Metropoli Rurali
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Sprecare cibo non è più possibile sostanzialmente per due motivi: da una parte c'è la necessità etica di non buttare via qualcosa di vitale a cui molti, nel mondo, non hanno accesso. Dall'altro, c'è la necessità per ogni famiglia di risparmiare il più possibile vista la fase di crisi economica (e di caro prezzi!) che stiamo attraversando ormai da molti mesi.
Le strategie per minimizzare gli sprechi sono note a molti: una precisa lista della spesa quando si va al supermercato, dare sempre sguardo attento alla data di scadenza dei prodotti e utilizzare app anti-spreco sono solo alcune delle strategie da fare proprie. Di queste buone pratiche ne avevamo parlato anche in un nostro articolo, consultabile qui: Lista precisa, orario di spesa e occhio agli scaffali bassi: le regole d'oro per risparmiare al supermercato
Sprechi, cibo (e soldi) buttati: l'analisi del malcostume
La necessità di minimizzare gli sprechi necessita però di ulteriori analisi. Gli italiani stanno diventando sempre più attenti alla spesa, è vero, ma non basta. Secondo gli ultimi dati a nostra disposizione, l’81% degli italiani ha preso l’abitudine di fare una lista ponderata degli acquisti da effettuare per mettere sotto controllo le spese d’impulso (come avevamo consigliato noi nel nostro articolo sopra indicato). Addirittura il 92% degli italiani si dichiara ben attento a controllare la data di scadenza per acquistare solo cibo da consumare nel breve periodo.
Il grande equivoco
Non aiuta però a combattere lo spreco quel grande equivoco che va avanti da anni, in Italia e nel mondo: leggere le diciture “da consumarsi entro” e “da consumarsi preferibilmente entro“ come sinonimi. Non è affatto così: la differenza è quella tra data di scadenza e termine minimo di conservazione. Il cibo che viene buttato via alla data impressa dopo “da consumarsi preferibilmente entro” è ancora perfettamente mangiabile. Molti, però, non lo sanno e credono di buttare via cibo semplicemente avariato quando in realtà si potrebbe ancora mangiare senza problemi.
Starci attenti non basta: quasi tutti sprecano
Tante buone intenzioni, ma la strada contro lo spreco è ancora lunga ed in salita. Gli ultimi dati forniti dal centro studi “Doxa” raccontano che il 57% degli italiani interpellati ha visto, nella propria casa, almeno un episodio di spreco di cibo nell’ultimo mese. Un dato che, se moltiplicato per quasi 60 milioni di persone, fornisce un risultato spaventoso. Sempre Doxa ha provato a fare una stima di questo spreco in termini economici: parliamo di uno spreco da quasi 1,5 miliardi di euro all’anno in Italia, pari all’1 per cento del Pil nazionale. Il 25% dei partecipanti al sondaggio ha risposto di sprecare cibo semplicemente per scarsa attenzione o dimenticanza. Altri, invece, sottolineano come ci sia una grande diffidenza nei confronti dei prodotti prossimi alla scadenza (che dunque rimangono nella maggior parte invenduti) oppure con confezioni ammaccate, seppur integre all'interno.
L'ONU e il suo ambizioso obiettivo
Anche l'ONU si è pronunciato sullo spreco alimentare, dettando l’obiettivo 12.3 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite: quest'articolo indica di dimezzare entro il 2030 lo spreco alimentare globale pro-capite a livello di vendita al dettaglio e dei consumatori e ridurre le perdite di cibo durante le catene di produzione e di fornitura, comprese le perdite del post-raccolto. Un'ottima intenzione che, a soli sette anni dal traguardo, ci vede però ancora molto lontani dal raggiungimento dell'obiettivo. Sempre il sondaggio Doxa riporta come il 97% del campione ritiene importante l'obiettivo dell'Onu, ma c'è anche tanto scetticismo: solo 4 su 10 ritengono che effettivamente sarà possibile raggiungere un taglio allo spreco così netto.
Italiani molto meglio rispetto agli altri
Seppur con molte mancanze, la lotta allo spreco in Italia è una realtà assodata e la quasi totalità delle persone è quanto meno sensibile alla tematica. Nel nostro paese, però, non siamo nemmeno 60 milioni di persone su quasi 8 miliardi di persone nel mondo. In altre parole, siamo un granellino in una spiaggia... di sprechi. Si, perché altre popolazioni molto più numerose sprecano tanto più cibo rispetto a quanto facciamo noi.
I dati dell'Osservatorio Waste Watcher International di Last Minute Mark fotograno uno scenario sconfortante: in Italia si spreca, in media, circa mezzo chilo di cibo ogni settimana a testa. I più virtuosi, in questa classifica, sono giapponesi e sudafricani, che si fermano a 300 grammi. I veri “spreconi” sono altri: negli Stati Uniti (331 milioni di persone) si spreca a testa 1 chilo e 300 grammi di cibo ogni settimana. In Cina (1 miliardo e 400 milioni di persone) e di 1 chilo e 100 grammi circa.
Se i dati globali fanno accapponare la pelle, è anche vero che per evitare sprechi su scala globale occorrono politiche internazionali precise se non addirittura severe, a riguardo. Il singolo, a livello globale insomma, può poco. Dove ognuno di noi può fare la differenza è nella propria famiglia, combattendo gli sprechi che da subito andranno ad alleggerire il conto della propria spesa settimanale. Noi invitiamo alla lettura del nostro articolo Lista precisa, orario di spesa e occhio agli scaffali bassi: le regole d'oro per risparmiare al supermercato, sempre attuale e -a parere nostro- molto utile.
