Metropoli Rurali
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Prosegue la lunga anomalia climatica calda anche nella prima metà del mese di agosto. Un tale surplus di energia lo notiamo non solo dalle temperature estreme rilevate nelle nostre città negli ultimi giorni ma anche, se non di più, dalle temperature del Mar Mediterraneo. Da settimane non c'è più un solo settore che non sia sopra media, dallo stretto di Gibilterra fino alle isole greche. La situazione peggiore è quella attorno all'Italia, dove in alcuni casi siamo fino a 8°C superiori alla media trentennale 1982-2011.
Nella giornata di venerdì 16 agosto, ad esempio, sono rari i valori sotto ai 28°C, mentre più diffusi sono quelli compresi tra 29 e 30°C. Liguria, Tirreno centro meridionale e medio alto Adriatico sono i settori con i valori più elevati. La normalità vorrebbe per questo periodo dell'anno temperature superficiali non oltre i 22/24°C quindi siamo dai 3 agli 8°C sopra media.
Questo caldo anomalo non è responsabile solo di bagni non rinfrescanti ma anche del proliferare delle alghe e delle relative mucillagini, un problema che si è presentato diffusamente lungo le coste adriatiche. Il problema più grave è forse un altro, specialmente in prospettiva autunnale: un mare molto caldo significa tanto vapore a disposizione per i temporali che prima o poi popoleranno i mari; tanta energia significa rischio di eventi violenti e, potenzialmente, distruttivi. Ecco perché mari caldi e temporali violenti sono, molto spesso, due elementi collegati tra loro.
Un meccanismo da conoscere
Quando la temperatura del mare è molto alta, l'acqua superficiale evapora più rapidamente. L'evaporazione aggiunge una grande quantità di umidità all'aria sovrastante, arricchendola di vapore acqueo. L'aria calda e umida è più leggera e tende a salire. Se l'atmosfera è già instabile, cioè se c'è un forte gradiente di temperatura con l'altitudine (l'aria diventa più fredda più velocemente con l'altezza), l'aria calda e umida tenderà a sollevarsi rapidamente, causando un'ulteriore destabilizzazione dell'atmosfera, dando una sorta di “boost” alle nubi temporalesche, che proprio così si formano: quando l'aria umida sale, si raffredda e il vapore acqueo inizia a condensare, formando nubi. Se la quantità di umidità è molto alta, le nubi possono diventare molto grandi e spesse, accumulando grandi quantità di energia.
L'energia accumulata nelle nubi temporalesche, alimentata dall'aria calda e umida che continua a salire dal mare caldo, può portare a temporali molto intensi, in movimento dal mare verso l'entroterra. Non a caso, molte delle alluvioni degli scorsi anni sono seguite a periodi particolarmente caldi, con molta umidità (energia) a disposizione delle nubi temporalesche.
Mar Mediterraneo troppo caldo, lo studio di Nature
La prestigiosa rivista scientifica Nature ha pubblicato un interessante studio sui fenomeni estremi nel bacino del Mar Mediterraneo e la loro correlazioni con la temperatura superficiale delle acque. Lo studio, condotto da illustrissimi autori, come Mario Marcello Miglietta, Jordi Mazon, Vincenzo Motola e Antonello Pasini, ha messo in evidenza come il nostro Mediterraneo, diventando sempre più caldo, sia sempre più avvezzo a fenomeni violenti, che un tempo avevano tempi medi di ritorno decennali, se non addirittura secolari. E’ la loro intensità è destinata ad aumentare in modo più rapido una volta superato un certo valore di temperatura, con inevitabili ripercussioni sui nostri territori.
Per leggere l'articolo è possibile cliccare su questo link: https://www.nature.com/articles/s41598-017-13170-0
Buona lettura!
Lo scorso 22 luglio la temperatura media giornaliera globale ha toccato 17,16 gradi, il dato medio più alto di sempre. A rilevarlo è stato il “Copernicus Climate Change Service”, il cui archivio arriva fino all'anno1940. Anche i giorni prima e dopo, il 21 e il 23 luglio, avevano superato il record precedente che risaliva ad appena... l'anno prima, ovvero il 6 luglio 2023.
A tal proposito si è espresso anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. «Questo pianeta sta diventando più caldo e pericoloso che mai. Quella sperimentata da miliardi di persone è un’epidemia di calore estremo, con temperature che superano i 50 gradi Celsius in sempre più zone del globo». Una condizione capace non solo di creare malessere e problemi di salute ma anche di devastare economie, ampliare disuguaglianze e minare gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Non solo: il caldo uccide.
Le Nazioni Unite stimano che nel mondo quasi mezzo milione di persone rimanga ucciso dal caldo estremo ogni anno. Sono circa 30 volte di più delle vittime dei cicloni tropicali.
Celeste Saulo, segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), riporta altri record recenti fatti registrare nel mondo. «Oltre ai tre nuovi record di temperatura giornalieri globali, abbiamo assistito a record di temperatura mensili per 13 mesi consecutivi. Almeno dieci nazioni hanno registrato temperature superiori a 50 gradi in più di una località, solo quest’anno. Il Pianeta ha la febbre, una brutta febbre».
