Metropoli Rurali
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La crisi economica di questo 2023 possiede molte sfaccettature e tanti sono i dati che possono inquadrarla. Uno dei più clamorosi è quello appena diffuso da Istat sul potere d'acquisto degli italiani nel quarto trimestre 2022, che segna uno sconfortante -3.7% rispetto al trimestre precedente. Prima di analizzare il quadro generale, cosa significa esattamente “potere d'acquisto”? Proviamo a definire il concetto: con “potere di acquisto” si intende la quantità di beni e servizi che possono essere acquistati con una specifica unità di valuta. Una seconda definizione, più diretta, lo intende come la quantità di merci che, dati i prezzi in vigore sul mercato, possono essere acquistati in uno specifico momento con una specifica quantità di moneta.
Vista la recente sovrapposizione di aumento del costo dell'energia, aumento dell'inflazione e non aumento degli stipendi medi italiani, un calo del potere d'acquisto nel nostro paese era tutto sommato prevedibile. Ciò che ha sorpreso gli analisi è l'entità di questo calo, come ha sottolineato il Codacons, che ha così commentato tramite il suo presidente: «Un'entità così grave del calo di questo indice rappresenta un vero e proprio allarme sociale ed economico – ha spiegato senza tanti giri di parole il presidente del Codacons Carlo Rienzi –: inflazione alle stelle e caro-bollette hanno eroso mese dopo mese la capacità di acquisto dei cittadini, interessando generi primari come luce, gas, alimentari, di cui le famiglie non possono fare a meno. Per arrivare a fine mese, sempre più italiani sono stati così costretti ad intaccare i propri risparmi».
Un tentativo, insomma, di mantenere lo stesso tenore di vita andando però ad intaccare i propri risparmi. Può essere una strada percorribile nel lungo periodo? No. Sempre per il Codacons, infatti, «I dati sulle vendite di febbraio dimostrano che il calo dell’inflazione registrato nell’ultimo periodo è solo una illusione ottica dovuta alla riduzione delle tariffe energetiche, mentre i prezzi al dettaglio continuano a mantenersi a livelli elevatissimi incidendo sulla spesa degli italiani».
Potere d'acquisto in crollo, dunque, ma il costo dell'energia e l'inflazione calano ormai da mesi. Perché per le famiglie italiane meno abbienti è ancora tempo di crisi profonda? Questo perché, sulle fasce più deboli, pesano gli attuali rincari nei prezzi finali dei beni prodotti nei mesi passati, quando i costi di produzione erano schizzati in alto a causa di un'inflazione a due cifre e all'energia al suo picco. Per questo “l'onda lunga” dell'inflazione continua a colpire una buona parte degli italiani.
In sostanza, quello che compriamo oggi nel carrello non è stato prodotto nel momento in cui acquistiamo, ma fa parte di un processo produttivo avvenuto nei mesi precedenti che risente, appunto, delle condizioni economiche dei mesi scorsi. Inoltre, è vero che l'inflazione è calata in Italia, ma rimane comunque intorno al 7%, ben superiore alla media europea.
A fronte di un’inflazione che rimane, dunque, elevata, la Bce continua ad applicare politiche monetarie restrittive, aumentando i tassi d’interesse e facendo aumentare le rate dei mutui, altra problematica che pesa tantissimo su milioni di famiglie ed aziende.
Una dinamica che comporta un effetto a cascata sul prezzo delle case e sul costo degli affitti, rendendo più complesso mettersi un tetto sopra la testa in modo legittimo. Gli stipendi che non sono mai davvero aumentati negli ultimi anni chiudono il cerchio: nel 2022 l'indice delle retribuzioni orarie è cresciuto solo del solo 1,1%, quasi niente rispetto all'andamento dei prezzi.
Se le cose così continuassero con questo trend, non sarebbe sbagliato parlare di recessione. A onor del vero, altri enti inquadrano una realtà diversa, meno drammatica.
Confcommercio, ad esempio, parla di «superamento dell’attuale moderata recessione, grazie alle esportazioni e al traino del comparto turistico, in un contesto di rientro delle tensioni sui prezzi al consumo». Pochi mesi, e vedremo dove penderà l'ago della bilancia. Intanto le bollette per le famiglie meno abbienti continuano a pesare come macigni e ogni giorno si ripropone la lotta per arrivare a fine mese per sempre più famiglie.
Noi, nel nostro piccolo, continueremo a “ragionare” e a valutare possibili vie di risparmio per i meno abbienti. La coperta, però, è sempre più oggettivamente corta ed in assenza di un vero cambio passo (dal Governo? Dall'Europa? Dall'economia mondiale?) trovare scappatoie al caro-vita diventa sempre più difficile.
L'inflazione cala ma la spesa, volente o nolente, costa sempre di più.
L'inizio di questo 2023 mostra l'ennesima “fregatura” per i consumatori, sopratutto per le fasce più deboli, quelle per le quali uno scontrino del supermercato da 20/30 euro in più del solito costituisce un bel grattacapo.
Molti sintetizzano con un laconico «è tutto rincarato!», ma andiamo più in profondità per capire cosa sta succedendo al nostro portafoglio... e al nostro carrello della spesa, sempre più costoso e sempre meno pieno.
