definita anche come “equatore climatico”: non è fisso come l'equatore del mappamondo ma fluttua a seconda della stagione a nord e a sud dell'equatore ”vero”. Per l'emisfero nord fluttua di pochissimi gradi al di sotto dell’equatore nel periodo dicembre-febbraio, fino ad un massimo di circa 18°/19° sopra l’equatore nel periodo luglio-settembre. Un movimento su macroscala che dipende da una maggiore e minore spinta provocata dai monsoni delle latitudini tropicali.
Le ripercussioni sul nostro clima d'estate...
Ma perché questo fluttuare di venti e monsoni a latitudini equateriale deve importarci per capire l'andamento dell'estate in Italia?
Perché le fluttuazioni eccessive dell'ITCZ verso nord portano il clima nord africano a sbilanciarsi molto non solo verso il bacino del Mediterraneo, ma anche verso l'Europa interna, come è avvenuto quest'anno con i 40 gradi registrati per la prima volta in assoluto nel Regno Unito.
Ebbene, nel pieno dell'estate 2022, l'indice ITCZ si è mantenuto ben al di sotto dei suoi valori record verso nord. Valori che si sono raggiunti più avanti, ad ottobre, quando l'aria nord-africana è stata spinta molto più a nord del consueto facendo piombare l'Europa nell'ennesima ondata di caldo anomalo fuori stagione. I record di caldo della stagione estiva, invece, sono stati raggiunti in Europa senza la spinta dell'ITCZ che, per una serie di fattori, se ne stava più a sud. Quando caldo avrebbe fatto se l'indice ITCZ avesse raggiunto il suo picco nord durante i mese di luglio e agosto? É una domanda a cui non siamo sicuri di voler trovare una risposta, tanto inquitante potrebbe essere.
… e nei mesi autunnali
Anche se con valori assoluti più bassi, il caldo fuori stagione di ottobre e novembre è altrettanto pericoloso rispetto al calore dei mesi estivi. Questo perché i venti umidi e instabili atlantici, quando la cupoloa anticiclonica inzia a ritirarsi verso sud, trovano un Europa molto più calda rispetto a quella che c'era prima del 2000, con conseguenti forti contrasti termici e quindi tempeste e temporali. Ricordiamo, ad esempio, la spaventosa tempesta Vaia alla fine di ottobre 2018, con venti da uragano da oltre 200 km/h sulle Alpi o il ciclone esplosivo in alto Adriatico del 12 novembre 2019, con l’allagamento quasi totale della città di Venezia.
Il valore dell'ITCZ in primavera, estate ed autunno, insomma, è molto importante per capire la facilità con cui le ondate di caldo africano potranno investire la nostra penisola. Chiaramente ci sono dei distinguo: quest'estate ha dimostrato che si sono raggiungere valori di caldo record in Europa anche con ITCZ relativamente basso, così come si possono attraversare periodi senza eccessi di tempeature con ITCZ posto piuttosto a nord. Nonostante questo, l'indice è un elemento fondamentale per monitorare l'andamento del clima nel semestre caldo italiano, quello più ”temibile” in termine di qualità della vità in pianura.
Come e dove consultare gli aggiornamenti ITCZ
Come controllare le mappe aggiornate di previsione dell'ITCZ? Sul sito del NOAA (acronimo per National Oceanic and Atmospheric Administration). A questo link le previsioni incentrate sul continente africano, direttamente collegate alle ondate di caldo in Europa che vi abbiamo descritto sopra: https://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/international/itf/itcz.shtml
Nel periodo invernale le osservazioni sono sospese per l'Africa. Riprenderanno, come di consueto, nel mese di aprile. Noi, intanto, consigliamo di mettere il link nei propri bookmark. Buona lettura!
Sulle nostre montagne appenniniche, la prima parte dell'inverno è andata e in molti non si sono nemmeno accorti che fosse cominciato. Ai 1388 metri sul livello del mare di Abetone, stazione sciistica appenninica di riferimento per vicinanza geografica alla nostra redazione, il mese di dicembre si chiude con una sola nevicata ad inizio mese, durata ben poco a causa dell'immediato rialzo termico di cui ha sofferto tutta Europa. Una condizione meteorologica infausta che ha portato all'impossibilità di attivare gli impianti di risalita a causa sia della mancanza di neve naturale che di temperature tali dal poterla sparare artificialmente coi cannoni. Non c'è un filo di neve, insomma, e la situazione per il momento è a dir poco disastrosa.
Emergenza (mancanza) neve in tutto l'Appennino
Se Atene piange, Sparta non ride: la situazione di Abetone è la stessa di tutte le stazioni sciistiche appenniniche. Al momento le Alpi si salvano, in parte, per la maggior altitudine e per le nevicate più copiose che si sono susseguite ad inizio mese, ma senza un cambio di tendenza anche lì, la questione si farà presto complicata. La stagione è ancora abbastanza lunga, ci sono ancora gennaio e febbraio per poter sperare in condizioni più clementi in Appennino: d'altronde, già un semplice ritorno nella media climatica permetterebbe ai cannoni spara-neve di funzionare e di poter aprire gli impianti.
