Metropoli Rurali
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«Forse fino a dieci o quindici anni fa sarebbe stato ancora possibile negare l'esistenza del cambiamento climatico e affermare che si trattava di episodi occasionali. Adesso quel tempo è finito». A lanciare l'allarme è il comitato “Un Altro Appennino è possibile”, riunitosi dal 2020 per iniziativa di un gruppo di cittadini e associazioni da tempo impegnati nel contrastare la realizzazione della seggiovia “Polla - Scaffaiolo”, un nuovo impianto di risalita sul Corno alle Scale. L'attività del comitato, come si legge sul loro sito ufficiale, passa anche da «immaginare insieme il futuro della montagna e del suo rapporto con la metropoli, con particolare attenzione al territorio bolognese».
Proprio il futuro della montagna, in rapporto ai cambiamenti climatici, è la questione su cui il comitato si interroga. «La forte anomalia climatica di questo inverno 2023-2024 ha messo nuovamente in grandi difficoltà tutto il comparto interessato dal turismo invernale. Negli ultimi due mesi, che dovevano essere importanti per le attività nelle stazioni invernali, si è invece registrata la mancanza di precipitazioni e l’aumento delle temperature medie del periodo. Tutto questo non ha reso possibile neppure l’innevamento artificiale delle piste».
I comprensori sciistici tra Emilia Romagna e Toscana, a parte due brevi parentesi felici a inizio dicembre e fine gennaio, hanno vissuto fino adesso una stagione da incubo. «I gestori degli impianti di risalita – proseguono i portavoce del comitato – hanno evidenziato tutte le difficoltà del settore e formulato proposte di miglioramento per sostenere l’innevamento programmato nei pochi giorni in cui si dovessero verificare le condizioni meteo per attivarlo. La loro preoccupazione è anche la nostra perché siamo pienamente consapevoli che questo clima anomalo mette in grave difficoltà economica la sopravvivenza di tante imprese impiantistiche, dei servizi turistici e commerciali ad esse collegate».
Secondo il comitato, insomma, continuare sulla strada del turismo invernale senza considerare i cambiamenti climatici è anacronistico ed, economicamente, rischioso. «I dati raccolti dimostrano che siamo nel pieno del cambiamento e sappiamo bene che per cominciare a invertire questa tendenza a livello globale occorreranno decenni. Continuare a sperare nel ritorno della neve come avveniva in passato è fuorviante».
Da qui, la necessità di iniziare a cambiare strategia a livello economico su queste aree. «Il contesto è cambiato e anche le nostre strategie devono cambiare. É necessario fin da ora prevedere nuove modalità di investimento pubblico, capaci da un lato di sostenere e migliorare le prestazioni delle strutture già in essere, finché ciò sarà ragionevolmente possibile; nel frattempo dovrà essere fermata la costruzione di nuovi impianti che sarebbero assolutamente ingiustificati; parallelamente e da subito occorre lavorare per il graduale passaggio verso un sistema turistico fondato su altri presupposti, dato che nel prossimo futuro nulla sarà più uguale a quello che abbiamo visto in passato».
Una visione economica diversa in prospettiva che, tuttavia, non può far mancare sostegni e aiuti agli operatori attualmente sul mercato. «Finché le condizioni meteo lo consentiranno – proseguono dal comitato –, a nostro parere devono essere messe in atto tutte le azioni per sostenere le imprese del settore sciistico ed il sistema di infrastrutture funzionali agli impianti e piste oggi esistenti, per i quali nel passato sono stati fatti ingenti investimenti pubblici. Contestualmente però deve essere chiaro che non è più sostenibile né ragionevole destinare risorse pubbliche per nuovi impianti, ormai anacronistici, costosi e fortemente impattanti sull'ambiente e sul paesaggio, che per di più sarebbero di ostacolo allo sviluppo di un turismo lento e naturalistico».
É stata per lungo tempo la locomotiva d'Europa, ma adesso è in evidente affanno. L'economia tedesca è ufficialmente in recessione. A certificarlo è arrivata dall'ufficio nazionale di statistica tedesco, il loro “Istat” in pratica. Il prodotto interno lordo tedesco, PIL in altre parole, si è contratto: -0,3% rispetto all'anno precedente. Un calo decimale, è vero, ma che segna come l'Europa sia sempre meno a trazione tedesca. Secondo il Fondo Monetario Internazionale il dato sul PIL tedesco è il peggiore registrato tra le economie avanzate. Per contro il nostro dovrebbe attestarsi (condizionale d'obbligo perché si tratta ancora di stime) tra il +0.7% e il +1% circa.
Italiani: c'è poco da rallegrarsi
L'economia europea non è una competizione: il calo della Germania rischia di danneggiare anche le economie delle nazioni che hanno più legami con essa. Quella italiana, ad esempio, non fa eccezione. Non solo. Una recessione tedesca rischia di avere conseguenze anche nel resto dell’Unione: sia per questi rapporti industriali, sia perché tutti i paesi europei esportano molto in Germania. Lo vedremo più avanti in questo articolo.