Inflazione in calo: eppure...
L'inflazione, seppur lievemente, sta calando: in questi ultimi mesi siamo passati dal 9.1% al 7.7% su base annua, secondo i dati Istat, dopo svariati mesi in doppia cifra nel corso del 2022.
Eppure, gli italiani, in media, al supermercato spendono di più e comprano di meno.
Secondo le ultime stime del centro studi Coldiretti, negli ultimi mesi di “caro-prezzi” gli italiani hanno tagliato circa il 5% dei generi alimentari acquistati e, nonostante questo, hanno speso addirittura il 7,9% di più rispetto allo stesso periodo del 2022.
Un vecchio slogan parlava di «prendi tre, paghi due»: in questo inizio 2023 potremo parlare più propriamente di «prendi due... paghi tre». Un vero affare, insomma.
Potere d'acquisto giù: a cosa rinunciamo
Questo mix di aumento dei prezzi e il mancato aumento degli stipendi (che, ricordiamo, rimangono tra i più bassi dell'Unione Europea in proporzione al costo della vita) ha fatto ridurre del 4% il già scarso potere di acquisto degli italiani rispetto al 2022.
Per far quadrare i conti, visto che in casa non entrano più soldi rispetto a prima e le cose costano di più, occorre rinunciare a qualcosa. Cosa?
Un elenco di prodotti “sacrificabili” ce la fornisce Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori-Coop, che rappresentare gli interessi dei consumatori): ad inizio 2023, rispetto allo stesso periodo del 2022, sono calati dell'11% gli acquisti dei prodotti surgelati, del 17% quelli di carne ovocaprina, del 15% i gelati e del 14% i cibi precotti. Non a caso, sono invece aumentati i beni cosiddetti rifugio: il pane, le uova, la carne di pollo e la verdura della grande distribuzione.
Certamente, l'acquisto dei beni rifugio non consente ai consumatori di “far pari” ma offre comunque un modo di limitare i danni al portafoglio.
Le famiglie stringono la cinghia: -400 euro l'anno per spesa
Per i consumatori è un momento nero: secondo il Codacons, la stima della riduzione della spesa alimentare per famiglia con più di un figlio è di quasi 400 euro annui.
La sensazione di molti analisti è che per mantenere più o meno inalterate le quantità di cibo acquistate (abitudine, questa, non necessariamente virtuosa ma molto comune tra le famiglie...), i consumatori possano sacrificare la qualità dei prodotti in nome del risparmio. Frutta e verdura di qualità (quindi più costosa, compresa quella biologica), ad esempio, stanno diventando ormai un lusso che facilmente può sparire dal carrello italiano di un consumatore medio-basso.
Inflazione: in Italia è più squlibrata
Ci sono anche altri elementi da considerare: in Italia la forbice di influenza dell'inflazione tra persone povere e ricche è molto più ampia rispetto al resto d'Europa. A parte la Lettonia, in nessun altro paese europeo, la differenza fra l'inflazione dei poveri e quella dei ricchi è così ampia. Anzi: nei paesi teoricamente a noi più vicini come stile di vita, Francia, Germania, Spagna, l'inflazione dei poveri è stata inferiore a quella dei ricchi.
Come è possibile? Lo spiega Bruegel, un autorevole centro studi europeo, ha sottolineato come in Italia a trainare l'inflazione siano state bollette energetiche e il cibo: due spese che pesano moltissimo nel bilancio di una famiglia povera e relativamente poco in una ricca, dove le spese più rilevanti sono trasporti, vestiario e intrattenimenti. Questo vale, è vero, in tutta Europa.
Allora dov'è la fregatura italiana, dove le classi meno abbienti sono molto più appesantite dell'inflazione rispetto al resto d'Europa?
La risposta sta nelle politiche di sostegno e di aiuto nel pagare le bollette messe in campo dai governi di molti stati europei evidentemente più efficaci delle misure portate avanti in Italia dal governo Draghi e, successivamente, da quello Meloni.
Ne traiamo una serie di risultati sconfortanti: già l'inflazione, per definizione, colpisce le classi meno abbienti; in Italia questa disparità è ancor più accentuata.
Alla politica l'ingrato (ma quanto mai necessario) compito di iniziare a riequilibrare la situazione in favore delle classi meno abbienti, mai così tanto sotto stress economico come in questa fase di post-Covid.
La Regione Toscana, più volte criticata anche dal nostro portale di informazione per poca attenzione prestata alle aree interne, è pronta a investire circa 5 milioni di euro nelle imprese montane. Sono state infatti pubblicate sul sito di “Sviluppo Toscana” le graduatorie del bando “Custodi della Montagna“ che si è chiuso a novembre 2022.
Il bando ha visto la partecipazione 422 richiedenti: di queste, ben 277 sono risultate essere ammissibili, mentre 58 sono quelle ammissibili con riserva. Le rimanenti, non sono state accettate.
«La risposta al bando – ha detto l’assessore alle attività produttive Leonardo Marras – è stata ottima, a riprova della volontà di tante piccole realtà periferiche di voler rivitalizzare il proprio tessuto economico, sociale ed ambientale. Tante di queste zone hanno sperimentato, specialmente in anni recenti, fenomeni di spopolamento, causati dall’invecchiamento della popolazione e dalla decrescita economica. Il bando, cui seguiranno altre misure, ha cercato di promuoverne il rilancio attraverso progetti che vedranno la luce nei prossimi mesi».
