Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Chi è un nostro lettore dagli inizi probabilmente conosce uno degli obiettivi originari di questo portale di informazione: far conoscere al pubblico le possibilità e potenzialità (spesso inespresse) delle aree rurali interne italiane. Lo dice il nostro nome stesso: Metropoli Rurali. Una metropoli rurale noi ce la siamo sempre immaginata in Appennino, tra Toscana ed Emilia Romagna, dove si trova la nostra sede.
Durante e subito dopo il Covid-19 il momento per iniziare a realizzarla sembrava davvero arrivato. Il distanziamento sociale imposto dalla pandemia rendeva le città letteralmente “strette” e non più a misura di uomo. La mancanza cronica di spazi verdi e l'impossibilità di muoversi liberamente durante i lockdown fece il resto: la città divenne improvvisamente poco appetibile e iniziò una veloce riscoperta e rivalutazione della aree rurali montane e collinari.
Sempre più aziende, agevolando lo smartworking a causa della pandemia, dettero in pratica il “via libera” a tanti lavoratori per potersi trasferire anche lontano delle loro sedi di lavoro: in molti pensarono fosse il momento giusto di allontanarsi dalla città, trasferendosi nelle zone di campagna sfruttando anche un mercato immobiliare che garantiva belle case a prezzo molto più basso rispetto alle aree urbane. Sembrava l'inizio di una nuova era per i territori rurali interni, dopo anni di emigrazione e svuotamento dei servizi. Appunto, sembrava.
Occasione sprecata?
A più di due anni dagli ultimi lockdown, cosa è rimasto di quel ritorno alla montagna? Purtroppo ci tocca dirlo: poco. L'ondata di quella che sembrava essere una clamorosa contro-tendenza verso una migrazione dalle città si è interrotta progressivamente in molte parti d'Italia. Anzi: in alcune zone la migrazione è rimasta più un'eventualità che una reale dinamica sul territorio.
La situazione attuale
Così dove tutto era cominciato, oggi vogliamo fare il punto di quanto sta accadendo nella “nostra” Metropoli Rurale, quella dell'appennino tosco-emiliano, prendendo ad esempio il comune di San Marcello Piteglio, poco distante da Pistoia. Come riporta un interessante articolo pubblicato sul quotidiano La Nazione, nel 1998 il comune di San Marcello e quello di Piteglio (ai tempi due comuni diversi, oggi sono un comune solo) contavano la nascita di 63 nuovi cittadini. Oggi, dati 2023, siamo a soli 28 bambini nati.
Il sindaco Luca Marmo, più volte da noi interpellato nel corso degli anni, non è ottimista: «Il dato è preoccupante, specialmente per quanto riguarda la tenuta dei servizi. Tutta la montagna italiana è in sofferenza a causa della diminuzione della popolazione residente con effetti negativi anche sulla tenuta dei servizi. Quelli che mi preoccupano di più sono quelli scolastici, sanitari e la tenuta degli uffici postali. Purtroppo comuni, province e regioni – continua Marmo – non hanno risorse sufficienti a risolvere il problema senza un robusto intervento da parte del governo centrale».
Già il governo centrale. Noi, con alcuni articoli, abbiamo passato in rassegna alcuni bonus e incentivi per agevolare economicamente imprese e cittadini stabilitesi in montagna. Non sempre, però, questi hanno avuto impatti benefici sul territorio, soprattutto perché alcuni di essi erano mal scritti e poco alimentati da risorse economiche.
Il “famoso” Decreto Legge Montagna
Attualmente è fermo in parlamento il “Decreto Legge Montagna”, misura già approvata ma che ora necessità di trasformarsi in legge. «In questa legge, lo dico come esempio – continua Marmo –, sono previsti incentivi per i medici e gli insegnanti, di fatto le due categorie che hanno più bisogno di forse fresche. Guai però a dimenticarsi delle imprese: senza imprese non c’è futuro. La legge sulla montagna sarebbe l'ideale per introdurre meccanismi di sgravio fiscale all’indirizzo degli imprenditori montani». La legge però è ferma e non pare essere proprio tra le priorità del governo in questa fase.
Nel frattempo, la montagna, in Toscana come in altre regioni, continua la sua lenta emorragia. E noi, a questo punto, chiudiamo con mestizia il nostro “cerchio”.
Più volte abbiamo storto il naso di fronte ad iniziative delle regioni per il (presunto) ripopolamento della montagna. Sempre più spesso, le amministrazione regionali promuovono stanziamenti di fondi a defiscalizzazioni considerate come risolutive e adatte ad un ampio ripopolamento delle aree montane. All'atto pratico, invece, molte di queste iniziative (seppur lodevoli come concetto) si traducono in un poco o niente di fatto all'atto pratico. Una delle manovre più chiacchierate dell'Italia Centrale è stata quella della Regione Toscana, chiamata “Custodi della Montagna”, recentemente ri-attivato. L'obiettivo del bando è, in primis, sostenere le nuove aziende del territorio con un contributo a fondo perduto pari ad un valore minimo di 10 mila e un massimo di 15 mila euro per ciascun beneficiario, erogato in quote annuali per cinque anni massimo».
Col nuovo bando l'amministrazione regionale toscana stanzierà un totale di 600mila euro, ovvero 200mila all'anno per tre anni, a disposizione di tutti i comuni e delle imprese delle aree interne che non hanno avuto modo stipulare patti di comunità con il primo bando. «La prima edizione del bando – sottolinea Leonardo Marras, assessore all'economia e al turismo della Regione Toscana – ha riscosso un buon successo, con oltre 400 domande presentate e 347 ammesse a contributo». Premesso che “a caval donato non si guarda in bocca”, questi 600mila euro sono effettivamente spesi bene? Secondo molti no.
Tempi stretti e fondi limitati
Esistono, infatti, numerosi gruppi (politici e non) che ritengono 600mila una cifra decisamente insufficiente per incentivare il ripopolamento delle aree interne di un'intera regione.