Non serve chissà cosa, insomma. Eppure, gli ultimi inverni hanno dimostrato che in Italia non solo stanno sparendo le fasi fredde invernali, ma stanno anche sensibilmente riducendosi le fasi in media termica. Siamo, infatti, quasi sempre oltre le medie del periodo. A tal proposito, è possibile leggere questo nostro articolo: Il clima del futuro è già qui...
Purtroppo, andiamo dicendolo da anni: il cambiamento climatico non è una prospettiva a lungo termine. In Europa è la realtà di ogni giorno ed anche questo inverno non fa che confermare questa tendenza.
Le ripercussioni di un non-inverno
L'aumento delle temperature invernali in Italia e in Europa ha molte ripercussioni: la prima è che, una volta arrivati a primavera, si partirà da un surplus termico che con ogni probabilità ci porteremo avanti per tutta l'estate, con gli enormi disagi in pianura già sperimentati nel corso delle ultime estati, quella 2022 su tutte. L'altro aspetto è che molte stazioni sciistiche appenniniche saranno costrette ad una lotta impari contro le temperature inadatte allo sci negli anni a venire. Vale la pena giocare ogni inverno una partita veramente difficile da vincere, contro un avversario chiamato anticiclone africano contro cui nulla si può? Ha provato a rispondere a questa domanda Andrea Formento, vicesindaco del comune di Abetone Cutigliano e presidente di Federfuni Italia.
«Paesi come Abetone d'inverno non hanno alternativa: le persone di inverno vogliono sciare, se non c'è neve ad Abetone vorrà dire che andranno a trovarla da qualche altra parte, e per noi questa sarebbe la fine. Ecco perché, nonostante le difficoltà, ad Abetone non vogliamo abbandonare ma anzi rilanciare il mondo del turismo bianco invernale. Per questo abbiamo investito, ed investiremo, in un miglior impianto di innevamento artificiale, più efficiente e meno dispendioso a livello energetico. Vogliamo creare le condizioni di poter sciare non appena le temperature garantiranno la tenuta del manto. Condizioni che, al momento, non ci sono».
La destagionalizzazione del turismo, insomma, non basta. «Puntare sul turismo estivo come stiamo facendo già da alcuni anni è un'ottima cosa – prosegue – ma da sola non basta: la montagna d'inverno muove centinaia di posti di lavori e migliaia di turisti, non possiamo farne a meno. Rinunciare allo sci sarebbe rinunciare ad Abetone e con noi manderemo in crisi una filiera molto ampia di negozi ed esercizi commerciali non solo ad Abetone ma in mezza montagna pistoiese. Per questo dobbiamo resistere e tenere duro. Il rischio, altrimenti, è non solo che non si inverta lo spopolamento delle aree interne, ma che anzi inizi lo spopolamento delle aree fino adesso 'trainanti', come ad esempio quelle di Abetone».
Punto di non ritorno climatico? Vicinissimo
Secondo gli scienziati, il “punto di non ritorno climatico” sarebbe ormai a pochi passi: in un articolo apparso su Science (per chi fosse interessato alla versione integrale https://www.science.org/doi/10.1126/science.abn7950), eccedendo di un grado e mezzo la temperatura media del globo si potranno innescare multipli cambiamenti rapidissimi che andranno a ricreare un nuovo equilibrio climatico molto diverso, tuttavia, da quello a cui il genere umano è abituato. Quanto è aumentata la temperatura media negli ultimi 200 anni? Il mondo scientifico quantifica questo dato in un grado e mezzo. Mancherebbe, dunque, meno di mezzo grado centigrado al punto di non ritorno.
Un dato che, in qualsiasi modo lo si legga, non può che non preoccupare, ad Abetone come nel resto del mondo.
Ottobre sta andando in archivio come uno dei più caldi di sempre, non solo sul nostro territorio ma in tutta Europa. Anzi: in alcune zone di Francia e Germania, il mese di ottobre ha fatto segnale anomalie positive ancor più alte di quelle italiane. Un brutto segnali, visto che il clima malato non è limitato all'atmosfera italiana, bensì alla totalità del continente europeo. Certo, la posizione della penisola italiana, circondata com'è da un mare relativamente caldo, rende l'aumento delle temperature potenzialmente più forte di altre zone più continentali.
Proprio il Mediterraneo, dati alla mano, risulta essere una delle aree in cui la temperatura aumenta con una curva ben maggiore rispetto a molte altre zone sparse nel mondo.
La domanda sorge spontanea: sarà sempre così? Il rischio è che non solo d'ora in avanti questa diventi la nuova normalità ma che, anzi, la tendenza sia ad un continuo estremizzarsi del clima soprattutto verso il caldo. Non è catastrofismo ma una mera lettura dei dati meteorologici in nostro possesso: qualsiasi misura preventiva venga presa per mettere a freno i gas serra, l'inerzia del riscaldamento già avviato porteranno un incremento della temperatura intorno ai due gradi di media, con punte di 3 gradi sui paesi che si affacciano nel Mediterraneo.
Per rendere l'idea: le estati in Toscana ed Emilia Romagna saranno simili a quelle della Sicilia interna di 20 anni fa, mentre le estati in Sicilia o Sardegna interna saranno simili ai clima di Tunisia e Libia interni. Altre zone rischiano grosso, come l'Andalusia e l'Extremadura in Spagna: aree che nelle ultime estati hanno fatto il pieno di record di caldo assoluti.