«Il mondo ha bisogno di una strategia per affrontare il caldo – sottolineano dalle Nazioni Unite – che serva a mobilitare i governi, i decisori politici e tutte le parti interessate ad agire, prevenire e ridurre il rischio di caldo; ad aumentare la resilienza al caldo; a gestire le crisi di caldo estremo; e a mitigarne gli impatti peggiori. Prima ce ne accorgiamo e meglio sarà».
L'impatto del caldo estremo sulla salute
L'impatto delle morti dal caldo colpisce in particolar modo l'Asia (45% delle vittime) e l'Europa (36%). In base ai dati emersi dalla seconda edizione del rapporto a cura di Lancet, una delle più autorevoli riviste scientifiche al mondo, nell'arco di 30 anni, dal 1990 al 2022, si è registrato un aumento del 9% dei decessi legati al caldo. Aumento che tocca l'11% nell'Europa meridionale, inclusa l'Italia. Un altro dato preoccupante riguarda il numero di giorni di caldo estremo, cresciuto in sud Europa del 41% nello stesso lasso di tempo.
Eventi estremi, perdite estreme
Più caldo significa più energia da smaltire. Lancet, nel suo report 2024, ha sottolineato come gli eventi estremi legati al clima in Europa abbiano comportato una perdita economica stimata di 18,7 miliardi di euro. A far e la voce grossa in questa statistica sono i temporali distruttivi, le grandinate e i tornado. Queste perdite rappresentano lo 0,08% del Pil europeo e il 44,2% di queste (8,2 miliardi di euro) non erano assicurate.
Salire di quota: il modo più veloce per respirare
Nei paesi d'Europa che si affacciano sul Mediterraneo salire di quota è sempre una buona soluzione per sfuggire dalle fasi di caldo intenso. Salendo di quota altimetrica, infatti, la sensazione di caldo diminuisce per una serie di ragioni legate principalmente ai cambiamenti nella pressione atmosferica e alla composizione dell'aria. In media, la temperatura cala di 0.6 gradi ogni cento metri di altitudine.
Per ritornare al clima che si viveva in pianura 40 anni fa in Italia basta stabilirsi sopra i 400/500 metri di quota. I pomeriggi estivi torneranno ad essere caldi ma non estremi (e talvolta al limite dell'invivibile) come in questi ultimi anni.
Che il mondo sia in piena crisi climatica è ormai un dato appurato da un moltitudine di studi forniti dalla comunità scientifica nel corso degli ultimi anni. La problematica principale non è tanto il cambiamento climatico in sé ma la velocità con la quale questo cambiamento sta avvenendo. Secondo un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, il cambiamento climatico avrà un grosso impatto negativo sull'economia mondiale entro i prossimi 25 anni. Si parla addirittura di un -19% medio che andrà a impattare sui prodotti interni lordi di tutte le nazioni mondiali, seppur con profonde diseguaglianze.
Lo studio, in lingua inglese, si può leggere a questo indirizzo: https://www.nature.com/articles/s41586-024-07219-0
Una “catastrofe annunciata”
I ricercatori Potsdam Institute for Climate Impact Research autori dello studio parlano senza mezzi termini di “catastrofe annunciata”: se anche oggi riducessimo in modo drastico le emissioni di gas serra in atmosfera, il clima continuerebbe, come per inerzia, comunque ad estremizzarsi negli anni a venire. E se facessimo, a livello globale, poco o niente per rallentare l'emissione di gas serra come effettivamente stiamo facendo? Ecco, in questo caso, farsi avanti la “catastrofe annunciata” trattata nello studio.
L'impatto economico sul mondo
Secondo quanto pubblicato da Nature, saranno 38mila miliardi di dollari in tutto il mondo i danni derivanti dalla crisi economica scatenata dalla sola crisi climatica. Per arrivare a questa stima, i ricercatori hanno raccolto i dati economici di 1.600 regioni in tutti i continente nell’arco di quattro decenni. Su questi dati si basa l'analisi degli impatti futuri dei cambiamenti climatici sulla crescita economica, considerando anche le profonde disuguaglianze con cui questo processo avverrà. I ricercatori sono giunti alla stima di una forbice che oscilla tra i 19mila e i 59mila miliardi di dollari in danni totali a partire dal 2050 in poi.
«La crisi colpirà con riduzione dei redditi Nord America ed Europa ma saranno Asia meridionale e Africa rischiano di essere le aree più colpite. Questo a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici su vari aspetti rilevanti per la crescita economica come la resa agricola, la produttività sul posto di lavoro o i danni alle infrastrutture», afferma Maximilian Kotz, ricercatore che ha guidato lo studio del PIK.
Un'emergenza, pesi diversi
La motivazione per una disuguaglianze tale nell'impatto del cambiamento climatico è duplice: da una parte, le aree sud asiatiche e africane partono da una base di temperatura più elevata rispetto a quelle temperate europee o americane. Gli impatti dei cambiamenti climatici contribuiranno, secondo questo studio, ad aumentare ulteriormente le disuguaglianze già presenti tra le diverse aree del mondo. In alte parole: andrà peggio per tutti ma, per alcuni, andrà un po' più male degli altri.
