Metropoli Rurali
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In Europa veniamo da due estati da incubo per quanto riguarda il caldo estremo nelle zone di pianura. Il 2022 batte il 2023 come valori assoluti, ma i due anni insieme salgono entrambi sul podio nella classifica delle estati più calde di sempre. Quanto sperimentato specialmente in questi due anni ma, più in generale, negli ultimi vent'anni è a dir poco preoccupante. Oltre ai picchi di caldo, con le sempre più diffuse e frequenti punte sopra i 40 gradi, spaventa la persistenza delle condizioni termiche estreme, capaci di durare anche settimane in un paese come il nostro. Anche il resto d'Europa, specialmente quello che si affaccia sul Mediterraneo, non se la passa bene.
Quest'anno sono stati registrati record assoluti in Italia e in vari stati del Mediterraneo, tra i quali Francia, Spagna e Grecia. In Sardegna, ad esempio, c’è stato un record assoluto regionale di 48.2°C, mentre in Sicilia si è verificato il record assoluto a Palermo con ben 47.2°C. In Francia, Spagna e Grecia si sono registrate temperature altrettanto elevate: record assoluti a Cannes con 39.2°C, Malaga con 44.2°C, Figueres con 45.3°C; da segnalare anche picchi a luglio in Grecia a Gythio con 46.4°C e Kucova con 44°C.
I problemi per la nostra salute
Queste condizioni climatiche possono mettere a rischio la salute delle persone, soprattutto per alcune fasce di popolazione caratterizzate da una limitata o ridotta capacità di termoregolazione e che sono poco in grado di proteggersi. Qualche esempio: anziani, i neonati e i bambini, le donne in gravidanza e le persone con malattie croniche. Il caldo-estremo, ormai sempre più frequente in Europa, solleva preoccupazioni tra gli esperti di sanità pubblica, oltre che climatologi ed esperti ambientali.
In un articolo pubblicato sulla rivista Nature Medicine, i ricercatori dell’Istituto di Barcellona per la salute globale, hanno calcolato che il caldo record durante l’estate del 2022, la più calda per l'Europa, ha causato ben 61mila morti. Lo studio ha dimostrato che, dei 35 paesi studiati, Italia, Spagna, Germania, Francia, Regno Unito e Grecia hanno registrato il maggior numero di decessi legati al caldo. Di questi, dal 30 maggio al 4 settembre 2022, sono morte a causa del caldo 18.010 in Italia. In Spagna ci sono stati ben 11.324 morti, in Germania 8.173, a seguire la Francia con 4.807 e il Regno Unito con 3.469.
Il collegamento tra caldo e mortalità
In Italia sono chiari i collegamenti tra caldo e aumento della mortalità. I risultati dei Sistemi di allarme (Hhwws), del Sistema Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (Sismg) e degli accessi in Pronto Soccorso, hanno mostrato come l’ondata di calore che si è verificata nel mese di luglio nelle città italiane nel 2023, ha fatto registrare un eccesso di mortalità nelle città del Centro-Sud di oltre 500 decessi nella popolazione anziana, soprattutto per i cittadini della fascia di età over 85.
Sono stati registrati incrementi elevati della mortalità in particolare a Reggio Calabria e nelle città della Sicilia, dove in concomitanza con le condizioni di rischio climatico si sono registrati incrementi dell’inquinamento atmosferico associato agli incendi che hanno interessato diverse aree. Tra le città in cui è attiva la sorveglianza degli accessi in Pronto Soccorso si confermano incrementi nel numero di accessi giornalieri nella popolazione con più di 65 anni in concomitanza con i giorni di aumento delle temperature a Venezia, Genova, Bologna, Ancona e Roma.
Convivere con l'emergenza
Diventa purtroppo evidente la necessità di essere consapevoli di quanto il calore possa trasformarsi in un killer silenzioso per le persone delle fasce più deboli. Il cambiamento climatico oramai in Europa rappresenta una minaccia reale per la nostra salute e il nostro benessere, quanto meno nelle zone di pianura.
In questi ultimi giorni si è letto da più parti dell'abbassamento del Monte Bianco, la vetta più alta d'Europa, interpretato come un fatto eccezionale: ebbene, non lo è. Le vette sopra i 4500 metri alle nostre latitudine sono solite mutare di stagione in stagione e non c'è, dunque, granché da sorprendersi di quanto accaduto al “Bianco”. La vetta rocciosa del Monte Bianco, infatti, è a 4792 metri. Tutto quanto c'è sopra, infatti, è ghiaccio e neve compatta che varia da stagione a stagione. Anche il vento, capace di “spazzolare” o meno la cima innevata, può rappresentare una variabile. Si calcola che, in media, una vetta come il Bianco possa mutare anche di 5 metri nel giro di un biennio.
Attualmente la vetta, calcolata al centimetro, misura 4805 metri e 59 centimetri. Una rilevazione fatta a metà settembre da venti specialisti che si sono arrampicati sulla montagna con apparecchiature di ultima generazione ed un drone. Secondo i calcoli, dall'ultima rilevazione fatta due anni prima, il Bianco ha perso due metri e 22 centimetri. Un fatto, questo, dovuto alle scarse precipitazioni nevose avute quest'estate ed all'assottigliamento del ghiaccio a causa delle alte temperature registrare d'estate. Una differenza di altezza di due metri nel giro di due anni non risulta, insomma, niente di troppo clamoroso.
Le rilevazione biennali dell'altezza del Monte Bianco sono iniziate nel 2001. L'obiettivo delle rilevazioni era ed è quella di capire meglio l’impatto della crisi climatica sulle Alpi.
Ad esempio, il dato più alto è stato registrato nel 2007, con 4810 metri e 90 centimetri. Insomma, a detta degli stessi ricercatori che hanno effettuato le misurazioni, l'altezza di una montagna così «è normale che cambi». Ma perché è così importante lo stato di salute dei ghiacciai per il nostro pianeta? E perché ci spaventiamo tanto quando questi si assottigliano?