I motivi di un calo
Secondo quanto riporta l'ufficio statistica il caldo del PIL è da ricercarsi soprattutto nei rincari del costo della vita. Un po' come in Italia, insomma, i prezzi sono ancora molto alti e gli stipendi non hanno recuperato il potere d’acquisto. E, anche come in Italia, l'aumento dei tassi d'interesse per tenere a bada l'inflazione non ha aiutato: a patire di più sono stati i mercati immobiliari, le costruzioni e tutta la filiera di investimenti privati che necessitano di cifre in prestito dagli istituti bancari per iniziare.
Non è tutto: la Germania, ancor più dell'Italia, è rimasta coinvolta dalla crisi energetica attivatasi con la guerra in Ucraina. La sua industria è fortemente energivora, ossia ha bisogno di molta energia per funzionare, e dipende dai combustibili fossili più di quelle degli altri paesi dell’Europa occidentale. Il calo di questi ultimi mesi del prezzo della materia prima non toglie che le quotazioni siano ancora alte. Altro “calcio” all'economia tedesca è da ricercare nel forte rallentamento dell'economia cinese, da molti anni un mercato di riferimento per le esportazioni tedesche.
Il confronto con le altre
Come detto, per l’Italia le stime sono di una crescita minima dello 0,7 per cento, per la Francia dell’1 per cento e per la Spagna addirittura del 2,5 per cento. In generale, il Fondo Monetario rileva che quella tedesca sia l'economia più in difficoltà d'Europa.
I legami economici tra Italia e Germania
La Germania è uno dei principali partner commerciali dell'Italia e viceversa. Le esportazioni italiane verso la Germania comprendono molti prodotti, tra cui moda, design, automobili e macchinari. D'altra parte, la Germania esporta macchinari, prodotti chimici, veicoli e attrezzature industriali in Italia. la collaborazione tra Italia e Germania si estende agli investimenti diretti. Molte aziende italiane hanno stabilito filiali o partnership con imprese tedesche, e viceversa. Questi investimenti incrociati non solo creano posti di lavoro e stimolano lo sviluppo economico, ma favoriscono anche lo scambio di conoscenze e competenze. Il settore manifatturiero è un esempio tangibile di questa collaborazione.
L'industria automobilistica, ad esempio, vede joint venture e collaborazioni tra aziende italiane e tedesche, contribuendo alla produzione di veicoli di alta qualità e all'innovazione tecnologica. Un circolo virtuoso, quando il vento è favorevole, ma che rischia di trasformarsi in un boomerang quando una delle due economie scivola verso il basso.
Nei giorni scorsi si è tenuta la riunione annuale di Oltreterra, l'associazione appenninica che ha come scopo la promozione di azioni economiche sostenibili e replicabili per la montagna italiana. Oltreterra, infatti, vuole rappresentare quelle terre “oltre” le pianura italiane che, spesso, si dimenticano dell’importanza che riveste la montagna che vive anche per loro e sopra di loro. Un modo di pensare a cui, noi di Metropoli Rurali, ci sentiamo estremamente vicini.
Oltreterra, nel corso dell'incontro, ha organizzato una serie di tavoli tematici alla quale hanno partecipato 140 delegati dei territori montani. Dalle loro discussioni e confronti sono state stilate una serie di strategie che segnano un vademecum per gli amministratori a vari livello (provinciale, regionale, statale) su cosa serva alla montagna per non spopolarsi.
Anzi: l'obiettivo dell'associazione è quello di far tornare tante persone a vivere in quota, giovani in primis. Vediamole insieme.
Politiche giovanili e defiscalizzazione
L'associazione si propone di creare competenze puntando sui giovani presenti nei territori montani per facilitare la permanenza di chi già in queste terre ci vive. «Solo la presenza di competenze qualificate – riferiscono gli organizzatori dell'evento – può permettere alle risorse rese utili dai diversi canali finanziari di essere trasformate in progetti in grado di essere messe in cantiere, poi correttamente rendicontate. Da lì i posti di lavoro necessari ad uso delle persone che risiedono o risiederanno in montagna». Infine, è stata ricordata la necessità di una fiscalità agevolata per la montagna.
Pascoli e aree aperte
«Sostenere le piccole aziende montane è fondamentale per gestire il territorio – ha sottolineato Davide Alberti, del Parco Foreste Casentinesi –. Attraverso la valorizzazione dei pascoli si possono sposare le esigenze di conservazione con le economie di montagna. È importante affrontare il problema delle frodi nell’aggiudicazione dei contributi europei e dare rilievo ad aziende locali, piccole e sostenibili, promuovendone i prodotti più di quanto già non si faccia».