Molti europei dovranno andare incontro a due possibili scenari: adattamento o migrazione.
Adattarsi significa trovare un sistema per garantire l'acqua anche nelle zone che andranno incontro a siccità prolungate sempre più frequenti; significa anche rendere le proprie case più protette dal caldo estremo dell'estate, in modo aumentare il comfort interno durante i mesi estivi (sempre più 4 o 5 invece dei consueti 3). Oltre alle case, si potrà (e dovrà) aumentare le arborature nei contesti urbani, in modo da garantire un maggiore impatto dei raggi solari sull'asfalto e sul cemento sottostante e limitare l'effetto “isola di calore”.
L'alternativa a questi esempi di adattamento è una sola: la migrazione.
In Italia, fortunatamente abbiamo ampissimi territori scarsamente popolati che godono di climi molto migliori rispetto a quelli dove vive l'80% della popolazione nazionale: Alpi e Appennini. Basta spostarsi su una qualsiasi area collinare sopra i 600 metri di altezza per azzerare (o quasi) i problemi del caldo anomalo durante i sempre più lunghi periodi estivi. Quest'anno, a onor del vero, non sono mancati fasi molto calde anche sopra questa quota ma, a differenza della pianura, anche nei giorni più roventi la temperatura riusciva a scendere nelle ore notturne. La qualità della vita per l'uomo, insomma, alle quote medio/alto collinari è risultata molto migliore rispetto a quella in pianura.
Quella che fino adesso poteva essere uno sfizio per chi voleva investire in una seconda casa, d'ora in avanti diverrà sempre di più una scelta di vita consigliabile se non necessaria: la casa in collina o in montagna potrebbe essere una delle migliori soluzioni per mitigare l'effetto del cambiamento climatico in italiano. Non mancano esempi di persone che lo hanno già fatto. Qualcuno ha anche scritto un libro sull'argomento: il noto divulgatore scientifico Luca Mercalli ha recentemente pubblicato il volume “Salire in Montagna”, dove l'autore racconta la storia del recupero di una vecchia baita in una piccola borgata delle Alpi occidentali (dal bellissimo nome di Vazon) e della sua ristrutturazione per renderla moderna e vivibile, senza stravolgerne l’inserimento nell’ambiente.
«La montagna rappresenta prima di tutto un’opportunità: il 35 per cento del territorio italiano è montuoso, se ci mettiamo anche l’alta collina arriviamo al 50 per cento di aree oggi marginali che non aspettano altro di essere ri-abitate. Il riscaldamento globale è una spinta forzata all’adattamento verso zone più fresche rispetto a quelle di città. Con le nuove modalità di telelavoro, internet costituisce il fattore abilitante per poter vivere e lavorare in zone fino a ieri ritenute isolate e lontane da tutto. Grazie alla rete di internet veloce sempre più disponibile e accessibile, le aree rurali interne assumono una nuova centralità» ha confermato l'autore in una recente intervista.
Negli occhi di tutti noi ci sono ancora le immagini dell'ennesima devastante alluvione che ha colpito il nostro paese. Nonostante le previsioni meteorologiche promettessero il peggio tra Toscana e Lazio, la furia degli elementi si è abbattuta nelle Marche, dove ci sono state 11 vittime a seguito dell'inondazione del fiume Mise e del suo reticolo minore. All'indomani della tragedia, occorre farsi alcune domande per capire quanto sia pericolosa la fase climatica che stiamo attraversando da alcuni anni a questa parte.
La tempesta era davvero imprevedibile? In parte sì, ma attenzione: ci sono molti distinguo da fare.
La perturbazione che ha portato in seno il temporale distruttivo del 15 settembre arrivava da ovest e, secondo le previsioni più accreditate, avrebbe dovuto colpire una zona tra Toscana centrale e Alto Lazio e comunque non nella misura in cui effettivamente ha colpito le Marche. I modelli previsionali, infatti, parlavano il giorno prima di temporali da 100-120mm di pioggia nell'arco di 12 ore. Precipitazioni, quindi, molto forti: 120mm di pioggia sono tanti quanti ne cadono in media in tutto il mese di settembre a Firenze.
Il temporale distruttivo si è generato non solo a più di 100 km a sud-est da dove i modelli matematici lo avevano posizionato, ma è stato anche capace di scaricare una quantità quasi 3 volte superiore a quella prevista, sfiorando e superando in alcuni casi la soglia dei 350mm nel giro di mezza giornata, ovvero quanta pioggia cade in 3-4 mesi. I giorni precedenti le previsioni meteorologiche avevano inequivocabilmente segnalato la possibilità di fenomeni estremi per il 15 settembre ma, anche a pochissime ore di distanza, i modelli matematici non sono stati in grado di posizionare con esattezza la portata e la posizione dell'evento eccezionale. Non a caso, in Toscana quel giorno era stata diramata un'allerta arancione (l'allerta massima è rossa) per temporali forti che poi, alla fine, non ci sono stati sul territorio.
Ci sono delle responsabilità oggettive di questa mancata previsione del fenomeno?
Non sta a noi fare processi su una questione tanto delicata. C'è un indagine della Magistratura aperta sulla questione ed è lì che verranno fuori i giudizi del caso.