La risposta è piuttosto semplice: i ghiacciai sono una riserva di acqua dolce di vitale importanza. Non solo: grazie al loro effetto riflettente, disperdono il calore in eccesso nello spazio e mantengono il pianeta più fresco. Se si sciolgono, sparisce il ghiaccio e sparisce il potere riflettente di una grande porzione della crosta terrestre (il 10%), che sarà destinata a scaldarsi ancora di più. C'è poi la questione dell'innalzamento del livello del mare: basti pensare che se il ghiaccio si sciogliesse tutto in una volta, il mare aumenterebbe di 65 metri il suo livello. Ecco perché i ghiacciai sono di fondamentale importanza ed è altrettanto fondamentale studiarli e monitorarli.
Proprio per questo spaventa il dato secondo il quale, tra il 2000 e il 2020, i ghiacciai alpini hanno perso circa un terzo del loro volume. Un'infinità, considerando il breve lasso di tempo. Il Monte Bianco, che ha perso “solo” due metri, rientra appieno in questa statistica. Tuttavia il Bianco, essendo la vetta più alta d'Europa, è la montagna che soffre di meno le ondate di caldo africano rispetto alle altre, più basse e dunque più vulnerabili. Quelli andati in forte sofferenza (e destinati a sparire velocemente) sono i ghiacciai più bassi, tra 3500 e 4000 metri. É qui che si gioca la partita del clima europeo del futuro. Una partita che, dati alla mano, i ghiacciai stanno perdendo clamorosamente contro un avversario fortissimo: l'inesorabile riscaldamento globale.
Il clima europeo non smette più di dare prova di quanto le ondate di calore possano essere potenti e senza precedenti. Domenica 20 agosto sulle Alpi, si è registrato uno zero termico da record: nel corso di un radiosondaggio in quota, è stato rilevato ad un'altezza di ben 5.298 metri. Il dato, eccezionale e record assoluto, è stato rilevato dal radiosondaggio atmosferico lanciato dalla stazione meteorologica di Payerne, posta nel Cantone Vaud ai piedi delle Alpi Svizzere. La stazione meteorologica di questa località ha una serie storica di dati che parte dal 1954 e, un tale valore, non era mai stato registrato.
Un piccolo ripasso necessario
Prima di proseguire con il nostro articolo: cos'è lo zero termico? É molto semplice. Per zero termico si intende la quota in cui, in libera atmosfera, viene misurata la temperatura di zero gradi centigradi. D'estate la sua altezza è variabile. A giugno non sono infrequenti fasi in cui arriva fin sui duemila metri, portando neve poco sotto a quell'altezza. A luglio e agosto, durante le fasi calde, è solito ad arrivare anche a quattromila metri, ma mai si era spinto così in alto, ben oltre i cinquemila metri.
Alpi nel forno
A sud delle Alpi non va affatto meglio, anzi. Il radiosondaggio inviato nel fine settimana dalla stazione meteorologica di Novara Cameri, in Piemonte, ha rilevato lo zero termico a 5.328 metri, il valore più alto mai registrato. Dunque, in quel momento, in libera atmosfera non era presente nemmeno un centimetro di Alpi che si trovava sotto lo zero. Non solo: anche sulle vette sopra i tremila metri si sono registrate temperature di 12/13 gradi sopra lo zero. Tutti i ghiacciai alpini, a tutte le quote, da ovest ad est, si sono trovati di molto sopra lo zero, anche di notte.
Ad esempio, il ghiacciaio della Marmolada (stazione di Punta Penia, 3.343 metri di altitudine) ha fatto registrare domenica ben 14 gradi. Proprio la Marmolada è uno dei ghiacciai più in sofferenza delle Alpi Orientali. Secondo Legambiente, nell’ultimo secolo il ghiacciaio della Marmolada ha perso più del 70% in superficie e oltre il 90% in volume.
Ghiacciai in difficoltà, ormai è un trend
Il Servizio Glaciologo Lombardo, che osserva e monitora 24 ore su 24 i numerosi ghiacci regionali, mette però i puntini sulle “i”. «L'ondata di caldo che stiamo vivendo in questo fine agosto 2023 – ha detto Riccardo Scotti – è seconda solo a quella registrata appena l'anno scorso, che è stata più duratura. I valori di zero termico oltre i cinquemila metri sono un segnale, un campanello d’allarme sugli effetti del cambiamento climatico. Attenzione però: i ghiacciai non spariscono per un'ondata di caldo singola: quella in corso è un'accelerazione temporanea di un processo di fusione e scomparsa che è comunque in atto sul lungo periodo. Il ghiacciaio soffre un trend, non la singola ondata di caldo». E, alla stessa maniera, non basterà una nevicata o un abbassamento delle temperature a farli tornare in salute. «Quando torneremo in media con le temperature – conclude – sarà sbagliato gridare allo scampato pericolo. Saremo comunque dentro un trend che vede i ghiacciai in grande sofferenza. Però occorre non pensare alla salute dei ghiacciai solo quando si registrano le temperature record. Per loro sono più dannosi e pericolosi 90 giorni sopra media termica che 7 di caldo estremo».
Il giornalismo generalista, specialmente quello su internet, è ormai un guazzabuglio dove si trova tutto e il contrario di tutto. Nove volte su dieci, i siti che tentano di fare informazione online producano soprattutto sensazionalismo in malafede. Troviamo così titoloni “strillati” volutamente esagerati, con testi spesso raffazzonati e tendenziosi.
Solo la minoranza, uno su dieci, offre spunti interessanti e soprattutto verificati, con citazioni di fonti e rimando ai siti da dove si colgono le notizie principali.