Turismo forestale del benessere
Lo propone Antonio Brunori, segretario della sezione italiana del Pefc (Programme for Endorsement of Forest Certification schemes): «Se la pratica dell'immersione nella foresta è vista come prodotto turistico, il bosco deve essere fruibile e il suo accesso deve essere garantito, nel tempo e nello spazio. Sarebbe preferibile se i boschi adibiti fossero gestiti con modi sostenibili verificate da enti terzi. Inoltre sarebbe opportuno riconoscere i benefici derivanti dal bosco da parte del Sistema Sanitario Nazionale, come già avviene per altre pratiche legate al benessere, come ad esempio i bagni termali».
Legni storici
Un'altra proposta è quella di valorizzare l’impiego dei legni storici per ristrutturazioni e restauri. Secondo il professore di assestamento forestale Luigi Hermanin «è necessario realizzare una rete di aree forestali che comprende quelle di riserva storica. Tali aree andrebbero individuate in foreste storicamente utilizzate per trarne legname impiegato in grandi edifici pubblici. Per esse può essere creato un marchio di origine garantita».
Crediti di carbonio
Non ne avete sentito mai parlare? Ecco il problema. Un credito di carbonio (o carbon credit) è un certificato negoziabile, ovvero un titolo equivalente ad una tonnellata di CO2 non emessa o assorbita grazie ad un progetto di tutela ambientale realizzato con lo scopo di ridurre o riassorbire le emissioni globali di CO2 e altri gas ad effetto serra.
Secondo l'associazione Oltreterra sono, giustamente, necessari degli accorgimenti per rendere economicamente vantaggioso la vendita dei crediti. La certificazione, il regime fiscale, il costo degli interventi di gestione sono al momento molto onerosi rispetto al guadagno offerto dai crediti di carbonio agli attuali prezzi di mercato. Motivo, fino adesso, del loro modesto successo.
Ci sono molti indicatori che certificano il cattivo momento dell'economia italiana. Fra questi, il dato Istat pubblicato ad ottobre sulla fiducia delle famiglie e delle imprese nell'economia. Istat ha certificato una fiducia ridotta per il quarto mese consecutivo, raggiungendo il valore più basso da gennaio. Vediamo, nel dettaglio, i vari aspetti analizzati.
Cos'è l'indicatore di fiducia Istat
Una doverosa premessa prima di addentrarci nell'analisi. L'indicatore della fiducia economica serve per capire se i consumatori di un determinato paese hanno una visione ottimistica o pessimistica del futuro e, in seconda battuta, per elaborare previsioni su come evolverà il contesto generale di fiducia dei consumatori. In Italia questo indicatore sintetico viene stilato da Istat, sulla base di un’indagine che coinvolge circa 2mila persone. L'indice verte prende in considerazioni investimenti, spese correnti, spese particolari e risparmi. Questi temi vengono indagati a partire dalla situazione economica del paese per poi passare alla disoccupazione, al momento economico della famiglia, alla possibilità di risparmiare fin da subito o in futuro, alle scelte di acquisto di beni durevoli e al bilancio personale. Quanto emerge viene pubblicato da Istat in un report trimestrale.
Le ultime analisi dell'indicatore
Nell'ultima analisi, Istat ha rilevato un generale peggioramento di tutte le componenti più importanti dell’indicatore. Ci sono solo due eccezioni: le aspettative sulla disoccupazione e i giudizi sulla situazione economica familiare. Per le aziende, invece, l’indice del clima di fiducia ha evidenziato un calo in tutti i settori economici, ad eccezione di quello delle costruzioni in cui sono migliorare tutte le componenti. Nella manifattura è stata rilevata una riduzione meno marcata rispetto a quella dei servizi di mercato con un peggioramento dei giudizi sugli ordini, un aumento delle attese sulla produzione e un giudizio di lieve de-cumulo delle scorte.
Le prospettive internazionali non aiutano
In questo quadro, le prospettive economiche internazionali non possono che rimanere incerte. La guerra in Medio-Oriente e quella in Ucraina continuano a portare alle aziende condizioni finanziarie sfavorevoli. Scende, almeno, l'inflazione: un calo che ha riflesso principalmente nelle quotazioni delle materie prime energetiche, sempre più lontane dai picchi dello scorso anno che, a loro volta, scatenarono una serie di congiunture economiche sfavorevoli.
Crescita Pil: stime intorno al +0,7%
Nel terzo trimestre dell'anno 2023, il Pil italiano appare stabile rispetto ai tre mesi precedenti. La variazione acquisita della crescita del Pil per il 2023 è pari a 0,7%, un valore migliore della Germania ma peggiore rispetto a quello di Francia e Spagna nello stesso periodo. Occorre considerare, però, che valori poco lusinghieri delle nazioni europee di carature simile a quella italiana non sono buone notizie: su tutte, la crisi dell'economia tedesca (vista da alcuni come un competitor della nostra) non rappresenta direttamente nulla di buono anche per la nostra congiuntura economica nazionale.
