Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
«Trovare personale per la stagione turistica? Praticamente impossibile. Devo rinunciare ai clienti e ai progetti di investimento, è assurdo».
Non nasconde il suo disappunto Davide Gavazzi, che da decenni gestisce l'hotel ristorante “Regina” ad Abetone e che, come molti altri locali e alberghi di Toscana ad Emilia Romagna, fatica fortemente a trovare personale per la sua attività.
Una situazione paradossale: non solo nella nostra montagna, ma nell'intera Italia dove si contano quasi nove milioni di disoccupati su quasi 60 milioni di abitanti, migliaia di imprenditori nel settore turistico faticano a trovare forza lavoro anche non specializzata.
«Io vorrei investire sul territorio e sulla mia attività, ingrandendomi e offrendo un servizio migliore ai turisti. Sono però frenato perché mi manca personale, non da ora ma da mesi. E sono già in difficoltà per quella che sarà la stagione estiva. In Italia ci sono nove milioni di disoccupati, ma com'è possibile che nessuno voglia più lavorare in albergo o nel ristorante?».
La dinamica vissuta dal signor Gavazzi è purtroppo comune a decine di attività non solo della montagna ma anche di pianura, sia di Toscana che di Emilia-Romagna.
«Nel solo comune di Abetone Cutigliano – continua Gavazzi – ci sono una cinquantina di attività turistiche, tra alberghi e ristoranti: a tutti mancano 1-2 persone nell'organico. Questi sono 100 posti di lavoro vacanti solo nel nostro comune».
Non sembra essere una questione di richieste troppo esose da parte dei titolari o di stipendi troppo bassi. Anzi:
«Con un contratto stagionale – sottolinea –, un cameriere arriva anche a superare i 1600 euro netti al mese, compreso vitto e alloggio. Parliamo di contratti regolari stagionali, niente contratti a chiamata o tanto meno lavoro non regolarizzato. Ho nove persone che lavorano al 'Reigna', quasi tutti stranieri, gli italiani sono una minoranza. Li ringrazio tantissimo perché senza di loro avrei già dovuto chiudere».
Hotel e ristorante rimangono aperti e lavorano bene, sì, ma potrebbero fare di più.
«Mi mancano due persone: mi sono mancate quest'inverno e mi mancheranno quest'estate. É frustrante perché non penso che il lavoro che offriamo sia così penalizzante. É vero, c'è da lavorare a turni il sabato e la domenica compresi, ma la stagione turistica è così e non mi pare la fine del mondo, anche perché in quei giorni si viene retribuiti di più».
Il pensiero va anche ad alcune forme di assistenzialismo, reddito di cittadinanza su tutti, che avrebbero un po' disincentivato la ricerca del lavoro.
«Avevo capito che il reddito di cittadinanza si poteva prendere solo per un determinato periodo di tempo e, comunque, non dopo aver rifiutato almeno una di tre offerte di lavoro congrue. Ma io come faccio a intercettare questi ragazze e ragazzi? Come faccio a proporgli il mio lavoro? Li formo io, non c'è problema: mi bastano persone con buona volontà, anche senza esperienza, da formare. Eppure, non trovo dipendenti. Non so da cosa dipenda, ma credo che anche le istituzioni locali debbano sensibilizzarsi su questo problema, altrimenti le attività non possono crescere e allo stesso modo non può la montagna tutta».
Il paese di Abetone è stato recentemente dichiarato comune toscano dello sport 2022. Un'onorificenza che vedrà Abetone impegnata in oltre mille eventi da qui a fine anno, tra fiere, appuntamenti enogastronomici, campi di allenamento sportivi ma anche competizione sportive. Un momento di grande lustro per il territorio, dopo oltre due anni di blocco causato dalla pandemia. Qualcuno li chiamerebbe “tempi di vacche grasse”, ma senza forza lavoro diventa difficile per gli imprenditori del territorio fare quel “plus” per andare a tamponare eventuali futuri momenti di stanca.
La montagna rischia di mancare una bella occasione di tornare ai fasti di un tempo non tanto per colpe proprie ma soprattutto per un sistema politico-assistenziale nazionale che permette queste storture: poca richiesta di lavoro in una fase in cui la disoccupazione è tutt'altro che bassa. In tutto questo, gli imprenditori non possono nemmeno accedere alle liste di collocamento per andare a proporsi a potenziali lavoratori interessati. Risultato: tutto rimane così e la potenziale crescita va a farsi benedire. La crescita e il rafforzamento dei nostri territori più decentrati geograficamente passa anche da questo. Un'occasione che il territorio sta sprecando in una fase in cui sprecare occasioni di crescita può essere un peccato mortale. La politica, a livello nazionale e regionale, pensi a questo grosso rischio.