É anche per questo che sulla questione climatica ci sentiamo in dovere di fare un po' di chiarezza e cercare di capire lo stato delle cose. Il clima e i suoi cambiamenti sono un tema molto dibattuto sia dalla comunità scientifica che dal mondo dell'informazione. Da più parti si legge di un possibile clima europeo ormai al collasso, di cambiamenti radicali pronti a piombarci addosso dall'oggi al domani, portando ad esempio l'ondata di calda del luglio 2023 come prodromo di un possibile cataclisma alla “The Day After Tomorrow”.
Ovviamente non è così. Le cose sono, come molto spesso succede, un po' più complesse.
Amoc: il nastro trasportatore della Corrente del Golfo
Le motivazioni del collasso del clima europeo, si legge da più parti in rete, viene attribuito al cosiddetto Amoc, acronimo per “Atlantic meridional overturning circulation”.
L'Amoc è un complesso sistema di movimenti di acqua oceanica nell'Atlantico alla base della Corrente del Golfo. Questa sigla, Amoc, è tornata in auge dopo che un articolo pubblicato lo scorso 25 luglio su “Nature Communications” ne ha annunciato un suo imminente blocco. Secondo i calcoli del team autore della ricerca, capitanato da Susanne Ditlevsen dell'Università di Copenaghen, la circolazione potrebbe fermarsi già nel 2025, e comunque non oltre il 2095.
La convinzione dei ricercatori parte dal fatto che l'Artico si sta riscaldando fino a quattro volte e mezzo più velocemente rispetto al resto del pianeta, motivo per il quale i ghiacci della regione si stanno sciogliendo ad una velocità mai vista prima. Anche la calotta glaciale della Groenlandia si sta restringendo rapidamente, immettendo sempre più acqua dolce nel mare.
Una grande quantità di acqua, quella dei ghiacci, meno densa di quella salata oceanica. É proprio questa dinamica di scioglimento dei ghiacci che potrebbe intaccare l'Amoc.
Se l'Amoc, e di conseguenza la Corrente del Golfo, si bloccasse improvvisamente, le conseguenze sarebbero oggettivamente brutali: il clima Europeo potrebbe effettivamente avvicinarsi a quello di Canada e Stati Uniti settentrionali nel giro di pochi anni. Basta ricordare che Napoli è all'incirca alla stessa latitudine di New York e che gli inverni nelle due città sono ben diversi a livello di freddo e neve.
Amoc bloccata così velocemente?
In realtà sulla velocità di un eventuale blocco di Amoc c'è un grande dibattito in corso. Molti sono gli studiosi che ritengono come la corrente del Golfo non sia semplicemente una questione di densità dovuta a più o meno sale concentrato. Su una cosa però c'è una certa unicità di veduta: «Di fronte al continuo riscaldamento, l'Amoc rallenterà. Questo è un dato molto solido – sostiene il climatologo Hali Kilbourne del “Centro di Scienze Ambientali dell'Università del Maryland” in un intervista rilasciata a Wired.Us –. L'incertezza, e il punto su cui la scienza deve ancora fare chiarezza, è il quando. Ma credo che quando lo capiremo, sarà già successo».
E il caldo anomalo cosa c'entra?
Il caldo anomalo del continente europeo registrato quest'anno a luglio e l'anno scorso durante buona parte del trimestre estivo sarebbero tra le concause del rallentamento di Amoc, non il risultato. Anche perché, come descritto, è più probabile che un rallentamento o un blocco di Amoc porti temperature più basse in Europa (specialmente d'inverno) e ancor più calde ai tropici, non il contrario.
Quello che vogliamo sottolineare, per concludere, è di stare attenti a non banalizzare troppo dinamiche estremamente complesse che hanno una storia di studi molto recente e “nuova”. Soprattutto, prestare molta attenzione e prendere con la dovuta cautela i titoli e gli articoli che promettono di avere la verità in tasca. Nel mondo scientifico l'esercizio del dubbio è una costante, ed è estremamente difficile ottenere un dato certo, assoluto e semplificato di un sistema altamente complesso come il clima.
Problema o opportunità? Sicuramente è un gran cambiamento, figlio di quei mutamenti climatici che si stanno manifestando sempre più chiaramente negli ultimi 20 anni in Italia.
Parliamo delle zucchine, che quest'estate sono cresciute rigogliose a quote davvero inconsuete. Sulla Montagna Pistoiese, infatti, si stanno raccogliendo davvero tante ottime zucchine a 1000 metri sul livello del mare. Le temperature sempre più miti, sia in inverno che in estate, hanno aumentato di molto l’altitudine dove si possono coltivare anche gli ortaggi. Quote dove un tempo, più che patate e cipolle... non cresceva un granché.
Raccolto fuori quota: una rivoluzione
Coldiretti, visto l'ottimo raccolto “fuori quota” parla di una vera e propria rivoluzione. Una rivoluzione appena all'inizio, nel bene o nel male.
«L’innalzamento dell’altitudine di coltivazione, dove ci sono temperature più miti – spiegano dall'associazione – è una ‘rivoluzione’ per alcune colture di ortaggi che da sempre siamo abituati a trovare in pianura. Adesso, invece, questa situazione climatica preoccupante offre al tempo stesso delle opportunità di sviluppo e diversificazione per gli agricoltori montani. Con le zucchine, per esempio, che stanno crescendo bene anche a quote ben lontane dalla pianura».
La fascia di temperatura adatta alla coltivazione non si è semplicemente alzata: è più preciso dire che si è spostata in alto. In pianura, infatti, il sole e le alte temperature di luglio e agosto riducono la produttività delle piante di zucchine del 35/40% nel periodo da maggio a settembre.
In pianura la resa è in crollo
Sempre più agricoltori in pianura, visto l'aumento costante delle temperature massime estive, risultano scoraggiati da provare la coltivazione di questi ortaggi. Permettere alle zucchine di crescere senza problemi in pianura significa un aumento consistente dei costi di produzione: occorre proteggere le piante con rete ombreggiante e somministrare loro consistenti volumi di acqua. Tanti costi in più da sostenere per un prodotto che, oltretutto, rischia di finire invenduto a causa dell'alto prezzo finale al consumatore. Tutti fattori che, alla fine dei conti, non rendono remunerativa la produzione di questi ortaggi in pianura. Discorso diverso, invece, in montagna, dove le zucchine hanno dato prova di poter crescere con molta minor spesa.