La necessità di un'economia etica
Etica e capitalismo sono due entità che difficilmente vanno di pari passo. In questa disequazione possiamo metterci dentro anche la sostenibilità, altra dinamica che raramente è stata presa in considerazione dai “grandi” dell'economia mondiale. Lo studia sottolinea la necessità di non limitarsi più a valutare il profitto a breve termine, ma a considerare l’impatto di medio e lungo periodo sulle risorse del pianeta e sul benessere delle generazioni future.
Secondo uno degli autori della ricerca, Anders Levermann, «i cambiamenti climatici portano con se profonde disuguaglianze. I Paesi tropicali soffriranno di più perché sono già caldi. Proprio loro, i Paesi meno responsabili della crisi climatica, rischiano di subire una perdita economica fino al 60% maggiore rispetto ai Paesi già oggi con un Pil più elevato».
L'ideologia non c'entra
Oramai non è più una questione di ideologia: il cambiamento climatico sta avvenendo e lo sviluppo sostenibile è un'assoluta ed urgente necessità. Ne va della salvaguardia, se non della sopravvivenza, della nostra specie. Da qui l'importanza, anche nelle piccole cose quotidiane (raccolta differenziata, limitazione degli sprechi, gestione oculata dei consumi), di tenere il problema bene a mente.
Nel 1972 il Club di Roma, istituzione fondata da Aurelio Peccei, commissionò al prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) uno studio sui limiti della crescita umana, intesa come risorse, civiltà e società. Lo studio, appunto, si intitolava così: i limiti della crescita.
La ricerca fu condotta da un team di ricercatori guidati dallo scienziato Dennis Meadows. Il rapporto "Limits to Growth" utilizzava modelli computerizzati (ovviamente con le tecnologie dell'epoca) per esplorare le implicazioni delle tendenze globali di crescita demografica, industrializzazione, inquinamento, esaurimento delle risorse naturali e altri fattori sulla sostenibilità a lungo termine del pianeta Terra.
Il rapporto, già allora, sottolineava che se le tendenze di crescita continua nella popolazione, nell'economia e nell'uso delle risorse naturali non venissero invertite, il pianeta avrebbe raggiunto i suoi limiti fisici entro il XXI secolo, portandolo verso il collasso irreversibile della civiltà umana. Il rapporto del 1972 suggeriva che il mondo avrebbe potuto raggiungere questi limiti intorno al 2040, se non fossero state apportate significative modifiche ai modelli di sviluppo economico e sociale.
Ed invece com'è andata? E, soprattutto, cosa succederà nei prossimi anni?
Prevedere con precisione l'aumento della popolazione mondiale nei prossimi 50 anni è complesso e soggetto a numerosi fattori, tra cui tassi di fertilità, mortalità, migrazione e cambiamenti socio-economici. Tuttavia, ci sono proiezioni fatte da organizzazioni come le Nazioni Unite che forniscono stime basate su scenari plausibili. Secondo le proiezioni medie delle Nazioni Unite, se i tassi di fertilità continueranno a diminuire e le condizioni socio-economiche miglioreranno in molte parti del mondo, è possibile che la crescita della popolazione mondiale rallenti rispetto al passato, ma continuerà comunque ad aumentare. Ad esempio, le Nazioni Unite prevedono che la popolazione mondiale potrebbe raggiungere circa 9,7 miliardi di persone nel 2050.
Il dibattito che seguì la ricerca
Il rapporto “Limits to Growth” aprì un ampio dibattito sia dentro che fuori la comunità scientifica. In particolari in tanti hanno sottolineato come alcune previsioni fossero probabilmente estreme: lo studio, infatti, avrebbe troppo sottovalutato la capacità dell'innovazione tecnologica e dell'adattamento umano nel mitigare i problemi ambientali e risolvere le sfide che affrontiamo. Nonostante ciò, il rapporto ha contribuito a mettere in luce l'importanza di una gestione sostenibile delle risorse e dei processi di crescita economica. Una dinamica che adesso è sulla bocca di tutti ma che, nel mondo del 1972, era una visione assolutamente lontana e imperscrutabile.
Dal 1972 sono passati 52 anni. La società e il nostro mondo hanno subito trasformazioni impensabili. Qualcosa di molto importante, però, è rimasto di quello studio: l'esistenza di limiti fisici al tipo di crescita economica e di utilizzo delle risorse che possiamo sostenere a lungo termine. Un tema che venne fuori nel 1972 e che, nel 2024, risulta attualissimo.
L'elemento chiave: l'aumento demografico
Nel rapporto "Limits to Growth", la crescita demografica era, non a caso, considerata uno dei fattori chiave per la sostenibilità a lungo termine del pianeta Terra. La popolazione mondiale, infatti, era ed è un elemento fondamentale per comprendere la domanda di risorse naturali, l'inquinamento e la pressione sull'ambiente. Dal 1972, anno di pubblicazione del primo rapporto del MIT, ad oggi, la popolazione mondiale è aumentata drasticamente. Nel 1972, la popolazione mondiale era di circa 3,9 miliardi di persone. Secondo le stime più recenti delle Nazioni Unite, nel 2022 la popolazione mondiale ha superato i 7,9 miliardi di persone.