Inoltre, si pone l'accento sul difficile accesso a questi bandi, viste anche le tempistiche molto strette tra pubblicazione e fine del bando. La manifestazione di interesse, infatti, deve essere presentata utilizzando la modulistica scaricabile dal sito web del Comune entro le 13 del 28 agosto. Il bando, però, è stato pubblicato appena il 16 agosto. Infine, il bando in questione si rivolge alle sole aziende con la sede oltre i 500 metri sul livello del mare, tenendo fuori molte aree interne che avrebbero bisogno comunque di finanziamenti.
L'esempio della Svizzera Pesciatina
Facciamo un esempio pratico. La Svizzera Pesciatina è una vasta area collinare che si estende a nord di Pescia, in Toscana. Una zona ricca di borghi medievali molto pittoreschi ma, da ormai diversi anni, andati incontro ad un costante spopolamento. Un'area che, ad oggi, offrirebbe moltissime abitazioni a costo veramente basso ma che soffre la mancanza di luoghi di lavoro e dei pochi centri di aggregazione e servizi. A soffrire, in particolar modo, i borghi più lontani dalla città di Pescia, come Medicina e San Quirico, giusto per citarne un paio.
Il gruppo “Insieme si Può” originario proprio di quella zona di Pescia, al di là dei connotati politici che qui ora non ci interessano, rileva alcuni spunti di oggettivo interesse.
«Crediamo che i fondi destinati alla montagna siano esigui e non adatti a contrastarne lo spopolamento e a rivitalizzarne il tessuto economico e sociale. Un bando fatto ad agosto e con tempi di presentazione molto ristretti non consente ai destinatari (micro, piccole e medie imprese) di presentare un progetto in linea con le finalità indicate. In aggiunta, il fatto che i possibili partecipanti al bando debbano avere la sede fiscale situata a non meno di 500 metri sul livello del mare esclude in pratica le imprese situate in alcune località della montagna pesciatina. Ad esempio? Sorana, Aramo, Castelvecchio».
I risultati
Torneremo a controllare l'esito del bando in questa specifica area, ma non saremo sorpresi se poche aziende avessero fatto domanda. La sensazione è che i soldi (non molti) vengano iniettati sul territorio senza una reale visione d'insieme, quasi più per lavarsi la coscienza e dire «che volete da noi, i soldi li abbiamo stanziati» che ad attivare una vera e propria forma di rilancio delle aree interne. Un peccato, per l'area offrirebbe numerosi soluzioni abitative in zona collinare, immerse nella natura, a prezzi stracciati: case di 80/90 metri quadri già ristrutturate dai 40 ai 50mila euro, giusto per fare un esempio. Eppure, con questo bando difficilmente questa zona (al pari di tante altre) tornerà a ripopolarsi come merita.
Da un punto di vista dell'accesso ai servizi le città sono senza dubbio il top della comodità. Dal punto di vista salutistico, questa comodità (talvolta eccessiva) non porta buone cose.
Lo stile di vita cittadino, in Italia e nel mondo, tende infatti a portare le persone ad assumere uno stile di vita scorretto per la propria salute, collegato quasi sempre all'inattività fisica.
Da qui, lo sviluppo tra le persone di diabete, obesità, malattie cardiovascolari ed altro ancora.
Per una volta, la tanto vituperata aria inquinata di città non è la principale indiziata, ma solo la seconda. «I dati che abbiamo a disposizione – riporta Andrea Lenzi, vice Presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e la Scienze della Vita – indicano che solo un terzo del problema sia legato all'inquinamento atmosferico; ben i due terzi, invece, sono correlati a comportamenti individuali che spesso lo stile di vita cittadino porta ad adottare e che mettono in serio pericolo la salute».
Altri dati legati al nostro paese confermano questa visione. «Basti pensare al fatto – sottolinea Francesco Purrello, presidente Società italiana di diabetologia (Sid) – che il 65% delle persone con diabete vive in ambiente urbano e ben il 44% di tutti i casi di diabete tipo 2 è attribuibile proprio all'obesità e al sovrappeso, malattie legate soprattutto agli stili di vita scorretti e all'inattività».
Considerazioni sul sistema-città
Il nostro non è un mero tentativo di demonizzare la città. Sottolineiamo, anzi, come non sia tanto la città il problema in sé, bensì come la maggior parte delle persone vive all'interno della città. La città “invita” ad uno stile di vita poco sano, ma quasi sempre noi abbocchiamo.
Negli ultimi anni di boom tecnologico, siamo sempre più abituati -erroneamente- a considerare gli sforzi fisici e l'attività all'aperto come dei disagi più che come delle buone abitudini. Da qui il trend negativo sulla nostra saluta globale quando si vive in città.
Ulteriori dati scientifici
Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health ha confermato questa teoria: vivere vicino al verde aumenterebbe la possibilità di fare attività fisica, un vero toccasana per la salute cardiovascolare. Come se non bastasse, la vicinanza con la natura aiuta a prendere decisioni migliori e a comunicare meglio, grazie a valori generalmente inferiori di stress psicologico. A trarne beneficio, insomma, sarebbero anche le relazioni interpersonali delle persone. Rifugiarsi nel verde quando è possibile, insomma, aiuta in tutto e per tutto.
La campagna e i suoi problemi
Se la città porta le persone a muoversi meno del dovuto, cosa succede in campagna e nelle aree rurali fuori dalla città? Ci sono i pro e i contro. Chi pensava fosse tutto “rose e fiori” rimarrà deluso. Anche la vita in campagna, infatti, presenta delle negatività che si ripercuotono sulla salute media degli abitanti, specialmente quelli non più giovanissimi.
Le persone che abitano fuori città, infatti, risultano in media con tassi di povertà più elevati e opportunità di lavoro più limitate, difficoltà di accesso all’assistenza sanitaria e legati a fattori ambientali a rischio, come l’isolamento e la mancanza di trasporti efficienti. Lo studio da cui abbiamo preso spunto per questo paragrafo (raggiungibile a questo link AARP - Rural–Urban Health Disparities among US Adults Ages 50 and Older) è stato condotto negli USA, ma troviamo molte affinità anche con la situazione italiana. Attenzione però: l'indagine è stata condotta tra ultra-65enni. Persone più giovani consapevoli di queste dinamiche possono facilmente ovviare a molte delle problematiche elencate, minimizzandone gli effetti negativi.