L'esperimento (riuscito) pistoiese
Per questo aziende agricole in piena montagna, specialmente nella zona della cosiddetta “Foresta del Teso”, hanno sperimentato la coltivazione in piccole particelle di terreno a quota mille metri di quota. Ebbene, le zucchine sono cresciute assai bene grazie alle temperature miti, all'abbondanza idrica e al ridotto irraggiamento solare.
«Per adattare meglio al contesto la coltivazione – spiegano da Coldiretti –, è stata scelta una particolare varietà di zucchino che può essere allevata ad alberello, raggiungendo un’altezza di circa 1 metro. Questa forma di allevamento porta importanti vantaggi: la possibilità di ridurre le distanze tra le piante ottimizzando al massimo le superfici di coltivazione che in montagna sono poche, mantenendo la vegetazione ben arieggiata e distante dall’umidità del suolo che potrebbe provocare l’insorgere di malattie fungine a cui la coltivazione è particolarmente sensibile».
Problema o opportunità?
L'uomo, così come la natura, sono portati alla resilienza, vale a dire ad adattarsi a condizioni in continuo mutamento. Ai nostri occhi, la possibilità di coltivare zucchine in quota risulta più un'opportunità che un problema. Anzi: dimostra ancora una volta la grandi (e, in molti casi, nuove) potenzialità economiche delle aree rurali fuori dalle città di pianura.
Parlare o scrivere degli eventi meteorologici in Italia in questi giorni è molto complicato. C'è il rischio di cadere nel banale catastrofismo che non rende giustizia alla pesantezza della situazione. Da una parte ci sono fenomeni estremi, testimoniati da fotografie e video inequivocabili. Dall'altra c'è la maledetta tendenza da parte dei giornalisti a estremizzare tutto quanto, a prescindere dalla reale entità dei fatti.
Risultato: gli eventi estremi risultano quasi essere “i soliti eventi estremi” agli occhi dei lettori, andando dunque a perdere la loro effettiva eccezionalità e portata. Eppure ci sono elementi oggettivi che testimoniano quanto il cambiamento climatico sia ormai sfuggito di mano in questo angolo di Europa. Proveremo a raccontarvelo, con dati oggettivi e senza catastrofismi di sorta, in questo articolo.
Grandine record, stavolta davvero
Quante volte abbiamo sentito parlare di “grandine record”? Sui giornali centinaia di volte e, quasi sempre, il record non c'era. Stavolta la cosa è diversa: la sera del 24 luglio un devastante temporale a supercella ha colpito il comune di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. Nella frazione di Tiezzo è caduto un chicco di grandine di 19 cm di lunghezza, misurato lungo l'asse maggiore. Il pezzo di ghiaccio (chiamarlo “chicco” ci pare privo di senso) è il più grande mai caduto in Europa, ad appena un centimetro dal record mondiale.
Non solo: prima del pezzo di ghiaccio friulano da 19 centimetri, il record di grandezza per la grandine apparteneva ad un temporale scatenatosi in provincia di Vicenza appena pochi giorni prima, il 19 luglio (16 centimetri). «Rendiamoci conto – scrive l'esperto di meteorologia Alberto Gobbi – che stiamo battendo in contemporanea con una progressione paurosa record di caldo e record di grandine, due facce della stessa medaglia. Non c'è da stare affatto tranquilli osservando i dati di temperatura registrati (soprattutto quelli del mare) poiché, ricordiamocelo, se aumenta la temperatura aumenta anche la disponibilità di vapor acqueo per i temporali».
Mare in ebollizione
Gobbi centra il punto: tanta energia ai temporali viene soprattutto data dalle acque superficiali del Mediterraneo, già adesso più calde di come del picco annuale che di solito si registra a fine agosto. Immaginate la quantità spaventosa di energia necessaria a tenere dentro una nuvola, a chilometri di altezza, un pezzo di ghiaccio largo quasi venti centimetri: ecco, quello è quanto è capace di fare uno specchio di acqua in costante sopra-media termica di fronte alle nostre coste.
«Il Mediterraneo è ora completamente fuori da tutti i precedenti record – scrive il meteorologo scozzese Scott Duncan –. Non abbiamo mai misurato questo livello di calore attraverso il bacino in nessun periodo dell'anno. È solo luglio. Solitamente vediamo il massimo annuale ad agosto. Le temperature superficiali del mare sono ampiamente sui 20 gradi Celsius, in alcuni punti si si raggiungono i 30-32 gradi, come ad esempio nello specchio di mare tra Sicilia e Calabria».
Catastrofismo? No, semplice realtà
Un tale surplus di calore, in qualche modo, dovrà essere smaltito. La natura punta sempre a riequilibrare le temperature e trova sempre il modo per farlo nella maniera più rapida. Tradotto: dobbiamo mettere in conto nuovi fenomeni estremi. Tornado, cicloni extratropicali, alluvioni non possono essere affatto esclusi nelle prossime settimane. Purtroppo non ci sono soluzioni a questo situazione: un tale surplus di calore globale non si elimina facilmente.
Visto che sul clima direttamente non si può agire in tempi rapidi, occorre agire soprattutto sui noi stessi. La cosa migliore da fare è acquistare consapevolezza. Capire l'eccezionalità del momento che stiamo vivendo e prepararsi, ognuno di noi, ad affrontare eventi meteorologici estremi. Noi, nel nostro piccolo, ci impegneremo a riportare passo dopo passo le novità e gli sviluppi di questa dinamica globale sul nostro sito. Senza catastrofismi e riportando dati oggettivi.