La nota migliore: il mercato del lavoro pare tenere botta
L'analisi Istat si conclude con valori che rappresentano una buona tenuta, nonostante la debolezza generale della situazione economica, nel mercato del lavoro. A settembre, ad esempio, sono aumentati rispetto ad agosto gli occupati e i disoccupati mentre gli inattivi sono diminuiti. Nonostante questo dato, conclude Istat, la congiuntura economica viene confermata negativa per questo ultimo scampolo di 2023.
Purtroppo ci risiamo: l'esplosione di una nuova guerra non lontano dall'Europa torna a spaventare animi e coscienze. La dignità umana, già duramente messa alla prova dall'invasione russa in Ucraina, torna ad essere calpestata dalle vicende tra Palestina e Israele. Un conflitto di cui non è oggettivamente possibile vedere la fine. Anzi, se possibile, la situazione in Medio Oriente è ancora più lontana dalla risoluzione rispetto a quella in Ucraina, già estremamente intrecciata su se stessa. In altre parole: tempi durissimi tanto nel presente che all'orizzonte.
Da conflitti drammatici come questi, lo abbiamo già visto, scaturiscono purtroppo conseguenze economiche di grande rilievo all'interno di un'economia globalizzata come la nostra.
É accaduto dopo l'invasione russa in Ucraina, accadrà con ogni probabilità adesso. Anzi, qualcosa ha già iniziato a muoversi.
I primi segnali di allarme
In questi giorni il prezzo del gas è tornato ad aumentare, raggiungendo i 54 euro del valore IGI (Italian gas Index). Tanto per fare un confronto, prima dell'inizio delle ostilità da parte di Hamas la scorsa settimana, il prezzo era circa la metà. Anche il petrolio americano è in salita ed è tornato sui valori vicini ai 90 dollari al barile. Ebbene sì: il costo dell'energia è tornato a salire dopo l'impennata successiva all'invasione russa in Ucraina. Impennata che, oggettivamente, non era ancora del tutto passata. Se il costo dell'energia sale, lo abbiamo visto, tutta l'economia soffre, soprattutto se è accompagnata da un'inflazione alta come in questo periodo. Settembre, in Italia, ha fatto registrare un 5,3% su base annua, in aumento dello 0,2% rispetto al mese prima. Non solo, dunque, la discesa si è fermata ma è addirittura tornata a salire.
Costo dell'energia pronta (di nuovo) ad aumentare
La paura di tutti è che, con un nuovo conflitto in aggiunta ha quello che ha fatto esplodere il caro-energia e l'inflazione, la situazione economica italiana ed europea non possa che peggiorare. A voler essere ottimisti (e ce ne vuole), forse qualche paracadute in più potremo averlo. L'Europa potrebbe farsi trovare meno impreparata rispetto a due anni fa: negli ultimi due anni sono stati fatti passi in avanti verso l'approvvigionamento di fonti alternative a quelle fossili a favore delle energie rinnovabili. Questo però può essere l'unico elemento positivo dentro l'equazione.
La prudenza, infatti, è d'obbligo perché lo scacchiere internazionale è estremamente ingarbugliato e basta poco per far saltare il banco. Peraltro la speculazione internazionale non si è mai veramente fermata ad alterare, ulteriormente, gli equilibri economici già molto tesi. Occorre poi ricordare, ad esempio, cosa accadde cinquanta anni fa, con la crisi energetica che seguì l'attacco proprio ad Israele durante lo “Yom Kippur”. Era il 1973 e l'Italia, dopo quell'attacco, vennero varate misure di austerity, con limitazioni di movimento e circolazione. La questione energetica, insomma, è di primaria importanza per il nostro paese, oggi come allora.
Prospettive economiche fosche
Insomma: la ricrescita dei costi energetici già iniziata non può che favorire la ripresa dell’inflazione che, piano piano, stava iniziando a ridursi. Le prospettive economiche, insomma, non sono buone. Un nuovo aumento dell'inflazione, tutt'altro che improbabile, porterebbe le Banche centrali ad aumentare (ancora!) i tassi, finendo per pesare fortemente sulle economie più indebitate come la nostra. Senza contare che un aumento dei tassi andrebbe ad appesantire ulteriormente le tasche degli italiani, specialmente di quelli che hanno sottoscritto un mutuo a tasso variabile.
In altre parole: è necessario preparasi a tempi complicati ed è bene soppesare le parole di chiunque manifesti un eccessivo ottimismo (e non sono pochi...) in questa complicata fase internazionale.
Da principio sono arrivati i negozi online, in particolare i grandi portali internazionali con i loro sconti forsennati. Poi c'è stata la pandemia che ha fisicamente chiuso i negozi al dettaglio e cambiato le abitudini di mezzo mondo. Dopo ancora è arrivata la crisi economica che ha spento il potere di acquisto degli italiani. La situazione attuale per chi ha o lavora in un negozio al dettaglio è assai difficile.
Non è un caso che i negozi in Italia continuino a diminuire: entro il 2023, si conteranno oltre 52mila imprese in meno rispetto al 2019, con un calo del -7%. Un declino apparentemente senza fine, a cui ha contribuito anche il caro-energia che attanaglia chi i negozi li deve effettivamente illuminare e riscaldare. I commercianti ambulanti, categoria troppo spesso dimenticata, naviga in acque ancora più oscure, visto il costante calo degli acquirenti legati spesso alle fasce di età più anziane.