Quindi, in circa 50 anni, la popolazione mondiale è aumentata di oltre 4 miliardi di persone. Un tasso di crescita elevatissimo, alimentato da una combinazione di fattori: il declino della mortalità infantile, l'aumento dell'accesso all'assistenza sanitaria, l'urbanizzazione e altri cambiamenti demografici e socio-economici.
Considerazioni del 2024: siamo vicini alla fine?
Occorre preoccuparci di questo aumento demografico? C'è il rischio che le risorse finiscano davvero, avviando così la fine della civiltà? Senza voler semplificare troppo una dinamica estremamente complessa, possiamo già dire che preoccuparsi e basta non serve a niente. Ciò che serve, più di tutto, è la consapevolezza che le risorse non sono infinite e che il nostro mondo sta cambiando ad una velocità supersonica, anche attraverso stravolgimenti improvvisi a cui, come singole persone, dobbiamo prepararci. Per questo un occhio veramente attento ai cambiamenti climatici, sociali e demografici è, oggi più che mai, necessario. Noi, nel nostro piccolo, lo stiamo facendo e continueremo a farlo.
Non possiamo non parlare di record di temperature in quello che, con ogni probabilità, sarà una delle stagioni climaticamente più anomale del secolo. Nella notte tra il 4 e il 5 febbraio 2024, in val Venosta, si è registrato l'ennesimo dato sensazionale: a Laces, situata a un'altitudine di circa 600 metri, la temperatura minima notturna è stata registrata poco dopo la mezzanotte, raggiungendo i 15 gradi. Una temperatura molto anomala se fosse un valore massimo. In questo caso, invece, parliamo addirittura di un valore minimo. In altre parole: estate piena.
Un meteorologo della provincia di Bolzano, Dieter Peterlin, ha commentato così quanto visto sulla rete di stazioni meteorologiche del territorio di Laces. «In tutto e per tutto è stata una notte estiva. Non solo una minima di 15 gradi a Laces non si era mai vista a febbraio, ma nemmeno in tutto l'inverno. Quella della scorsa notte è stata la notte invernale più calda di sempre in Alto Adige. Questa temperatura notturna così elevata, infatti, è senza precedenti nei cento anni di osservazioni registrate».
Un record che arriva a causa di più fattori. A inizio febbraio, su tutto l'arco alpino sono arrivati intensi venti di foehn (“favonio” in italiano), con uno zero termico schizzato sopra i 3000 metri di altitudine per giorni e giorni. Esattamente come succede all'inizio dell'estate. I record sono stati molti. Ad esempio a Schlanders (Silandro in italiano), 720 metri di quota nella Val Venosta centrale, si sono toccati i 20 gradi. «Anche in questo caso, mai prima d'ora si era verificato un riscaldamento così precoce e intenso, dal momento dell'inizio delle registrazioni un secolo fa» commenta Peterlin. Un altro record è stato toccato a Vipiteno, con una massima di 17 gradi, nuovo record del giorno più caldo di febbraio nella storia delle registrazioni.
Caldo anche sul versante nord delle Alpi
Chi pensa che il caldo anomalo stia colpendo solo il versante sud delle Alpi si sbaglia. Lo scorso fine settimana sono state cancellate le prove di Super-G e discesa libera femminile in programma tra sabato 3 e domenica 4 febbraio a Garmisch-Partenkirchen, in Baviera. La causa è da ricercarsi nelle temperature anomale e nella mancanza di neve. Le alte temperature registrate in questo periodo in Baviera hanno spinto la FIS ad annullare le prove di Super-G e discesa libera femminile in programma tra sabato 3 e domenica 4 febbraio a Garmisch-Partenkirchen. Stessa situazione centinaia di chilometri più ad ovest: le due discese maschili di Coppa del Mondo sulla "Verte des Houches" di Chamonix in programma il 2 e 3 febbraio sono state annullate a causa delle temperature alte e delle sfavorevoli condizioni della neve. A Chamonix si è tenuta solo la gara di slalom.
Caldo in montagna, inquinamento in pianura
Il persistente campo di alta pressione che si è “impossessato” dei cieli italiani è anche alla base del forte inquinamento atmosferico che si registra nella maggior parte delle cittadine italiane, in particolar modo quelle della Pianura Padana. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente «una percentuale significativa della popolazione urbana europea vive in città in cui gli standard europei di qualità dell’aria per la protezione della salute umana vengono regolarmente superati.
L’inquinamento atmosferico continua ad avere impatti significativi sulla salute degli europei, in particolare nelle aree urbane. Questi impatti sulla salute hanno costi economici, accorciano la vita, aumentano i costi medici e riducono la produttività attraverso la perdita di giorni lavorativi. Gli inquinanti con l’impatto più grave sulla salute umana sono il particolato, il biossido di azoto e l’ozono troposferico». Sia in montagna che in pianura, insomma, assistiamo ad una serie di anomalie climatiche. La differenza, tutt'altro che trascurabile, è che il caldo in montagna è anomalo ma non fa male al fisico, mentre smog e inquinamento della pianura decisamente si.