Qualcuno ha già iniziato: sempre più persone decidono di mollare la vita in città per trasferirsi in case a quote più elevate sul livello del mare. Non parliamo necessariamente di montagna: un miglioramento sensibile delle condizioni di vita si registrano già a partire dai 500 metri sul livello del mare, specialmente d'estate.
In quasi tutte le città italiane, vivere d'estate senza un buon sistema di condizionamento dell'aria è divenuto pressoché impossibile. Le ondate di caldo africano, che un tempo raggiungevano l'Italia in media una volta ogni due anni (fonte: consorzio meteorologico toscano 'Lamma') adesso colpiscono la nostra penisola in media due volte l'anno. Non solo: la durata delle singole ondate di caldo anomalo in Italia è passata da un giorno e mezzo a quattro. La situazione, senza radicali interventi sull'emissione di gas serra, è destinata solo a peggiorare ogni estate. Quanto visto negli ultimi 20 anni in Italia conferma questo trend.
Lasciare la città: le motivazioni
Comprare un climatizzatore e accenderlo rischia di non essere una soluzione alla lunga sostenibile per evitare gli effetti del caldo anomalo nel corso dei mesi estivi. Le motivazioni per lasciarsi alle spalle le grandi città italiane sono anche, e soprattutto, altre: le città spesso presentano costi della vita più elevati, come affitti o prezzi delle case più alti, tasse locali più onerose e maggiori costi per beni e servizi. Vivere in campagna può offrire un costo della vita inferiore, permettendo alle persone di risparmiare denaro o di ottenere più spazio per la stessa cifra. Inoltre l'ambiente più salutare: le aree collinari fuori dalla città solitamente offrono un ambiente più pulito e meno inquinato rispetto alle aree urbane. L'aria fresca, la mancanza di inquinamento acustico e l'accesso a spazi verdi possono contribuire al benessere fisico e mentale delle persone molto più di quanto si pensi.
Spostarsi dove? L'analisi degli esperti
Che il clima sia alla base delle grandi migrazioni storiche in tutto il mondo non è una novità. Quello che è relativamente nuovo è il potenziale coinvolgimento dell'Europa meridionale in questo contesto. Paesi come la Spagna, la Francia, l'Italia, la Grecia: da posti di attuale immigrazione a posti di emigrazione, sia esterna che interna. Tutti luoghi accomunati, in pianura, da climi sempre più ostili, con ondate di caldo lunghe e frequenti nel corso delle estati.
A tal proposito, molti giornali e testate online italiane hanno recentemente titolato “Migranti climatici europei entro il 2050 anche dall'Italia”.
La studiosa Francesca Rosignoli, nei suoi lavori accademici per il dottorato all’Università di Tarragona sulle migrazioni climatiche, sottolinea: «Quando si parla, come si è letto di recente, di 216 milioni di migranti climatici nel 2050 non si calcolano ad esempio le politiche di adattamento che mitigheranno le conseguenze del cambiamento climatico, né si considera che alcune migrazioni possono essere interne o temporanee. Ci si dimentica di dire che nessuno vuole andare via da casa propria, la migrazione è sempre l’ultima spiaggia».
Quello relativo al 2050 è stato il classico titolone acchiappaclick? Non esattamente.
Le migrazioni, infatti, possono avvenire anche su scala più piccole. Dalla città alla campagna collinare, ad esempio: stessa nazione, stesso posto di lavoro, spesso stessa provincia addirittura. «Un’area della nostra penisola che negli ultimi anni è stata interessata da una crescita di abitanti – scrive il giornalista Claudio Bellante su iltascabile.com – è quella della Metromontagna Padana, il territorio che unisce Milano e Torino e comprende al suo interno città, pianura, valli e montagne».
Di questa dinamica si sta occupando Andrea Membretti, coordinatore scientifico di MICLIMI (acronimo per “Migrazioni climatiche e mobilità interna nella metromontagna padana”), che ha affermato: «La migrazione verso le montagne è un fenomeno importante già da prima della pandemia e con MICLIMI vogliamo indagare la propensione delle persone che vivono a Torino e Milano a muoversi verso la cima, da qui a tre anni. Le domande che poniamo sono ad esempio: potresti farlo? Come? Immagini possa essere per tutto l’anno o solo per un periodo? Io chiamo queste persone aspiranti montanari: prima erano spinti dalla ricerca dell’aria pulita ora anche dal desiderio di scappare dal caldo. Lo scoglio però è sempre il lavoro, nonostante la possibilità dello smart working».
Anche in montagna, però, non sono tutte rose e fiori: «Anche la montagna è fragile a livello climatico – prosegue Membretti –. Non è l’eden, dove tutto è perfetto: occorre lavorare sulla preparazione a gestire i rischi. L’idea che sta dunque alla base della metromontagna padana non è l’abbandono, ma una nuova relazione tra aree interne e urbane: stiamo coinvolgendo anziani e bambini, le categorie più fragili e colpite dalle ondate di caldo e da problemi respiratori, lavorando al recupero di strutture dismesse come le colonie con l’idea di creare un flusso tra città e montagna nei mesi estivi, senza creare situazioni di frizione tra gli abitanti storici del posto e i 'nuovi arrivati' dalle città».
Un futuro incerto in cerca di soluzioni
Le ondate di caldo anomalo che investono l'Italia ogni estate sono sotto gli occhi di tutti. La scienza non sa più come dirlo: il clima sta cambiando molto velocemente. Eppure, piano piano, anche la politica europea sta iniziando a rendersi conto della gravità della situazione. In Italia, però, non si è partiti col piede giusto sotto quel punto di vista: il governo Meloni non ha previsto un “Ministero della Transizione Ecologica” come quello Draghi. Lo stesso dicastero è diventato semplicemente “Ministero dell’Ambiente e delle Sicurezza Energetica”. Quello della transizione ecologica era, nei piani di Draghi, il tentativo di trasformare il sistema produttivo verso un modello più ecologico e verde. Denominazione che aveva un’importanza anche simbolica allineando l’impegno italiano a quello promesso da altri Paesi UE, quasi tutti tuttora dotati di nominativi simili. Tranne in Italia.