Aria? Non c'è paragone.
Le aree fuori città vincono a mani basse nella qualità dell'aria. Citiamo un sondaggio effettuato da Legambiente: su un campione di 97 città italiane, comprendente tutti i centri più grandi della Penisola, risulta che la stragrande maggioranza di esse sfora il limite suggerito dal Ministero della Salute per il Pm2,5 e in molti casi anche per il Pm10.
L'85% del campione delle città risulta avere in media una qualità insufficiente dell'aria: Torino, Roma, Palermo, Milano e Como sono risultate essere le peggiori in assoluto. Solo il 15% si salva: Enna, Campobasso, Catanzaro, Grosseto, Nuoro, Verbania e Viterbo, L’Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani.
La vicinanza al mare e l'altitudine aiutano moltissimo: il primo è garanzia di venti più forti rispetto all'entroterra durante tutta l'anno. La seconda è una garanzia ancor più grande per avere aria pulita, visto che la polveri sottili tendono ad essere più pesanti e a “scivolare” a valle con facilità, lasciando puliti gli strati superiori. Spesso infatti, quella dell'aria inquinata non è solo una questione tra campagna e città: risulta essere, di più, una questione tra differenti altitudini. Sopra i 300 metri di quota, infatti, l'aria si rimescola (e quindi si pulisce) molto più di frequente rispetto alla pianura.
La chiave di tutto? La consapevolezza
Uno stile di vita sano può essere condotto anche in città, seppur con molta più fatica rispetto alle zone rurali. Risiedere in un'area fuori dalle grandi metropoli risulta essere un vero e proprio invito per condurre uno stile di vita più attivo e salutare, mentre in città il rischio è di essere “risucchiati” dal sistema-metropoli, capace di portarti tutto quanto alla porta di casa. Comodo sì, ma alla lunga dannoso per la nostra specie.
In Italia una delle pratiche più diffuse per sviluppare le aree interne rurali è la defiscalizzazione parziale per aziende e residenti del territorio. Sono numerose, nel corso degli anni, le iniziative da parte della politica delle varie regioni, in tal senso: uno degli ultimi esempi arriva dalla Sardegna, regione a statuto speciale da tutti conosciuta per il suo splendido mare ma che in realtà possiede un'area interna di collina e montagna estremamente vasta in termini di superficie.
Due deputati sardi (nella fattispecie Emiliano Fenu e Alessandra Todde, originari della provincia di Nuoro e militanti nel Movimento 5 stelle) hanno presentato una proposta di legge in parlamento che prevede esoneri dal pagamento di tasse e contributi per cinque anni per le imprese che svolgono la propria attività in un comune sardo con meno di 15 mila abitanti e almeno la metà del proprio territorio ad una altitudine di 500 metri sul livello del mare. Una fattispecie che in Sardegna, regione a statuto speciale, si può applicare a decine e decine di comuni dove, da decenni, è in corso un progressivo spopolamento, forse anche più rapido delle aree con le stesse caratteristiche nel Continente.
Proposte simili anche da altri territorio
La proposta dei deputati sardi si affianca, peraltro, ad una seconda proposta simile di de-fiscalizzazione già depositata in Commissione Finanze. «Lo spopolamento – hanno commentato i firmatari della proposta – è un fenomeno che non riguarda solo la Sardegna, nemmeno solo i piccoli paesi, ma interessa tutta l’Italia e anche tanti paesi di media grandezza; le persone sembrano attratte sempre di più dalle cosiddette aree ad 'alta velocità', le maggiori aree metropolitane che in genere ospitano le stazioni dei treni ad alta velocità. La Sardegna – concludono – ha scarsi collegamenti interni e soffre la sua condizione di isolamento. Per queste ragioni i nostri paesi dell’interno sono a tutti gli effetti delle isole nell’isola».
Negli stessi giorni una terza proposta, del tutto simile a quella sarda, è stata portata avanti anche dalla regione Molise, basata su turismo lento, utilizzo dello smart working e, appunto, politiche di defiscalizzazione. Una proposta di legge sarebbe già stata recapitata al ministro delle Autonomie e degli Affari regionali Roberto Calderoli.
Defiscalizzazione? Efficacia dubbia
La domanda però sorge spontanea: siamo sicuri che la defiscalizzazione sia la via migliore per limitare lo spopolamento di un'area? A nostro parere, questa ci sembra una visione fin troppo semplicistica, anche perché se così fosse le aree interne sarebbero ben più sviluppate e attrattive di quanto invece non lo siano.
Che la mera defiscalizzazione non basti da sola lo sostengono, più o meno direttamente, anche gli stessi firmatari della proposta, Fenu e Todde: «La proposta di legge sulle zone franche montane della Sardegna può costituire un sostegno alle imprese che hanno deciso di scommettere sulle enormi potenzialità dei nostri territori di montagna e che per questo devono essere aiutate. Il problema però è molto complesso non si può pensare che esista una sola ricetta; le ricette proposte devono essere tante e diverse».
Il punto è questo: quali sono le altre ricette? Spesso non sono presenti nelle proposte di legge. La defiscalizzazione nuda e cruda non basta per rilanciare un territorio, anzi: se attuate con poco raziocinio (quello che ci sembra di vedere in molte situazioni sparse sul territorio italiano) risultano più uno spreco di risorse che un vero volano per lo sviluppo di un territorio.
Meno tasse ma i servizi continuano a mancare...
Ok la defiscalizzazione: chi sono, però, i cittadini che si accontentano di pagare meno tasse senza avere servizi all'altezza e reali possibilità economiche sul loro territorio? A nostro parere molte poche. Motivo per cui tante proposte di de-fiscalizzazione, alcune anche messe in pratica, non si traducono in vere e propri rilanci del territorio.
Da sola la de-fiscalizzazione, insomma, serve a poco. Eppure spesso, in molte zone d'Italia, sembra che la defiscalizzazione sia il modo più semplice, anche per i governanti che la propongono, di mettere una toppa a tutti i problemi di spopolamento delle aree interne.
