Metropoli Rurali
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L'ultimo ritocco verso l'alto è il decimo aumento consecutivo da luglio 2022 dei tassi della Bce. In questo momento (metà settembre 2023) i tassi si posizionano al 4,5%. Un elemento tutt'altro che secondario per quelle persone che stanno pensando di acquistare un'abitazione richiedendo un mutuo da un istituto bancario. Un costo del denaro così elevato comporta, a parità di credito, un esborso ben più alto per chi chiede un mutuo rispetto a pochi anni fa. Viene spontaneo chiedersi: a questo punto conviene più sottoscrivere un mutuo a tasso fisso o un mutuo a tasso variabile? Calcolatrice alla mano, il Corriere della Sera ha svolto alcune simulazioni da cui prenderemo spunto per questo articolo.
Il tasso variabile e l'indice Euribor
Prima di cominciare, è bene ricordare il parametro di indicizzazione dei mutui variabili è l'Euribor. Si tratta di un tasso interbancario di riferimento diffuso giornalmente dalla Federazione Bancaria Europea. Il valore riporta la media ponderata dei tassi di interesse ai quali le Banche operanti nell'Unione Europea cedono i depositi in prestito. Negli ultimi mesi l'indice Euribor non sta più seguendo l’andamento del tasso Bce in modo costante. Anzi: Euribor a tre mesi è 55 centesimi più basso rispetto al 4,5% del tasso di riferimento della Bce. In passato, invece, i due valori spesso viaggiavano in parallelo.
Com'è noto, il mutuo a tasso variabile nasconde sempre la possibilità (tutt'altro che remota) di un aumento della rata mensile al contraente, derivante da un aumento dei tassi. Lo sa bene, infatti, chi ha stipulato un mutuo a tasso variabile negli ultimi due anni di costante crescita dei tassi. Chi si approccia ad un mutuo a tasso variabile, insomma, deve avere la capacità finanziaria di rimborsare rate più elevate di quella iniziale. Al momento le banche praticano un tasso medio per mutui per acquisti di case del 4,29% (dato di agosto 2023) sul costo del denaro, in aumento dal 4,19% fatto registrare a luglio. Questi sono i dati più alti fatti registrare da aprile 2012.
La simulazione del mutuo
Il Corriere della Sera, nella sua interessante simulazione, considera due mutui a tasso fisso e variabile a 20 e 30 anni. La cifra del mutuo è 150mila euro e, per entrambi, vengono considerati parità di spread e di spese di istruttoria. Per entrambi lo spread considerato è 1,2%.
Mutuo a 20 anni
Il muto a rata fissa ha un tasso del 4,3%, corrispondente ad una rata di 933 euro. Quello variabile, invece, parte da un tasso al 5% che corrisponde ad una rata da 990 euro. Con i tassi a mezzo punto più in alto, la rata mensile tra un anno diverrebbe 1.051 euro, mentre con un aumento di un punto pieno si arriverebbe a 1.111 euro mensili. Se, come ci auguriamo, il prezzo del denaro dovesse calare di mezzo punto, la rata tra un anno diverrebbe di 929, mentre con un punto in meno si arriverebbe a 869.
Mutuo a 30 anni
In questo caso il tasso è chiaramente più basso, arrivando al 4,15%, con una rata mensile da 729 euro. Il mutuo variabile, invece, tocca il 5,1% con una rata da 814. Tra un anno, con tassi più alti di mezzo punto, la rata passerebbe a 876 e con un punto in più a 938. Per contro, sempre ad un anno, con una discesa di mezzo punto, la rata sarebbe di 752 euro, con un punto in meno di 690.
Insomma, quale conviene tra i due mutui?
Fermo restando che ogni situazione fa storia a se ed ogni persona che richiede un mutuo è bene faccia i propri conti di testa sua, dati alla mano il tasso fisso sembra una scelta migliore rispetto a quello variabile, al momento.
Le differenze sulla rata finale mensile tra le due modalità, infatti, non sono così ampie da far preferire il mutuo a tasso variabile, che porta con se molte insidie sul medio termine. Non a caso nel 2023 le richieste di mutui a tasso variabile sono crollate, rappresentando solo il 16% del mercato totale.
Il mondo di abitare la casa sta cambiando. Lentamente, ma sta cambiando. La tendenza, che abbiamo già commentato sul nostro sito Metropoli Rurali, è quella del co-housing.
Parliamo dunque di alloggi privati corredati da ampi spazi comuni, sia al chiuso che all'aperto, destinati all'uso collettivo e alla co-partecipazione nell'organizzazione degli stessi. Per milioni e milioni di italiani, specialmente quelli agiati, non c'è motivo di cambiare le proprio abitudini: ognuno può rimanere a casa propria bello tranquillo.
Per tante altre persone in condizioni più difficili, sia economiche che di mobilità, il co-housing può rivelarsi la chiave di volta. Lo Spi Cgil Toscana, il sindacato dei pensionati più diffuso sul territorio, ha rilevato ad esempio che nella solo città di Firenze ci sono più di 10mila persone anziani non pienamente autosufficienti che si trovano come “intrappolati” nelle loro abitazioni.
In che senso intrappolati? Appartamenti senza ascensore, in spazi angusti, quasi sempre in assoluto isolamento e solitudine, senza possibilità di interagire.
Il co-housing potrebbe trovare una soluzione per molti di loro. Non solo: il co-housing può rappresentare un'opportunità anche per persone che anziane non sono.