Noi possiamo limitarci a dare alcune considerazioni scientifiche: la meteorologia è una scienza inesatta, un'affascinante insieme di dinamiche in cui 2+2 non fa sempre 4, una dei pochissimi elementi del mondo moderno che sfugge alle certezze e alla prevedibilità. Piaccia o no, è così: si può prevedere che un temporale forte potrà probabilmente formarsi entro 24 ore in un'area di 2-300 km quadrati, ma sarà impossibile collocarlo con precisione chilometrica come molti pensano si possa fare.
Se sulle previsioni meteorologiche occorre convivere con un certo grado di indeterminatezza, alcuni elementi molto importanti per capire e prevedere i fenomeni estremi arrivano dalla semplice osservazione dei dati meteorologici a nostra disposizione. L'alluvione di metà settembre nelle Marche, così come la tempesta di vento di metà agosto in Toscana, è stata favorita dall'enorme anomalia termica del mar Mediterraneo, mai così caldo come quest'anno.
A settembre la temperatura delle acque superficiali è stata più alta anche rispetto al 2003, una delle estati più calde della storia in Europa. Al 16 settembre, all'indomani dunque dell'alluvione nelle Marche, la temperatura media segnava 26.6 gradi, quasi due gradi in più della media climatologica recente e di oltre mezzo grado superiore a qualsiasi anno precedente.
Si nota come gli anni più recenti siano diventati via via più caldi anche nel mare. In che modo il mare e la sua temperatura influenza l'intensità dei temporali? Il mare accumula calore, quindi energia che viene poi assorbita dai temporali quando – semplificando – vi passano sopra per via del maggiore riscaldamento dal basso e dalla presenza di maggior vapore nell'atmosfera.
Più è caldo il mare, più sono probabili che i temporali diventino estremi, con alluvioni-lampo, grandinate, tornado e inondazioni sul territorio. É un processo praticamente irreversibile, che porterà purtroppo ad una diffusione ulteriore dei fenomeni estremi nei prossimi anni sul nostro territorio. Lo stesso varrà anche in altre zone del mondo: uragani e tifoni nell'America Centrale, Caraibi e Giappone, tornado nel centro-nord Europa, tempeste Atlantiche in Francia, Inghilterra e Paesi Bassi giusto per citarne alcuni, influenzati dai loro mari vicini, tutti o quasi proporzionalmente più caldi rispetto alla norma.
Come possiamo prepararci al meglio a queste emergenze climatiche che, è vero ci sono sempre state, ma che adesso sono estremamente più frequenti rispetto al passato?
In una migliore gestione del territorio attraverso un rinnovato sistema di monitoraggio dei fenomeni estremi ma, soprattutto, una migliore comunicazione alla popolazione in situazioni di emergenza ogni giorno, non solo quando accadono i disastri ed è ormai troppo tardi.
In un epoca di marcato cambiamento climatico, nessun luogo è veramente sicuro dagli eventi estremi. Prima lo impareremo e prima saremo pronti a fronteggiare l'emergenza.
Il clima sta cambiando, è su questo non ci sono dubbi alcuni. Ciò che spaventa la comunità scientifica è però la rapidità con cui lo sta facendo: record di caldo battuti ogni stagione da maggio a ottobre con spaventosa costanza, dalla Sicilia fino ai fiordi norvegesi, passando dai 40 gradi di Normandia e Germania di questi giorni (quando, a fine giugno, di gradi dovrebbero essercene poco più della metà) e i fiumi in secca di mezza Italia. Il nostro paese sta sperimentando un'ondata di caldo iniziata sostanzialmente a metà maggio e che non accenna a mollare la presa. Solo alcuni veloci temporali nel nord Italia hanno interrotto per qualche ora la calura, ma non basta: il nord è la Toscana sono in pieno allarme siccità.
Pistoia e la sua provincia, in particolare, sta soffrendo molto a livello idrico, e già si inizia a parlare di razionamento dell'acqua. Il reticolo minore della piana è praticamente in secca come fossimo ad agosto inoltrato; l'Ombrone a Pontelungo si trova a 0.43 metri (poco più di 40 centimetri) sopra lo zero idrometrico. E le previsioni, per i prossimi giorni, non lasciano presagire granché di buono: le perturbazioni atlantiche in questa fase della stagione estiva passeranno lontanissime dal nostro paese e il massimo a cui la natura può ambire è qualche breve e circoscritto temporale pomeridiano sulle montagne, con fenomeni assolutamente incapaci di tagliare il deficit di precipitazioni in atto.
Una mancanza di acqua che, salvo cambiamenti al limite dell'incredibile, la provincia di Pistoia si porterà dietro almeno fino all'autunno. A “salvare” le riserve idriche regionali, fino adesso, è stato l'invaso di Bilancino, ben pieno dopo un dicembre 2021 in cui è nevicato molto in montagna, oltre il doppio delle medie. Ora, però, le riserve nivee sono abbondantemente finite l'invaso di Bilancino andrà via via svuotandosi, in attesa di nuova pioggia. Al nord, se possibile, va anche peggio. Il Po sta toccando i livelli più bassi da oltre 70 anni e in Piemonte inizia a svanire anche la speranza per le colture: senza piogge il Vercellese non riuscirà ad andare oltre la «prima settimana di luglio» e dovrà dire addio al riso per quest'anno, spiega Confagricoltura Vercelli e Biella. L'Emilia-Romagna annuncia una cabina di regia per discutere dell'emergenza.