Servizi mancanti nelle aree interne
In tutto questo, mentre nuove proposte di de-fiscalizzazione delle aree interne vanno avanti, le aree interne continuano a soffrire mancanze nei servizi di base inaccettabili per il 2023. Ne è un esempio, su tutti, la mancanza dei medici di famiglia in svariate aree collinari e montane dal nord fino al sud Italia, con milioni di residenti costretti a doversi spostare per chilometri per accedere ai servizi base della sanità, il cui diritto è sancito dalla Costituzione.
Pagare meno tasse, insomma, non serve se i diritti base non vengono garantiti.
Chi è cresciuto ed è stato adulto in Europa dopo la caduta del Muro di Berlino è abituato ad avere la certezza che all'interno di qualsiasi supermercato del continente troverà tutto ciò di cui ha bisogno per sostenersi o, ancor più semplicemente, tutto ciò di cui ha voglia. La grande disponibilità di materie prime da allora ha da sempre caratterizzato nel bene, ma anche nel male, lo stile di vita occidentale, fino ad essere dato totalmente per assodato. Ciò che appare sempre più evidente nel 2023, però, è che non tutti hanno capito quanto questa disponibilità sia diventata sempre più fragile e delicata in questa fase storica: secondo buona parte della comunità scientifica, infatti, il mondo sta affrontando la peggiore crisi alimentare dalla Seconda Guerra Mondiale in poi.
Una crisi più profonda di quel che sembra
Il settore agroalimentare mondiale sta attraversando un periodo estremamente complesso a causa di una cronica mancanza di risorse: oltre alla crisi climatica, che tra siccità e alluvioni sta distruggendo interi settori dell’agricoltura mondiale soprattutto nei paesi più poveri, in questi ultimi anni la pandemia prima e la guerra in Ucraina hanno contribuito ulteriormente a destabilizzare i sistemi alimentari globali. Non a caso, secondo i recenti studi, il numero di persone colpite dalla fame continua a crescere nel mondo. Il sistema occidentale, occorre specificarlo, resiste col suo “privilegio” di risorse apparentemente (e, lo precisiamo, solo apparentemente) illimitate, ma altrove la situazione è ancora peggiorata.
Il forum di Berlino
A inizio anno a Berlino si è tenuto il Forum Globale per l’Alimentazione e l’Agricoltura (GFFA) che ha avuto come tema proprio la mancanza di risorse primarie nel mondo in questa fase storica. Una condizione di partenza che stride con l'ambizioso progetto della comunità internazionale che con l'Agenda 2023 si è posto l'ambizioso proposito di porre fine alla fame nel mondo. Missione impossibile? L'orizzonte temporale ristretto non aiuta certamente.
Una catena di complicazioni
In questi ultimi anni non stanno pienamente funzionando le catene di approvvigionamento del cibo e questo ha portato a un aumento dei prezzi dei generi alimentari di base, dei fertilizzanti e delle materie prime, aggravando le disuguaglianze tra zone privilegiate e non. Nel forum di Berlino si è discusso a fondo la questione: secondo i report, nell’ultimo decennio i flussi di denaro complessivamente destinati alla lotta al cambiamento climatico sono aumentati. Tuttavia la quota di questi destinata all’agricoltura invece è in costante diminuzione.
Il settore dell’agricoltura e dell’uso del suolo ha ricevuto finanziamenti per un totale di 122 miliardi di dollari tra il 2000 e il 2018, ovvero solo il 26 per cento dei soldi globali destinati al clima. Eppure il settore agricolo risulta fondamentale per la tenuta del sistema alimentare mondiale. In molti, per ora, sembrano non essersene pienamente accorti.
Maria Helena Semedo, vicedirettrice generale della FAO, ha detto: «Il momento è estremamente critico perché l’attuale crisi alimentare globale è molto lontana dall’essere finita. I paesi e i villaggi più vulnerabili del mondo stanno contemporaneamente lottando anche contro il cambiamento climatico e per la salvaguardia della biodiversità».
Le proposte da Berlino
Dal forum tedesco sono emerse una serie di idee che puntano a dettare le politiche future in tema di alimentazione, agricoltura e cambiamenti climatici. Si parla di riduzione del carbonio nell’agricoltura e nella pastorizia, lotta contro la desertificazione, la deforestazione e il degrado del suolo per tutelare e proteggere le catene di approvvigionamento del cibo e una maggiore cura dell'acqua (su cui torneremo presto con un articolo specifico sulla situazione in Italia) in chiave anti-spreco. Basterà? Non è detto è, comunque, queste linee andranno messe in pratica nei prossimi anni dalla comunità internazionale.
Partiamo dalla consapevolezza
Intanto noi, nel nostro piccolo, possiamo iniziare ad essere consapevoli di quanto sia delicata la questione legate alle risorse alimentari sul nostro pianeta, anche nella nostra “privilegiata” Europa occidentale. Lo dobbiamo a noi ma soprattutto alle generazioni future.
Le ultime stime su PIL e crescita economica sono lusinghiere per il nostro paese, come vedremo tra poche righe. Siamo però sicuri sia veramente il caso di festeggiare? Da un'analisi più attenta verrebbe da dire di no.
Andiamo per gradi: secondo l'Istat, la crescita economica prevista per il biennio 2023 - 2024 è tra l'1,1 e l'1,2%. «Ci si attende - sottolinea l'Istat - che i consumi delle famiglie residenti e delle Isp (istituzioni sociali private al servizio delle famiglie) segnino, in linea con l'andamento dell'attività economica, un aumento nel 2023 (+0,5%), che si rafforzerà l'anno successivo (+1,1%), grazie all'ulteriore riduzione dell'inflazione associata a un graduale recupero delle retribuzioni e al miglioramento del mercato de lavoro».