Co-housing: dove si può fare
I progetti di co-housing sono spuntati come funghi in tutta Italia, specialmente al nord e al centro. Progetti però si stanno moltiplicando anche al sud e in Sardegna. Non esiste, al momento, un registro completo di tutti i co-housing sul territorio nazionale. Il modo migliore per individuarli è semplicemente fare una ricerca su internet o su Facebook per individuare i vari progetti e prendere contatti con gli organizzatori.
Uno degli ultimi co-housing istituiti si trova a Castel Merlino, sull'Appennino emiliano. L'iniziativa rappresenta bene come i progetti di co-housing possano ridare vita e lustro a paesi altrimenti destinati all'abbandono. A Castel Merlino, infatti, è in corso un progetto di ristrutturazione di un antico borgo disabitato con corte, terreni, arnie in comune. Nella scheda di presentazione del progetto si legge «Gli abitanti condividono le attività all'aperto e si sostengono a vicenda nella quotidianità oltre ad organizzare numerosi eventi per il territorio vicino grazie all'associazione “CastelMerlino”. Per il momento vivono nel co-housing tre famiglie ma ci sono ancora degli spazi da ristrutturare per altre famiglie».
Co-housing: serve predisposizione mentale
Il co-housing riunisce le persone in una vera e propria micro-società che non ha altra ideologia se non quella del miglioramento della qualità della vita. Si tratta di una scelta di progettazione partecipata che prevede la condivisione di alcuni spazi e attività comuni, mantenendo l’individualità della propria abitazione e dei propri ritmi di vita. Chi decide di scegliere questa soluzione per abitare uno spazio deve essere predisposte ad accettare le opinioni altrui, dialogare e accogliere il confronto: non essere chiuse, insomma. Altrimenti è bene lasciare perdere.
Attenzione anche a non scivolare nei pregiudizi: il co-housing talvolta viene visto come un piano B per persone in difficoltà economiche o di altro tipo. La realtà mostra come a muove il co-housing sia soprattutto la voglia di aumentare la propria qualità della vita a prescindere da reddito e difficoltà soggettive. Non solo: molti co-housing hanno in dotazione case e appartamenti costruiti con le ultime soluzioni tecnologiche e con classi energetiche altissime. Sbagliato, dunque, avere la percezione che il co-housing sia una soluzione solo per chi... non ha soldi.
L'esempio francese: “Invecchiare insieme”
La BabaYaga House francese è stata fondata da Thérèse Clerc. Finanziata dal consiglio comunale di Montreuil (vicino Parigi), la co-house è destinata a signore anziane over 60 rimaste sole. L’edificio di cinque piani ospita 25 appartamenti di 40 metri quadrati circa. I residenti vivono insieme guardandosi l’un l’altra in caso di bisogno. C’è anche uno spazio di circa 120 metri quadrati al piano terra per un’università aperta, dove si possono organizzare corsi e gruppi di discussione, scrittura creativa, concerti e qualsiasi altra cosa possa aiutare un invecchiamento sano.
La Fondatrice Thérèse Clerc ha spiegato la sua intuizione: «Il sogno ha preso forma. Ho 84 anni, ma il tempo che mi rimane lo trascorrerò felice e soddisfatta. Sono sicura di questo. La vecchiaia non è come essere naufragato. Non è una malattia. Può essere bella, e ho intenzione di viverla in questo modo, con i miei amici e colleghi».
Il titolo potrebbe lasciare interdetti: cosa c'entrano inflazione e cambiamenti climatici? Apparentemente poco, ma uno sguardo più attento rileva invece più di un collegamento quando si parla di investimenti e di intenzioni di acquisto nei prossimi tre mesi degli italiani. Entrambe le preoccupazioni a riguardo, infatti, frenano la voglia di comprare. Non è una semplice considerazione, bensì un sondaggio realizzato con tutti i crismi. Secondo l'Osservatorio mensile Findomestic di agosto appena uscito, realizzato in collaborazione con la società Eumetra, le volontà di consumo degli italiani sono calate, in totale, del 10.3% rispetto al mese precedente. Ed è qui che scopriamo l'incidenza del cambiamento climatico.
Il mese di agosto 2023, infatti, è stato -come tutti ricordiamo- uno dei più caldi di sempre a livello europeo, secondo solamente all'estate 2022. Viverlo e “soffrirlo” ha favorito la diminuzione della propensione di acquisto per quasi la metà degli intervistati. Secondo il report, infatti, il secondo timore che frena più di tutti la volontà di acquisto degli italiani è, appunto, il cambiamento climatico in corso. Gli intervistati che si dichiarano preoccupati di questo aspetto sono passati dal 35% di luglio 2023 al 49% del mese successivo.
Stabile, al primo posto, la preoccupazione riguardo l'inflazione (62% degli intervistati), che continua a “mangiarsi” i risparmi degli italiani. Al terzo posto, invece, c'è la preoccupazione per la diminuzione del potere d'acquisto delle famiglie, conseguente oggettiva proprio dell'inflazione, prima preoccupazione come detto.
Superbonus, gli sconti sono finiti
C'è dell'altro. A questo punto, dopo tante modifiche e proroghe, può dirsi ufficialmente concluso il periodo dei superbonus. Adesso per comprare e ristrutturare occorre pagare praticamente tutto di tasca proprio. L'Osservatorio Findomestic, nel mondo “casa”, rileva un solo prodotto che regge a livello di propensione all'acquisto. Parliamo del segmento delle caldaie a biomassa, che segna un +16% sulla volontà d'acquisto rispetto al mese precedente.
Tutti gli altri prodotti o attività attorno al settore casa calano. Flessioni si registrano per le ristrutturazioni (-6,7%), mobili nuovi (-6,8%), isolamento termico (-8,2%), infissi (-15%).
Va ancora peggio per gli impianti fotovoltaici termici (-22,4%) e le pompe di calore (-23,2%).