Le previsioni di Confcommercio: il caso Lazio
I fattori fin qui descritti non solo accelerando le chiusure di imprese nel commercio, ma stanno facendo crollare anche le nascite di nuove attività. Nel Lazio, ad esempio, nel corso del 2023 sono state avviate appena 2200 nuove imprese. Un numero esiguo che, secondo gli studi, crollerà nel 2030, attestandosi allora ad appena 1000 unità. Per il 2023, inoltre, si stima che in Italia abbiano tirato su la saracinesca per la prima volta solo poco più di 20mila attività nel comparto, l’8% in meno del 2022 e il numero più basso degli ultimi dieci anni.
Un calo generalizzato a tutte le categorie
Che il commercio al dettaglio non “tiri” più come prima è un dato di fatto. Nel Lazio, ad esempio, crollano le nuove aperture di quasi tutte le tipologie di commercio in sede fissa, con cali particolarmente rilevanti per i negozi di articoli da regalo e per fumatori (-91%), per i gestori carburanti (-80%), per edicole e punti vendita di giornali, riviste e periodici (-79%), ma anche per i negozi di tessile, abbigliamento e calzature (oltre il 65% in meno). Come detto, è in caduta libera anche il commercio ambulante. Se nel Lazio, nel 2013, aprivano circa 900 attività, nel 2022 sono state appena 300.
Il problema non è solo dei negozianti
Immaginiamo il nostro quartiere con una lunga sequela di saracinesche abbassate. Sono quelle dei negozi che hanno chiuso o non hanno più riaperto. Quando un negozio chiude viene danneggiato non solo il proprietario ma anche (e a volte soprattutto) il territorio dove si trovava quel negozio. Per ogni negozio chiuso risulta un danneggiamento anche del tessuto sociale che lo ospitava: un danno che va ben oltre la mera perdita economica derivante dalla chiusura. Lo conferma la stessa Confcommercio nella sua nota riepilogativa. «Si fa sempre meno impresa, e chi soffre di più è sicuramente il commercio al dettaglio. Il crollo delle nascite di nuove imprese accelera il processo di desertificazione commerciale delle nostre città. Occorre adottare provvedimenti per rigenerare il tessuto commerciale senza il quale assisteremo ad un drammatico impoverimento dell’economia e della qualità della vita delle nostre città».
Prospettive future
Visto l'enorme popolarità e diffusione delle vendite online, le prospettive future per i negozi fisici non sono particolarmente allettanti. Chiaramente i negozi italiani non spariranno tutti dall'oggi al domani ma, per mantenersi economicamente al passo, dovranno posizionarsi con chiarezza sul mercato, decidere quale sia la loro “mission” e definire quale sia il vantaggio che sono in grado di offrire al cliente rispetto alla concorrenza online. In altre parole: minori spazi ma più curati e dotati di personale preparato e affidabile.
L'autunno da qualche giorno è finalmente arrivato, con pioggia e temperature finalmente consone al periodo su tutta Italia. Questo primo assaggio di cambio di stagione arriva, però, dopo quasi cinque mesi filati di estate, con temperature oltre la norma da fine giugno 2023 fino metà a ottobre. Lo ricorderete, solo la prima parte di giugno si è “salvata” dalle temperature record. Per quanto le piante siano uno degli esempi più estremi di resilienza vivente, alcune di loro sono in sofferenza e faticano a trovare un modo per adattarsi a cambiamenti così repentini.
La situazione nel centro Italia: il caso della Toscana
La Toscana è stata una delle regioni più colpite da una prolungata siccità unità a temperature costantemente sopra le media anche di 6/7 gradi.
Secondo molti agricoltori, il cambiamento climatico potrebbe portare progressivamente anche a cambiamenti delle nostre abitudini alimentari. Ovviamente non è un anno o due di siccità o caldo anomalo a modificare la flora di una regione. Il problema è che in Toscana, così come in buona parte d'Europa, sono anni che le temperature (specialmente nei mesi estivi) si stanno costantemente allontanando, verso l'alto, dalle medie climatiche.
Castagne, grandi assenti
Nei negozi e nelle fiere specializzate le castagne sono davvero poche per il momento. Secondo gli esperti di Coldiretti, le piante sono in sofferenza: lasciano cadere le foglie mentre i ricci restano attaccati ai rami. Coldiretti Toscana, insieme all’associazione nazionale “Città del Castagno”, stima una riduzione media del 50% dei raccolti negli oltre 30mila ettari di castagneti censiti in regione. Una produzione che per quest'anno, insomma, si prospetta particolarmente bassa, non abbastanza per i fabbisogni dei consumatori. Ecco perché, con ogni probabilità, nelle prossime settimane arriveranno sui banchi dei supermercati prodotti dalla Grecia, dalla Turchia o dalla Spagna per sostenere la domanda interna.