Anche il mercato del lavoro, secondo l'Istat, segnerà valori in crescita. I valori percentuali si riferiscono a “Unità di lavoro” e qui occorre una breve digressione sul significato di questa particolare unità di misura. Con questo valore, infatti, «si intende la quantità di lavoro prestato nell'anno da un occupato a tempo pieno, oppure la quantità di lavoro equivalente prestata da lavoratori a tempo parziale o da lavoratori che svolgono un doppio lavoro». Detto ciò, il mercato del lavoro è visto in crescita nel biennio 2023/2024, tra il 1,2 e l'1%.
Sempre secondo le stime Istat, il miglioramento dell'occupazione si accompagnerà a un calo del tasso di disoccupazione che scenderà al 7,9% quest'anno e al 7,7% l'anno successivo.
«La previsione – comunica Istat – si fonda su ipotesi favorevoli sul percorso di riduzione dei prezzi nei prossimi mesi e sulla attuazione del piano di investimenti pubblici programmati nel biennio».
Tutti felici? No. Veniamo, infatti, alle dolenti note.
I rischi per la nostra economia
Tanto per cominciare, quelle fino adesso enunciate sono delle previsioni e non dei dati acquisiti. Una sana dose di scetticismo è d'obbligo in una fase così incerta dell'economia mondiale, senza dimenticarci il sanguinoso conflitto in Ucraina che tiene in bilico il destino economico (e non solo...) di mezzo mondo.
Alluvione in Emilia Romagna
Ci sono poi dati oggettivi su scala nazionale e continentale che remano contro le dinamiche rosee previste. Una è stata espressa dalla stessa Istat, al termine del suo report mensile. «Un fattore di rischio potrebbe venire dalle conseguenze economiche, soprattutto sul settore agricolo, della recente ondata di maltempo che ha colpito con effetti drammatici l'Emilia Romagna».
Quella in Emilia Romagna è stata un alluvione devastante: la regione non solo ha pagato un grande tributo di vite umane, ma ha anche visto pesantemente compromessa la propria economia (leggi anche Alluvione in Emilia-Romagna, frutta e grano decimati, rischio di danni irreversibili ) in una delle aree più produttive dell'intera nazione, visto che il 9,2% del Pil nazionale arriva proprio da questa zona d'Italia. Le imprese colpite nei settori del commercio, dell’alloggio e della ristorazione, della moda, dell’elettricità ed elettronica, della logistica e dei servizi alle imprese ammontano a oltre 68mila, con più di 220mila addetti coinvolti nei comuni alluvionati. Giocoforza questa situazione ha generato una catena di effetti negativi sull’intera filiera produttiva, con un rallentamento delle attività commerciali e una riduzione dei consumi che è andata oltre i meri confini regionali.
Inflazione
Un altro elemento da non sottovalutare è l'inflazione: l'Istat ha comunicato che nel mese di maggio 2023 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività ha registrato un aumento del 7,6% su base annua, però in lieve calo dal +8,2% del mese precedente. É vero che il trend è timidamente verso il basso, ma il valore assoluto è sempre di tutto rispetto e preoccupa, giustamente, milioni di risparmiatori.
Tassi d'interesse giù (ma sempre alti)
Ci sono poi i tassi d'interesse, che la Bce ha rialzato pesantemente. Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, ha confermato i timori per l'economia nazionale anche in questa fase storica. Secondo Patuelli in Italia sono molteplici i settori sottocapitalizzati che vanno attentamente monitorati per non rischiare un default, su tutti settori edili e quello dei servizi.
Il nuovo aumento dei tassi ha colto di sorpresa molti operatori che adesso rischiano di non poter accedere al credito sufficiente per procedere con le proprie attività. «Uno dei settori che appare maggiormente in difficoltà è appunto quello edilizio che storicamente vive di strategie a breve termine e molte aziende non sono portate a curare la tenuta patrimoniale. Anche nel settore dei servizi e del turismo, soprattutto quello balneare, c’è il rischio del fallimento di qualche azienda. Il pericolo è che tutto questo possa portare a crisi di impresa e quindi al deterioramento di parti non trascurabili del credito bancario» ha detto il presidente dell’Abi Patuelli in una recente intervista a Repubblica.
Alla luce di tutto questo, la nostra considerazione è che non sia il caso di lasciarsi andare a facili entusiasmi: le previsione economiche sono sì discrete per il futuro, ma molti fattori oggettivi rendono questa fase economica ancora molto delicata e complessa per i conti di famiglie e aziende italiane. Non tenerne di conto sarebbe una grave ingenuità da parte di tutti.
Quella colpita dall'alluvione due settimane fa è una delle principali aree di produzione agricola-alimentare dell'intero paese. Non a caso, è nota anche come “Fruit Valley” italiana. Un distretto produttivo che, in questa Regione, conta su oltre 56.600 ettari di superficie coltivata che nel 2022 hanno generato una produzione lorda vendibile di 1,2 miliardi di euro.
Secondo una stima prodotta dalla regione Emilia-Romagna all'indomani della tragedia sono quasi 21mila le aziende del settore che hanno ricevuto danni dagli allagamenti. Sono 2800 circa, invece, le aziende alimentari danneggiate: industrie che danno lavoro a quasi 41mila dipendenti, poco meno della metà di tutti gli occupanti del settore in regione.
A differenze di altre alluvioni che purtroppo hanno funestato la nostra nazione, quella scatenatasi sull'Emilia-Romagna ha coinvolto un'area molto vasta che si estende grossomodo dalle porte di Bologna fino al primo entroterra riminese. E se in pianura gli allagamenti hanno invaso, implacabili, case, aziende, campi e strade, in collina i guai sono arrivate da frane e smottamenti. Meleti, coltivazioni di pesche, allevamenti animali, viti per la produzione di vini: proprio quest'ultima risulta tra le produzioni più colpite, con circa 27mila ettari (metà della superficie regionale adibita) colpita da allagamenti o frane, con punte di distruzione ancor più alte nella provincia di Ravenna.