Elettrodomestici e auto, calo stabile
Altra categoria in sofferenza sono i piccoli elettrodomestici, che calano al -5%. La propensione all'acquisto di auto nuove nei prossimi tre mesi scende addirittura del -12,8%. Anche i veicoli a due ruote fanno segnare un ulteriore calo nella volontà di acquisto. La propensione all'acquisto di moto e scooter cede il 34,3% (la performance peggiore tra tutte quelle rilevate da Findomestic nell'ultimo sondaggio). Calano anche monopattini elettrici ed e-bike, rispettivamente del -24,9% e del -21,1%.
Tempo libero: meno soldi per goderselo.
Il report di Findomestic ha analizzato anche le propensioni di acquisto di viaggi. Per questo tipo attività il calo nella volontà di acquisto è del -10,8%. Tuttavia occorre analizzare un elemento: un calo della volontà di acquistare viaggi è fisiologica in questo periodo dell'anno. Molti italiani, almeno quelli che se lo sono potuto permettere, le vacanze le hanno già fatte. Infine, si registrano cali anche sulle attrezzature per il fai da te e quelle sportive, che flettono rispettivamente del -11,1% e del -16,5%.
La montagna è una straordinaria metafora della vita: salite, discese, vette da raggiungere con fatica e ostacoli più o meno proibitivi da aggirare. Non a caso esiste un detto diffuso nella lingua italiana: «montagna fa buon sangue», si dice. Cosa c'è di vero e scientificamente dimostrabile in questo assunto? Un gruppo di ricercatori statunitensi se lo sono chiesto nel 2016. E hanno scoperto alcuni aspetti interessanti.
Lo studio americano
I ricercatori sono quelli dell’Università del Colorado, dipartimento “Altitude Research Center – ARC”. Gli esperti hanno condotto una ricerca in sud America dal titolo:
“AltitudeOmics: Red Blood Cell Metabolic Adaptation to High Altitude Hypoxia”, pubblicato sul “Journal of Proteome Research”. Il focus, come sottolinea il titolo, è sui globuli rossi e il loro funzionamento alle diverse quote altimetriche.
In questa ricerca, condotta fino a 5200 metri di altitudine, si è accertato come pochi giorni in alta montagna siano un ottimo modo per migliorare la funzionalità dei nostri tessuti e del sangue. La stimolazione dovuta al fattore quota, è stato dimostrato, ha portato i globuli rossi a trattenere maggiormente l’ossigeno trasportandolo ai tessuti. Una tendenza osservata sulla stragrande maggioranza dei 21 volontari portati fino a 5260 metri di altitudine.
Gli studiosi, una volta analizzati i dati delle analisi del sangue, hanno constatato che effettivamente i globuli rossi ad alta quota migliorano le loro funzionalità, sono più performanti rispetto a quanto rilevato alle quote più basse. Gli studiosi non si sono fermati qui e hanno pubblicato nuove ricerche legate all'altitudine sul corpo umano. Per visionarne i risultati è possibile visitare il loro sito, in lingua inglese, qui https://harcsummit.org/.
Montagna come antidepressivo
Trascorrere del tempo in montagna, anche a quote più basse dei proibitivi (!) 5260 metri dello studio americano, può funzionare da valido antidepressivo e antistress naturale.
Durante le passeggiate sopra i mille metri, allontanandoci dai ritmi frenetici della città, nel corpo troviamo un’aumentata produzione di endorfine e di serotonina, unita a un abbassamento dei livelli di cortisolo nel sangue.
È per questo che camminare ci fa sentire meno e ansiosi e tristi, specialmente in quota. Il camminare stimola sentimenti positivi, propensione all’attività fisica e una migliorata disposizione verso se stessi. Ci sono anche degli aspetti importanti riguardo il nostro sistema immunitario. Il corpo umano viene stimolato dai cosiddetti “terpeni”, un insieme di molecole che si trovano, ad esempio, nella resina di molte piante, in particolare nelle conifere.
Montagna amica della creatività
Un altro studio americano, condotto da Ruth Ann Atchley, del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Kansas (raggiungibile qui https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0051474) ha dimostrato come soggiornare qualche tempo in montagna aumenti anche la creatività.
Nello studio citato si legge che praticando trekking, camminando nei boschi e salendo su sentieri di montagna, migliori sensibilmente la creatività e l’ispirazione, raddoppiandole del 50%. Si sottolinea, inoltre, come l'esposizione all’ambiente naturale abbia un impatto sulla corteccia cerebrale pre-frontale, la cui attività è associata alla creatività e al multitasking.
In conclusione: la montagna fa effettivamente bene
Come molto spesso accade, dietro al detto popolare c'è effettivamente una verità incontrovertibile: la montagna fa molto più bene che male. Aggiungiamo anche noi alcuni aspetti salutari del vivere in quota: minore esposizione all'aria condizionata in quanto meno necessaria, tendenza a muoversi di più quando ci si trova in quota, esposizione infinitamente minore a smog e polveri sottili che se ne rimangono a bassa quota. La montagna, insomma, c'è ed offre tante possibilità per viverci e trascorrerci più tempo possibile: ricordiamocelo e la nostra salute ci ringrazierà.
Mutuo, ma quanto mi costi?! Tanto, sicuramente troppo, specialmente rispetto a pochi anni fa. Tutto parte dalla nuova stoccata in alto sul costo del denaro deciso dalla Bce. In totale, sono 425 i punti base d'aumento registrati in poco più di un anno. Conti alla mano, si tratta di un'enormità per le tasche di molti italiani che hanno acceso un mutuo a tasso variabile recentemente.