Due dati a bruciapelo: trenta gradi registrati a gennaio a Gavarda, in Spagna, e trenta gradi toccati in Virginia, Stati Uniti, sempre a gennaio. Per completare il quadro possiamo aggiungere i 20 gradi raggiunti a Kinlochewe in Scozia (+19.6, per la precisione, il giorno 28 gennaio), nuovo record assoluto di temperatura mensile per la Gran Bretagna.
Qualche altro dato: in Francia, nella giornata di giovedì 25 gennaio 2024, si sono registrati 25.8 gradi a Ceret, nella regione dell’Occitania, mentre a Le Luc, nella regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, il termometro è salito fino a 22.7. Caldo anche in Svizzera la colonnina di mercurio ha toccato i 22 gradi a Biasca, nel Canton Ticino, ai piedi delle Alpi.
Nel nostro paese, pur senza record assoluti di caldo, prosegue indisturbata una primavera senza fine, costellata da giornate soleggiate, qualche nebbia in pianura (con aria pessima, impregnata di inquinanti) e nessuna neve sugli Appennini. Le Alpi, in quota, si salvano, ma lo zero termico costantemente sopra i tremila metri (come è di norma ad aprile...) sta complicando le cose anche da quelle parti.
Perché il caldo è preoccupante?
I record di caldo non sono preoccupanti presi a se stanti. Le problematiche arrivano da altri aspetti. In primis c'è la frequenza con la quale i record di caldo vengono raggiunti in tutto il globo, Europa e Stati Uniti in primis. C'è anche da considerare la velocità in cui le temperature medie stanno salendo. A 30 gradi in Spagna a gennaio non si arriva in due ore: i record di caldo di questo genere necessitano di giorni di sopra-media sia prima che dopo la registrazione del picco di temperatura. Inoltre c'è il problema probabilmente più importante: i record di caldo significano surplus di energia nell'aria e sulle acque superficiali dei mari. Un Mediterraneo più caldo d'inverno significa partire con un surplus di energia che, visto la tendenza all'aumento delle temperature anche d'estate, difficilmente riuscirà a smaltirsi.
Caldo significa energia, energia significa eventi meteo più estremi
L'equazione, pur con qualche semplificazione, è piuttosto lineare. Le temperature più elevate della superficie del mare forniscono l'energia necessaria per alimentare dai semplici temporali in mare fino ad arrivare agli uragani e alle tempeste tropicali. Aumentando la temperatura della superficie del mare, si va ad aumentare l'energia disponibile per la formazione e l'intensificazione di questi eventi meteorologici estremi.
Caso Italia, dove diventerà più difficile vivere
Secondo noi, le ondate di caldo estreme, sempre più frequenti d'estate e di inverno, andranno a rendere più complicata la vita nelle grandi città. In alcune di queste, specialmente al nord in Pianura Padana, ricevono l'aria peggiore di tutte sia nella stagione calda che in quella fredda. Prendiamo ad esempio Milano: d'inverno, durante i lunghi periodi di alta-pressione, le polveri sottile rimangono nei bassi strati, schiacciate dall'atmosfera e non rimescolate a causa dell'assenza di vento. D'estate, durante le rimonte di caldo africano, all'aria già calda si aggiunge l'effetto “isola di calore”, che porta ad un surplus di temperatura tra 1 e 3 gradi a seconda dei momenti.
La soluzione? Colline e campagne
Non vogliamo semplificare una dinamica complessa ma è innegabile che basti spostarsi di poco per beneficiare di un clima più sano e gradevole per l'essere umano. Nel 90% dei casi, gli inquinanti e l'aria ristagnante rimane tale tra gli 0 e i 300 metri di quota. Sopra di questa altitudine, infatti, si è solitamente al di sopra dalla maggior parte degli inquinanti durante le lunghe fasi di alta pressione invernale, sempre più frequenti nel nostro clima. D'estate, invece, allontanarsi dall'isola di calore urbana permette di poter godere di temperature meno estreme, specialmente di notte. È importante sottolineare però che il cambiamento climatico è una sfida globale e che nessuna regione è completamente immune agli impatti. Lo migrazione climatica, insomma, deve essere condotta e pensata attraverso una ricerca approfondita, valutando attentamente tutte le considerazioni personali e professionali.
Mente l'Europa si prepara a vivere una fase invernale con temperature da primavera inoltrata, è tempo di riflettere su quanto deciso nell'ultima conferenza dell'Onu della Cop28, tenutasi a dicembre 2023. I dati parlano chiaro: le analisi delle comunità scientifica dimostrano che quanto più a lungo aspetteremo a ridurre le emissioni e a passare a un’economia più verde, tanto più elevato sarà il prezzo da pagare in termini di estremizzazione del clima, caldo invernale compreso.
La Cop28 Onu si era posta come obiettivo di fare il punto sulla situazione riguardo agli accordi di Parigi del 2015. Nove anni fa, la maggior parte delle potenze industriali mondiali sottoscrissero un impegno a mantenere l'innalzamento della temperatura sotto i 2 gradi e, se possibile, sotto 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Viste le premesse, le conclusioni della Cop28 sono risultate piuttosto deboli rispetto alla velocizzazione del cambiamento climatico a cui il mondo ha assistito negli ultimi anni.