Andando nel dettaglio, la ripartizione delle domande ammesse vede la provincia di Lucca in testa con 102 domande (68 quelle ammesse); Grosseto con 73 (51 ammesse) e Arezzo con 62 (47 ammesse). A seguire Siena con 53 domande (34 ammesse), Firenze con 42 (22) e Pistoia con 38 (22). Per la ripartizione delle risorse per provincia, la fetta più consistente vede ancora Lucca in testa (1.097.000 euro tra ammesse e ammesse con riserva), quindi Grosseto (777 mila euro), Arezzo (640 mila euro), Siena (517 mila euro), Firenze (460 mila euro) e Pistoia (430 mila euro).
Il bando punta a sostenere l’avvio o la riorganizzazione di attività di piccole, medie e micro imprese nei comuni montani, compresi i liberi professionisti, altri soggetti operanti in attività di natura imprenditoriale e persone fisiche di tutti i settori produttivi. Basterà questo impegno a risollevare le sorti economiche delle aree interne toscane? No, perché facendo un rapido calcolo aritmetico ogni azienda andrà a ricevere, in media, poco più di 18mila euro, non sufficiente per creare chissà quali miglioramenti. Eppure, occorre riconoscerlo, il bando rappresenta una prima boccata di aria fresca specifica per le economia delle aree interne di cui noi ci occupiamo. Non siamo ai livelli dei 35mila euro a famiglia per l'acquisto della prima casa offerti dalla regione Emilia-Romagna, ma si tratta comunque di un buon inizio.
«Sono felice – ha commentato Vincenzo Ceccarelli, capogruppo del partito democratico in Consiglio Regionale – che la legge di cui sono stato proponente sia stata attuata con grande tempestività e abbia rappresentato da subito uno strumento concreto di sostegno alla creazione di imprese nelle zone montane. I numeri delle domande pervenute ci dicono che la misura è stata accolta con grande favore da chi stava decidendo di attivare un’impresa in territori che hanno assoluta necessità di essere ripopolati e rivitalizzati non solo nell’economia. Il bando è stato un successo. Per il futuro – conclude – saremo impegnati a monitorare l’attuazione di questi progetti e, se possibile, a creare le condizioni perché possano essere attivate altre risorse al fine di sostenere lo sviluppo delle zone montane».
Quel che ci piace vedere è la presenza sempre più costante di iniziative volte al recupero o al sostegno delle aree montane nelle varie regioni in termini non (solo) turistici, bensì occupazionali e abitativi. La presenza di bandi regionali come quello sopra descritto in Toscana sono importanti per chi decide di puntare o di continuare a puntare sulla aree interne ben oltre il mero guadagno economico: i bandi risultano importanti perché sono conferma che (finalmente!) il mondo politico e le istituzioni hanno iniziato a prendere sempre più consapevolezza del progressivo cambio di paradigma abitativo dalla città verso le aree interne di campagna, collina e montane.
I motivi di questo progressivo cambiamento, più volti riportati dal nostro portale, sono recepiti da sempre più persone: in primis i costi ormai divenuti inaccessibili nelle grandi città a fronte di una qualità della vita tutt'altro che invidiabile. Torneremo più avanti con ulteriori approfondimenti sulle opportunità economiche e abitative nelle zone rurali interne.
«Dieci anni fa piantare a Pistoia queste piante di avocado sarebbe stato considerato poco più che uno scherzo. Con quello che sta succedendo con le temperature, invece, occorre fare un tentativo». Francesco Mati è titolare della Mati Piante, una delle aziende vivaistiche più importanti dell'intero distretto vivaistico pistoiese. Sotto la sua direzione sono stati progettati migliaia di giardini in tutta Italia negli ultimi 40 anni. Quello che ha fatto però nel suo di giardino, a pochi passi dalla sede dell'azienda, non ha proprio precedenti.
«Nelle ultime settimane le temperature in Toscana si sono mantenute costantemente almeno dieci gradi sopra la media. Il primo gennaio a Pistoia ho registrato 17 gradi con la mia stazione meteorologica professionale, qualcosa di mai visto. Già settimane prima, però, avevamo deciso di provare a coltivare piante tropicali come l'avocado, e vedere cosa succede nel nuovo clima toscano. Non è detto che faccia i frutti, anzi: il nostro è un esperimento ma è comunque molto interessante perché, col cambiamento climatico, potremo vedere come si comportano qui certe specie che qui non sono mai state».
L'avocado, infatti, è originario dei paesi tropicali del Centro America, dal Brasile al Messico passando da Colombia al Cile. Alcune varietà sono state coltivate con successo in India, Indonesia e Palestina. In Italia i primi a tentare la coltivazione di questa specie sono stati i siciliani. Mai nessuno prima adesso, però, aveva fatto lo stesso tentativo in Toscana. «Questa pianta ha quattro anni – prosegue Mati –. Di solito producono frutti intorno ai cinque anni, per cui ci siamo. Se farà davvero i frutti sarà clamoroso!».