Porretta Terme e Pistoia mai così lontani come adesso. Da una parte una strada con almeno tre sensi unici alternati, dall'altro una ferrovia interrotta da mesi. Siamo convinti che il concetto di Metropoli Rurale sia stato compreso dai più, ma siamo altrettanto convinti che lo sia applicato davvero poco: Porretta Terme e Pistoia, potenzialmente vicinissime, sono al momento assai lontane. Partiamo dalla ferrovia. Sono passati più di tre mesi da quando un enorme masso è caduto (fortunatamente in orario notturno) sulla linea ferroviaria tra Pracchia e Porretta. Il masso in sé è stato eliminato in tempi relativamente brevi, ma il pendio che sovrasta l'area dove è caduto il masso non è ritenuto sicuro al 100% e necessita di lavori di consolidamento. Risultato: circolazioni dei treni da Pistoia verso Porretta sospesa e limitata a Pracchia, mentre da Porretta i treni arrivano come di consueto fino a Bologna Centrale.
Il tratto bloccato, da Porretta a Pracchia, è servito da un sistema autosostitutivo con bus che ha mostrato alcune pecche organizzative che non aiutano i viaggiatori, specialmente quelli che provengono da fuori: alcune corse sono sostituite da autobus diretti fra Porretta e Pistoia ed altre si limitano alla tratta Porretta – Pracchia, da dove partono i convogli destinati a Pistoia. Insomma, una situazione complessa e poco chiaro, a cui va aggiunta la difficoltà di scoprire il luogo di partenza del bus da Porretta: alcuni viaggiatori hanno segnalato che il sito delle ferrovia ha indicato per alcuni giorni il luogo errato. Per la cronaca, le corriere che sostituiscono il treno partono dal piazzale antistante la stazione, intitolata peraltro a Protche, l’ingegnere progettista della linea ferroviaria Porrettana.Dalle Ferrovie non c'è una data ufficiale del ripristino della linea. Qualcuno, in via ufficiosa, avrebbe parlato di giugno, ma al momento non ci sono certezze. In questo modo anche i servizi turistici del “Porrettana Express” rimarrebbero limitati non oltre Pracchia, con buona pace dell'unità del territorio montano.
Su strada non va meglio. Salendo da Pistoia diretti a Porretta si incontrano tre cantieri che impongono uno stop semaforico per permettere il senso unico alternato. Il primo che si incontra è al traforo del Signorino, dove i lavori proseguono lentamente (per usare un eufemismo). L'attesa è lunga: 10 minuti in un senso, 10 minuti nell'altro. Il semaforo è costantemente attivo, anche in quei momenti di pausa dei lavori, notte compresa. Il secondo stop lo si deve fare al ponte di Taviano, dove i lavori per il piccolo ponte di collegamento con la piazza del municipio impongono un nuovo senso unico alternato ed una nuova attesa.
Terzo e, finalmente, ultimo stop: quello nei pressi della frana di Pavana. Il cantiere della “vera” frana è stato risolto la scorsa estate, ma il senso unico alternato è sempre necessario a causa di un nuovo cedimento strutturale poco distante. Risultato: ancora rallentamenti, ancora sensi unici alternati. Con il treno e con l'autobus sostitutivo, Pistoia e Porretta Terme son collegato in un'ora e 15 minuti. Con l'auto, al netto dei sensi unici alternati, siamo a circa 55 minuti di viaggio.
Nel 1927, quando la linea ferroviaria Porrettana era stata appena elettrificata, l'intero percorso tra Pistoia e Bologna via Porretta Terme si copriva in due ore nette. Adesso occorrono due ore e mezzo. Non proprio numeri che profumano di progresso.
Spiragli di ottimismo per l'economia della Montagna Pistoiese. A colpo d'occhio non sembra, ma qualcosa da salvare in questo periodo di Covid-19 c'è. Sappiamo bene, comunque, che il momento economico in tutta Italia è virato negli ultimi due anni, nella migliore delle ipotesi, verso un'enorme incertezza. Molte aziende stanno chiudendo, altre hanno problemi di liquidità, molti lavoratori sono in cassa integrazione da mesi. Una dinamica che -ahimè- conosciamo bene, comune a tutta Italia (per non dire tutta Europa) e che non serve riassumere nuovamente.