Anche le pesche hanno sofferto largamente l'alluvione: il Centro Agroalimentare Roma (Car) stima che quest'anno la frutta all'ingrosso costerà il 15% in più rispetto allo stesso periodo del 2022. In particolare ciliegie, albicocche, pesche e pere, tutte produzioni compromesse dal disastro emiliano-romagnolo. Per contro, arriveranno prodotti della stessa tipologia dai mercati esteri, spagnoli su tutti. Secondo le stime, la distruzione di alcune aree coltivate e coltivabili potrebbe essere irreversibile: il dissesto idrogeologico di due settimane fa avrebbe potuto rendere il terreno inadatto a ricevere nuove coltivazioni per molti, molti anni. Il lento deflusso dell’acqua nei frutteti successivo agli allagamenti, ad esempio, è estremamente dannoso per le piante. Con questa dinamica è possibile che le radici possano marcire e morire.
Secondo Confagricoltura «le piante da frutto da estirpare potrebbero essere minimo dieci e massimo quaranta milioni, a seconda di quanto si rivelerà grave la situazione dopo le analisi. Inoltre – aggiungono – un frutteto nel quale muore più del trenta per cento delle piante non è più economicamente sostenibile; quindi, anche in quel caso potrebbe rendersi necessario ricominciare da zero». La strada per tornare in carreggiata, anche nel caso arrivassero degli indennizzi economici da Regione e Governo, risulta insomma ancora molto lunga per abitanti e lavoratori di questa regione.
Calendario alla mano, è finalmente andato in archivio questo funesto mese di maggio, uno dei più piovosi della storia per il centro-nord italiano. Il meteorologo professionista Pierluigi Randi ha così analizzato il mese di maggio 2023, risultato essere sopramedia pluviometrica del 366,4%. «In Romagna abbiamo registrato valori termicamente nella norma, secondo la media 1981-2010, ma piovosissimo, sebbene le aree di bassa pianura non abbiano superato il maggio 1939, il quale è invece stato battuto in carrozza dalla fascia pedecollinare al medio Appennino.
Anomalia di precipitazione di +366,4% rispetto alla medesima norma, ma se si depennano le stazioni di bassa pianura e costa si sale verso il 500/600% in più. Da sottolineare, infine, che anche laddove il maggio 1939 sia stato più piovoso, all’epoca si contarono molti giorni di pioggia in più, dunque l’intensità di precipitazione è comunque superiore nel maggio recente, ed ha una grande importanza».
Il popolo emiliano-romagnolo da subito si è rimboccato le maniche e ha iniziato la ricostruzione. Le cicatrici sul terreno (e anche nell'animo) però sono destinate a rimanere ancora per molto tempo.
Tutti noi abbiamo ancora negli occhi l'escalation generata dalla crisi economica sui mutui sub-prime partita negli Stati Uniti del 2007. Una “fiammata” che ha provocato una tremenda recessione arrivata, forte e chiara, anche in Italia. Da qui le forti preoccupazioni per quanto sta accadendo in queste ultime settimane in Europa e negli USA da un punto di vista finanziario. Il pensiero di molti è il seguente: «Ci risiamo?». Vediamo di capire meglio la situazione che abbiamo di fronte agli occhi.
La crisi finanziaria è tornata alla ribalta dopo la notizia arrivata dagli USA sul crollo della Silicon Valley Bank. Tempo qualche giorno, ed è arrivata la notizia del crollo di Credit Suisse in Svizzera. Sembrava l'inizio della fine ma, in realtà, in questa fase sembra che il sistema generale abbia retto e non sia sia assistito al tanto temuto contagio. In pratica, come ha spiegato l'economista Orlando Barucci (co-fondatore del gruppo di investimento Vitale & Co.)
«il nervosismo dei mercati si è sfogato finora solo contro gli anelli più deboli, che tutti sapevano essere deboli, o per usare un’altra metafora, che sia rimasto confinato agli angoli del sistema. Le autorità hanno reagito con rapidità e efficacia e a me sembra che sappiano quello che fanno».
Per autorità si intendono i governi centrali che hanno guidato l'acquisizione dei gruppi bancari crollati in favore di altri capace di assorbirli: Credit Suisse è stata inglobata dentro UBS (per tre miliardi di franchi svizzeri) e la Silicon Valley Bank comprata da First-Citizens Bank negli Stati Uniti. Una crisi assorbita, è il caso di dirlo, nel giro di pochi giorni. Tutti felici? No, perché se la crisi dovesse colpire un grosso istituto bancario europeo la soluzione potrebbe non solo non essere così veloce, ma il contagio verso altri istituti bancari dell'Eurozona sarebbe ben più alto.
Ne ha parlato in questi termini anche Wolfgang Münchau, grande esperto di finanza e articolista del Financial Times.
«Il governo e la banca centrale svizzera sono riusciti a rimediare al disastro nel giro di un paio di giorni, convincendo la UBS, la più grande banca svizzera, a fagocitare il Credit Suisse. Fine della crisi. Confrontiamo questa situazione con la crisi del debito che ha afflitto per molti anni la zona euro, la quale resta vulnerabile ancora oggi».
Da qui le preoccupazioni per un possibile ulteriore crisi, stavolta europea, capace di mettere a soqquadro il già delicato equilibrio comunitario nell'era post-Covid.
«Le crisi finanziarie – prosegue Münchau – non si ripetono mai esattamente nello stesso modo, motivi per cui difficilmente ripartirà qualcosa in Grecia. Tra tutti i possibili scenari della crisi futura, arrivo ad ipotizzarne uno: una crisi del debito che si innesca nel punto nodale tra banche di stato, industrie superate e governi che lottano disperatamente per proteggere il proprio modello economico. L’industria automobilistica tedesca, per fare un esempio, potrebbe facilmente dare avvio a una crisi nei prossimi anni».
Perché proprio il mondo dell'auto tedesco, una delle industrie più solide al mondo? Perché l'industria automobilistica europea, in particolar modo tedesca, sta arrancando a fatica nella transizione verso il mondo delle auto elettriche e dell’intelligenza artificiale. La Germania, così come l'Italia, non sono America o Svizzera: le banche più solide sono sotto la sorveglianza della BCE ma possono rivelarsi molto vulnerabili durante una situazione di contagio in quanto tutte, de facto, sono nazionalizzate a seguito della crisi del 2007/2008, anni in cui vennero immessi nei sistemi bancari ingenti quantità di soldi pubblici per evitarne il crollo.