Un ultimo consiglio
Premettiamo che non è una mera pubblicità, bensì un consiglio spassionato di un qualcosa di veramente utile. Parliamo della app TooGoodToGo, che si prefigge di evitare lo spreco alimentare mettendo in relazione utenti e negozianti che hanno partite di cibo ancora perfettamente commestibile ma in scadenza (non a caso, il nome della app significa “Troppo buono per buttarlo via” in italiano) a un terzo del prezzo di partenza.
Così ci guadagnano tutti: i negozianti, che evitano di buttare cibo ancora buono e ottengono un guadagno insperato e i clienti, che possono mangiare piatti di qualità spendendo meno. L'app, gratuita, è molto semplice da usare: ogni utente prenota una “magic box” (contenente cibo a sorpresa del punto vendita) e poi passano a ritirarlo all’orario indicato. Alla fine, lo stesso utente darà un giudizio votando il punto vendita. Un modo facile, economico e pure divertente per ridurre da subito lo spreco alimentare.
Come sapete, il focus del nostro portale di approfondimento sono soprattutto le aree interne, vale a dire quei territori italiani geograficamente distanti dalla grandi città.
Abbiamo scelto di concentrarci su queste zone perché, a parere nostro, sono quelle con maggiori potenzialità abitative nei prossimi anni. Da più parti si è parlato di una “rinascita” delle aree interne: una controtendenza estremamente recente, sostanzialmente partita dopo la pandemia da Covid-19, arrivata dopo anni di spopolamento inesorabile.
Cosa ha cambiato questa dinamica di spopolamento della aree interne? Due elementi soprattutto: la Pandemia, che ha fatto scoprire (o riscoprire) l'importanza di abitare in un'area a contatto con la natura lontano dagli spazi chiusi inquinati nelle città; l'altra è il surriscaldamento globale, mitigato dalle aree di campagna collinari nelle aree interne e ben più forte e invalidante nelle città di pianura.
Noi stiamo analizzando le dinamiche che stanno permettendo ad alcune di queste zone interne di attrarre nuove abitanti, in controtendenza con quanto accaduto fino al 2020.
Per farlo, però, è opportuno analizzare quanto accaduto per anni prima della “tempesta perfetta” del Covid-19. E per farlo possiamo avvalerci di un'interessantissima ricerca effettuata da Openpolis.it, portale web che «monitora la spesa italiana sull'aiuto pubblico allo sviluppo», come citano gli stessi autori.
Settant'anni di spopolamento diffuso
La ricerca parte da un assunto: «Dal 1951 a oggi, la popolazione nei cosiddetti 'comuni polo' è aumentata del 30,6%: da 15,8 a 20,6 milioni di abitanti. Nei comuni cintura, hinterland delle città maggiori, l’aumento è stato del 48,9% (da 16 a quasi 24 milioni). In quelli periferici e ultra-periferici si è registrato un crollo negli ultimi 70 anni, rispettivamente del 17,7 e del 26,4%. Ovvero da 6,7 milioni di abitanti censiti agli inizi degli anni ’50 a 5,4 settant’anni dopo».
Questa la fotografia scattata appena prima della Pandemia, nel 2020.
Openpolis.it ha analizzato la situazione e la disponibilità di asili nido nelle aree interne del paese fino a quel periodo. Il gruppo di studio ha analizzato proprio questo tipo di indicatore in quanto cartina al tornasole della vivibilità per le famiglie con figli a carico: avere o meno un asilo nido nelle vicinanze della propria residenza spesso significa la possibilità di rimanere (o meno) ad abitare in quel posto.
Tempi moderni, ancora spopolamento... fino alla pandemia
La ricerca Openpolis analizza l'andamento dei nove anni tra il 2011 e il 2020: più i servizi sono distanti dal comune di riferimento e più lo spopolamento appare veloce. «Nei comuni intermedi, dove si impiegano tra 27 e 40 minuti per raggiungere il polo più vicino, il calo demografico è stato dell’1,9% rispetto agli abitanti censiti nel 2011. Quelli periferici, dove servono tra 40 e 67 minuti, hanno visto la popolazione ridursi del 3,8%. Nei comuni ultra-periferici i residenti sono il 4,5% in meno del 2011. Si tratta dei territori più remoti, situati ad almeno 67 minuti di distanza dai poli».
La ricerca poi prosegue con una serie di previsioni che, a nostro avviso, non considerano le dinamiche “rivoluzionarie” che abbiamo citati in apertura: pandemia e cambiamento climatico. «Un trend di progressivo spopolamento nelle aree interne che, osservando i dati sulle previsioni di popolazione al 2030, è probabile sia destinato a continuare anche nei prossimi anni».
L'anno che ha cambiato tutto: 2020
Negli ultimi tre anni, alcune aree della penisola hanno visto segnali di ripopolamento: ne sono esempio alcune zone di Toscana o Emilia-Romagna, oppure più a nord in Piemonte e Friuli. Numeri ancora relativamente piccoli in valore assoluto, ma significativi in quanto arrivati dopo settant'anni di spopolamento.