Il microcosmo di San Marcello Piteglio non è estraneo a questa dinamica (come sottolineato anche in questo recente articolo Lockdown "indotto", Claudio Petrolini: "A San Marcello meno clienti e meno soldi" ) ma, come anticipato, qualche spiraglio per essere ottimisti c'è. Lo dicono i dati elaborati dall'ente “Made in Montagna Pistoiese” e diffusi poche settimane fa. I numeri parlano di un sistema di imprese - a fronte di tante difficoltà note – più radicato e qualificato che nella media della nostra Regione. Le capacità produttiva delle imprese pare addirittura più stabile rispetto alla dinamica demografica e ne rappresenta il sostegno più importante.
Qualche dato: nel 2021 le imprese registrate nel comune di San Marcello Piteglio sono state 677, mentre l'anno prima 669. L'incremento è del 1,2% su base annua, ma in molti altri comuni toscani c'è un calo del numero di imprese tra il 2020 e il 2021. Uno dei dati più “potenti” di questa serie riguarda le presenze turistiche, in particolar modo quelle estive: nel 2019 pre-covid, le presenze turistiche nel comune si erano attestate a 43mila e 396 unità, mentre nel 2020 di pandemia il dato era precipito a 26mila 922, un calo del 38% su base annua dovuto anche all'assenza dei turisti stranieri. Nel 2021, non appena il Covid-19 ha lievemente mollato la presa, le imprese turistiche sono schizzate in alto del 50% arrivando a 40mila e 429 unità, un dato appena inferiore al periodo pre-Covid-19 il quale effetto è stato “neutralizzato” nel giro di appena due anni.
In sintesi, alla lettura di questi dati, ci vengono in mente due considerazioni: l'elemento turistico, specialmente nei mesi estivi, può essere ancora “cavalcato” con profitto anche nei prossimi anni, con la consapevolezza che le restrizioni dovute al Covid dovrebbero -in linea teorica- allentarsi progressivamente. La seconda considerazione è relativa al sistema delle imprese sul territorio del comune: indubbiamente in difficoltà, ma non ancora definitivamente al tappeto e con le potenzialità di crescere ancora non appena la pandemia allenterà la presa.
«Stiamo lavorando di meno, è inutile girarci intorno. É come ci fosse un nuovo lockdown spontaneo o qualcosa che ci assomiglia molto».
Lo racconta Claudio Petrolini, titolare del negozio alimentari Muc Market in centro a San Marcello Pistoiese. Un negozio che, grazie anche alla sua posizione strategica, è al centro dei flussi nord-sud della montagna pistoiese e che ha visto un progressivo calo dell'andamento economico degli ultimi tempi intorno in paese.
«La sensazione è che in montagna, così come nel nostro paese, ci siano meno soldi da spendere. Questa temo sia una situazione comune a molte altre aree della nostra nazione, ma comunque in montagna non ne siamo immuni. Tanti hanno perso il lavoro, altri sono stati in cassa integrazione e hanno ricevuto poco o nulla. I soldi che girano, insomma, sono pochi. E le persone spendono meno».
E poi c'è la questione degli spostamenti, che sono limitati a causa delle tante positività dovute alla variante Omicron che non molla la sua presa.
«Col primo lockdown ci eravamo organizzati bene – racconta Petrolini – con le consegne a domicilio e ne abbiamo fatte diverse. Ai tempi però la situazione di crisi era una novità e forse la gente inizialmente non si era resa conto della sua gravità, o quanto meno nei portafogli c'erano ancora pochi danni. Adesso iniziamo a vedere i suoi effetti. Consegne a domicilio ne facciamo poche, al momento, per i motivi che ho detto all'inizio».
E i passaggi sulla trafficatissima SS66 proprio di fronte al negozio hanno aiutato gli affari?
«Il grosso del movimento qui da noi d'inverno lo genera lo sci di Abetone e Doganaccia. Ha fatto un po' di neve su ma gli effetti sul nostro paese e nel nostro negozio, per ora, sono limitati».
A ben guardare, però, qualche punto a favore nell'avere la propria attività in montagna, c'è.