Negli Stati Uniti d'America uno dei motti più in voga è “Go big or go home”, vale a dire “Fallo in grande o non farlo”. Trascorrendo alcuni giorni nel nuovo continente si ha la netta sensazione che questo motto sia totalmente azzeccato: quello di “vivere in grande” è uno stile di vita ben radicato nel popolo americano. Premessa necessaria: chi scrive sta trascorrendo alcune settimane proprio negli Stati Uniti, più precisamente nella West Coast tra gli stati di Oregon, Washington, Idaho e Montana.
La natura, da queste parti, da il meglio di sé, regalando agli osservatori paesaggi di una bellezza incredibile: spazi infinitamente ampi in cui si susseguono foreste secolari, deserti, canyon, vette sopra i 3000 metri d'altezza, fiumi giganteschi le cui sponde distano chilometri e chilometri tra di loro, il tutto nel giro di poche decine di chilometri di distanza. Un paradiso, per molti versi. Cos'è che stride in questo panorama così idilliaco? Ve lo diciamo subito: molti aspetti dello stile di vita americano, con gli occhi di un europeo, sono difficili da concepire, specialmente in questa fase di cambiamento climatico.
Nessuno intende insegnare a vivere gli americani, ma è pur vero che quanto accade negli States ha ripercussioni su tutto il mondo a livello di inquinamento e delle sue conseguenze tra le quali, appunto, troviamo anche il cambiamento climatico. Per questo ci sentiamo titolati a parlarne e scriverne con occhio critico. Per avere uno spaccato di quello che non va negli Stati Uniti basta entrare nella maggior parte dei supermercati, sia di città che dei piccoli centri: la climatizzazione sotto i venti gradi è la regola, con pareti intere ricoperte di frigoriferi aperti che disperdono il freddo nello spazio. Oltre a questo, vi è un larghissimo uso della plastica per tutti i tipi di contenitori usa-e-getta (e, quindi, scarsissimo uso di materiali compostabili, anche nei bar e nei numerosissimi fast-food).
Infine, forse, la cosa più grave: assenza quasi assoluta della raccolta differenziata. Plastica, carta, alluminio, residuo di cibo: quasi tutto va nello stesso contenitore dei rifiuti. Una brutta abitudine diffusa non solo nei supermercati ma anche nelle case degli americani sparsi nel continente che, ricordiamo, sono circa 331 milioni in tutto il paese. Alcune aziende stanno (timidamente) iniziando una serie di campagne in favore della raccolta differenziata tra i dipendenti, ma sono ancora una minoranza. La realtà è che la raccolta differenziata in molti Stati non si pratica affatto.
Infine, come non ricordare che gli americani sono tra i popoli che più sprecano cibo di tutto il mondo (ne avevamo già parlato in questo articolo Spreco alimentare come evitarlo per risparmiare e fare bene al pianeta.html). Alla luce di tutto questo viene un pensiero: forse i cambiamenti climatici negli USA si sentono meno rispetto all'Europa? Niente affatto.
Nella West Coast a metà maggio, si sono registrate temperature record oltre i 34 gradi nell'entroterra, con diversi valori storici estivi battuti già prima di giugno. Città come Portland o Seattle, solitamente fresche e ventilate d'estate, hanno sperimentato temperature oltre i trenta gradi ad inizio a maggio.
In Canada la “stagione degli incendi” non solo è iniziata circa tre mesi prima del consueto, ma è anche partita con particolare violenza: tra British Columbia e Alberta, nell'ovest del paese, una lunga fase siccitosa ha favorito il divampare di decine di maxi-roghi finiti velocemente fuori controllo nonostante l'opera di oltre cinquecento pompieri sul posto accorsi da tutto il paese. I fumi e le polveri sottili sono state spinte per migliaia di chilometri nell'atmosfera dai venti in quota, arrivando ad offuscare i cieli fino alla East Coast, distante duemila chilometri.
Gli effetti del cambiamento climatico, insomma, sono ben presenti anche oltreoceano. Le attività per limitarlo, invece, non ci sono granché eppure gli stessi americani credono che il cambiamento climatico stia effettivamente accadendo. Secondo una recente ricerca del portale safehome.org (SafeHome - The Best & Worst States for Climate Change in the U.S.) il 72% degli americani crede che effettivamente il cambiamento climatico sia in corso.
Dunque, lo scenario è sconfortante: gli effetti del cambiamento climatico sono evidenti negli USA così come in Europa, la popolazione ne è piuttosto consapevole ma, nonostante tutto questo, non sembrano essere state prese contromisure importanti tra la popolazione per limitare la quantità di inquinamento prodotto. Intanto, però, il tempo passa e gli effetti del cambiamento climatico sono sempre più evidenti e pericolosi per l'uomo.
Vista anche da questa parte dal mondo, insomma, la situazione sugli anni a venire non sembra affatto rosea.
Il consorzio di climatologia toscana “Lamma” ha elaborato e pubblicato un interessantissimo calendario climatico contenente una lunga serie di dati sul cambiamento climatico registrato in Toscana negli ultimi anni. Quanto elaborato dagli esperti del consorzio toscano è sorprendente se non preoccupante: il clima in questa regione è cambiato nettamente negli ultimi vent'anni, sia di inverno che d'estate.
É vero, lo si è sempre detto: «le stagioni non sono più quelle di una volta». Un conto, però, è recitare un luogo comune, un altro conto è mettere a sistema dati satistici dell'ultimo secolo e confrontarli con metodo scientifico. Quelle dentro lo studio scientifico non sono sensazioni personali o catastrofismi: sono semplici numeri, chiari e schietti come solo loro sanno essere. Il calendario è scaricabile liberamente a questo indirizzo: http://www.lamma.rete.toscana.it/news/clima-2022-anno-eccezionale-anche-toscana-oggi-alla-1200.