A preoccupare è la riduzione delle rese di produzione delle coltivazioni in campo, come il grano, che quest'anno segna un calo del 15%. Una coltivazione, quella del grano, già in crisi a causa del rallentamento delle importazioni da Russia e Ucraina.
Uno scenario estremamente sconfortante che porta ad alcune amare riflessioni. Lo scenario in Italia è sempre più vicino a quello di due stagioni, che andranno a sostituire le consuete quattro che noi tutti conosciamo. La nuova suddivisione potrebbe essere quella di “Semestre Caldo”, indicativamente fissato tra il 15 aprile e il 15 ottobre, e “Semestre Meno Caldo” (o delle “Possibili Piogge”) fissato indicativamente tra il 16 ottobre e 14 aprile. Uno scenario particolarmente valido per Toscana, Marche, Lazio e Abruzzo, mentre al nord Italia durante il “Semestre Meno Caldo” si potranno ancora vedere episodi invernali “vecchio stile”.
Non siamo dei cantastorie: quella sopra è una suggestione, è vero; tuttavia non così lontana dallo stato reale delle cose, almeno in Toscana, negli ultimi anni. La comunità scientifica, oltretutto, sta osservando con preoccupazione l'escalation del caldo in alcune aree del pianeta: l'Europa centro-meridionale è tra queste, l'Artico e la California sono altre due. Noi, “vittime” di questo clima così ostile in pianura, cosa possiamo fare? Innanzitutto, prendere coscienza della fase che stiamo vivendo ed evitare, nei limiti del possibili, la produzione extra di CO2 nell'atmosfera. Quando si può, meglio prendere la bici o l'autobus rispetto a prendere la propria auto, ad esempio.
L'altro elemento della presa di coscienza è iniziare a valutare soluzioni lontane dalla pianure per poter mitigare gli effetti negativi del caldo. Vivere in quota non è sempre sinonimo di avere temperature fresche (il 19 giugno, a 1000 metri sopra Aosta, si sono toccati i 37 gradi), ma significa comunque avere a che a fare con temperature sopra i 35 gradi 4/5 volte a stagione, e non 30/40. Per non parlare, poi, delle temperature minime notturne che permettono di rinfrescare senza problemi gli ambienti interni. Chi è in pianura, invece, non avrà alternative all'aria condizionata.
Una migrazione verticale necessaria dalla città verso le montagna, dalla pianura verso l'altura: niente di diverso da quello che noi stessi raccontiamo su Metropoli Rurali da più di 2 anni, la stessa che il noto climatologo Luca Mercalli ha descritto nel suo nuovo libro “Salire in montagna”. Dalle città ingolfate e caldissime alle abitazioni a basso costo, in mezzo al verde di Alpi e Appennini: una scelta sempre più necessaria e sostenibile che, nel caso del climatologo autore del libro, ha fatto scoprire come la montagna sia un metodo efficace di adattamento ai cambiamenti climatici, dando inoltre una nuova prospettiva al territorio in cui viviamo.
Mercalli ha investito denaro ed energie nella ristrutturazione di una vecchia baita nel cuore delle Alpi Cozie, rendendola (dopo 30 anni di duro lavoro) la casa dei sogni: bella, comoda, sostenibile e costruita senza aver edificato nemmeno un metro quadro di cemento nuovo. Il messaggio ormai è chiaro: per fuggire il riscaldamento globale che rende sempre più roventi le estati nelle città, le montagne e la loro frescura sono a due passi e offrono nuove possibilità di essere ri-abitate. Ciò potrebbe avvenire attraverso il recupero di borgate abbandonate con tecniche di bioedilizia rispettose del paesaggio ma all’altezza delle necessità di agio e di connettività (sfruttando anche le nuove opportunità collegate allo smart-working).
Perché “ciò potrebbe” e non “ciò può”? Perché come racconta lo stesso autore nel suo libro, le vie per il recupero sostenibile dell'edilizia montana è lastricata di complicazioni e difficoltà burocratiche capaci di scoraggiare anche la persone più pazienti. Lo stesso Mercalli, a causa di rallentamenti burocratici, ha impiegato più di 3 anni per ultimare la sua casa di Vazon, minuscola borgata dell’alta Val Susa, nel territorio di Oulx, in Piemonte. Lo ha raccontato in un'interessante intervista al Touring Club. «Ogni cittadino che vuole fare la mia stessa scelta è abbandonato a se stesso. Io ce l’ho fatta, ma solo ed esclusivamente con le mie forze e andando a sbattere contro i muri di gomma della burocrazia e dell’inefficienza della macchina amministrativa locale e statale».
Secondo Mercalli, le agevolazioni disponibili al momento per coloro che intendono investire tempo e denaro nella ricerca di un'abitazione in montagna non sono sufficienti.