Tutto questo avviene nonostante l'inflazione sia scesa, in Italia, sotto il 6%. Eppure, all'interno dell'Eurozona, i tassi non sono mai stati così alti. Conferme della situazione estremamente complicata per il mercato dei mutui arriva anche da Bankitalia, che rileva l’ennesimo ritocco verso l’alto dei tassi d’interesse sui prestiti erogati per l’acquisto di abitazioni. A giugno questo valore ha toccato 4,65%, dopo che a maggio era stato del 4,58% .
Il peggio non è passato
Il peggio, per chi è ha acceso un mutuo a tasso variabile, purtroppo non è finito. Il trend, dicono gli analisti, è previsto in ulteriore aumento almeno fino alla fine dell’anno, quando la stretta monetaria di Francoforte dovrebbe allentarsi. Sempre ammesso che l'inflazione continui a scendere: quanto meno questo sembra accadere al momento.
Secondo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, i dati economici di questa metà 2023 sono pessimi.
«Quello a cui assistiamo è un rialzo dei tassi a velocità folle. Rispetto a giugno 2022, quando il Taeg era a 2,37, c’è stato quasi un raddoppio. Nel confronto con due anni prima, quando il Taeg era a 1,77, il balzo è del 163%. Sono numeri che significano catastrofi per chi ha un mutuo a tasso variabile attivo al momento». Considerando, infatti, l’importo e la durata media di un mutuo (tra i 20 e i 25 anni), chi sottoscrive adesso un mutuo a tasso variabile paga quasi 170 euro in più al mese rispetto ad un anno fa. A fine anno sono più di 2mila euro in più.
L'indice Euribor non aiuta
Come è noto, l'indice di riferimento per i mutui a tassi variabile è quello Euribor a tre mesi. L'indice al momento è al 3.76%, contro il 3.49% dell’8 giugno scorso, mentre quello a un mese si attesta al 3.61% contro il 3.26% di due mesi fa. Secondo le Stime di Assoutenti, il Taeg medio per un finanziamento a tasso variabile di 125mila euro a 25 anni si attesta a una media del 4,8%. Per un finanziamento fino a 150mila euro in 25 anni, le famiglie arrivano a pagare anche 3-4mila euro in più all'anno. Una vera stangata.
Mercato immobiliare giù
Non potrebbe essere altrimenti: un costo del denaro così alto e mutui così pesanti non possono che ribaltarsi anche sul mercato immobiliare. Secondo le elaborazioni della Crif (acronimo per Centrale Rischi Finanziari S.p.A.), le richieste di mutui sono diminuite del 22,4% nel primo semestre dell’anno rispetto al 2023. Non sarebbe solo una questione di prezzo del denaro troppo alto per molte famiglie, ma anche per l'atteggiamento delle banche sempre più selettivo coi clienti. «In generale – spiega Luca Dondi dell' Osservatorio sul mercato immobiliare di Nomisma –, le banche si sono fatte sempre più selettive a causa dell’aumento delle morosità e, più in generale, delle difficoltà delle famiglie italiane, gravate dalla perdita del potere d’acquisto. Tutto questo comporta un calo nelle attività di acquisto casa».
Casa in città? Sempre più costosa
Chi desidera, insomma, comprare casa in città alle stesse condizione di un paio di anni fa rimarrà deluso. Mettendo da parte gli affitti, l'unica possibilità per ambire ad una soluzione abitativa in linea con le proprie aspettative è quella di rivolgere lo sguardo alle aree fuori dalle grandi città, in collina o in montagna. Qui è ancora possibile acquistare casa a buon mercato.
Ovviamente i costi per accedere ai mutui rimangono alti, ma in collina e montagna sarà sempre possibile contare su un costo al metro quadro sensibilmente inferiore rispetto a quello del centro città.
In questa estate 2023 di caldo africano opprimente diventa difficile pensare alle scorte di legna da ardere per l'inverno. Eppure, la crisi energetica di questi ultimi tempi ci ha insegnato che non pensare per tempo a come scaldarsi d'inverno può costare molto caro. Una condizione valida per tutti ma, in modo particolare, per chi non può permettersi salatissime bollette del gas come quelle viste l'inverno scorso. In tempi di difficoltà energetiche (ed ecomiche!) può essere opportuno riprendere in mano un'abitudine antica, oggi in grande parte colpevolmente abbandonata: il taglio della legna nei boschi.
Nel caso della legna da arder giocare d'anticipo può far risparmiare tempo e denaro. I più attenti, inoltre, ricorderanno come le scorte di legna e pellet per scaldare stufe e caminetti arrivarono a quotazioni spaventose lo scorso inverno. Non solo: è anche opportuno andare a ripassare quali sono le regole per potere accedere autonomamente, rispettando legge e natura, al taglio del legno dei boschi.
Legno autoctono: non per tutti
L'attività del taglio legna nei boschi è regolamentato da norme derivanti dal “diritto legnatico”, che in origine stabiliva norme di raccolta e quantità di legna spettanti ad ogni residente. Ad oggi il diritto legnatico è stato sostituito del decreto forestale numero 34 del 2018: una legge piuttosto complessa che vede un'interessante analisi raggiungibile al link di seguito: https://rgaonline.it/article/il-decreto-forestale-n-34-del-2018-una-legge-sul-bosco-o-sulla-produzione-di-legname/ Tuttavia, essendo l'Italia il paese delle eccezioni e della burocrazia, numerose regolamenti regionali aggirano o modificano alcuni dettami della legge nazionale.