Qualcuno ha parlato di «compromesso al ribasso»: le conclusioni della conferenza cercano, per quanto possibile, di tenere insieme posizioni per molti versi inconciliabili. Tuttavia c'è anche qualcosa che lascia ben sperare nel futuro: formalmente, nel documento si legge l'inizio della fine dell'era dei combustibili fossili. Questo perché, per la prima volta, la parole “fossil fuels” entrano in un testo finale. L'ipocrisia, piuttosto, è realizzare che i combustibili fossili siano entrati nelle conclusioni della conferenza solo nel 2023.
Le conclusioni della Cop28
Il documento finale risulta scritto fin troppo “a maglie larghe”: i vari obiettivi vengono descritti in modo molto sfumato, senza obbligare i paesi firmatari a impegni troppo stringenti nei prossimi anni. Uno dei pochi elementi chiari risulta il traguardo delle “emissioni zero” fissato per il 2050. Il testo originale, in lingua inglese, dice: «Transitioning away from fossil fuels in energy systems, in a just, orderly and equitable manner, accelerating action in this critical decade, so as to achieve net zero by 2050 in keeping with the science».
Il concetto non è più quello della riduzione del consumo dei combustibili fossili (mal visto dai paesi produttori, ad esempio l'Arabia Saudita che ospitava la conferenza) bensì di “transizione” verso l'uscita dell'uso dei combustibili fossili. Sembra quasi dire, esagerando ma nemmeno tanto: «Usciamo dall'utilizzo del combustibili fossili ma con calma, la data del 2050 è ancora lontana».
Gli altri punti del documento
Le restanti parti del documento sono obiettivi giusti, di buonsenso ma rimangono piuttosto vaghe le dinamiche per raggiungerle. Vediamo alcuni punti.
1. Rafforzamento degli Obiettivi di Riduzione delle Emissioni
La COP28 ha sottolineato l'importanza di intensificare gli sforzi globali per ridurre le emissioni di gas serra. Molti paesi hanno presentato nuovi piani di azione climatica, impegnandosi a raggiungere obiettivi più ambiziosi entro specifiche scadenze.
2. Finanziamenti per l'Adattamento
È stata posta una particolare attenzione sulla necessità di finanziamenti adeguati per aiutare i paesi in via di sviluppo ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici. La COP28 ha visto il rafforzamento degli impegni finanziari da parte dei paesi sviluppati per sostenere le iniziative di adattamento nelle regioni più vulnerabili.
3. Preservare la Biodiversità
L'importanza della conservazione della biodiversità è stata al centro delle discussioni. La COP28 ha sottolineato il ruolo cruciale degli ecosistemi nel mitigare e adattarsi ai cambiamenti climatici. Si è enfatizzata la necessità di proteggere le foreste, gli oceani e gli habitat naturali.
Immaginate una stagione invernale che inizia, a stento, verso il 20 di dicembre e una stagione primaverile che prende il sopravvento già metà gennaio. Sembra incredibile e fin troppo catastrofico ma questo è quanto potrebbe accadere, nel giro di ottanta anni, alle medie latitudini dell'emisfero nord. A stimare questo cambiamento radicale del clima è stato un team di ricercatori cinese in un lavoro pubblicato sulla rivista internazionale “Geophysical Research Letters”.
Gli autori dello studio scientifico rispondono al nome di Jiamin Wang, Yuping Guan, Lixin Wu, Xiaodan Guan, Wenju Cai, Jianping Huang, Wenjie Dong e Banglin Zhang. L'articolo integrale, in lingua inglese, si può leggere gratuitamente qui: Changing Lengths of the Four Seasons by Global Warming , Il team di studiosi ha utilizzato i dati climatici giornalieri storici di varie parti del mondo dal 1952 al 2011 per misurare la durata delle quattro stagioni. Per ottenere le proiezioni ha utilizzato modelli consolidati di cambiamento climatico per prevedere come cambieranno le stagioni in futuro. I risultati, purtroppo, sono quelli che vi abbiamo proposto nella nostra premessa.
“Nella lunga estate caldissimaaa...”
Il titoletto di questo paragrafo riprende una vecchia canzone di Max Pezzali che, ascoltata oggi, risulta davvero profetica. La dinamica mostrata dallo studio dei ricercatori cinesi è chiara: la stagione calda si allunga sempre di più, a discapito di quella invernale. Un trend non solo italiano ma che coinvolge tutte le medie latitudini dell'emisfero nord.
É qualcosa, infatti, che stiamo già vedendo coi nostri occhi in questi anni in Italia: l'estate non finisce più a settembre ma va avanti senza problemi almeno fino a ottobre, con i bagni in mare che iniziano a farsi spesso e volentieri anche in questo mese pure al centro nord. L'inverno, per contro, si presenta già adesso con sempre più lunghe fasi anticicloniche che portano, in pianura e in montagna, le temperature ad alzarsi sopra la media per settimane e settimane. La neve in pianura diventa sempre più rara.