«Nell’unione monetaria – sottolinea Münchau –, siamo davanti alla follia assoluta, fonte di persistente vulnerabilità. E non tutti i governi sono in grado adesso di salvare una grossa banca. Persino la Germania si ritroverebbe in difficoltà in alcuni casi».
E l'unione bancaria dell'Unione Europea, concepita appunto per evitare contagi irrefrenabili tra istituti bancari in caso di crisi? Secondo Münchau
«si tratta di unione bancaria soltanto nel nome visto che non si è dotata di tutela comune dei depositi e vista la mancanza di un regime di risoluzione bancaria. Quanto fatto, ad esempio, tra Credit Suisse e UBS non sarebbe possibile tra banche di nazionalità diversa dentro l'Unione Europea, questo è il guaio».
Il motivo? Convincere i diversi governi nazionali ad accollarsi i debiti di un istituto bancario straniero per evitare il contagio. Una missione praticamente impossibile.
Ovviamente, a Metropoli Rurali non siamo in grado di poter profilare il futuro della finanza globale: le previsioni sono difficilissime anche per gli esperti del settore e, oltretutto, abbiamo alle spalle 15 anni in cui ne abbiamo viste di tutti i colori.
Quel che possiamo concludere è che Credit Suisse e Silicon Valley Bank sono stati due fulmini a ciel sereno che non possono non preoccupare i risparmiatori europei, ma quanto meno per ora sembra escluso l'effetto domino. La situazione rimane instabile e soggetta a cambiamenti, pertanto l'attenzione sui possibili rischi del sistema bancario europeo rimane alta e tutta da monitorare. Noi, per lo meno, continueremo a farlo.
Diciamoci le cose come stanno, quando il presidente della Repubblica, in questo caso Sergio Mattarella, parla, sappiamo che tutte le parole sono misurate, pesate e attentamente analizzate. Il presidente della Repubblica non fa comizi o della semplice conversazione, ma dà dei messaggi e delle indicazioni ben precise, studiate, che rispecchiano nel loro insieme la strada da intraprendere dovuta ai cambiamenti e alle evoluzioni significative che avvengono nel paese, che siano queste in positivo o in negativo.
Durante la presentazione di “Polis” (leggi qui l'articolo completo: I piccoli borghi tornano al centro: Poste e Mattarella confermano il cambio di paradigma ), il nuovo servizio proposto da Poste Italiane che incentiverà e incrementerà i servizi di pubblica utilità nei piccoli paesi e borghi delle zone collinari e montane, il presidente Mattarella dal palco rivolto ai primi cittadini presenti ha speso parole di un peso notevole: il messaggio del capo della Repubblica ha conferito un'importante responsabilità ai primi cittadini, indicando le linee guida di un futuro che li vedrà operare con un ruolo di primo piano nel gestire una fase di transizione e cambiamento epocale.
Un cambiamento che ormai è già avviato da tempo ed tutt'ora in corso, cosi profondo e radicale che sta portando ad un progressivo cambiamento delle abitudini e stili di vita, lavorativi e abitativi di tanti italiani.
Noi di Metropolirurali (link editoriale Cambi di paradigma: la rivincita della aree interne collinari sulla città ) ci eravamo permessi di evidenziare e lanciare un piccolo messaggio ai sindaci “di paese” relativo alla loro nuova importanza.
Riportiamo dall'articolo linkato: “Gli amministratori che si ritrovano alla guida dei vari comuni presenti sulla fascia appenninica devono essere consapevoli di questo cambio di paradigma destinato ad acuirsi nei prossimi anni: occorre una forte presa di coscienza e di conseguenza di comportamenti e richieste da parte di essi verso la politica centrale. Se anni fa il sindaco del piccolo comune collinare o montano non aveva alcun voce in capitolo tanto da essere quasi snobbato dalla politica centrale nazionale, oggi si ritrova in una situazione ben diversa, completamente ribaltata, si ritrova ad essere attore protagonista in un cambio di paradigma totale”.
Lo abbiamo scritto con estrema convinzione il 2 Maggio 2022. Parole nate grazie alle testimonianze, ai dati, alle valutazioni e alle analisi fatte, sicuri che questo “ritorno al centro” delle aree interne fosse già in atto e che secondo noi non era per niente da sottovalutare. Anzi, già allora sarebbe stato fondamentale volerlo vedere e di conseguenza prenderne coscienza, iniziando a costruire un'idea e un progetto.
Ora occorre rimboccarsi le maniche e fare, occorre mettere in campo oltre i soldi (che col Pnrr ed altri interventi ci possono essere e tanti), un certo dinamismo, con un'ottimizzazione dei tempi per arrivare ad avere fin da subito una visione di come possa e debba cambiare un territorio fino adesso trascurato ingiustamente. Un territorio che, adesso, si prepara a gestire quella che nei fatti è un'autentica migrazione interna che, oltre che essere stata sottovalutata, è stata anche fatta passare come qualcosa di temporaneo e con un effetto limitato.
Si sono formati due simil-uragani sul Mar Adriatico a metà gennaio: un evento con tempi di ritorno secolari... ma nessuno (o quasi) se ne è accorto.
Andiamo per gradi.
La settimana appena passata ha avuto molto da raccontare sotto il profilo climatico e meteorologico. Per i lettori che si imbatteranno in questo articolo tra qualche mese, parliamo della settimana iniziata il 16 gennaio 2023 e conclusasi il 23 gennaio.
In sostanza, dopo quasi due mesi di temperature ampiamente sopra la media e nessuna nevicata in Appennino, finalmente una perturbazione di origine polare ha investito l'Italia riportando non solo le temperature sotto la media in tutta Italia, ma anche la neve in Appennino. I media generalisti hanno perso un'occasione per parlare nei giusti termini della dinamica climatica in corso.