«La montagna avrebbe bisogno di un riconoscimento istituzionale del suo status particolare, beneficiando di agevolazioni fiscali pensate ad hoc. La scelta della montagna rispetto alla città è tutt'altro che elitaria: non ci sono restrizioni economiche o di posizione sociale: questo cambiamento è per tutti quelli che ci credono, con opportunità e costi diversi secondo le regioni e la tipologia degli immobili: ci sono addirittura Comuni che pur di attirare nuovi abitanti vendono vecchie case al prezzo simbolico di un euro. Per questo non la ritengo elitaria».
Un libro che sarebbe utilissimo non solo per le persone interessate alla questione montana, ma anche per gli amministratori del territorio nazionali e locali, che non sempre conoscono (soprattutto i primi!) le vere esigenze e le vere dinamiche di territori delicati e particolari come quelli montani. A questo punto non possiamo che invitare tutti alla lettura: Salire in montagna, Luca Mercalli, Giulio Einaudi Editore.
La natura ormai non sa più come dircelo: il cambiamento climatico è in atto e il mondo non sembra volersene curare granché, quanto meno quello che conta, quello che comanda. Anche la settimana di maggio appena conclusa e l'inizio di quella in corso mostrano in pieno questa tendenza di estremizzazione del clima: temperatura a metà maggio degne di inizio luglio, record di caldo costantemente ritoccati verso l'alto, grandine come palline da tennis e violenti tornado nel cuore dell'Europa non appena l'aria fresca di origine atlantica entra in contatto l'aria calda africana.
Temperature più alte e clima più caldo, infatti, significano più energia a disposizioni per i temporali quando si formano. Un mix esplosivo su cui vediamo gli effetti ogni giorno. Nelle città del centro e del nord le estati si annunciano sempre peggio, già a partire da maggio: a Firenze e Bologna, già a metà di questo maggio, si sono superati per più giorni i 30 gradi centigradi di massima, con valori assoluti vicini a quelli che si registrano di solito a inizio luglio. Purtroppo questo maggio 2022 non è un caso isolato: il consorzio Lamma (Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale) ha calcolato che negli ultimi 40 anni, ben 30 mesi di maggio su 40 hanno fatto registrare temperature più alte della media. A cosa dobbiamo prepararci?
Il cambiamento climatico, come detto, non è fatto di solo caldo e afa, bensì di fenomeni meteorologici sempre più estremi, dalla siccità, alle ondate di caldo fino ad arrivare alle bombe d'acqua, alla grandinate e ai tornado nelle aree di pianura. Proprio un violento tornado nel fine settimana ha investito la città di Paderborn, in Germania, con venti fino a 150 km/h provocando ingenti danni e 40 feriti, di cui 10 gravi. Sempre nel fine settimana, in Francia, una violentissima grandinata ha messo a ferro e fuoco la zona di Sarthe, dipartimento nel nord del pease, costringendo i Vigili del Fuoco ad un centinaio di interventi. Tornado e grandinate sono sempre stati presenti in Europa ma non certo in numero così frequente come negli ultimi anni.
Anche la nostra Pianura Padana è un'area sempre più soggetta a tornado anche violenti. La causa è sempre la solita: tanto caldo, quindi energia, accumulata al suolo che viene fatta detonare in violenti temporali non appena vi sono infiltrazioni di aria fresca atlantica. Se per i temporali violenti c'è ben poco che possiamo fare per proteggerci, per il caldo estremo qualcosa è possibile metterlo in pratica: allontanarsi dalla pianura e scegliere di abitare in altura, possibilmente sopra i 5/600 metri di altitudine. Sopra questa quota, infatti, i giorni con caldo estremo alle nostre latitudini passano dai 30/40 della pianura ad appena 4/5 in media dell'alta collina. Numeri con giorni di caldo estremo che scendono ancora di più se si sale maggiormente di quota.
In media, infatti, la temperatura scende di sei gradi ogni mille metri di quota, motivo per cui anche quando la temperatura in pianura raggiunge i 36 gradi centigradi, a mille metri di quota si è appena intorno ai 30 e per molte poche ore per poi ritornare verso i 20 gradi. Alla lunga (ma nemmeno così tanto...), alzarsi di quota sarà una necessità per poter vivere in condizioni climatiche accettabili nel corso dei mesi estivi. Le zone collinari a nord di Le Piastre in provincia di Pistoia, la mediavalle garfagnana, il Mugello a nord di Borgo San Lorenzo sono alcuni esempi dove il caldo estremo si vede e si vedrà molto meno rispetto alle relative zone di pianura, così come per le aree di collina a sud ovest di Bologna da Vergato verso sud.
Per quest'estate è presto per fare previsioni degne di tale nome, visto che scientificamente non ci sono correlazioni tra i mesi di maggio caldi come quelli che stiamo vivendo e le estati che seguono. Visto le tendenze in Europa, però, le prospettive per un'altra estate di sconforto climatico in pianura, purtroppo, ci sono tutte.
«La logistica è la nota dolente non della nostra azienda, ma di tutto il comparto agricolo montano. Trovare una sintesi tra tutte le aziende sarebbe stata cosa buona, ma non ci siamo riusciti».
Parla Fabio Bizzarri, titolare dell'azienda “Il Sottobosco” di Cireglio, che da anni opera nel settore biologico con la coltivazione di piccoli frutti destinati al consumo fresco, propagazione e vendita in vaso di piante di frutti di bosco completamente biologiche, corsi e attività formative per agricoltori.