É facile, infatti, rilevare elementi contraddittori o in conflitto tra quanto affermato nel testo unico nazionale e quanto regolamentato dalle Regioni. Risulta quindi impossibile tracciare una guida comune in tutta Italia che regolamenti il taglio della legna. La soluzione? Occorre chiedere informazioni nel comune di residenza, prima di incappare in multe o peggio. Una regola generale, però, è prevista: per tagliare la legna nel bosco occorre essere residenti nello stesso comune. Presentarsi con una motosega e iniziare a tagliare arbusti rappresenta un grave illecito, oltre che un atto potenzialmente pericoloso per se e per gli altri. Fare legna da ardere autonomamente può risultare un risparmio vitale per tutti coloro che non intendono (o non possono) provvedere al pagamento di bollette energetiche insostenibili come quelle viste lo scorso inverno.
Non solo legna da ardere
Il diritto di legnatico, normato da legge nazionale e regolamenti regionali, prevede anche di poter accedere alla legna boschiva del proprio comune anche per ristrutturare la casa. É infatti previsto un cosiddetto “assegno annuale” di legno misurato in metri cubi se sono conifere, in quintali se si tratta di latifoglie. Le quantità sono decise dai comuni, in relazione alle loro proprietà boschive". In ogni caso, ribadiamo, si deve essere autorizzati per tagliare la legna del bosco: no, dunque, ad iniziative personali spontanee. In molte località alpine è ancora presente una figura di riferimento, quella del guardaboschi: una delle sue mansioni è quella di indicare la zona dove la legna può essere tagliata o meno.
Un'abitudine in disuso
Sempre più persone, anche quelle che ne avrebbero diritto, non hanno più l'abitudine a tagliare la legna per riscaldarsi, nonostante la crisi energetica. Un'interessante testimonianza arriva da Luigi Casanova, addetto forestale trentino per 40 anni ed oggi presidente onorario di Mountain Wilderness Italia. «Negli anni '80 – rivela Casanova al Quotidiano Nazionale – in un comune del Cadore gestivo più di 300 persone su 2500 residenti che andavano a fare legna. Ad ognuno di loro era assegnato una parte di bosco dove potevano far legno. Nel 2018, a fine carriera, erano appena 100 le persone su quasi 3000 abitanti totali. Le persone si sono, in massa, allontanate dalla gestione del bosco. Questo abbandono culturale e del lavoro manuale è qualcosa di deleterio che pagheremo tutti se non lo recupereremo in tempo».
Come tagliare la legna: non saremo noi a dirvelo
Un'ultima considerazione è necessaria: volutamente questo articolo non terminerà con una guida su come tagliare la legna nel bosco. Si tratta di una pratica per le quali è necessaria esperienza e manualità. Non è il nostro sito di informazione, ne qualsiasi altro, il luogo giusto dove imparare a padroneggiare una pratica così delicata.
Che peso hanno le aree interne italiane, le cosiddette “aree rurali” di cui trattiamo con passione da alcuni anni, nel sistema-paese Italia? La risposta cambia da zona a zona, anzi, da regione a regione: più volte abbiamo portato l'esempio dell'Emilia Romagna, che impiega fondi e politiche per incentivare le aree interne, la loro economia e i loro residenti (ne abbiamo parlato, ad esempio, qui: L'Emilia Romagna pronta a ri-scommettere sulle aree rurali e annuncia nuove agevolazioni per chi vuole tornarci a vivere e comprare casa ). Altre volte, invece, abbiamo utilizzato la Toscana per portare ad esempio una regione che non si è mossa altrettanto bene nelle politiche per lo sviluppo delle aree interne, lasciandole spesso con molte parole ma relativamente pochi fatti.
Lo studio dell'Anci
Stavolta, però, un nuovo ente politico pare voglia muoversi per favorire un miglioramento della situazione delle aree lontane dalle principali città; e lo fa, tramite il suo presidente, esprimendo un concetto che noi andiamo ripetendo da anni: la necessità di favorire le aree interne per impedire la crescita di una ormai insostenibile pressione nelle grandi città.
Se ne è parlato nella sede della Regione Toscana, dove si sono incontrati i vertici della regione e Anci Toscana, presieduta dal sindaco di Prato Matteo Biffoni.
La mattinata di lavori ha avuto come titolo “Alleanza tra aree urbane e aree interne”.
La regione Toscana presente
«I cambiamenti climatici – dice la vicepresidente della regione Toscana, Stefania Saccardi –, la necessità di riequilibrare il divario socioeconomico e ambientale tra aree forti e aree deboli esigono un maggior impegno dei decisori pubblici verso l’attuazione di politiche innovative orientate anche alla valorizzazione dei benefici offerti dagli ecosistemi alla società nel suo complesso».
«Tra aree urbane e aree interne – prosegue Saccardi – non deve esserci un rapporto assistenziale ma un rapporto di complementarietà in base al quale le aree montane e interne svolgono un ruolo fondamentale per le aree urbane maggiormente abitate. L’ottica è la strategia di sistema rispetto alla quale la Regione Toscana si è già mossa, nella consapevolezza che le aree più densamente abitate non possono vivere bene senza l’equilibrio con le aree montane».
Al confronto è stata portata anche una ricerca sul territorio realizzata da Anci e Regione condotta insieme alle università del Molise, di Pisa e di Firenze: un lavoro intitolato “Montagna, servizi ecosistemici e strumenti di governance in Toscana”, che si posto l’obiettivo di definire una metodologia per sviluppare dei modelli di gestione riconoscendo e valorizzando i patrimoni territoriali locali, con riferimento a due contesti territoriali della Toscana (Amiata e Mugello), con particolare riferimento ai servizi ecosistemici legati all’acqua.