La mirabile ricerca di Openpolis, invece, si affida alle proiezioni statistiche per il periodo 2020-2030: «Il fenomeno dello spopolamento nei prossimi anni sarà generalizzato in quasi tutto il paese e quindi colpirà anche territori più attrezzati. Ad esempio, nel caso della Sardegna, si mostra come anche territori con ampie aree interne, pur in presenza di un livello di servizi in linea o superiore media nazionale, saranno fortemente colpiti dallo spopolamento». Noi riteniamo che queste proiezioni siano messe in seria discussione a causa della nuove dinamiche più volte citate in questo articolo.
La chiave per invertire davvero lo spopolamento
Tuttavia, Openpolis individua correttamente -secondo noi- una chiave per il futuro di queste zone: la capacità di offrire servizi per le famiglie e i minori, a partire dagli asili nido e le scuole.
«Dal punto di vista dell'istruzione questi territori incontrano spesso forti problematiche, che acuiscono la tendenza allo spopolamento. L'offerta educativa (e la sua stessa qualità) è compromessa dalle difficoltà di spostamento e dalla tendenza alla forte mobilità degli insegnanti. Oltre l'80% dei comuni nelle aree interne non ha nessuna scuola superiore statale (a fronte della quasi totalità dei poli che ne ospitano uno o più). Il 39% non ospita neanche una scuola media».
Appare evidente, insomma, che la chiave per agevolare lo sviluppo demografico della aree interne passi dai servizi alle famiglie: i residenti in queste aree non vicine la città sono disposte a fare qualche compromesso, ma senza un luogo sicuro dove lasciare i propri figli durante le ore di lavoro non c'è area interna che tenga.
Il Pnrr? La grande occasione per la svolta
Il Pnrr, infatti, destinerà 4,6 miliardi di euro per il piano asili nido e scuole dell’infanzia, con l’obiettivo di creare 264.480 nuovi posti per la fascia 0-6 anni in tutto il territorio nazionale. La vera sfida nei prossimi anni sarà proprio questa: dotare le aree interne di servizi per le famiglie allo stesso livello dei grandi centri urbani. Se ciò non accadesse, le proiezioni di Openpolis.it sullo spopolamento generalizzato delle aree interne potrebbero effettivamente verificarsi su larga scala.
Possiamo dividere la popolazione italiana in due grandi macro-categorie: le persone per la quale la casa non rappresenta un problema e quelli per cui, loro malgrado, la casa è un problema.
Chi appartiene alla prima categoria perché una casa ce l'ha di proprietà, perché è ricco o perché ha uno stipendio alto può ritenersi fortunato e può anche non proseguire la lettura di questo articolo. Chi, invece, fa parte della seconda categoria potrebbe trovare di seguito alcuni spunti molto interessanti. In realtà, anche chi si può permettere una casa di proprietà potrebbe trovare le nostre proposte meritevoli di attenzione.
Parleremo, infatti, di co-housing e co-living. Spesso i due termini vengono accomunati e confusi ma il concetto sostanzialmente è il medesimo: un modello abitativo che si basa sull’affitto di abitazioni in edifici con servizi e spazi in condivisione in modo da abbattere sensibilmente i costi di gestione e, in molti casi, aumentare la propria qualità di vita.
Non pariamo di una semplice “comune” in cui tutto è di tutti: i co-housing sono alloggi privati indipendenti e autonomi che hanno spazi collettivi a disposizione di un gruppo di persone che fanno parte di questa nuova comunità, i cosiddetti co-houser.
Normalmente le situazioni di co-housing vengono realizzati in corrispondenza di ristrutturazioni di edifici già esistenti: architetti e ingegneri lavorano con un gruppo di persone vere e reali, con le loro idee e le loro richieste precise, spesso in collaborazione con “facilitatore” di gestione delle dinamiche di gruppo che media le richieste del gruppo di co-houser.
In Italia riesce difficile pensare a condividere parte della propria casa: un limite spesso più mentale che altro. Quando si è in vacanza in albergo non capita forse di condividere la sala della colazione o la reception con gli altri ospiti dell'albergo? Con il co-housing succede sostanzialmente la stessa cosa, con la condivisione però di alcune aree-chiave della casa: studi di progettazione, officine, garage, sale di produzione e altri ambienti specifici che, in molti casi, sono inaccessibili per una sola persona senza importanti disponibilità economiche.
Il fenomeno del co-housing e del co-living è molto sviluppato in Europa, specialmente al nord: in Danimarca e in Svezia tra l’1e il 2% della popolazione vive con questa modalità.
Qualcosa si sta muovendo anche nel nostro paese, ma ancora in proporzioni minime: l'anno scorso, nel 2022, sono stati meno di trenta i progetti di questo tipo e tutti, peraltro, localizzati nel nord Italia. Niente, insomma, in confronto alle potenzialità di questa modalità di vita. Secondo le più recenti stime, a regime si può ottenere un risparmio fino al 10 - 15% sulla spesa media mensile delle famiglie che abitano in co-housing, a seconda di cosa hanno deciso di condividere e di come hanno deciso di organizzarsi.
Quante persone servono per poter pensare seriamente ad un co-housing? Da un punto di vista economico e mentale, il progetto è sostenibile se coinvolge almeno dieci persone. Un gruppo nemmeno troppo numeroso da mettere insieme. Il tetto massimo, invece, è molto più alto: oltre le sessanta famiglie il co-housing inizia ad essere difficile da organizzare, a meno di non suddividerli in gruppi di più co-housing.