«Se avessi il mio negozio a Pistoia sarei costretto a chiudere il bandone dopo tre giorni. Lì c'è troppa concorrenza con la grande distribuzione, una dinamica che in montagna sentiamo un po' di meno e ci permette di lavorare con la nostra offerta. La mancanza di una concorrenza forte e vicina di grande distribuzione ci aiuta un po', ma da sola non basta. Serve anche tanto impegno e tanto cuore per mantenere aperto un negozio così in un paese di montagna, mantenere vivo un servizio per il territorio, per il paese tutto. Noi rimaniamo aperti, ma intorno a noi non solo nuove aperture non se ne vedono, ma molte aziende tirano giù il bandone. É una tristezza, ma noi resistiamo».
Il comparto alimentare può trainare l'economia dell'area montana?
«Ci sono molte aziende agricole che producono soprattutto formaggio, in minor parte allevamenti e coltivazione di ortaggi. D'inverno la produzione è sostanzialmente ferma, qualcuno ci prova con delle serre ma le coltivazioni raggiungono quote di produzione piuttosto basse. D'estate va un po' meglio, soprattutto le patate. Qualcuno ha provato anche altri ortaggi ma, al momento, niente sembra avere davvero decollato con la produzione».
L'azienda di cui è titolare ha tre dipendenti, lei compreso. É sempre stato così?
«Adesso siamo tre e bastiamo noi tre. In passato siamo stati anche di più, ma per il momento storico ed economico, tre persone sono più che sufficienti per fare il lavoro richiesto».
Novità in arrivo per l'economia delle aree montane toscane. Parliamo di due bandi con contributi a fondo perduto: uno destinato alle imprese (del commercio, della ristorazione, della ricettività turistica) dei comprensori sciistici, l'altro per maestri e scuole di sci. Si tratta di contributi che andranno a ristorare chi ha subito danni e riduzioni di attività per via delle misure di contenimento del Covid ed è aperto a micro, piccole e medie imprese, ma anche ai liberi professionisti: tutti devono operare e avere almeno una sede nei comprensori sciistici toscani.
Nella nostra area di interesse i Comuni toscani interessati dai due bandi sono Abetone Cutigliano, Sambuca Pistoiese e San Marcello Piteglio.
Le domande potranno essere presentate fino alle ore 17.00 del 23 dicembre 2021 e saranno gestite, così come l’istruttoria da Sviluppo Toscana.
Vediamo insieme le specifiche dei due bandi.
Il contributo per le imprese della neve, a fondo perduto, verrà determinato in proporzione al valore medio del fatturato da un massimo di 10mila euro ad un minimo di 2mila euro. Per chi ha avviato l’attività nella stagione 2020, non è richiesto il requisito della riduzione del fatturato/corrispettivi, il contributo riconosciuto sarà di 2mila euro.
Per quanto riguarda i maestri e le scuole di sci, la regione erogherà un contributo forfettario di base di 250 euro erogato a tutti; un contributo forfettario ulteriore di 600 euro ai neo-maestri che si sono iscritti all’albo professionale dopo il 15 marzo 2020; un ulteriore contributo, di massimo 8mila euro, determinato in proporzione al valore medio dei redditi dichiarati nel periodo 2017-2018-2019 da ciascun beneficiario, rispetto al totale dei valori medi dei redditi dichiarati nello stesso periodo dei soggetti richiedenti
La regione mette a disposizione due link per avere informazioni dettagliati e modulistica.
Per il bando imprese c'è questo link https://bit.ly/3xpDHZY , per quello per i maestri di sci c'è quest'altro
https://bit.ly/3r90nN1Entrambi i fondi non potranno appianare debiti e problematiche economiche generati da due anni di Pandemia, ma sono comunque aiuti monetari concreti che è bene intercettare prima che sia troppo tardi.
Mentre il comprensorio di Abetone fa registrare un fine settimana da record, con oltre 20mila presenze in due giorni, c'è un'altra montagna che continua a lavorare e a produrre ricchezza: sono le attività agricole e gli agriturismi di altura, entrambi alle prese con un periodo di grande movimento dopo il blocco (o quasi) dovuto alla Pandemia. Ne ha parlato a Metropoli Rurali il neo presidente del Distretto Rurale Forestale della Montagna Pistoiese Giuseppe Corsini, già presidente di “Terranostra Pistoia”, la rete degli agriturismi Coldiretti.
Un punto fatto in occasione della “Giornata internazionale della montagna”. (International Mountain Day).
«Le attività agricole sono in piena attività – dice Corsini – : anche sotto la neve accudiamo gli animali, produciamo formaggi ed altri prodotti tipici, da offrire nei nostri agriturismi, nei negozi e nelle strutture ricettive o da portare a valle. Il periodo festivo di fine anno, con gli ospiti attratti dalla neve rappresenta per le aziende agricole una quota di non indifferente di vendite, purtroppo il protrarsi della pandemia rallenta la ripresa”.