Toscana come Sicilia, Sicilia come Nord Africa
Il tentativo Mati non è affatto un caso isolato: sono numerosi i territori del sud Italia che stanno sperimentando con successo nuove specie di coltivazioni. «In Sicilia ad esempio sono già attive da qualche anno produzione di banane, ananas, papaya, mango. Il clima sta cambiando e con lei cambiano le coltivazioni. A livello di clima, sembra che ogni territorio italiano sia come scivolato 6/700 chilometri più a sud. Non deve sorprendere che il clima siciliano sia ormai quasi diventato nord africano».
Stagione invernale 'saltata': i nuovi rischi
La frutta esotica al centro nord non è il solo segnale del clima che sta cambiando. A guardare bene, la Natura racconta anche altre storie: nei vivai pistoiesi sono numerose le specie che hanno germogliato senza ancora aver perso le vecchie foglie, che appaiono ingiallite come ad inizio ad autunno (ed invece siamo a gennaio). Ciò che si vede ha dell'incredibile: rose, cornus e spinee metà germogliate e metà ancora con le foglie gialle. La fase di riposo invernale della pianta, indotta dal clima teoricamente più rigido, è stata saltata a piè pari. «A questo punto la pianta è esposta a più rischi – sottolinea Mati –: quello meno preoccupante è dato dalla possibilità che una gelata, assolutamente normale tra gennaio e febbraio, possa bruciare i germogli appena nati prematuramente.
Anche in quel caso, comunque, la pianta può sopravvivere». Il rischio maggiore secondo Mati è altrove. «L'azzeramento o quasi della stagione invernale può far sopravvivere più a lungo le patologie delle piante che, con queste temperature, rischiano di ripresentarsi ancor più forti e vigorose nel corso della prossima estate. Teniamo le dita incrociate, stiamo monitorando con attenzione le nostre piante per verificare ogni possibile principio di problema».
Ufficiale: in Toscana il 2022 è stato l'anno più caldo di sempre
I dati numerici confermano ciò che la natura manifesta con fioriture fuori stagione e fuori zona. Il consorzio regionale toscano Lamma, a chiusura del 2022, ha ufficializzato un dato molto allarmante. «Si è appena concluso l'anno più caldo mai registrato sulla nostra regione – hanno dichiarato i meteorologi del consorzio – . A livello annuale, nel corso del 2022, abbiamo avuto temperature massime fino a 2 gradi superiori a quelle tipiche del periodo; un dato che risulta decisamente sorprendente e straordinario se si considera che questa è una anomalia mediata su ben 365 giorni. Ancora più marcate risultano le anomalie sui settori montani: oltre 1500 metri siamo infatti a circa 3 gradi oltre i riferimenti climatologici. Segno inequivocabile della persistenza di masse d'aria in quota ben più calde di quelle che insistevano fino a pochi lustri fa».
Con queste premesse, l'estate 2023 fa già paura: il grande surplus termico dell'estate passata non è stato del tutto smaltito con l'inverno in corso e la nuova estate potrebbe iniziare già con condizioni iniziali più calde del solito. Per chi abita in pianura occorre pensare di investire seriamente in un impianto di condizionamento valido o valutare un trasferimento sopra i 500/600 metri di quota almeno, così da ridurre gli effetti negativi del caldo asfissiante.
L'idea nasce da un gruppo di cinque giovani che già prima della pandemia avevano desiderato mollare la città per lavorare in aree rurali lontane dal caos, dallo smog e dai prezzi cittadini. Così è nata la rete di Nat Working, che ad oggi conta decine e decine di sistemazioni prenotabili (in condivisione o in esclusiva) per poter lavorare in smartworking fuori dalle città, per migliorare la qualità del tempo dedicato al lavoro e al tempo libero, generando un impatto positivo nelle aree extraurbane del nostro paese, specialmente quelle sottoutilizzate.
É la dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che il sistema cittadino sia sopravvalutato in molti contesti, specialmente quelli dove la presenza fisica sul posto di lavoro non è richiesta.
«Effettivamente – raccontano gli organizzatori – già nel novembre 2019, prima che la pandemia facesse sperimentare lo smart working a milioni di italiani sognavamo di scappare dalla città continuando a fare il nostro lavoro. Partendo dai nostri bisogni e il mondo in evoluzione, abbiamo immaginato un servizio capillare che mettesse a sistema tre fondamentali ingredienti: il mondo del lavoro in cambiamento, il patrimonio inesplorato del territorio, lo sviluppo locale di piccole comunità. C’è bisogno di nuovi orizzonti, a partire da quelli oltre lo schermo del nostro pc acceso in smartworking o per studiare. Per questo invitiamo tutti a pensare ad una bella scrivania con vista su splendidi panorami naturali di Valle d’Aosta, Piemonte o Toscana, giusto per fare qualche esempio».