Solo la zona della Garfagnana, in provincia di Lucca, sembra avere una buona quantità di castagne pronte da cogliere. Un po' poco per soddisfare il fabbisogno anche solo regionale. «Per le castagne, così come è stato per vino, olio, frutta ed altre colture, è stata un’annata complicata condizionata da una primavera eccezionalmente piovosa, un’estate torrida e da un autunno eccezionalmente caldo – spiega Letizia Cesani, presidente Coldiretti Toscana –. Condizioni che stanno avendo conseguenze molto pesanti sulla sostenibilità economica delle imprese agricole che hanno sostenuto il 30% in più di costi di produzione raccogliendo molto meno delle attese».
Cesani citava, non a caso, l'olio, altro bene la cui produzione appare in crisi in questo 2023: 36mila le aziende che si dedicano alla raccolta delle olive, ma le condizioni climatiche sfavorevoli fanno temere un calo della produzione tra il 10 e il 50% a seconda delle zone. In altre parole, le stime parlano di 12mila tonnellate di olio totali prodotte contro le 18mila del 2022. Al consumatore, un chilo l'anno scorso costava 12-13 euro in Alta Toscana e sugli 8-9 euro in Bassa Maremma. Quest'anno, invece, le prospettive parlano di 18-19 euro nel primo caso e di 11-13 euro nel secondo.
Non è solo questione di castagne o olio: i rischi per il territorio
Continua Coldiretti: «I contraccolpi economici che, soprattutto nelle aree più marginali, possono arrivare dopo raccolti poco favorevoli, possono favorire l’abbandono e lo spopolamento. Purtroppo senza reddito non c’è futuro». Meno castagne, meno olio, meno prodotti della terra, infatti, vogliono dire non solo meno scelta sul banco del fruttivendolo o in bottega alimentare: significa, in prospettiva, meno lavoro nelle zone rurali e di campagna. Anche da questo punto di vista, l'attenzione nei confronti dei cambiamenti climatici va mantenuta alta e occorre, uno per uno, iniziare a prendere consapevolezza dei grandi cambiamenti in atto a livello climatico e naturale. «L’impatto dei cambiamenti climatici – conclude Coldiretti – tocca già il nostro presente e ci impone di accelerare sugli investimenti per ricerca, tecnologia, infrastrutture per lo stoccaggio delle acque piovane e la selezione delle varietà più resistenti. E dobbiamo farlo in fretta».
In tempi di caro frutta e verdura, nonché di risorse alimentari sempre più limitate, fare l'orto potrebbe avere una funzione molto più pratica di quanto si pensi. Non servono pezzature mastodontiche nel proprio giardino per iniziare, vedrete. In questo articolo vi proponiamo una serie di spunti, di riflessioni e di “trucchetti” per avviare una prima produzione di ortaggi su piccola scala. Capire intanto di cosa avrete bisogno e cosa no vi aiuterà senz'altro. I prodotti dell'orto all'inizio non riusciranno a sostenere completamente il fabbisogno famigliare, ma sicuramente potranno affiancarsi ai prodotti commerciali acquistabili nei supermercati. Un primo passo per aiutare a tenere più bassi i conti della spesa settimanale.
Lo spazio
Si parte, ovviamente, dall'avere un giardino o un piccolo appezzamento di terra, possibilmente vicino casa: più è vicino all'abitazione e più sarà agevole lavorarci. Chi abita in città, magari senza terrazzo, rimane purtroppo tagliato fuori dalla possibilità di avere un proprio orto personale. É buona cosa non cominciare con progetti megalomani: meglio, invece, mettere a coltura una parte contenuta di terreno, per ampliarla nel corso degli anni. I fattori limitanti da considerare sono due: il tempo disponibile da dedicare all’orto quotidianamente e la quantità d'acqua necessaria per l'irrigazione. Meglio uno spazio piccolo, produttivo e curato che un orto esteso capace di produrre più mal di testa nel proprietario che ortaggi. Uno spazio di base per un orto destinato al consumo di due persone può essere 24 metri quadrati. Un'altra buona misura può essere 36 metri quadrati, se si desidera un po' più di varietà. Oltre, per i principianti, è bene non spingersi.
Dove piantare l'orto
Sarà pure una banalità, ma serve assolutamente il sole. Il primo elemento necessario ad un orto rigoglioso è il sole. Basterà cercare un appezzamento di terra soleggiato, senza ombra di edifici, arbusti o altro intorno e saremo sulla buona strada. Indicativamente, l'orto dovrà avere asse da sud a nord. Il terreno, per quanto possibile, deve essere pianeggiante. Nel caso che alcune piantine necessitino, in via eccezionale, di un po' di riparo dal sole sarà opportuno provvedere con cassette di legno per la frutta o oltre coperture temporanee.