Con le dovute differenze e proporzioni, il modello è applicabile anche per le persone anziane ma ancora autonome che, con progetti di questo tipo, possono abbattere le spese delle utenze e degli affitti, avere compagnia e assistenza nei momenti di necessità. Una realtà ancora inesistente ma potenzialmente molto interessante per i paesi delle aree interne, dove la maggior parte della popolazione è formata da persone over 65.
Torneremo molto presto su questi progetti perché ci sembrano una forma intelligente, sostenibile e valida per aiutare coloro che non vivono in situazioni abitative ottimali. E, a giudicare dagli ultimi dati sugli affitti e il prezzo delle case, le persone in queste condizioni ci sembrano estremamente numerose.
«Nei prossimi 10-20 anni circa 300mila abitanti dell'area urbana di Torino non saranno più nelle condizioni di abitare la città per quattro mesi l'anno, da giugno a settembre. Si sposteranno tutti verso collina e montagna perché, più in basso, calore e umidità renderanno impossibile il vivere in condizioni accettabile».
A dirlo non sono catastrofisti climatici, bensì Antonio De Rossi, professore ordinario di Progettazione architettonica e urbana e direttore dell’Istituto di Architettura montana e della rivista internazionale «ArchAlp» presso il Politecnico di Torino.
De Rossi, insieme a due colleghi ricercatori, Filippo Barbera e Domenico Cersosimo, ha curato una raccolta di saggi dal titolo "Contro i Borghi, Il Belpaese che dimentica i paesi".
Il saggio, estremamente interessante e approfondito, parte da un punto fermo: l'Italia è una nazione con poche grandi città, pochissime metropoli, molte città medie, una miriade di piccoli comuni, frazioni, reti di città, campagne, coste, colline e montagne. Queste ultime vengono solitamente ridotte all’immagine del “borgo”.
Una parola, “borgo”, che vuol dire tutto e niente: nell'accezione politica, ma anche del luogo comune, con “borgo” si è finiti per intendere un contenitore in cui mettere dentro (sbagliando) le migliaia di peculiarità e caratteristiche di un paese vario come la nostra Italia. Un pensiero generalista sbagliato, portato avanti più o meno inconsciamente negli anni tanto dall'opinione pubblica quando dalla classe politica: il borgo come luogo bello ma bisognoso, «interessante ma non ci vivrei». Tutto concettualmente sbagliato.
«Con questo saggio – dichiara il professore De Rossi – non si vuole portare avanti una crociata contro i piccoli centri, ci mancherebbe. Piuttosto, criticare con durezza l’approccio politico e mediatico riguardo alle politiche montane. Anche il recente 'Bando Borghi' promosso dallo Stato Italiano non ha fatto centro: si porta avanti un’idea di riqualificazione basata quasi esclusivamente sul turismo, guardando ai paesi montani come perle da visitare e non come luoghi da vivere».
Tanti soldi sul tavolo, ma sui borghi, secondo i ricercatori, si sta sbagliando approccio. E di tanto.
«In Italia esiste da anni questo dibattito sulle aree interne e sull'andare oltre il sistema città. Adesso sono arrivati anche tantissimi soldi dal Pnrr ma, se andiamo a vedere, quasi tutte le risorse sembrano incentrate sul turismo e sulla fruizione delle aree interne per i cittadini in vacanza. Sembra quasi che ogni paese lontano dalla città debba per forza trasformarsi in un borgo votato al turismo, patinato, bello da vedere anche se magari un po' finto. Non vediamo, però, una reale progettualità votata a far rimanere le persone nel paese, a creare posti di lavoro nell'industria, con filiere importanti come è stato fatto in altre aree d'Europa. Nella aree interne abbiamo il piccolo artigiano, abbiamo il piccolo allevamento, ma mancano visioni di produzione su larga scala. Noi, nel nostro libro, analizziamo questa mancanza di visione progettuale per i paesi e critichiamo questo meccanismo più incentrato al turismo che alle reali esigenze delle persone che vi abitano o che vi potrebbero abitare tutto l'anno».
Un percorso, sbagliato, che secondo De Rossi, parte da lontano.
«Sono almeno trent'anni che lo Stato sta producendo politiche per le aree interne votate al turismo, con l'intento di trasformare i paesi in borghi pittoreschi e belli a tutti costi: luoghi belli, caratteristici senza però fare nulla o quasi per chi in quelle zone potrebbe creare posti di lavoro o avviare produzioni su larga scala. Sembra quasi che i paesi stessi non possano avere vita propria ma che debbano, per sopravvivere, aderire per forza a questo sistema turistico-centrico».
E mentre il mondo va avanti, l'Italia rimane al palo sulle politiche per le aree interne. Il tutto, mentre il sistema città lentamente collassa.
«Come detto – prosegue De Rossi – sembra che i luoghi della montagna non possano avere vita propria. Di fronte alla grande crisi in cui vivono la città, le aree interne italiane non hanno prospettive diverse da qualsiasi che sia un futuro destinato al turismo. Lo abbiamo visto anche coi bandi del Pnrr, dove i piccoli paesi spesso non hanno personale a disposizione per poter procedere alle progettualità richieste dai bandi, col risultato che la politica locale non può decidere come investire questi soldi».