Con la loro attività, i ragazzi e le ragazze di Nat Working hanno creato una comunità di persone che vogliono migliorare le proprie condizioni di vita, di lavoro e di tempo libero, arricchendo le relazioni individuali. «Il nostro obiettivo è mettere in rete risorse e territorio. Per fare questo riattiviamo spazi adeguati per chi, come noi, ha la possibilità di lavorare e studiare da remoto. Spazi che mancano fuori dalle grandi città e che rappresentano luoghi ibridi di aggregazione e confronto fondamentale per le comunità. Così facendo, abbiamo scoperto che possiamo dedicare più tempo a noi stessi: per seguire le nostre passioni, per esplorare nuovi mondi, confrontarci con le culture del territorio e riscoprire la possibilità di scegliere. Vogliamo stare bene e non ne possiamo più di sentir parlare di burnout o di stress lavoro-correlato».
Altro obiettivo è quello di rispondere fattivamente allo spopolamento delle aree interne, andando a recuperare spazi sottoutilizzati (ma con potenzialità altissime, come buona parte delle aree montane) entrando in relazione con partner territoriali in maniera da poter essere conosciuti e utilizzati da tutti, anche da chi viene da altre aree di Italia.
Il progetto mette in rete persone con esigenze diverse insieme a luoghi e sistemazioni con le giuste caratteristiche: il movimento ha dato il via a residente più o meno temporanee nei territori della montagna sfruttando la prima rete interregionale di spazi dedicati allo studio e al lavoro immersi nella natura. La rete, piuttosto capillare tra Piemonte, Liguria e Valle D’Aosta, si propone di costruire una comunità di individui che offrono spazi per lavorare e studiare e/o posti letto, enti territoriali che offrono servizi complementari di attività culturali o sportive immerse nella natura e utenti interessati a conciliare lavoro e tempo libero esplorando il territorio.
Il sito di Nat Working è visitabile qui https://www.natworking.eu/nat e merita un plauso in quanto rappresenta un modo nuovo, al passo coi tempi, per avvicinare le nuove generazioni alle zone rurali extraurbane che -senza un'attività di promozione come questa- rischiano di vedere inespresse le loro enormi potenzialità in questa fase storica.
La montagna toscana ed emiliana sono pronte a salpare l'ancora verso la stagione invernale, fatta di neve, sciatori, turismo e introiti dopo i due anni di “zero” o quasi dovuti al Covid-19. Ad Abetone, ad esempio, sono stati acquistati ed installati cannoni spara-neve di ultima generazione. Un investimento molto importante in questa fase incerta, a dimostrazione dell'ottimismo degli operatori del settore verso i possibili ritorni economici di questo inverno.
«Quelle in nostro possesso sono previsioni di gradimento da parte del pubblico più che buone – conferma Rolando Galli, presidente del Consorzio APM e della Società Abetone Funivie –, abbiamo anche registrato un incremento della vendita degli skipass stagionali che è sicuramente ben augurante. Quest'anno chi sceglierà di venire a sciare ad Abetone troverà un nuovo impianto di innevamento artificiale di cui andiamo molto fieri e che aumenterà ulteriormente la qualità dell'innevamento a terra».
A frenare tutto questo però rimane il problema dei lavoratori, che mancano come il pane in questa fase di vigilia della stagione invernale. A lanciare nuovamente l'allarme è il vicesindaco di Abetone, Andrea Formento. «Crescono nelle aziende del settore legato al turismo le preoccupazioni per una ormai cronica difficoltà di trovare personale da occupare nelle proprie attività. La montagna è in grado di dare una risposta concreta ai numeri preoccupanti che periodicamente vengono riportati sui dati della disoccupazione ma è impossibilitata a ciò dalla totale assenza di domanda di lavoro».
Solo nel comprensorio sciistico di Abetone sono decine le posizioni di lavoro aperte. Nonostante i tanti appelli, continua a mancare forza lavoro.
«Dopo l’allarme lanciato questa estate da parte di alcuni operatori – continua Formento –, tra cui il proprietario dell’hotel Regina, ancora oggi la situazione dell’offerta di posti di lavoro stagionale presso le aziende del nostro comprensorio è di decine di unità, offerta che però non trova riscontro in nessun tipo di domanda di occupazione. Il rischio è di vedere, come già successo in altre località, aziende che diminuiscono i propri servizi offerti ai turisti».
Quali le cause? Alcuni puntano il dito contro la scarsa retribuzione da parte dei datori dei lavori, ma Formento punta il dito altrove, visto che ad Abetone gli stipendi mensili per la stagione partono solitamente dai 1600 euro al mese netti.
«Le cause sono molteplici – conclude Formento – ma non sono riconducibili ad una scarsa appetibilità economica in quanto le offerte sono assolutamente in linea con i contratti di categoria ed anzi spesso sono accompagnate da benefit quale la possibilità di usufruire di vitto ed alloggio. Sono quindi cause esterne al nostro territorio che frenano l'occupazione. Cause, come il reddito di cittadinanza avuto fino adesso, sulle quali il dibattito sociopolitico a livello nazionale è quotidiano. Il nostro è un nuovo grido di allarme, lo facciamo forte e chiaro. Il nostro messaggio vuole essere di aiuto a chi cerca occupazione, a discapito di forme di assistenza diverse, che alla lunga non possono dare risposte concrete alle proprie aspettative professionali. Ai giovani e ai meno giovani dico: pensateci. Una stagione invernale al lavoro ad Abetone può essere un importante passaggio della propria carriera».