I dettagli della ricerca
La ricerca si può leggere integralmente a questo indirizzo: https://www.regione.toscana.it/documents/10180/12443535/Volume%20Servizi%20ecosistemici%202206.pdf/ca141520-0888-2eb6-125d-0614ee4fe02b
«In questi anni – ha detto Biffoni, presidente Anci Toscana – abbiamo girato tutte le aree interne della Toscana, per capire sul posto esigenze e problemi dei territori più lontani dalle città. E abbiamo capito una cosa vitale per il futuro di tutta la Regione, non solo per i piccoli centri ma anche per quelli più piccoli: se non tuteliamo le aree interne, andremo tutti in difficoltà. Dobbiamo riequilibrare i rapporti: i grandi Comuni devono cedere un po' di sovranità e di risorse nell'interesse reciproco. Basta pensare a servizi ecosistemici come la risorsa idrica o le foreste, ricchezze dei piccoli centri che servono anche alle grandi aree urbane».
L'allarme di Anci Toscana
Infine, un messaggio chiaro, sui cui noi di Metropoli Rurali ci sentiamo di sottoscrivere ogni sillaba. «L'obiettivo è fare in modo che chi vive e lavora nelle aree interne abbia tutte le condizioni per restare, o magari tornare; e per questo ci voglio servizi e risorse. Solo così possiamo contrastare lo spopolamento e impedire la crescita di una ormai insostenibile pressione nelle grandi città».
Vediamo se a queste parole seguiranno, da parte della politica, attività concrete verso la crescita delle aree interne.
Se ne parla poco, o meglio, non abbastanza: la crescita della popolazione mondiale avanza ad un ritmo forsennato, molto più di quanto ci si possa immaginare. Attualmente, nel mondo, vivono poco meno di 8 miliardi di persone ma basta andare indietro di qualche decennio e per avere una popolazione mondiale ridotto... alla metà. Solo nel 1975, infatti, la popolazione mondiale si attestava a 4 miliardi e 750 milioni di persone. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, la popolazione potrebbe crescere fino a circa 8,5 miliardi nel 2030 e 9,7 miliardi nel 2050. Il picco dovrebbe attestarsi a circa 10,4 miliardi di persone durante gli anni 2080.
La domanda sorge spontanea: esisteranno risorse per permettere a la sopravvivenza all'intera popolazione?
Gli studiosi si dividono. C'è chi non nasconde un certo ottimismo. «In una cinquantina di anni siamo passati da 4 a oltre 7 miliardi di persone e mediamente le condizioni delle popolazioni sono migliorate, sebbene ci siano ancora aree del Paesi molto poveri. Finora il progresso tecnologico, l’aumento della capacità di produrre cibo ed energia sono stati superiori all’incremento della popolazione. Nulla ci dice che in futuro le cose non debbano andare nello stesso modo. Credo che abbiamo tutte le capacità tecnologiche per raggiungere questo obiettivo ma bisogna vedere se culturalmente siamo in grado di farlo e non dobbiamo mai dimenticare che la Terra è una sola», ha commentato Gianpiero Dalla Zuanna del dipartimento di Scienze statistiche dell'università di Padova.
Aumento della popolazione: cambiamenti culturali necessari
I cambiamenti culturali per rendere possibile una sostenibilità globale ad un numero sempre più alto sono urgenti e necessari ma, nel nostro micro-cosmo Italia, ancora piuttosto lenti, soprattutto nell'alimentazione. Tutti si ricorderanno dello scalpore che fece la notizia quando l'Unione Europea dette il via libera per la commercializzazione di alimenti a base di insetti (locuste, vermi della farina minore, grilli essiccati e in polvere, giusto per citarne alcuni). Una parte della politica gridò allo scandalo e promise battaglia contro l'Unione Europea.
Eppure, secondo gli studiosi di tutto il mondo, sono in buona parte d'accordo: gli insetti, e le proteine alternative in generale, sono una validissima risposta all’aumento del costo delle proteine animali, del loro impatto ambientale, dell’insicurezza alimentare, della crescita della popolazione e della corrispondente, crescente domanda di proteine tra le classi medie. Inoltre, l’allevamento di insetti dovrebbe contribuire anche a ridurre le emissioni di gas serra e lo spreco alimentare. Questo è stato confermato anche da Alberto Grandi, professore dell'Università di Parma recentemente ospite del podcast Spotify “Tintoria”: «Adesso che nel mondo siamo 8 miliardi e non più 4 miliardi, di certo tutti non possiamo pretendere di mangiare bistecche tutti i giorni. Soluzioni alternative per assumere proteine devono assolutamente essere trovate».
Insetti a tavola? No grazie
Eppure, la questione degli alimenti a base di insetti ancora non convince la popolazione italiana: in un recente sondaggio realizzato da Coldiretti-Ixé, il 54% degli italiani è contrario agli insetti a tavola, il 24% è indifferente, solo il 16% è favorevole e il 6% non risponde.
La variabile guerra nell'approvvigionamento alimentare
Essere in disaccordo, però, non basta perché le risorse per tutti non nascono da sole. All'indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, come riportato dal portale “Open”, il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha messo in guardia dai «devastanti effetti» della crisi alimentare che «il cambiamento climatico, il Covid» e ora «la guerra in Ucraina» stanno innescando. Non a caso, l'anno scorso il prezzo del grano è aumentato improvvisamente del 53%. Di tutta risposta l'India annunciò, subito dopo, il blocco delle esportazioni, facendo salire il prezzo di un altro 6%, a testimonianza di quanto basti relativamente poco per innescare una profonda crisi di nei prezzi del settore alimentare.
Iniziamo con rallentare lo spreco...