Esempi, virtuosi, ce ne sono e sono anche molto vicini a noi.
«Per avere un'idea di un sistema funzionante e competitivo – conclude De Rossi – basta guarda cosa accade nella maggior parte delle aree collinari di Francia, Svizzera e Austria. Le colline non vivono solo di turismo: sul territorio ci sono industrie, imprenditoria su larga scala, filiere esclusive che non si trovano nelle grandi aree urbane. L'esempio più eclatante è la regione dell'Austria occidentale Voralberg: qui, negli ultimi anni, si è sviluppata la filiera della produzione di legno, con uno sfruttamento controllato dei boschi della regione. Risultato: migliaia di posti di lavoro creati dal nulla di prodotti all'avanguardia, eco-sostenibili, esportati con profitto in tutta Europa. Un'economia non marginale ma assolutamente principale. Sarebbe bello, almeno in parte, vedere politiche che vanno in questa direzione anche in Italia».
Essere stanchi della città (e dei suoi costi) e ripartire da zero in un paese in mezzo alla natura che offre sia servizi essenziali ma anche agevolazioni a fondo perduto a favore delle nuove attività sul territorio. É il caso di quanto accade da anni nel paese toscano di Radicondoli, in provincia di Siena. Anche quest'anno, due nuovi bandi comunali per implementare il tessuto economico: uno che prevede fino a 4mila a fondo perduto per le attività che decideranno di rilanciare la propria impresa già presente all’interno del territorio comunale, e un secondo bando con 8mila euro a fondo perduto per le aziende nuove.
I bandi non sono le classiche “boutade promozionali” che ogni tanto le amministrazioni comunali confezionano senza crederci granché: i bandi di questo tipo sono attivi da almeno tre anni, durante i quali la popolazione del paese è passata da 904 fino a 950 residenti. Non solo: in questi ultimi tre anni a Radicondoli c'è stata l’apertura di 17 nuove attività, in controtendenza rispetto al trend visto non solo dei piccoli borghi toscani ma anche di molte città dell'intero Stivale.
«Si tratta di ulteriori strumenti per valorizzare l’economica del nostro territorio - fa notare il sindaco di Radicondoli Francesco Guarguaglini –. Con questi due bandi, l’obiettivo è quello di dare ulteriori stimoli alle imprese per crescere e radicarsi qui in questa forte comunità resiliente». Il programma di investimenti legato ai bandi si chiama WivoaRadicondoli 2.0 e mettono sul piatto una serie di investimenti per famiglie e imprese per un totale di 641mila euro: non pochi, per un paese che non arriva a mille abitanti.
L'amministrazione comunale ha fatto le cose come si deve, a partire di un sito (estremamente moderno e ben fatto, a differenza di tanti altri che sembrano creati apposti per apparire brutti e poco funzionali) raggiungibile al sito https://wivoaradicondoli.it/. Il claim in prima pagina parla chiaro e dice: «Vieni a vivere a Radicondoli. Si vive piano, si vive bene e conviene!».
Oltre ai bandi per le imprese sopra descritti, il comune ha stanziato anche 425mila euro in agevolazioni per l'acquisto della prima casa casa e per le utenze. Ad esempio, chi compra la prima casa nel comune di Radicondoli ha diritto ad un rimborso del 25% della spesa totale, fino ad un massimo di 20mila euro. Altre agevolazioni, tante e piuttosto generose, sono previste per le utenze energetiche, per i trasporti e per la connettività: a Radicondoli, da mesi, è presente il collegamento internet fibra, anche nel centro storico del borgo. «Per la nostra comunità è un ulteriore grande passo in avanti verso il sostegno alla residenzialità, lo sviluppo del turismo sostenibile, il sostegno alle imprese per valorizzare la ripartenza e dare fiato alla nostra comunità forte, “calorosa”, accogliente, resiliente» si legge in una nota del comune.
Non riesce difficile pensare alle migliaia di persone che, potendo lavorare comodamente in smartworking da casa, scelgono una soluzione in aperta campagna come Radicondoli invece che una città ingolfata come Firenze, Bologna, Milano o Roma. «Che paese è Radicondoli?» potrebbe giustamente chiederci chi non c'è mai stato. Radicondoli si trova in una bella posizione panoramica a 500 metri sul livello del mare, a circa 40 chilometri a est di Siena, nel pieno delle colline metallifere. Dista circa un'ora di auto da Firenze e dalla costa di Cecina, mentre la città di Siena si trova a circa 40 minuti di auto.
Il vero plus di questa zona è rappresentata da una natura che attira ogni anno migliaia di turisti da tutto il mondo: un panorama aperto a 360 gradi sulle classiche colline toscane da cartolina, lontano da smog, inquinamento, traffico e lotte per parcheggiare in centro. Per chi è stanco della città e dei suo rapporto costi/stress insostenibili, paesi come Radicondoli aprono una nuova prospettiva per il futuro per chi ha voglia di provare un'esperienza nuova. O anche, per chi, i costi delle città non sono più a misura di portafoglio.