La crisi si presenta con diverse maschere, non una sola: una di queste ha le fattezze delle bollette raddoppiate o triplicate per aziende e privati, frutto di guerre e speculazioni. Un'altra ha le sembianze di una politica energetica nazionale ancora troppo dipendente dalle risorse esterne che non ha capito 'cosa vuol fare da grande'. Un'altra sembianza è l'enorme aumento delle materie prime, fortemente legato al costo dell'energia. E poi c'è un altro aspetto della crisi, ancora più subdolo perché all'apparenza invisibile: l'inflazione.
Com'è noto, nelle economie di mercato come quella occidentale, si parla di inflazione quando i prezzi di beni e servizi di largo consumo aumentano su ampio scala. Ed eccola qua, la nostra situazione: i nostri stipendi rimangono uguali ma possono comprare meno beni e servizi rispetto a prima. Anche in questo caso, l'inflazione è collegata al caro-energia e alla speculazione.
Le cifre dell'inflazione
A settembre, l'inflazione tendenziale è arrivata al 13,7%, rispetto al 2021, con un aumento ulteriore rispetto ad agosto (+10,7%). Per le famiglie questo significa un aumento del costo della vita importante, circa il 12% rispetto all'anno scorso. Tradotto in denaro: 650 euro in più in un anno solo per l'acquisto di cibo e bevande. Coldiretti ha fatto sapere quanto sono aumentate le materie prime nella filiera agro-alimentare: dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi, al +129% per il gasolio fino al +500% delle bollette per pompare l’acqua per l’irrigazione dei raccolti.
Ma aumenti riguardano anche il vetro che costa oltre il 50% in più rispetto allo scorso anno, il 15% il tetrapack, il 35% le etichette, il 45% il cartone, il 60% i barattoli di banda stagnata, fino ad arrivare al +70% per la plastica, secondo l’analisi Coldiretti. Gli aumenti sono questi: cifre altissime, in molti casi oltre il 100%. I consumatori, vale a dire noi tutti, cosa possono fare? Il primo, immediato, è tagliare la spesa. In altre parole: comprare meno. E questo sta già succedendo in migliaia di famiglie.
Tassi di interesse verso l'alto, di nuovo
La finanza internazionale può fare un'altra cosa su macro-scala e per questo basterà aspettare pochi giorni: la Bce (Banca Centrale Europea), Stando alle previsioni della vigilia, a fine ottobre ci sarà un ritocco all’insù di 75 punti base. Questo significa che i tassi di riferimento saliranno da 1,25% al 2%, mentre sui depositi delle banche da 0,75% a 1,50%.
Chi ha i mutui a tasso variabile, e in Italia sono milioni, si troveranno a pagare rate del mutuo ben più salate e questo non farà che peggiorare ulteriormente la situazione. Quindi lo scenario sarà questo: chi ha bisogno di soldi pagherà i prestiti di più, chi ha capitali da parte avrà maggiore rese. Una situazione che andrà ulteriormente ad aprire la forbice tra i ricchi e i poveri.
Fiato sospeso
Stavolta, purtroppo, non abbiamo una soluzione come quelle che spesso ci piace proporre nei nostri articoli. Abbiamo fatto una mappa per capire meglio la situazione dentro la quale ci troviamo, consapevoli che l'inverno alle porte metterà a dura prova le finanze di tutti noi. In una situazione che si preannuncia così complicata, avere chiaro gli elementi che ci circondano, belli e brutti che siano, è la prima mossa per provare a contenere i costi eccessivi.
su Metropoli Rurali, ormai lo avrete imparato, cerchiamo di immaginarci la montagna e l'alta collina come un luogo in cui abitare e stabilirsi, senza necessariamente andare lì per una mera questione turistica. Ciò non toglie che, per alcune regioni, il turismo invernale segni una voce estremamente importante nelle entrate annuali. Non solo: interi paesi in Italia, sia su Alpi che Appennini, si reggono in buona parte sul passaggio dei turisti, specialmente nella stagione invernale.
Il rischio, paventato da più parti, è che i gli impianti sciistici potrebbero non aprire quest'anno proprio a causa dell'eccessivo costo dell'energia elettrica, in quello che sarebbe un tremendo remake del lockdown della stagione 2020-2021 i cui danni sono ancora ben impressi nella mente degli addetti al settore.
Allarme infondato o ipotesi credibile? Senza un intervento deciso da parte del governo europeo (meglio) o di quello italiano (opportuno ma probabilmente meno impattante sul prezzo dell'energia) il rischio purtroppo c'è, anche se l'obiettivo di tutti -imprenditori e politica- è quello di non arrivare a tanto. Il problema è che gli impianti di risalita (funivie, skilift, cabinovie, etc.) funzionano ad energia elettrica e consumano un'enorme quantità di elettricità nel loro normale funzionamento.