E a dare il contributo di attrattività alla montagna ci sono anche gli agriturismi della rete Coldiretti (Terranostra-Campagna Amica) sul territorio della montagna pistoiese: I Sapori della Montagna, Il Volpino, Le Roncacce nei comuni di Abetone Cutigliano e San Marcello Piteglio, e l’Agriturismo Montaione nella Svizzera Pesciatina. Ci si avvicina ad un periodo fondamentale per tutto il comparto turistico della montagna: Natale e Capodanno. Proprio la Coldiretti lancia un monito indirizzato al Governo Centrale.
«Occorre salvare le vacanze sulla neve di 3,8 milioni di italiani che prima della pandemia erano andati in vacanza in montagna nelle feste di fine anno, per non fermare la ripresa economica ed occupazionale di quei territori. Sono numeri molto importanti a livello nazionale, ma in proporzione sono quote alte anche per l'area della montagna pistoiese. Si tratta di una opportunità destinata ad avere effetti non solo sulle piste da sci ma sull'intero indotto delle vacanze in montagna, dall'attività dei rifugi fino agli agriturismi già duramente colpiti dalle limitazioni di Natale e Capodanno dello scorso anno. Proprio dal lavoro di fine anno dipende buona parte della sopravvivenza delle strutture agricole con le attività di allevamento e coltivazione – continua la Coldiretti – svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio contro il dissesto idrogeologico, l'abbandono e lo spopolamento».
Va bene, dunque, la celebrazione della montagna: occorrono però anche politiche destinate a sostenerla.
«Non solo – conclude Coldiretti –: occorre ricordare e sostenere il ruolo svolto in questo ambiente dall’agricoltura e dall’allevamento che ne assicura la vitalità. La montagna rischia l’abbandono per le difficoltà che hanno costretto centinaia di migliaia di aziende agricole a chiudere i battenti per la mancanza di opportunità. Il rischio concreto è lo spopolamento della montagna anche dalla presenza degli allevamenti, che hanno garantito fino ad ora biodiversità, ambiente e equilibrio socio-economico delle aree più sensibili del territorio. Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere l’abbandono e il degrado spesso da intere generazioni».
«Comprare un capannone a Campo Tizzoro non è la stessa cosa che comprarlo a Prato a Sesto Fiorentino. I costi sono sicuramente molto inferiori».
Lo dice Carlo Ceri della G.B.C s.r.l. Di Campo Tizzoro, comune di San Marcello. L'azienda, fondata nel 2011, nasce dall'esperienza dei suoi soci nel campo della realizzazione della manutenzione di presse industriali e macchinari stampaggio lamiera.
«I capannoni nella zona della montagna pistoiese sono più economici rispetto alla pianura. Direi che, nei casi più vantaggiosi, abbiamo visto costi più bassi di un quinto rispetto alle aree industriali di pianura, come Prato o Sesto Fiorentino. Il nostro capannone è costato un pochino di più, ma pur sempre un terzo del costo della stessa metratura in pianura».
L'azienda ha saputo destreggiarsi tra le crisi economiche globali e continua la propria attività con numerosi interventi su macchinari di decine di industrie in Toscana e non solo.
Avere l'attività a circa 700 metri sul livello del mare e non in pianura comporta, tuttavia, alcune differenze in termini di riscaldamento.
«Il riscaldamento sta acceso di più che in pianura: di solito si accende ad ottobre e si spegne ad aprile visto che all'esterno abbiamo circa 8 gradi in meno rispetto ad una zona di pianura. Il nostro va a gasolio ed è piuttosto costoso, anche se a San Marcello Pistoiese le strutture come le nostre hanno diritto ad uno sconto del 10% sul prezzo del combustibile. Non è tanto, ma aiuta».
Nell'area di Campo Tizzoro, andata incontro alla dismissione dell'ex SMI ad inizio anni 2000, c'è stata un progressivo ritorno all'industrializzazione grazie ai vasti capannoni rimasti sfitti, lottizzati e rivenduti a prezzi estremamente competitivi. Quasi tutti, negli anni, hanno trovato acquirenti.
«Solo qualcuno è rimasto vuoto – ci dice Ceri –, alcune possibilità di acquisto o affitto ci sono ancora. Sono rimasti però i più grandi, quelli che solitamente sono un po' meno richiesti dalle aziende medio-piccole. I prezzi, comunque, rimangono molto interessanti rispetto alla piana».