Per molti dei residenti in città è diventata ormai normalità, tanto da non farci quasi più caso: il traffico veicolare fa parte dei grandi centri. Impossibile liberarsene muovendosi in auto. Ma quanto tempo stiamo veramente fermi in coda sulle nostre strade? A dircelo è una ricerca americana, rintracciabile sul portale “Inrix” che raccoglie i dati del traffico di migliaia di città nel mondo mappandoli dai dati GPS che ognuno di noi fornisce al sistema quando usa il navigatore mentre si muove. Sono dati ovviamente protetti da anonimato ma che servono soltanto per queste specifiche ricerche. Il quantitativo di ore perse viene calcolato sulla differenza di tempo che viene impiegato per coprire una certa distanza nell’ora di punta rispetto allo stesso tempo con una circolazione scorrevole.
I dati riscontrati nelle aree urbane italiane sono stupefacenti, a partire dalla città più “ingolfata” del nostro paese. Roma? Milano? Nessuna delle due: la città più trafficata è l'insospettabile Palermo, con la bellezza di 120 ore perse nel traffico per ciascun automobilista palermitano in un anno: parliamo di ben cinque giorni nel traffico ogni anno.
Palermo, con questo dato, balza anche al decimo posto su scala mondiale per perdita di tempo nel traffico. A questo punto, vi diciamo anche chi c'è ai primi posti mondiali: è Londra, con 156 ore perse nel traffico ogni anno, seguita da Chicago (155) e Parigi (138).
Torniamo all'Italia. Al secondo posto nella classifica delle città più trafficate d'Italia c'è Roma, con 107 ore perse all'anno, seguita da Torino con 86 ore, da Milano con 61 e Genova 59. Firenze è all'ottavo posto e conta 56 ore perse nel traffico all'anno, mentre Bologna ne ha “solo” 35 ore di perse all'anno, che sono comunque quasi un giorno e mezzo buttato via.
La città meno ingolfata di Italia, Trieste, conta 20 ore perse nel traffico, che è comunque quasi un giorno intero nell'arco di un solo anno: a noi pare un enormità.
La ricerca è molto interessante e conta una serie di ulteriori statistiche anche in tema di sicurezza e raffronti rispetto agli anni precedenti (la ricerca viene svolta con cadenza annuale, con dati sempre nuovi): il link per leggere i dati è questo https://inrix.com/scorecard/
Il traffico non si traduce solo in una effettiva perdita di tempo quando si sta fermi invece di muoversi da un punto A ad un punto B: secondo gli studiosi si traduce anche in aumento di stress, insonnia e obesità (chi guida l'auto per andare a lavoro tenderà a fare meno movimento fisico). Alberto Fiorillo, responsabile mobilità di Legambiente, spiega appunto che le conseguenze dirette del traffico sono «obesità, piccole conflittualità, stress e insonnia», senza contare il rischio incidente che conta ogni anno qualcosa come 168 mila sinistri, 230mila feriti e circa 2mila vittime.
C'è poi la questione dello stato d’animo: il traffico, oltre alla frustrazione di rimanere bloccati in auto, provoca anche una maggiore litigiosità e intolleranza nei confronti degli altri, automobilisti o pedoni. Sono le ultime ricerche sociologiche, un italiano su due litiga ogni giorno al volante con altri utenti della strada (automobilisti, ciclisti e pedoni).
Secondo noi, anche questo dato sottolinea come alcune città siano giunte al punto di non essere più a misura d'uomo: troppe le difficoltà negli spostamenti per raggiungere luoghi di lavoro e servizi, troppa la congestione del traffico negli orari di punta. Qualcuno potrà dire «basta la bici»: in parte è vero, ma solo dove esistono percorsi dedicati fuori dalle strade per le automobili. Chi potrebbe sentirsi sicuro su due ruote in un traffico congestionato da auto, camion e mezzi sullo stesso nastro di asfalto?
Inoltre, va riscontrato come in Italia poi non abbiamo brillato per investimenti nei mezzi pubblici come è stato fatto in altre aree del nord Europa: basti pensare alla scalcagnata (e spesso nei tg) rete Atac a Roma, ben lontana da offrire un servizio accettabile per i romani, 13esimi nella classifica mondiale delle ore perse per il traffico. Il traffico va a braccetto con la vita in città: chiunque sia intenzionato a far parte di qualsiasi sistema cittadino è bene che si prepari psicologicamente a subirne le conseguenze, quanto meno in termini di ore perse e di stress.
In una fase di crisi economica per buona parte del paese reale come quella che stiamo attraversando, per molte persone occorre fare molta attenzione a cosa spendere: non stiamo parlando di privazioni. Semplicemente, evitare di spendere 2 per qualcosa che, con un minimo di pianificazione, può essere acquistato a 1.5. Una regola valida sia nel grande supemercato di città che nel piccolo market di periferia. Le botteghe di paese, invece, si muovono su dinamiche diverso e le tratteremo in un altro articolo.
Di seguito, vorremo provare a sintetizzare qualche consiglio semplice ma efficace per evitare di spendere più del necessario quando ci si muove dentro la grande distribuzione. 10 euro salvati qui, 15 euro risparmiati là... e riusciamo a tenerci in tasca un po' di quattrini.
Uno dei rincari più forti di questa fase è legata alla spesa al supermercato.
Il primo consiglio che ci sentiamo di dare è semplice: prendersi del tempo per fare la spesa, pianificandola in buona parte se non integralmente. Le spese fatte di fretta ben si prestano ad acquisti mal calibrati e con prodotti poco necessari infilati comunque nel carrello, anche se non servono o se sono troppo cari.