Facciamo alcuni esempi. Un impianto di risalita di media grandezza costruito una decina di anni fa consuma ogni ora circa 400 kWh (kilowatt orari). Un normale asciugacapelli che abbiamo in casa consuma, in un'ipotetica lunghissima asciugatura lunga un'ora, appena 1 kilowatt. Per rendere l'idea: l'energia consumata lasciando acceso per un'ora l'asciugacapelli viene “bruciata” da una seggiovia di media grandezza in nove secondi. Considerando che gli impianti di risalita sono diversi e numerosi nei vari impianti sciistici e lavorano, solitamente, sette/otto ore ogni giorno fine settimana compresi, il conto dell'energia elettrica a fine mese è di quelli da togliere il fiato, almeno in Italia.
Un'eventuale chiusura degli impianti sciistici toglierebbe, de facto, anche linfa vitale agli alberghi nelle vicinanze e ai ristoranti che attorniano i comprensori sciistici. Un circolo vizioso pericolosissimo che rischia di replicare, in peggio, quanto già visto coi lockdown due anni fa. In altre parole: un disastro.
I comprensori sciistici più grandi però, per il momento sembrano “reggere”, anche se sono attesi rialzi negli skipass in percentuali ancora da decifrare (si vociferano aumenti del 20%, ma molto dipenderà dalla quotazione dell'energia elettrica a dicembre). In Trentino Alto Adige, dove il turismo sugli sci è una voce importantissima nel bilancio economico della regione, la chiusura totale degli impianti per ora non è sul tavolo delle ipotesi.
Alcuni albergatori hanno si pensato a chiudere le saune dei propri alberghi o abbassando di alcuni gradi le loro piscine riscaldabili, ma gli impianti sciistici al momento dovrebbero comunque aprire. «Le spese sono tante ed incidono fortemente nei bilanci delle attività imprenditoriali turistiche, hanno già cominciato a farlo da questa estate – ha sottolineato il responsabile marketing di Dolomiti Superski, il più importante comprensorio sciistico in Italia, Marco Pappalardo – ma questo non metterà a rischio la stagione che dopo il Covid deve andare avanti in un modo o nell'altro».
Problemi più gravi potrebbero arrivare per i comprensori degli Appennini, che contano su volumi di presenze turistiche più basse più bassi rispetto alle località alpine. Toscana, Emilia-Romagna e Abruzzo sono in pre-allerta per possibile chiusure parziali. Dall'altra parte delle Alpi, però, la situazione appare diversa.
In Svizzera, infatti, l'agenzia Awp dall’associazione di categoria Funivie Svizzere, ha annunciato nei giorni scorsi aumenti assenti o non oltre il 3% sulle tariffe di skipass e nei biglietti per gli impianti. Aumenti lievissimi imputabili più all'inflazione che al caro-energia. In Svizzera, a differenza dell'Italia, c'è stata più previdenza: molte stazioni sciistiche hanno acquistato l'elettricità fino al 2024 ad un prezzo ancora lontano dalle attuali speculazioni che hanno fatto lievitare in altissimo i costi quest'anno. Inoltre: la politica energetica elvetica, che può contare anche lo sfruttamento di cinque centrali nucleari, permette di produrre una tale quantità di energia che il peso totale degli impianti di montagna sia appena lo 0.3% dell'elettricità totale prodotta dall'intera nazione. É evidente che, seppur facilitati da una nazione geograficamente più piccola ed anche ricca di impianti idroelettrici, la politica energetica elvetica sembra essere stata estremamente più efficace della nostra che si è dimostrata fortemente vincolata e dipendente dalla produzione energetica attraverso l'uso del gas di provenienza russa.
Adesso, come spesso accade, in Italia occorre correre ai ripari sia da parte del governo centrale (tuttora in formazione) che da parte di quello europeo.
Sempre ammesso che, come in tanti temono, non sia troppo tardi.
Semina 10, per ottenerne 80, ma ne raccoglie 5. Sono i numeri, in quintali, dell’annata delle patate per il podere di Baldi Luciano, che insieme alla moglie Mega Rocca, conduce l’azienda agricola sulle colline di Pistoia. I 75 quintali di differenza sono dovuti all’opera dei cinghiali.
“Un bel podere di mezza collina –spiega Michele Bellandi, responsabile tecnico di Coldiretti Pistoia- che rappresenta l’ossatura del nostro territorio, contribuendo al mantenimento idrogeologico, è messo in ginocchio dall’eccesso di animali selvatici che fanno danni. Mangiano le produzioni agricole e danneggiando il terreno e le stesse reti metalliche, che non bastano a arginare cinghiali, caprioli, istrici e cervi”.
Il podere di Luciano e Rocca è estende per 15 ettari, nel comune di Marliana, per metà a bosco, sull’altra metà si producono ortaggi, patate, castagne ed altri frutti – spiega Coldiretti Pistoia –. Produzioni sempre a rischio: gli alberi da frutto sono ormai pochi. Uno dei ciliegi rimasto è secco nella parte bassa, grazie alle continue ‘degustazioni’ dei cervi, “che apprezzano”.
“Dopo le patate, l’uva, le ciliegie, i fagioli, ortaggi ora cominciano a mangiare le nostre castagne, la cui produzione ancora risente del cinipide. Se una volta producevamo ben 20 quintali di farina di castagne, oggi raccattiamo le castagne come fossero funghi. Quelle che nascono, appena cadute a terra, infatti, sono mangiate dai cinghiali”.