Dando un rapido sguardo online, si trovano offerta inferiori ai 50mila euro per capannoni superiori ai 100 metri quadri. A Prato, ad esempio, la stessa metratura costa attualmente circa quattro volte tanto. Carlo Ceri frequenta la montagna da molti anni, ancora prima di iniziare a lavorare per l'azienda di Campo Tizzoro, che raggiunge quotidianamente da Sesto Fiorentino, dove attualmente abita.
«A Campo Tizzoro lavorativamente ci troviamo bene, ma a livello abitativo la montagna pistoiese potrebbe fare molto di più, ci sono molte potenzialità inespresse. Occorre vedere cos'era questo posto negli anni '70 o '80 per capire che il trend negli ultimi 20-30 anni questa zona ha perso appeal. Ed è un peccato, perché ci sarebbe tutto. I motivi? Sono tanti. Temo che in passato ci sia stata poca coesione tra persone e aziende diverse che hanno più pensato a farsi la guerra più che a cooperare tra di loro. Una dinamica individualista che non ha portato molto lontano».
Adesso, però, qualcosa sembra muoversi nel senso della cooperazione, come dimostrano le recenti riunioni organizzate per mettere in contatto aziende, istituzioni e cittadinanza. Ultima, in ordine di tempo, quella organizzata dalla Cna proprio a Campo Tizzoro.
«L'importante, nei prossimi anni, è e sarà andare oltre il 'tutti contro tutti' tra aziende e persone» conclude Ceri.
Il rischio è che sia un nuovo “caso GKN” con centinaia di lavoratori a casa in nome del Dio Denaro. Un dramma nel dramma, perché l'azienda in questione, la SaGa Coffee di Gaggio Montano, è un punto di riferimento occupazionale per tutto l'Alto Reno e da lavoro a centinaia di persone. La SaGa Coffee, un tempo Saeco, fa parte del gruppo Evoca Spa di proprietà, a sua volta, del fondo di investimento Lone Star. Come abbiamo visto con la GKN, la dinamica è questa: una multinazionale, dopo avere usufruito del know-how dei lavoratori impiegati per qualche tempo, lo fa proprio, delocalizza dove fa più comodo e abbandona improvvisamente territorio e lavoratori.
A rischio ci sono 220 posti di lavori, tantissimi se considerati i numeri dell'ecosistema lavorativo montano. Se la chiusura venisse confermata sarebbe un evento letteralmente disastroso per l’Appennino tosco-emiliano, visto che quotidianamente l'azienda è raggiunta da personale emiliano e toscano. La situazione è estremamente rischiosa per tutti, a cominciare dalle 220 famiglie che rischiano di rimanere senza un'entrata economica importante. Di fronte alla fabbrica è in corso un presidio dei lavoratori, mentre la produzione è stata sospesa.
Anche il presidente della Regione Emilia-Romagna si è fatto sentire.
«Abbiamo chiesto tramite l'assessore Colla immediatamente l'apertura di un tavolo in Regione, ma informeremo subito il ministero dello Sviluppo economico perché questa è una questione che va portata direttamente all'attenzione del governo. Trattare le persone come numeri è ciò che in questa regione non può succedere».
Occorre dire, a Gaggio Montano come in tanti altri luoghi d'Italia, l'assenza di una vera legge anti-delocaloizzazione da carta bianca (o quasi) alle multinazionali e ai loro comportamenti talvolta a dir poco discutibili. Intanto, però, 220 persone rischiano di perdere il proprio stipendio da fine anno, senza contare la crisi “a catena” che arriverebbe dall'indotto rimasto improvvisamente senza il principale acquirente. Dalla politica arrivano le consuete richieste che si fanno in questi casi: «sgravi fiscali permanenti e infrastrutture adeguate».
Richieste un po' vuote, occorre dirlo, visto che arrivano da quella stessa politica che, oltre a proporle nei momenti di crisi, dovrebbe metterle in pratica ma che spesso non lo fa, salvo poche felici eccezioni. Monitoreremo questa vicenda con grande attenzione: ne va del destino non solo di 220 famiglie ma di buona parte dell'economia dell'area appenninica settentrionale.