Andiamo verso qualche consiglio ancor più specifico.
Quando si va al supermercato, è bene concentrarsi sull'acquisto dei prodotti alimentari. Comprare oggetti extra-alimentare (cartolerie, giocattoli, vestiti) significa spesso acquistare a prezzi più alti rispetto a quelli di altri negozi specializzati. Acquistare un paio di calzini al supermercato non ci manderà sul lastrico, ci mancherebbe, ma per non spendere più del necessario è bene tenere in mente che il focus della spesa rimane il cibo e le bevande, con gli extra relegati al minimo necessario.
E i prodotti sfusi convengono davvero? Di solito sì e, occorre sottolinearlo, si producono anche meno materiali inquinanti derivanti dal packaging, quindi anche questa modalità di acquisto di alcuni prodotti può essere un buona tecnica per tenersi in tasca qualche euro. Un'altra dritta importante è l'orario in cui fare acquisti: laddove possibile, di solito conviene fare la spesa verso orario di chiusura. Questo perché i supermercati, quando si avvicina l'orario di chiusura, fanno di solito sconti anche importanti su materiali deperibili non venduti: al reparto pescherie, forneria e macelleria, ad esempio, si possono intercettare prezzi più bassi rispetto al normale. Sconti interessanti verso orario di chiusura si possono trovare anche tra i prodotti semi-lavorati e confezionati.
Un altro trucchetto è quello di tenere a mente questa regola generale: i prodotti negli scaffali più bassi, quindi più scomodi e semi-nascosti rispetto a quelli ad 'altezza-occhi', sono più bassi rispetto agli altri. E qui, torniamo a quello che vi abbiamo scritto in apertura: prendersi tempo per fare una spesa veramente efficiente, ponderando le scelte e non lasciarsi trascinare dagli acquisti a caso. Collegato a questo, un'altra regola d'oro: fare una lista più dettagliata possibile dei prodotti che servono davvero in casa. Un modo per non distrarsi e infilare nel carrello cose che non servono. Oggetti fuori lista e desideri estemporanei ovviamente possono essere comunque acquistati, ma in modo consapevole.
Una strategia che i produttori hanno messo a fuoco negli ultimi tempi è stata quella di ridurre le quantità dei prodotti in vendita a parità di prezzo. Quindi un occhio distratto intercetta un prezzo simile a quello di un paio di anni fa ma non si accorge che quella confezione pesa però 2 o 300 grammi in meno rispetto ai prezzi pre-crisi. In questo caso, più che il prezzo in senso assoluto, è necessario tenere d'occhio il peso in senso assoluto, segnato nelle confezioni al chilo. In questo modo, l'eventuale riduzione di prodotto in vendita nella confezione viene subito scoperto.
Già che ci siamo, vi diamo anche un non-consiglio: sempre più persone hanno come abitudine quella di fare più mini-spese in più supermercati, in modo da intercettare i prezzi più interessanti in ognuno di loro. Secondo noi, questa strategia non è granché vincente in termini di costi/benefici. Bisogna infatti considerare il tempo che serve per spostarsi da un posto ad un altro, la benzina necessaria (non credo si vada a fare il tour della spesa in bicicletta o coi mezzi!) per un risparmio tutto sommato marginale.
Questo nostro articolo non risolleverà le sorti di un portafoglio vuoto o di una crisi economica globale: tuttavia, permette di risparmiare alcuni quattrini nel brevissimo termine che possono essere impiegati nell'acquisto di altri prodotti. E, di questi tempi, non è affatto poco.
Alcune città sono diventate ormai estremamente difficili da vivere, anche da un punto di vista economico. Chi è ricco non avrà mai problemi di questo tipo (buon per lui); chi ha un reddito medio o basso, invece, sta venendo piano escluso dalla possibilità di vivere in alcune zone. Chi ci legge avrà ormai imparato a conoscere il nostro modo di pensare: riscoprire, per piacere o più semplicemente per necessità, le aree interne del nostro paese, le cosiddette “zone rurali” di collina o montagna.
E le città? Secondo noi, specialmente quelle più grandi, rappresentano in molti casi un sistema caotico e molto costoso per passare la propria vita.
Esistono eccezioni e necessità personali diverse, certo, ma in linea generale il paradigma cittadino ci sembra sempre meno convincente rispetto a tante realtà più piccole molto meno costose e più a misura di cittadino. Fino ad arrivare ad alcuni casi-limite, come ad esempio la città di Milano, arrivata ad essere la quarta città con gli affitti più alti d'Europa.
Vediamo alcune cifre: l’affitto mensile di un bilocale in zona centrale è di poco inferiore a mille euro al mese, ma si arriva senza grossi problemi a 1.853 euro al mese per quelli più nuovi. Vicino al centro, alcuni monolocali sfiorano i 1200 euro al mese, mentre per una semplice stanza privata si parla di 725 euro mensili. Secondo il centro-studi Tecnocasa, il prezzo degli immobili in affitto in città ha toccato quota 21 euro al metro quadro, quasi il doppio della media nazionale ferma a 11,4 euro al metro quadro al mese.
In altre parole: vivere a Milano è diventato un lusso. Questo perché non solo gli affitti sono fuori controllo, ma anche i beni di consumo.