«La distanza dai punti vendita non ci aiuta. Da Cireglio i nostri prodotti vanno a Prato, Firenze, Pistoia. I frutti di bosco li possiamo portare in modo relativamente facile con il nostro mezzo refrigerato. Per le piante o i carichi più grandi le cose si complicano un po'. Vendiamo le nostre piante in tutta Italia ma la strada dove si trova la nostra azienda, pur essendo una strada pubblica e comunale, è sterrata. Furgoni e tanto più i camion fanno fatica. Quindi sono io che con il mio pick-up carico le casse con le piante e le porto al punto di conferimento dello spedizioniere, a Pistoia. É dispendioso ma non c'è alternativa».
Un punto di consegna per le spedizioni in montagna non c'è, quindi occorre fare riferimenti a quelli della pianura, distanti anche un'ora di auto.
«Da anni chiediamo un centro spedizioni anche per la montagna, servirebbe decine di aziende in tutta l'area. Ma fino adesso non se n'è fatto di nulla, tocca andare a Pistoia».
Pensare di poter cooperare tra le aziende del territorio per poter trasportare tutti insieme le merci a valle, se non tutta, almeno in parte? Sulla carta sembrerebbe un'ottima idea, ma fino adesso la quadra tra i vari titolari non è stata trovata.
«Negli anni ci sono stati vari tentativi – sottolinea Bizzarri – ma purtroppo nessuno ha preso piede. Qui in montagna si producono frutti di bosco e formaggi. Sarebbe possibile organizzarsi e fare meno viaggi per portarli ai punti vendita in pianura? Certamente. Però non è così facile mettere d'accordo decine di aziende. Quindi ognuno continua a fare per sé stesso e trasporta i propri prodotti a valle con i suoi mezzi».
Quella della logistica, secondo Bizzarri, è un nodo fondamentale.
«Inutile pensare a superstrade, a trafori o chissà quali nuove strade che ci colleghino alla pianura. Sono trent'anni che se ne parla, se non di più, e le strade sono sempre quelle. Potremo intanto partire con la collaborazione nella logistica, ma finora non è stata trovata la formula che funzionasse».
Se per la logistica esiste questa dinamica del «si potrebbe fare meglio, ma non lo facciamo», sulla qualità dei prodotti non si scende a compromessi.
«La nostra produzione si basa su quantità relativamente basse, senza andare a sfruttare oltremodo il terreno come accade più frequentemente nelle aree di pianura. Significa non fare coltivazioni fuori-suolo o automatizzazioni su larga scala. Produco meno ma produco meglio. Oggigiorno una parte di mercato è pronto a ricevere prodotti più genuini e 100% biologici come i nostri anche se ad un prezzo più alto della media. La montagna pistoiese da questo punto di vista è una garanzia. I prodotti che facciamo qui sono un'assoluta eccellenza e il loro apprezzamento sul mercato ci da una grande forza».
Il comparto, dunque, potrebbe vedere un ulteriore espansione a causa anche del cambiamento climatico in atto. Un caso esemplificativo: le zucchine.
«Diverse aziende – rivela Bizzarri – hanno già adesso enormi difficoltà a coltivare zucchine in pianura nel mese di agosto, che si bruciano e non riescono a crescere. Nella stagione estiva, invece, i terreni in quota offrono un prodotto di qualità estrema, anche se con volumi più bassi data la pendenza del terreno e i campi solitamente di dimensioni più piccoli. Ma fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile, già solo dieci anni fa sarebbe stato un fallimento economico. Adesso non lo è più. Il cambiamento climatico sta portando questi mutamenti che, per un'area come la nostra, significano anche opportunità che prima non c'erano. Allo stesso modo i frutti tropicali stanno iniziando a venire coltivati in Sardegna o Sicilia, altra cosa impensabile prima».
Il clima cambia e cambiamo le culture: le aree più in quota saranno le poche al riparo dalle ondate di caldo estive che stanno già rendendo la vita difficile in pianura nei mesi di luglio e agosto. Anche in questo risiedono le opportunità imprenditoriali future delle aree montane.
Punti di forza e punti deboli della montagna. Strade, autostrade digitali e smartworking, potere attrattivo dell’ambiente montanino e dei prodotti tipici. Difficoltà derivanti dai cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico e spopolamento della montagna. Di tutto questo ha parlato Gianfranco Drigo, direttore di Coldiretti Pistoia, a Metropoli Rurali Alto Reno. Il direttore spiega la sua ricetta per dare futuro alla montagna pistoiese: un decalogo che riportiamo integralmente. Un’agricoltura necessariamente multifunzionale con l’incentivazione di formule che sviluppino la filiera corta. Con la promozione delle produzioni locali, e valorizzando la funzione sociale dell’agricoltura: fattorie didattiche, agriasilo e sviluppo di attività formative in tema di salute ed educazione alimentare.
Direttore, quali sono le maggiori criticità legate al territorio per le aziende che operano in montagna?