A maggior ragione, la lotta contro lo spreco alimentare è vitale. In Europa alcuni paesi si stanno muovendo nella giusta direzione. In Francia, ad esempio, già dal 2016 i ristoranti forniscono di default ai clienti i contenitori per portare a casa il cibo non consumato. In Spagna, medie e grandi imprese alimentari saranno obbligate da quest'anno, per legge, a trasformare gli alimenti freschi non più vendibili in prodotti trasformati, come succhi e marmellate.
Italia: si può (e si deve) far meglio
In Italia siamo indietro: anche se la lotta allo spreco è considerata una priorità da un'ampia fetta di popolazione, l’unica norma antispreco in vigore è quella del 2016, la numero 166, che punta (un po' troppo genericamente) sull’educazione alimentare nelle scuole e su campagne di comunicazione ad hoc. Per il resto, l’approccio anti-spreco è affidato a iniziative private, come le app sviluppate ad hoc e i luoghi in cui si propone cibo last minute a prezzo ridotto (ne abbiamo parlato qui: Spreco alimentare come evitarlo per risparmiare e fare bene al pianeta).
Sarà abbastanza? Il tempo lo dirà ma, per nostra umile opinione, serve fare presto di più e meglio.
Insieme alla crisi economica, corre in parallelo l'ingegno per poterla aggirare o minimizzare. Il co-living va esattamente in questa direzione.
Abbiamo già dedicato alcuni articoli su questo nuovo modo di abitare le case che consiste, sostanzialmente, nella condivisione di alcuni spazi: un sistema che, secondo noi, prenderà sempre più piede in Italia nei prossimi anni. Stavolta vogliamo ampliare ancora un po' di più il discorso, passando in rassegna vari tipi di co-living. Questa terminologia è piuttosto nuova ed occorre fare chiarezza sui diversi significati che questa parola ancora "acerba" può esprimere. Vediamoli insieme.
Tanto per cominciare, possiamo dire che la necessità delle persone di condividere alcuni spazi nasce soprattutto dai costi ormai fuori controllo di affitti e case, specialmente nelle grandi città. Questa condizione di partenza incoraggia moltissimo le persone a trovare sistemazioni comuni per poter dividere parte delle spese di locazione e le utenze. Gli spazi di co-living assumono molte forme: dalle case unifamiliari ristrutturate, ai piani di un grattacielo convertiti in alloggi in stile dormitorio nelle grandi città, così come alle case di campagna che offrono spazi privati ma anche alcune aree in comune di condivisione. Le persone che abitano insieme possono essere gruppi di amici o conoscenti, ma non necessariamente: la presenza di alcune aree private assicura comunque la privacy di ognuno anche in presenza di “sconosciuti”.
I cinque modi di intendere il co-living
Possiamo provare a suddividere il mondo “co-linvg” in cinque macro categorie. La più tradizionale è rappresentata dall'abitazione condivisa in modo informale: un gruppo di persone che volontariamente condividono un contratto di locazione e arredano insieme una casa, gestendosi gli spazi secondo le proprie esigenze. In Italia questo accade sempre più spesso anche tra le persone più anziane: abitare insieme, specialmente se con amici o conoscenti, diventa estremamente pratico per una lunga serie di motivi: su tutti, la questione economica, ma non dimentichiamo la possibilità di potersi aiutare nelle faccende di casa, fare la spesa e, perché no, anche farsi compagnia in una fase della vita che di solito può accompagnarsi alla solitudine.
Esistono anche altri tipi di possibili modalità di co-living. Ne è un esempio il dormitorio, tipico soprattutto delle città più grandi: parliamo di una distesa di camere da letto piccole, ma solitamente private, che fiancheggiano corridoi che portano a spazi comuni condivisi da un gran numero di persone. Questo tipo di abitazione può ospitare fino a un centinaio di inquilini. Difficilmente, a meno di essere universitari, si avrà l'opportunità di risiede in una struttura di questo genere ma era opportuno citarla.
Possiamo poi passare alla terza modalità, le cosiddette case cooperative. Parliamo di un sistema piuttosto poco diffuso in Italia che trascende il concetto stesso di abitare. Nelle case cooperative, gli abitanti si organizzano in turni per pulire, cucinare e gestire la casa e gli spazi condivisi. Le cooperative sono tipicamente governate in modo democratico, hanno assemblee in cui si eleggono i leader e si discutono gli affari della casa. Possono essere definite quasi come delle piccole città autonome, considerando che il numero di residenti può variare da 15 a fino a oltre 100 persone.
Più comune in Europa, ma ancora poco diffuso in Italia, c'è poi il co-housing. Un sistema nato nei paesi scandinavi a partire da metà anni '60, che punta a costruire una comunità e condividere le responsabilità tra le famiglie, ognuna dotata comunque di spazi privati. Queste comunità sono tipicamente multi-generazionali e consistono in case unifamiliari disposte intorno a un edificio comune, con spazi verdi condivisi ed eventi organizzati. Come detto, in Italia fino adesso non ci sono tante comunità organizzatesi spontaneamente in questo modo. C'è da dire, però, che alcune amministrazione comunali in Italia stanno provvedendo alla ristrutturazione di alcune aree dismesse grazie ad una serie di bandi creati apposta per incoraggiare questo tipo di comunità.
L'Unione Europea stessa, infatti, pare voglia incoraggiare questo tipo di modalità abitativa. Su questo argomento specifico ci torneremo con una serie di articoli ad hoc, andando a vedere più da vicino i singoli esempi di co-housing sparsi sul territorio.