“È drammatico – spiega Michele Bellandi – come un potenziale produttivo, in un contesto vocato all’agricoltura di qualità sia messo in ginocchio dall’eccesso di ungulati. Non ci sarà ricambio generazionale in queste terre se, oltre alle incertezze climatiche, il reddito di impresa rischia di finire in bocca ai cinghiali. Ogni scrofa partorisce un paio di volte all’anno, concependo fino 10/15 cinghialini. Una lotta impari, nonostante gli abbattimenti”.
L’eccesso di animali selvatici non condiziona e danneggia solo gli agricoltori: ormai hanno invaso i campi di mais, di patate e i vivai. I cinghiali sono dappertutto ed in numero esorbitante: in Montagna, in Valdinievole, sul Montalbano, in pianura, sulle strade e ormai pascolano anche davanti alle scuole.
La risoluzione strutturale del problema è una delle priorità del Paese, che Coldiretti a livello nazionale ha chiesto di affrontare nei primi 100 giorni al governo che verrà formato dopo le elezioni.
“Bisogna dare risposte alle decine di migliaia di aziende che vedono ogni giorno il proprio lavoro cancellato dai 2,3 milioni di cinghiali proliferati senza alcun controllo – spiega Fabrizio Tesi, presidente di Coldiretti Pistoia –, che mettono a rischio anche la sicurezza dei cittadini. Serve un decreto legge urgentissimo per modificare l’articolo 19 della legge 157 del 1992 e ampliare il periodo di caccia al cinghiale e dare la possibilità alle Regioni di effettuare piani di controllo e selezione nelle aree protette. Non c’è più tempo per le promesse, servono i fatti!”.
Nell'ultima riunione della commissione per il sostegno, la valorizzazione e la promozione delle aree interne della Toscana è stato fatto il punto sulle “aree Snai” (Strategia nazionale aree interne) della regione Toscana.
Nella riunione si è tenuta una lunga discussione su quanti soldi siano arrivati e quanti arriveranno per realizzare gli investimenti sulla montagna in regione.
Di base ci sono 2 milioni di euro già stanziati dalla Regione e 6,7 milioni di euro in arrivo del fondo statale sviluppo montagna.
I due milioni di euro regionali saranno rivolti alle Unioni dei Comuni con almeno il 30 per cento del territorio montano (un milione e 400mila euro) e ai Comuni montani che non fanno parte delle Unioni (complessivi 600mila euro). Secondo la regione toscana, questo finanziamento permetterà la copertura di circa il 90 per cento dei costi dei progetti.
Parliamo, in questo caso, di fondi destinati alle amministrazione comunali, non direttamente a cittadini e imprese sul territorio, come invece fatto ad esempio in Emilia Romagna con il bando destinato alle famiglie che si trasferiscono in montagna.
Una possibilità solo discussa dal consiglio della commissione. «Valutiamo un contributo a chi decide di stabilirsi in zone montane – ha detto Stefania Saccardi, vicepresidente della regione –. Sono risorse vincolate a spese d’investimento, Anci si è mostrata disponibile, si potrebbe fare. Nel complesso adesso si arriva a quasi nove milioni di euro, una quantità di risorse che non avevamo mai visto sulle politiche della montagna”.
Qualche novità,non proprio buona, arriva anche dal governo centrale: nel nuovo disegno arrivato da Roma, un paio di comuni sono stati eliminati dalla vecchia classificazione delle aree interne; rimarranno, dunque, fuori da futuri possibili bandi dedicati a quelle aree. Nell’area Lunigiana-Garfagnana media valle e Appennino Pistoiese escono dall’attuazione della “SNAI “Aulla e Marliana; nell’area Valdarno, Val di Sieve escono Pontassieve, Pelago, Rignano, Carmignano e Reggello. «Escono solo per le strategie future, le progettazioni già approvate rimangono, e l’esclusione riguarda solo la Snai, non altri finanziamenti europei e dunque l’incidenza sarà francamente minima» ha precisato Saccardi.
Significativo il commento di Luciana Bartolini, esponente Lega, che è tornata sul contributo di 30mila euro alle famiglie in stile Emilia-Romagna. «Mi piace il contributo, che potrebbe essere di 30mila euro come in Emilia-Romagna, per restare o andare ad abitare in montagna. Come gruppo avevamo proposto qualcosa di simile. Potrebbe essere di stimolo anche per le coppie».
«Il fatto che il Governo abbia messo così tante risorse rispetto al Fondo per la Montagna è una cosa storica, mai successa prima, e un finanziamento analogo, se non superiore, è previsto per il 2023, a conferma che c’è un’attenzione straordinaria sulla montagna» – ha concluso il presidente della commissione Marco Niccolai.
Quello che noi, osservatori esterni, ci permettiamo di commentare è come l'attività della regione Toscana -seppur meritevole- non comprenda incentivi diretti a famiglie e imprese operanti su questi territori. I soldi, non pochi occorre ammetterlo, vanno sostanzialmente ai comuni per i loro progetti destinati sì alla comunità ma in modo non immediato. Una possibile apertura della regione verso i sostegni diretti ai privati, come già avviene in altre regione, è arrivata comunque sul finire della riunione. Vedremo se dopo l'estate questa eventualità verrà recuperata e messa in pratica.