L'improvvisazione nell'orto non paga: ancor prima di prendere vanga e semi, occorre disegnare su carta gli ingombri del futuro orto. A fianco delle aree dove andranno i semi, occorrerà lo spazio per un camminamento sufficiente a poter camminare senza calpestare le future piantine. Il camminamento tornerà utile anche per smaltire l'acqua piovana in eccesso.
La lavorazione del terreno
Purtroppo non basterà piantare nel terreno i semi per dire di aver avviato un orto. Occorrerà anche vangare in profondità il terreno, togliere i sassi e i detriti vegetali dalle zolle. Occorrerà poi concimarlo a dovere (circa 5 chili di concime per metro quadro, in media) oltre aggiungere sabbia per evitare ristagni di acqua. Un lavoro indubbiamente faticoso, da ripetere ogni anno.
Cosa coltivare
Specialmente all'inizio, è bene scegliere di coltivare gli ortaggi giusti. Quali sono? É soggettivo. In genere sono quelli più consumati dalla famiglia, quelli che possono essere facilmente conservati e quelli tradizionalmente coltivati nella zona. Incrociando questi tre criteri si potrà avere un quadro complessivo di massima.
Non sarà la rivoluzione, ma aiuta
Con 24 o 36 metri quadri di orto non si avranno risultati miracolosi o abbassamenti scioccanti dei costi per la spesa. Per avere un orto “a regime” serve tempo e fatica. Riprendere il contatto con la natura, però, non sarà un solo esercizio di stile: in questi tempi difficili, in cui l'accesso alle scorte alimentari non è più banale come un tempo, ritrovare un approccio con la terra e con i prodotti che essa è capace di dare, rappresenta una buona pratica in chiave futura. La guida che vi abbiamo proposta non basterà, da sola, a tirare su un orto da zero. Su internet esistono migliaia di guide dettagliate e specifiche che spiegano passo passo come piantare le singole varietà. Intanto, però, speriamo di avervi incuriosito e incoraggiato a cominciare.
Anche la frutta è sulla via di diventare un bene di lusso. Complici i cambiamenti climatici, in Italia la frutta sta subendo rincari tra il 10% e il 15% rispetto al 2022, secondo i dati raccolti da Coldiretti. Il motivo? Molto semplice: la frutta scarseggia e quella che si trova, ovviamente, registra prezzi alle stelle. Un peso importante in questa dinamica ce l'ha avuta la disastrosa alluvione di maggio in Emilia Romagna, ma c'è anche altro, come vedremo tra poco.
L'alluvione e i suoi danni
In quel cataclisma, sono andati persi molti prodotti di stagione come pere, mele, susine e kiwi: frutta all'epoca dei fatti in piena fase di maturazione che era pronta per il raccolto e per essere poi venduta. Con gli ortaggi non è andata molto diversamente. Diminuzione del raccolto e rincari sono andati sostanzialmente di pari passo anche per questo tipo di prodotti. Nel mese di luglio, i prezzi della frutta e della verdura sono aumentati rispettivamente del 13,8% e del 19,8%. In termini assoluti ogni famiglia, per mangiarla, ha dovuto spendere nei primi sette mesi dell’anno 390 euro in più contro i 195 nei primi sette mesi del 2022.
Insieme all'alluvione, l'aumento dei prezzi è stato anche favorito dalle prolungate siccità che hanno colpito il nostro paese, unite alle lunghe ondate di caldo anomalo che hanno reso estremamente complicata la resa dei prodotti della terra. Vista la gravità dei danni subiti da molti frutteti emiliani e romagnoli, gli esperti temono che serviranno almeno 4/5 anni per far tornare a pieno regime i raccolti.
Coldiretti spiega i rincari
«Dal campo alla tavola – spiega Coldiretti, sezione Toscana, interpellata sul caro-prezzi – il prezzo si moltiplica e non certo per colpa degli agricoltori che si accollano tutti i rischi e gli incrementi dei costi di produzione come concimi e mezzi tecnici, compreso quello per il gasolio per le pratiche agronomiche, che da più di un anno divorano i già risicati margini di guadagno. Più ci sono passaggi tra l’agricoltore ed il consumatore e più il costo di quel determinato prodotto aumenta e questo avviene in condizioni normali, ma quando si inseriscono elementi straordinari come inflazione, fattorie climatici e quindi anche speculativi, il prezzo al dettaglio è ancora più instabile». Nel calderone dei rincari, vanno in effetti valutati anche due altri aspetti: inflazione e speculazione sui vari livelli della filiera. Non tutti i produttori speculano, ma è indubbio che alcuni lo abbiano fatto.
Alcuni consigli per risparmiare
Per evitare almeno in parte i salassi su frutta e verdura, il suggerimento principale è non frequentare un unico punto vendita ma girare per i negozi. Laddove si abbia tempo, più si cambiano i punti vendita e più si ha la possibilità di trovare prezzi concorrenziali. Si eviti, poi, di riempire troppo il carrello, ossia di fare tanto magazzino. Quella di inserire frutta e verdura in quantità elevate potrebbe essere, alla lunga, una strategia controproducente.