Il cambio delle stagioni
Nei grafici, ripresi dalla pubblicazione cinese, è riportata la lunghezza delle quattro stagioni in quattro diverse epoche: quella del 1952, 2011, 2050 e 2100. In particolare nel periodo che va dal 1951 al 2011, la lunghezza dell’estate è aumentata passando da 78 a 95 giorni, mentre la primavera, l’autunno e l’inverno sono passati da 124 a 115, da 87 a 82 e da 76 a 73 giorni rispettivamente.
In base ai modelli di previsione (denominato, in gergo tecnico, RCP8.5) nel futuro l'estate potrebbe arrivare a durare quasi sei mesi mentre l'inverno meno di due. Tutto questo, lo ricordiamo, entro la fine di questo secolo, visto che le proiezioni si spingono fino al 2100. Un cambiamento epocale a cui stiamo già assistendo in Italia e in altre aree che si affacciano sul Mar Mediterraneo.
Soluzioni empiriche: montagna o grande nord
Visto il trend, ormai incontrovertibile, del cambiamento climatico, per sfuggire alla calura estiva sempre più opprimente occorreranno rimedi drastici. Su tutti, quello di considerare seriamente le aree in altura per stabilirsi e togliere qualche grado alle massime estive. Ricordiamo, infatti, che grossomodo la temperatura cala di 0.8 gradi ogni centro metri di altitudine. Per questo è bene iniziare ad entrare nell'ottica degli importanti stravolgimenti migratori che l'Europa potrebbe attraversare nei prossimi anni: una fuga verso l'alto interna (spostamenti e migrazioni dalla aree di pianura e quelle di collina e montagna) e una fuga verso nord extra territoriali (spostamenti e migrazioni verso le aree risparmiate dal grande caldo, come ad esempio la Scandinavia). Essere consapevoli e pronti verso queste possibilità, tutt'altro che remote, sarà utile per tutti ed è bene, già da ora, a prenderne contezza.
Nel momento in cui stiamo scrivendo questo articolo, mezza Europa è ricoperta di neve e, qualche fiocco, si appresta a cadere sulle pianure del nord Italia. É la mattinata del 4 dicembre 2023 ed il caldo estivo è solo un lontano ricordo. O forse no? Com'è noto un conto è il clima in un determinato momento ed un conto è quello nel lungo periodo. Con queste premesse, non sorprende (ma spaventa) la notizia diramata dall'Organizzazione Meteorologica Mondiale, gestita dall'Onu, sull'anno 2023 in fase di conclusione.
Secondo l'agenzia, infatti, il 2023 risulterà essere l'anno più caldo mai registrato.
Punto di non ritorno
Secondo l'Omm (Organizzazione mondiale della Meteorologia), oltre ai valori record di temperatura, ci sarebbe anche da considerare il minimo storico dei ghiacci marini antartici. Una conseguenza delle temperatura che, nel 2023, hanno mostrato essere 1,40 gradi celsius al di sopra del periodo di riferimento preindustriale 1850-1900. Com'è possibile giudicare a novembre un anno il più caldo di sempre, se l'anno ancora non è effettivamente concluso? Risponde direttamente l'Omm: «La differenza tra il 2023, il 2016 e il 2020, gli anni precedentemente classificati come più caldi, è talmente alta è molto improbabile che le ultime settimane influenzino la classifica».
Le soluzioni? Rimangono parole
Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, ha esortato i leader mondiali a impegnarsi in un'azione urgente. «Abbiamo la tabella di marcia per limitare l'aumento della temperatura globale a 1,5 gradi ed evitare il peggiore caos climatico. Ma abbiamo bisogno che i leader diano il via alla COP28 ad una corsa per mantenere in vita il limite di 1,5 gradi, stabilendo aspettative chiare per il prossimo ciclo di piani d'azione per il clima». Chi scrive crede che, così come visto dopo gli accordi di Parigi del 2015, i leader mondiali faranno ben poco per correggere il tiro. Troppe alte le divergenze e la differenza di vedute tra potenze mondiali sviluppate e quelle in via di sviluppo che rivendicano il loro turno a espandersi e, indirettamente, a inquinare. Per non parlare del peso strategico del petrolio e dei combustibili fossili che, volente o nolente, fanno ancora girare il mondo.
Anidride carbonica e ghiacci antartici
Il rapporto dell'Omm segnala che i livelli di anidride carbonica sono più alti del 50% rispetto all'era preindustriale e che il tasso di innalzamento del livello del mare dal 2013 al 2022 è più del doppio del tasso del primo decennio registrato dai satelliti, quello dal 1993 al 2002. Sempre l'Omm segnala che l'estensione massima del ghiaccio marino antartico nel 2023 è stata la più bassa mai registrata, ben 1 milione di chilometri quadrati in meno rispetto al minimo record precedente. Parliamo di una superficie grande, grossomodo, come Francia e Germania messe insieme. L'estate 2023 in Europa, inoltre, ha messo a durissima prova i ghiacciai alpini che si sono ulteriormente ridotti.