Tra le eccellenze della montagna ci sono anche i mirtilli. Se per molti, in città, si tratta di un “fruttino” da gustare sopra un pasticcino alla crema, per un intero comparto economico si tratta di un importante elemento di sostentamento e fonte di reddito. Attorno al mirtillo, infatti, esiste una vera filiera economica che conta, nel solo comparto della montagna pistoiese, una quindicina di azienda agricole. Una filiera che parte dalla raccolta del prodotto (che nei periodi di punta impegna circa 200 persone nella sola area di Abetone Cutigliano – San Marcello Piteglio) e arriva al prodotto finito: mirtilli puri venduti in vaschetta, ma anche marmellate, liquori, succhi di frutta e altre specialità alimentari vendute in tutta Italia.
La montagna pistoiese, infatti, è una delle aree più ricche e rinomate d'Europa per la produzione e la qualità del mirtillo nero selvatico in particolare. La zona è anche ricca di frutti del sottobosco come lamponi, more, fragole, ribes, castagne e, ovviamente, funghi. Tutto questo 'Bendiddio' che a tutti piace gustare a tavola è parte integrante dell'economia di un territorio. Le cose, però, non stanno andando al meglio in questi ultimi tempi. I frutti, e la filiera economica ad essi collegati, sono a rischio. Su tutti, ci sono due problemi principali: la presenza di infestanti (come la temuta e dannosissima drosophila) e gli alti costi per la cura del sottobosco, non sempre supportati da politiche economiche che agevolano queste attività.
A farsi sentire in questi giorni è stata l'Associazione Mirtilli Montagna Pistoiese, una tra le più attive del territorio.
«Nel corso degli anni – racconta Marco Poli, vicepresidente dell'associazione – abbiamo ottenuto risultati notevoli, tra cui il monitoraggio con prelievi di frutto, per il lancio dell’antagonista alla drosophila e il costante controllo delle mirtillaie, per eventuali nuovi infestanti sia erbacei e non solo. C'è molto altro da fare, però: la cura del nostro bosco è fondamentale per avere buoni frutti, ma i costi sono complessi e a livello politico dovrebbe essere fatto di più».
Non tanto dai comuni, che hanno risorse assai risicate e in buona parte bloccati per il Patto di Stabilità, quanto piuttosto a livello regionale o nazionale. A livello nazionale sarebbe pronto il “Programma straordinario di manutenzione del territorio forestale e montano” indicato come una delle priorità dal decreto semplificazioni (D.L.76/2020 art.63), che potrebbe essere attivato utilizzando i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) per avviare un grande “cantiere verde” per la gestione sicura del territorio e del paesaggio naturale. Sarebbe un modo per creare davvero quell’economia circolare, di cui tanto si parla, e dare un bel motore di sviluppo per le aree interne. Occorre, però, pressione politica e attenzione verso il territorio montano.
«Si assistono altrimenti a delle situazioni paradossali – sottolinea Poli –: basti pensare che tenere pulito il bosco diventa estremamente anti-economico se si considerano i terreni in pendenza lontano dalle strade, che sono la stragrande maggioranza. Ad esempio, se mi ritrovo un terreno in pendenza da curare, magari non vicino a vie di accesso, trovo molto più conveniente acquistare legna da ardere pronta dall'estero rispetto a tagliare e curare quella parte di bosco. É un paradosso, ma economicamente è così. Ed un bosco non curato è un bosco che non darà mai frutti di alcun genere. Noi questo non possiamo permettercelo».
E, dunque, quali sarebbero i primi passi verso un recupero del sottobosco?
«Personalmente ritengo che gli incentivi alla sola cura del sottobosco non siano sufficienti – sottolinea Poli –. Per le aziende delle aree rurali montane occorrerebbe una tassazione diversa rispetto alle altre, cosa che peraltro sarebbe prevista dalla parte finale dell'articolo 44 della Costituzione (che cita testualmente 'La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane', n.d.A.), non solo per quanto riguarda il sottobosco. Inoltre, occorrerebbe che Stato e Regione incentivino la rinascita di quelle attività rurali che aiutano il bosco, come ad esempio la pastorizia per le mirtillaie giusto per citarne una. Non è solo una questione economica, ma anche di sicurezza del territorio – conclude Poli –: laddove il bosco non è curato, prima o poi assisteremo a movimenti franosi che vanno a valle. La cura del territorio montano dovrebbe coinvolgere tutti, non solo chi abita o lavora qui».
«Un presunto punto di debolezza è diventato un nostro punto forte. Così abbiamo sviluppato le nostre aziende rimanendo molto radicati sul territorio».