Vediamo insieme i passaggi più interessanti, mese per mese. Da tenere conto, per una corretta lettura dell'articolo, che i riepiloghi medi mensili si riferiscono al periodo di riferimento climatologico 1991-2020.
Il calendario: come cambia il clima mese per mese
«Gennaio resta il “re” del freddo in Toscana – scrive il Lamma –, ma non come una volta. Rispetto a pochi decenni fa ha visto innalzare le temperature massime di +1.1 °C e le ondate di freddo sono sempre più rare. Piove come un tempo, ma nevica di meno, in particolare in pianura e in collina».
A febbraio l'aumento termico è ancora più marcato. «In questo mese, la temperatura massima è mediamente aumentata di +1.4 °C e negli ultimi 10 anni sono ben 7 i mesi di febbraio che sono risultati sensibilmente sopra media». Da notare che proprio gli ultimi cinque mesi di febbraio (2019, 2020, 2021, 2022 e 2023) sono stati tutti ampiamente sopra la media del periodo sulla regione.
Veniamo poi a marzo: qui l'aumento della temperatura viene addirittura definitivo “vertiginoso”. «Pur rimanendo altalenante, come lo sarebbe la Primavera, il mese di marzo in Toscana sembra aver giurato fedeltà all’alta pressione. Dal 1951 ad oggi le precipitazioni segnano un - 20% e - 40% i giorni piovosi. E' vertiginoso l'incremento delle temperature massime con +2.2 °C in cinquant'anni» riporta il Lamma.
Ad aprile il l'aumento termico si mantiene sugli stessi valori.
«Ad aprile le piogge sono diminuite del 16% e fa molto più caldo, +2.2 °C le temperature massime e +0.7 °C le minime. Il caldo precoce rende le piante più vulnerabili al freddo fuori stagione, sebbene le gelate tardive siano più rare dagli anni 2000 (una leggera ripresa si intravede dal 2020)».
Da maggio si inizia già a parlare di caldo estivo, in netto anticipo su quanto di solito eravamo abituati a pensare. C'è di buono che le piogge medie sono rimaste sostanzialmente invariate.
«Nonostante un aumento di +2 °C nelle temperature massime – sottolinea il Lamma –, maggio rimane in Toscana uno dei mesi con condizioni meteo prevalentemente gradevoli. Le precipitazioni sono rimaste quelle di trent’anni fa, sono invece aumentate le fasi di caldo anomalo rispetto al passato: un primo assaggio di temperature estive ma ancora sopportabili».
Estate sempre più estrema
Da giugno iniziano i quattro mesi più complicati per chi risiede nelle aree di pianura toscane: è proprio giugno a far segnare l'aumento termico più alto nella media trentennale.
«Giugno è ormai un mese pienamente estivo e non più un gradevole traghettatore stagionale. È il mese in cui l’aumento termico è più marcato: +2.6 °C le temperature massime. I giorni con temperature sopra i 30 °C sono quasi 10 volte di più del passato (da 1,5 a 12 giorni). L’ultimo giugno senza temperature oltre i 30 °C in Toscana risale al 1992. Anche la temperatura del mare ne risente fortemente».
A luglio solitamente si raggiunge l'apice del caldo.
«Nel trentennio 1961-1990 la temperatura media massima di luglio si attestava sui 29,9 °C, nel decennio 2013-2022 si è portata a 32 °C. I giorni molto caldi, con massime uguali o superiore ai 34 °C, sono aumentati di 6 volte dal 1955 ad oggi. Nel 2022, anno del secondo luglio più caldo mai osservato, se ne sono contati ben 22 a livello regionale».
Ad agosto sono diventate sempre più problematiche le notti a causa degli alti tassi di umidità che permangono in pianura e collina dopo il tramonto.
«Le “notti tropicali”, cioè con temperatura uguale o superiore ai 20 °C – riporta il Lamma –, sono quintuplicate a livello regionale, da 1 a 5. Il record è quello del 2003, con ben 24 notti tropicali. Le piogge registrano un -20% e la "rottura" dell'estate con l'arrivo dei primi temporali è sempre più tardiva».
A settembre l'estate è ancora nel suo vivo, a differenza di prima.
«Rispetto ad alcuni decenni fa, oggi è normale che un terzo del mese abbia caratteristiche marcatamente estive. Le piogge fanno segnare un leggero aumento, +13%».
Ad ottobre finalmente l'autunno inizia a farsi sentire, smorzando la cappa di caldo, seppur meno efficacemente rispetto a qualche anno fa.
«Ottobre rimane un mese dalle caratteristiche autunnali – riporta il Lamma –: le precipitazioni sono piuttosto frequenti, è infatti il secondo mese più piovoso in Toscana, e le temperature cominciano a diminuire. Anch’esso non sfugge tuttavia agli effetti del cambiamento climatico, i valori delle temperature massime sono aumentati di +1.7 °C dal1955 ad oggi».
Novembre e dicembre old style
I mesi di novembre e dicembre vedono una riduzione delle anomalie termiche dovute al recente cambiamento climatico, rimanendo i due mesi più “old style” di tutto l'anno. «Novembre negli ultimi 20 anni ha consolidato il primato di mese più piovoso in Toscana registrando un +17% nelle precipitazioni. Incremento che va di pari passo con quello termico di +1.4 °C. Rispetto al passato si osservano meno gelate e una riduzione significativa degli episodi di freddo a fine mese» scrive il Lamma.
Dicembre, invece,
«risulta il mese dell’anno meno influenzato dal cambiamento climatico degli ultimi 30 anni. Le caratteristiche termiche e pluviometriche sono quasi del tutto paragonabili a quelle del passato, nelle aree di pianura. Calano invece le nevicate in montagna, diminuite significativamente in tutta la Toscana».
La Toscana? Sprofondata 300 metri più in basso...