Trend e prospettive al rialzo
Il rapporto Omm sottolinea altri due aspetti poco felici. Il primo sottolinea come il 2023 non sia stato un anno “fuori dal coro”, bensì sia l'apice del ciclo 2015-2023 di cui fanno parte la maggior parte degli anni più caldi mai registrati da sempre. L'altro elemento preoccupante riguarda la proiezione 2024: l'evento El Niño (forte riscaldamento delle acque dell'Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale) emerso durante la primavera del 2023 avrà ripercussioni anche verso l'estate 2024. Questo perché statisticamente, El Niño ha il maggiore impatto sulle temperature globali dopo il suo picco.
Non solo statistiche
A volte a guardare il quadro “troppo ampio” si rischia di perdere di vista cosa significhino questi dati con il nostro quotidiano. Ebbene, temperature a livello globale più alto significano estati in pianura più lunghe, siccitose e difficili da sopportare per gli essere viventi, umani in primis. Significa anche maggior tendenza ai fenomeni estremi, come dimostrato dai numerosi fenomeni temporaleschi di fortissima intensità registrati in Italia che, in almeno due casi, si sono trasformati in alluvione: Emilia Romagna a maggio e Toscana a novembre. Essere consapevoli del cambiamento climatico non porterà, da solo, ad avere una riduzione dei gas serra nell'aria ma, sicuramente, aiuterà a convivere con quello che sarà il trend meteorologico dei prossimi decenni.
Giovedì 2 novembre un alluvione ha colpito duramente le province di Pistoia, Prato e Firenze. Nel corso degli allagamenti, nove persone hanno la vita. A causare il disastro è stato un temporale a V, conosciuto anche con la terminologia anglofona “V-shaped”. Il temporale si è formato in mare aperto al largo di Livorno ed è rimasto immobile sulle stesse zone per sei ore circa. Il temporale, che si rigenerava continuamente in mare aperto, ha scaricato tutta la sua energia in una zona piuttosto ristretta sull'asse Pontedera – Empoli – Prato – Val Bisenzio, con cumulati nell'ordine dei 200mm nel giro di quattro ore nelle zone più colpite. Un quantitativo di pioggia che di solito cade in un mese e mezzo. L'immobilità della struttura temporalesca è stata favorita dalla convergenza dei venti di scirocco (a est del temporale) e di libeccio (ad ovest del temporale) che lo hanno mantenuto immobile per ore.
Eppure c'è chi ancora non ci crede...
Tralasciamo un istante le dinamiche strettamente meteorologiche che hanno portato ad un disastro di questa misura in un'area, la piana Pistoia-Prato-Firenze, non soggetta ad eventi estremi come questo. Vorremo concentrarci su come vengano percepiti i cambiamenti climatici da una buona parte della popolazione, specialmente tra gli over 45. Per quanto quanto segue non abbia alcun valore scientifico o tecnico, è importante secondo noi analizzare come molte persone considerino questi eventi estremi. Questo perché, senza una diffusa presa di coscienza del cambiamento climatico, non cambieranno mai le abitudini che lo favoriscono. Inoltre, senza una comprensione di quanto sta succedendo a livello europeo (se non mondiale...), milioni di persone continueranno a minimizzare i potenziali rischi dovuti al diffondersi di fenomeni estremi anche in zone che, di solito, non ne sono soggetti.
«É solo un tombino tappato...»
Nei giorni appena successivi all'alluvione, su Facebook e su WhatsApp, è diventato virale un video particolare. Nel filmato, girato probabilmente negli Stati Uniti, si vede un campo allagato da 20-30 centimetri di acqua. Nell'inquadratura c'è un uomo, armato di una specie di asta a cui è ancorato un uncino, che armeggia alla ricerca di un gancio sotto il livello dell'acqua. Una volta trovato il punto giusto, l'uomo riesce a smuovere dei materiali da quello che verosimilmente è l'accesso ad uno scarico, fino a quel momento intasato. L'acqua, a quel punto inizia lentamente a defluire. Il campo, nel giro di pochi minuti, non è più allagato.
Il video è accompagnato da un testo del tipo “eccolo il cambiamento climatico”. Nella sezione “commenti”, decine di persone aggiungono “bastava pulire i tombini e le fosse e niente si sarebbe allagato”, “la colpa è del comune che non fa manutenzione”. Qualcuno insulta e minaccia quello o quell'altro sindaco, reo di non aver appunto fatto opportuna manutenzione sui corsi di acqua in città. Perché dedicare un intero articolo al diffondersi di un video sciocco che minimizza fino all'inverosimile un evento in realtà molto più diffuso, complesso e distruttivo? Perché la diffusione di video come questi ben rappresenta quanto il problema del cambiamento viene ancora minimizzato (se non addirittura ridicolizzato) da una buona parte della popolazione.
Una realtà ben diversa
Alle dinamiche tecniche di questa alluvione, che ha colpito le aree della nostra redazione, dedicheremo altri articoli più scientifici di questo. Tuttavia, la presenza di così tanti “negazionisti” del cambiamento climatico è indicativo e preoccupante. Non è che una popolazione consapevole, da sola, cambi qualcosa nell'estremizzazione del clima, ma è un primo passo verso la convivenza coi fenomeni estremi che ci accompagneranno d'ora in avanti. Fenomeni estremi che, se sottovalutati, possono provocare anche la perdita di vite umane, oltre che di danni materiali.