A raccontarci questo è Nicolò Savigni, titolare dell'omonima azienda agricola di Pavana che iniziò le attività nel 1985. Partiti da una semplice Bottega sulla strada tra Porretta e Pavana, il gruppo Savigni si è sviluppato negli anni ed oggi conta 15 persone nel 'quartier generale' di Pavana e arriva a ben 90 dipendenti contando anche le persone dislocate nelle altre sedi. L'azienda da alcuni anni ha intrapreso anche un percorso di sviluppo del sistema turistico ma ulteriori investimenti stanno maturando nell'area di San Marcello Pistoiese, come ci racconterà tra poco lo stesso titolare.
«La nostra è un'azienda agricola – racconta Savigni –, il legame stretto col territorio in cui siamo nati è la nostra forza, un nostro simbolo. Un percorso così in un'area di città non sarebbe stato possibile: per gli allevamenti che abbiamo occorre spazio e spazio di qualità. A Pavana questi due elementi non mancano di certo, ma nemmeno nell'area di San Marcello dove due anni fa abbiamo rilevato la fattoria Bonaria, nella zona di Montaglioni. In questi termini, abbiamo fatto della nostra posizione un punto di forza determinante».
Come avete concretizzato questo punto di forza?
«Una cosa che ci rende fieri è stata l'innovazione. Adesso gli allevamenti biologici sono entrati nel parlare comune e sono visti quasi come 'normali', ma un tempo non era affatto così. Noi abbiamo iniziato con gli allevamenti biologici nel 2002, quasi vent'anni fa, quando il mercato italiano non era assolutamente pronto per recepire quel tipo di prodotto. L'Italia no, ma altri mercati più attenti, come quello mitteleuropeo o elvetico, sì. Qualcuno ci ha preso per pazzi, ma eravamo convinti che il biologico fosse la strada giusta molto prima che il mercato italiano se ne accorgesse».
Come mai quel salto nel vuoto del biologico?
«Il nostro è un prodotto di pregio legato al territorio, che si doveva distinguere dagli altri realizzati in altre aree. Per questo abbiamo scelto di puntare tutto sulla qualità, anche a fronte di costi e impegno maggiore. É stata la scelta giusta. Abbiamo anche puntato sulla certificazione europea “Prodotto di Montagna”, che viene riservato ai prodotti realizzati seguendo determinate caratteristiche tipiche di un territorio come il nostro».
Cosa manca alle aree montane per poter pensare ad un salto di qualità imprenditoriale generale?
«Ritengo che le strade siano un fattore dolente. Noi operiamo nei comuni di Sambuca Pistoiese e San Marcello Pistoiese ed in entrambi i casi abbiamo quotidianamente a che fare con strade non all'altezza. La 'Porrettana' e la 'Lizzanese' sono spesso in condizioni malconce, la qualità del manto stradale non aiuta gli spostamenti dei prodotti ma anche l'afflusso di clienti e turisti. Quest'ultimo fattore ci è particolarmente caro, visto gli ultimi sviluppi della nostra azienda».
Ci spieghi meglio...
«Qualche anno fa abbiamo rilevato a San Marcello la fattoria Bonaria, che è diventato un allevamento e un agriturismo. Abbiamo avuto un bel successo di clientela e anche per questo abbiamo scelto di investire ulteriormente sul comparto ricettivo, andando a realizzare una ventina di posti letto e una serie di spazi adatti ad attività ricettive molto richieste specialmente per le aziende, come quelle del team bulding. I lavori partiranno a breve, questione di giorni».
Un investimento importante. Questo significa che credere nello sviluppo del territorio...
«Assolutamente. Ci abbiamo sempre creduto, ma in questi due anni ancora di più. Abbiamo visto tantissime persone riscoprire la nostra montagna, non solo da Pistoia o Porretta, ma da tutta Italia per non dire da tutta Europa. La nostra è una zona estremamente richiesta e pensiamo abbia ancora potenzialità inespresse. Il trend, comunque, è molto positivo. Vicino al nostro ci sono altri due agriturismi e anche loro sono praticamente sempre pieni».
Tutto questo nonostante un'accessibilità non al top.
«Tutt'altro che top. L'accessibilità è sempre stato un problema ed è invece un elemento estremamente importante per le aziende del territorio. Venire dove siamo noi significa viaggiare su un manto stradale pietoso. Chi ha un'auto sportiva o una spider sono sicuro che qualche voglia di tornare indietro gli viene. Ed è un peccato, visto la qualità di quello che possiamo offrire in termini di prodotti gastronomici, ospitalità e spazi all'aperto. Per questo occorrere che le persone siano capaci di raggiungerci facilmente».