Giorgio Bartolini, meteorologo del Lamma, ha aggiunto che «considerando l’aumento termico invernale medio (+1,8 °C) è come se il nostro Appennino si fosse spostato più in basso di circa 300 metri». Un valore che si ripercuote sia sulle temperature che sulla neve, divenuta ormai una rarità assoluta sia in pianura che in bassa collina.
Estate 2023: premesse non buone
E questa estate come andrà? I presupposti in Europa, Toscana compresa, non sono buoni in termini di probabilità di ondate di caldo forti e persistenti per la presenza incombente di El Niño, un forte riscaldamento delle acque dell'Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale solitamente correlabile con forti ondate di calore nell'Europa centrale e meridionale.
Ci torneremo presto con un articolo dedicato.
L'inverno astronomico no, ma l'inverno meteorologico è già terminato con la data del primo marzo. Ed è quindi tempo di bilanci, visto che l'inverno costituisce una fase fondamentale per le falde acquifere e i ghiacciai montani, la cui salute determina anche l'approvvigionamento idrico in vista dell'estate e del proseguo dell'anno.
Lo diciamo subito: non siamo messi bene.
L'inverno italiano
In Italia l'inverno 2022-2023 è risultato il quinto più caldo dal 1800, con un'anomalia, rispetto alla media 1991-2020, di ben +1,21 °C.
I dati sono stati ufficializzati dal consorzio Lamma. Il Nord Italia ancora una volta è risultata essere la zona con lo scarto più marcato verso l'alto (+1.31 °C), mentre il centro e il sud hanno totalizzato un aumento del +1.1 °C.
In Toscana, ad esempio, l'inverno appena trascorso è stato il secondo inverno più caldo dopo il 2006-2007.
Articoli legati a notizie come queste rischiano di non fare più notizia, ma non dovrebbe essere così: il cambiamento climatico galoppa ad una velocità sempre maggiore ed occorre esserne consapevoli.
I record di caldo vengono ritoccati ogni anno e, nell'opinione pubblica, questa situazione sembra quasi essere la normalità. Sembra passato un secolo ma il 2022, appena l'anno scorso, è risultato essere uno degli anni più estremi meteorologicamente parlando di sempre. Ad alcuni mesi di distanza, sono stati certificati nuovi dati e analisi interessanti.
Non dimentichiamoci: un 2022 da incubo
Nel 2022 nell’emisfero nord molte aree del Pianeta sono state colpite da siccità, inondazioni, incendi e prolungate ondate di calore. L’Italia non ha fatto eccezione, facendo registrare il secondo anno più caldo di sempre, con un'anomalia termica di +1,15 °C rispetto al periodo di riferimento 1991-2020 (dati Lamma).
Diverse ondate di calore hanno interessato in particolare il nord Italia e la Toscana da maggio a metà agosto, segnando nuovi record di temperatura minima e massima. A livello regionale spiccano i 41 °C di Firenze e i 40 °C di Prato osservati il 27 giugno, ma queste temperature record sono state l’apice di un fenomeno diffuso, tanto che nel periodo che va dal 15 maggio al 15 luglio, nei soli capoluoghi di provincia, sono stati battuti ben 12 record storici di caldo.
Un anno che, ciliegina sulla torta, si è chiuso con il mese di dicembre più mite dell’intera serie storica, con +2,7 °C rispetto alla media di riferimento (dati Lamma).
Il problema siccità nel nord-ovest
Al di là del malessere estivo in città e alla mitezza dell'inverno appena trascorso, c'è anche la questione siccità, che sta colpendo massicciamente soprattutto il nord Italia, con in testa il Piemonte, la media e bassa Valle d'Aosta e parte della Liguria di ponente.
Secondo le ultimissime elaborazioni dei centri di monitoraggio climatico, negli ultimi 12 mesi l’anomalia delle precipitazioni ha toccato il -21%. Un dato che si pone al 2° posto fra le più ampie di sempre, di poco sotto il record del 2001 (-23%) il quale, tuttavia, era stato molto meno caldo del 2022.
E se le falde acquifere soffrono, i ghiacciai non sono da meno: siccità e scioglimento dei ghiacciai sono due fenomeni strettamente correlati che stanno avendo un impatto significativo sulle risorse idriche del nostro pianeta.
Non solo in Italia, ma anche in molti paesi del mondo, siccità e aumento delle temperature stanno portando a una riduzione delle riserve idriche disponibili, con gravi conseguenze per l'ambiente e per l'approvvigionamento idrico delle popolazioni.
Ghiacciai in sofferenza
Recentemente Legambiente e il Comitato Glaciologico Italiano hanno presentano il report finale della “Carovana dei ghiacciai”. Nel documento si dimostra che il 2022 è stato l’anno nero per i ghiacciai alpini: nelle Alpi Occidentali si registra in media un arretramento frontale annuale di circa 40 metri. Preoccupano, in particolare modo, i ghiacciai del Gran Paradiso (arretramento frontale di 200 metri) e i ghiacciai Planpincieux e Grandes Jorasses in Val Ferret per il rischio di crolli di ghiaccio.
Estate 2023 ancora tutta da scrivere
Previsioni per l'estate 2023? Occorre non prestare granché attenzione alle previsioni stagionali e a chi le considera come affidabili. Le previsioni (o proiezioni) previsioni meteorologiche stagionali sono basate su modelli matematici che simulano le condizioni atmosferiche future a 2/3/4 mesi di distanza. Questi modelli tengono conto di una vasta gamma di fattori, tra cui le temperature del mare, l'attività solare, la presenza di anomalie climatiche, ma anche di fattori casuali e imprevisti impossibili da decifrare con gli attuali computer. Il loro grado di affidabilità, infatti, è estremamente basso.
Limitiamoci, dunque, ai dati attuali e a quelli del passato: già loro bastano (e avanzano) per farci capire l'entità delle problematiche del nostro clima.