Infine, come ultimo esempio possiamo citare le “comuni”, vale a dire comunità poste solitamente nelle aree rurali dove i membri puntano all’autosufficienza e alla condivisione di convinzioni politiche o spirituali. Ne sono un esempio gli “Elfi” della Montagna Pistoiese, che da molti anni formano una comunità semi-stanziale nei boschi tra San Marcello Pistoiese e Sambuca Pistoiese.
La nostra conclusione, al termine di questo articolo, è che le modalità di co-living, specialmente la prima e la quarta che abbiamo elencato, sono destinate ad aumentare sempre di più nei prossimi mesi e nei prossimi anni. D'altronde, con i prezzi delle case e degli affitti sempre più inaccessibili, le persone dovranno comunque potersi assicurare un tetto sulla testa e una qualità di vita accettabile. Una fase, in realtà, molto interessante e con tante opportunità di investimento anche per le aziende immobiliari che, infatti, stanno iniziando ad organizzarsi in quella direzione.
«Mollo tutto e vado a vivere in montagna, non ho dubbi!». In media, a pensarla così, è un italiano su dieci. Lo rivela un'indagine elaborata da Ipsos per conto di Uncem, l’Unione nazionale dei comuni e degli enti montani. Il sondaggio è consultabile qui PERCEZIONE E OPINIONI DEGLI ITALIANI SULLE AREE MONTANE DEL PAESE
Uno su dieci, insomma, non avrebbe alcun dubbio a trasferirsi in quota. Ma la montagna piace a molti di più: due su dieci hanno dichiarato la propria volontà a trasferirsi in quota con una probabilità “abbastanza elevata”, mentre addirittura a uno su quattro “piacerebbe molto” l’idea di farlo. I motivi, secondo l'indagine, sono diversi: in primis c'è quello di fuggire dallo stress e dalla frenesia della città per rifugiarsi in un ambiente più tranquillo circondati dalla natura.
Nell'immaginario collettivo vivere in montagna, infatti, significa avere aria pulita (67%), natura (65%), silenzio e tranquillità: una routine quotidiana considerata “molto diversa” da quella cittadina, secondo oltre la metà del campione preso in esame. Meno attraente la possibilità di vivere in montagna con molti meno soldi, a parità di casa, rispetto alla città: solo il 21% che potrebbe pensare di trasferirsi in montagna per il basso costo della vita, mentre il 18% afferma di essere invogliato dagli incentivi economici che, ricordiamo, cambiano di molto da regione e regione.
Quello che “rema contro”
Se in molti sono attratti dalla vita in montagna, perché non tutti concretizzano questo passo di allontanamento verso la città? Gli intervistati del sondaggio Ipsos puntano il dito sul cambiamento climatico (per il 45%) e sull’incuria dei territori (41%). Ci sono poi dubbi sull’accessibilità ai servizi di base e sul collegamento con i centri urbani (26%), mentre un intervistato su quattro si dice perplesso sulle prospettive per i giovani (25%) e la scarsità di posti di lavoro disponibili (21%).
Cambiamento climatico: dinamica a sorpresa... o equivoco?
Quello che ci colpisce, però, è il dirsi frenati al trasferimento dal cambiamento climatico in montagna, proprio dove l'aumento termico dell'estremizzazione del clima risulta mitigato dall'aumento di altitudine. In tutta franchezza, ci saremo aspettati di vedere il cambiamento climatico tra i motivi attrattori della montagna, non respingenti.
É vero che il cambiamento climatico influisce pesantemente anche sulle quote più alte (lo sanno benissimo, ad esempio, i ghiacciai alpini) ma è altrettanto vero che la calura estiva diventa insostenibile soprattutto in città, dove vivere senza un climatizzatore funzionante è ormai praticamente impossibile per almeno tre mesi all'anno se non di più.
Covid-19, impatto neutro sulla percezione della montagna
Un'altra sorpresa arriva dalle risposte alla seguente domanda posta da Uncem: «La pandemia di Covid-19 è stato un evento che ha spinto più intervistati ad accrescere il proprio desiderio di passare del tempo in montagna, piuttosto che diminuirlo?». A tale quesito il 62% degli intervistati ha risposto che «non ha avuto impatto sul mio desiderio di passare tempo in montagna», quando francamente ci saremo aspettati una quota più bassa in favore di coloro che hanno cambiato la percezione dopo il Covid.
Quelli che hanno più voglia di trasferirsi nelle aree montane, infatti, sono il 17%, ovvero coloro che hanno risposto «lo ha aumentato un po'», mentre il 9% afferma che il desiderio è «aumentato di molto».
Politiche per le aree interne, queste sconosciute
Uncem, così come -nel nostro piccolo- Metropoli Rurali, lavora per la rivalutazione delle zone interne italiane come area vantaggiosa per stabilirsi. Quello che sorprende dal sondaggio Ipsos è la scarsissima percezione pubblica delle attività politiche attorno alle aree interne che cercano di limitarne lo spopolamento. Politiche per la montagna che non sempre raggiungono l'obiettivo, è vero, ma che comunque ci sono. Ad esempio, agli intervistati è stato chiesto se sapessero cosa sono le “Green Communities”.
Ricordiamo che le Green Communities sono comunità locali rurali e montane che «promuovono il proprio sviluppo attraverso la sostenibilità energetica, ambientale e sociale, sfruttando in modo equilibrato le risorse principali di cui dispongono tra cui, in primo luogo, acqua, boschi e paesaggio, e avviando un nuovo rapporto di scambio con le comunità urbane e metropolitane».
Ebbene, oltre il 50% non aveva idea di che cosa fossero, mentre oltre il 30% ne ha sentito parlare senza però avere un'idea precisa della cosa. In altre parole: una disfatta comunicativa che fa capire come il lavoro da fare su queste aree, anche di divulgazione, sia ancora tantissimo.