Narrazione poco attenta e titoli fuorvianti
Non sono mancati, soprattutto nei telegiornali, titoli del tipo «Arriva il gelo sull'Italia!», oppure, «Nella morsa del freddo record», mancando totalmente il vero punto della situazione in corso. Perché? Quella appena trascorsa è stata tutta meno che una settimana gelida in Italia: nel centro nord della regione si è andati malapena sotto lo zero in pianura, mentre in montagna si sono avute temperature relativamente normali: parliamo di -5/-6 gradi centigradi a 1500 metri in Appennino. Le nevicate, arrivate in collina e solo a tratti in pianura in Emilia Romagna e Veneto, sono cadute con temperature sul filo dello zero, spesso di poco sopra. Al di là dei titoli sensazionalistici mal calibrati, ormai divenuti purtroppo frequenti in un certo tipo di stampa italiana, la vera “mancanza” della narrazione dei fatti è stata un'altra.
E ve la raccontiamo noi.
Due uragani sull'Adriatico passati... nel silenzio
Nella giornata di sabato 21 gennaio e, in misura più contenuta, lunedì 23 gennaio, sul Mar Adriatico si sono susseguite due intense perturbazioni che hanno avuto i connotati fisici atmosferici di un uragano, almeno in uno dei due casi. Chiaramente, il Mar Adriatico non è Golfo del Messico, quindi il fenomeno si è sviluppato con scala e intensità piuttosto ridotta rispetto ai famosi “cugini” americani. Eppure, nel periodo teoricamente più freddo dell'anno, questi vortici hanno trovato comunque abbastanza energia per svilupparsi e portare piogge intense, alluvioni e raffiche di vento sopra i 100 chilometri orari.
Il primo uragano si è formato nella notte tra sabato e domenica. L'occhio ha investito la città di Rimini, dove il barometro è sceso di 12 hPa (unità di misura della pressione atmosferica, equivalente al “millibar” non più in uso) nel giro di pochi istanti. Un calo repentino tipico delle tempeste tropicali che, in una perturbazione normale, si registrerebbe nel giro 7/8 ore. Una volta transitato l'occhio, la pressione è ri-schizzata in alto in tempi altrettanto brevi.
I dati delle boe al largo di Rimini hanno mostrato un improvviso aumento dell'altezza delle onde, da 2,4 metri ad oltre 4 metri nel giro poche ore, per poi scendere nuovamente nel giro di poco. Sulla linea di costa si sono avuti venti fino 115 km/h, anche se probabilmente gli strappi violenti e turbolenti hanno raggiunto velocità maggiori.
Una boa a pochi chilometri dalla costa, utilizzata da ISMAE cnr (raggiungibile qui http://www.ismar.cnr.it/infrastrutture/piattaforma-acqua-alta/onde/onda-e-correnti-pol, dove è anche presente un'interessantissima webcam), ha registrato invece un picco di 135 km/h.
Il meteorologo professionista Pierluigi Randi ha aggiunto ulteriori descrizioni dell'evento. «Per un breve tempo – ha commentato – si è avuta una “shallow symmetric warm core” associata ad un “ring of convection” (formazioni convettive ad anello) abbastanza ben definito a circondare un piccolo “occhio”, che si è reso visibile nelle immagini satellitari, sia pure per poco. Con un bacino di mare più ampio e più caldo molto probabilmente sarebbe diventato un problema serio, un po' come accade solitamente nei mari che circondano le nostre regioni meridionali quando si innescano i TLC».
TLC, per la cronaca, significa “Tropical-like cyclone”, vale a dire “ciclone simile a quello tropicale”. Una nomenclatura americana per differenziare i cicloni tropicali mediterranei da quelli molto più robusti americani. L'Adriatico, per nostra fortuna, è poco profondo e relativamente stretto: l'orografia delle coste ha disturbato la tempesta tropicale, contribuendo alla relativa breve vita del sistema, che comunque ha portato una forte mareggiata sulla costa adriatica ed una tempesta di neve nel vicino Appennino romagnolo.
La replica, un po' meno forte
Nemmeno quarantotto ore dopo la situazione è stata replicata da una seconda perturbazione con le stesse caratteristiche che ha seguito la medesima traiettoria. In questo secondo episodio, l'occhio del ciclone non si è pienamente formato, non rientrando ufficialmente dunque nella categoria “uragani” o TLC. Nonostante formalmente non fosse un uragano, anche questa seconda depressione ha portato, come ha commentato il meteorologo toscano Lorenzo Catania, «raffiche di vento fino a 60-80 km/h fino alle pianure interne di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, punte di 90 km/h per le coste romagnole e localmente quelle marchigiane; neve in abbondanza sull'Appennino del Nord e del Centro, fiumi in piena nelle Marche con rischi idrogeologici non indifferenti».
Il clima italiano diventa sempre più estremo
Questi due forti perturbazioni raccontano, ancora una volta, quanto il clima sia cambiato in tempi brevi: i TLC avvengono ogni 4-5 anni nel Mediterraneo, ma si formano solitamente tra ottobre e novembre, nello specchio di mare che va dalla Sicilia alla coste tunisine e libiche. L'ultimo evento simile a quello avvenuto in Adriatico risaliva al 1976, ma quella volta era pieno agosto, non certo gennaio inoltrato.
L'altro elemento che racconta questa storia è questo: l'incapacità e il disinteressa dei media generalisti di andare oltre il solito titolone “Italia nella morsa del gelo” che, questa volta, è sbagliato per due motivi. Da una parte, non c'è stato alcun gelo in pianura. Dall'altro, l'aver mancato e non comunicato l'eccezionalità dei due eventi atmosferici, senza descriverli come noi, nel nostro piccolo, abbiamo provato a fare in questo nostro articolo.
Una narrazione poco accurata degli eventi meteo
Infine, un'ultima considerazione: ha fatto molto più notizia sui media nazionale una settimana di inverno sostanzialmente normale (fatta eccezione per i due eventi eccezionali che, comunque, non sono stati menzionati) che l'anno più caldo di sempre nella storia della meteorologia, vale a dire il 2022. L'approccio attorno alla meteorologia e alla climatologia deve cambiare anche nella sua narrazione.