Per quanto riguarda frutta e verdura, nei supermercati è bene abbassare lo sguardo tra i prodotti in vendita. Questo perché i prodotti delle aziende che pagano di più sono posizionati ad altezza occhi. Quelli, invece, meno famosi finiscono negli scaffali in basso, più nascosti. É proprio lì, però, che spesso si trovano i prezzi più vantaggiosi. Infine, il consiglio più prezioso di tutti, tanto semplice quanto verificato: mai andare a fare compere con i figli e senza aver mangiato. Questo perché, è scientificamente provato, a stomaco vuoto e con i bimbi, si tende a comprare e spendere più del necessario.
Per quanto sia un argomento scomodo per buona parte della politica (specialmente quella al governo in questo momento), l'economia italiana in questa estate 2023 appare piuttosto piatta e poco incline alla crescita. Il report appena redatto da Confindustria non lascia spazio a troppe interpretazioni positive: l’economia italiana si salva sostanzialmente grazie al settore dei servizi (turismo su tutti) ma risulta molto “frenata” dai tassi elevati, col credito in ripiegamento proprio perché troppo caro.
Quella in corso non è una fase transitoria, secondo Confindustria: «Le attese sul proseguo del 2023 – si legge nel report – sono poco più positive. Il prezzo del gas ha esaurito la caduta e galleggia poco sopra i minimi, ma l’inflazione scesa solo in parte ha indotto la BCE a rialzare ancora i tassi, peggiorando le condizioni creditizie nel nostro paese. Oltre a questo, il traino estero all’export di beni si è arrestato».
Qualcosa di buono c'è: l'inflazione cala, ma non basta
Il dato attuale dell'inflazione vede una continua discesa, seppur su valori ancora piuttosto alti. A giugno l'indice segna +6,4% annuo, ma resta piuttosto alta sui prezzi alimentari che segnano un +10,7%, da un picco del 12,9%. Ci sono, invece, i tassi d'interesse che la BCE ha deciso nuovamente di rialzare al 4,25% giudicando l’inflazione ancora troppo alta. Una brutta notizia per tutte le persone che hanno mutui a tassi variabili con rate sempre più pesanti per l'acquisto di un'abitazione.
Una dinamica che si riversa anche sulle imprese: quelle italiane stanno subendo un continuo aumento del costo del credito, ormai posizionato sul 4,81%. L'industria non se la passa meglio. «A maggio – prosegue Confindustria – la produzione ha messo a segno un rimbalzo del +1,6%, ma da inizio anno si è comunque contratta molto: -1,9% in totale. La manifattura segna addirittura -2,4%, con i mezzi di trasporto unici in controtendenza al +3,0%».
Ci salva (per ora) il settore turistico
La principale spinta nei servizi del nostro paese rimane quella legata al turismo: la spesa degli stranieri in Italia a maggio registra un +13,2% sul 2022 e i passeggeri in aeroporto sono, nel 2° trimestre, sopra i livelli del 2019, quelli prima del Covid.
Almeno da questo punto di vista, l'economia italiana regge. Il turismo, tuttavia, non si manterrà su questi livelli per tutto l'anno: un calo, a fine estate, è assolutamente da mettere in conto.
Finito il boom del Superbonus
Secondo il report di Confindustria, le costruzioni non stanno più trainando l’industria. L’attività nel settore ha registrato il secondo calo consecutivo a maggio dello -0,7%, con un -4,3% da inizio anno. L'RTT Index (il nuovo strumento di analisi della variazione percentuale del fatturato in termini congiunturali di tutti i macrosettori economici italiani) segnala a giugno un altro forte calo del fatturato dopo quelli di inizio anno. Segnali discordanti dai permessi di costruire nel 1° trimestre: cresce il comparto residenziale, cala il non residenziale.
La Germania fa peggio: 2023 in recessione (di nuovo)
Confindustria mette l'accento sulla situazione tedesca, tra le più preoccupanti in Europa: la Germania ha iniziato il 2023 con un calo del PIL dello -0,1%, dopo quello di -0,4% a fine 2022. Quella in corso è la seconda recessione nell’arco di tre anni. La causa è da ricercare nello shock inflazionistico, che ha toccato il picco in Germania nell’ultima parte del 2022 con un incredibile +11,6% registrato ad ottobre, molto peggio che da noi.
C'è poco da rallegrarsi: in un'economia europea molto interconnessa come la nostra, una crisi tedesca può complicare di molto la già fragile economia nazionale. C'è, però, una differenza sostanziale con l'Italia: «La Germania – conclude Confindustria – sta investendo molto in settori strategici e high-tech. La produzione di batterie negli ultimi tre anni è cresciuta di oltre il +150%, mentre in Italia di appena il +6%. Gli investimenti, pubblici e privati, sono quindi stimolati dalla transizione dell’economia verso una produzione più sostenibile, come più volte annunciato dal governo tedesco. Ciò potrebbe alzare le prospettive di crescita per il futuro».