«La montagna è zona cruciale per tutto il Paese. Per la provincia di Pistoia è, per tradizione e conformazione territoriale, ancora più importante. Per questo abbiamo elaborato il nostro ‘Decalogo per l’agricoltura che verrà’ per le cosiddette aree marginali. Aree ricche di potenzialità, ma che per carenze di varia natura rimangono inespresse. Il decalogo è un compendio di quel su cui aziende, cittadini e istituzioni dovrebbero puntare, e su cui stanno già puntando. Il “Decalogo per l’agricoltura che verrà”, sintetizza le urgenze da affrontare e le tante prospettive offerte dal settore primario alla montagna: occupazione giovanile, sostenibilità ambientale e prevenzione dissesto idrogeologico. Tra le urgenti questioni a cui porre rimedio ci sono l’eccesso di ungulati, l’esigenza di ‘fare sistema’ tra le tante piccole attività (non solo agricole) che rendono eccezionale il tessuto imprenditoriale, che però è ancora fragile rispetto ai repentini cambiamenti socio-economici-ambientali. Quindi strade, autostrade digitali e smartworking, per aumentare il potere attrattivo dell’ambiente montanino, con ulteriore valorizzazione dei prodotti tipici. Occorre combattere le ulteriori difficoltà derivanti dai cambiamenti climatici, che contribuisce al dissesto idrogeologico, causato e causa dello spopolamento della montagna».
Quali sono, per contro, i punti di forza per le aziende delle aree rurali?
«Oltre agli aspetti naturalistici che tutti apprezzano, da turisti, volendo vedere aspetti attrattivi ulteriori e in prospettiva non lontana nel tempo, occorre valorizzare ciò che di buono porta l’aumento delle temperature. Per esempio si può allungare la stagione del turismo estivo, con positivi riflessi anche sulle strutture ricettive del territorio. Gli agricoltori, resilienti da sempre, troveranno le migliori colture che si adattano alle mutate condizioni climatiche. Già ora è in corso l’adattamento, e sulla montagna pistoiese qualche imprenditore sta sperimentando il vigneto a mille metri».
Quali suggerimenti vi sentite di dare a Regione e Governo per agevolare le aziende che hanno mantenuto la produzione nelle aree rurali o montane?
«Occorre tarare sempre più i bandi all’utilità indiretta di chi pratica agricoltura su aree cosiddette marginali: dando maggiori risorse a giovani agricoltori che scelgono di vivere e lavorare in altura. In quest’ottica va la valorizzazione dell’agricoltura nella sua multifunzionalità con l’incentivazione di formule che sviluppino la filiera corta e promuovano le produzioni locali (agriturismo, vendita diretta, mercati Campagna Amica), nonché sostenere quelle forme di agricoltura specializzata e tradizionale in grado di creare reddito e occupazione; valorizzando la funzione sociale dell’agricoltura con l’incentivazione di fattorie didattiche, agriasilo e lo sviluppo di attività formative in tema di salute ed educazione alimentare.
Allevamenti da carne e da latte, legno, frutti di bosco, patate, castagne, funghi e tanto altro: la montagna ‘agricola’ da tanto è indispensabile fare rete: produttori, istituzioni e cittadini insieme».
Vediamo, insieme, il decalogo elaborato da Coldiretti:
1) avere maggiore considerazione del “Territorio agricolo” negli strumenti urbanistici e nelle politiche di gestione del territorio in condivisione con gli imprenditori locali favorendo l’instaurarsi e/o lo sviluppo delle attività agricole;
2) incentivare il ritorno dei giovani all’agricoltura sostenibile come opportunità occupazionale;
3) alleggerire, per quanto di competenza, il peso burocratico a carico delle imprese agricole;
4) valorizzare l’agricoltura nella sua multifunzionalità con l’incentivazione di formule che sviluppino la filiera corta e promuovano le produzioni locali (agriturismo, vendita diretta, mercati), nonché sostenere quelle forme di agricoltura specializzata e tradizionale in grado di creare reddito e occupazione; valorizzando la funzione sociale dell’agricoltura con l’incentivazione di fattorie didattiche, agriasilo e lo sviluppo di attività formative in tema di salute ed educazione alimentare;
5) considerare l’agricoltura come attività economica con in più la salvaguardia della sostenibilità ambientale, ecologica e paesaggistica (biodiversità e distintività come fattori qualificanti del territorio);
6) riconoscere all’agricoltura il fondamentale ruolo di prevenzione dal dissesto idrogeologico, preservando al contempo l’indiscriminato consumo di suolo agricolo, favorendo prioritariamente il recupero e la riqualificazione delle aree dismesse; e sottoscrivere la petizione “Sì all’energia rinnovabile senza consumo di suolo agricolo”, contro i pannelli fotovoltaici mangia suolo.
7) considerare l’agricoltura come motore di sviluppo territoriale coordinato con turismo, artigianato e cultura locale;
8) favorire convenzioni con gli imprenditori agricoli locali, nel rispetto della legge di orientamento per la gestione, ad esempio, del verde pubblico o lo sgombero neve;
9) attivare e rafforzare, nell’ambito delle competenze del comune, provvedimenti che limitino le conseguenze negative per agricoltori e cittadini dall’eccesso di fauna selvatica;
10) farsi promotori di investimenti infrastrutturali, e di adeguata manutenzione, delle reti di comunicazione fisiche e digitali: strade e fibra ottica sono complementari per dare prospettive al territorio.