Il Codacons ha stilato un report (leggibile qui https://codacons.it/prezzi-milano-la-citta-ditalia-col-piu-alto-costo-della-vita/) con altre cifre molto interessanti realative alla vita milanese. Una pausa pranzo in pizzeria costa circa 20 euro, quasi il doppio dello stesso servizio in una città del sud Italia. In generale, anche al supermarket, comprare cibo a Milano significa spendere in media il 47% in più rispetto a Napoli.
Che il sistema-Milano sia in profonda crisi lo dimostra anche il dato delle dimissioni volontarie. A Milano son cresciute nel 2022 del 23% rispetto al 2021, con un boom di licenziamenti individuali di persone che si sono rese conto di non poter gestire costi così alti. In un recente articolo pubblicato su “Il Giorno” (raggiungibile qui https://www.ilgiorno.it/milano/economia/dimissioni-licenziamenti-individuali-1.8490042), nella stessa amministrazione di Milano si è registrato un aumento dei dipendenti che hanno lasciato per transitare in uffici pubblici in zone con un costo della vita minore.
Altri esempi: un terzo dei neoassunti in Atm, secondo un dato reso noto dall’assessore Pierfrancesco Maran, «si licenzia entro i primi tre anni per il costo della vita troppo alto a Milano: degli ultimi 1100 neoassunti in comune, circa 450 si sono dimessi, anche per andare in amministrazioni che offrono o stipendi migliori o un costo della vita più basso».
Non vogliamo demonizzare una città tra le più interessanti non solo d'Italia ma di tutta Europa: una città culla della moda, del design, con ottime università e una vita notturna come poche altre in Europa. Chi può permetterselo (ed è interessato a queste dinamiche) ha tutte le ragioni di scegliere Milano: una città che non è più semplicemente una città, bensì la “Ferrari” delle città. In minore misura, questa tendenza sta arrivando anche per altre città: Roma, Firenze, Genova, Torino, Bologna... ma di questo ne scriveremo in altri articoli, più avanti.
A noi tutto questo sembra l'ulteriore segnale di quanto il sistema-città sia destinato a sgretolarsi alla lunga, a partire dai centri più grandi come Milano (appunto) e Roma. Un fenomeno sociologico e demografico interessante che, tuttavia, esclude dalla vita di queste città una fetta sempre maggiore di popolazione.
L'idea che i servizi siano città-centrici è ormai vecchia e a sancire questo cambio di paradigma ci sono anche Poste Italiane con il nuovo progetto chiamato “Polis”. Il piano delle poste promette da qui al 2026 di andare oltre l’idea città-centrica tanto in voga a inizio anni 2000 che tutti i servizi per i cittadini debbano essere razionalizzati e accentrati nei grandi poli comunali a danno delle piccole aree fuori dalle città, che noi da anni raccontiamo su Metropoli Rurali. Una rivoluzione che, nemmeno a farlo apposta, va esattamente nella direzione che il nostro portale indica da almeno due anni a questa parte: il recupero attivo e concreto delle aree interne sia da un punto di vista abitativo che da un punto di vista dei servizi. “Polis”, secondo i piani, porterà tanti servizi in quelle aree che, al momento, ne sono sprovvisti.
Polis, infatti, andrà a coinvolgere circa 7mila uffici postali nei centri con meno di 15mila abitanti, puntando qui a promuovere una nuova coesione sociale, economica e territoriale dei piccoli centri urbani. Il progetto, finanziato con 800 milioni di euro del Piano nazionale per gli investimenti complementari al Pnrr ma dal valore di oltre un miliardo, si propone di ridare centinaia di servizi a quei territori che da anni ne erano sprovvisti. I benefici, insomma, si preannunciano enormi. Prendiamo, ad esempio, gli abitanti del comune di Balme, in provincia di Torino: hanno il tribunale a una distanza di 65 chilometri, l’Inps a 39 chilometri, i carabinieri a 12 chilometri. Per ottenere 8 certificati oggi devono percorrere 241 chilometri. In futuro non sarà più così, troveranno ciò che cercano all’ufficio postale, con un beneficio per loro stessi e per l’ambiente.
A sottolineare l'importanza di questo cambiamento di rotta, da noi di Metropoli Rurali tanto auspicato ed atteso, è stato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha presenziato l'evento di lancio del progetto. «Il progetto Polis, sportello unico di Poste per tutti i comuni, è particolarmente a garanzia dei piccoli centri e dimostra la vicinanza alle persone e ai territori che l’azienda ha confermato in questi anni. Ed è un impegno a far sì che nessuno rimanga indietro. Il progetto di Poste ci ricorda che 16 milioni di persone vivono nei comuni con meno di 15mila abitanti: è un’Italia fondamentale, che copre l’8 per cento del nostro territorio e quindi una parte decisiva dell’Italia. Decisiva per lo sviluppo e l’equilibrio».
A Metropoli Rurali manteniamo sempre un certo scetticismo verso i grandi proclami ma, vista l'entità di questo progetto e la necessità di dover rendere conto all'Europa (per via dei finanziamenti Pnrr) siamo piuttosto ottimisti. Piano piano, vediamo concretizzarsi quel passaggio che andiamo a raccontare da anni di riscoperta e recupero attivo delle zone fuori dai grandi centri urbani. Aree molto importanti dell'Italia che, tuttavia, negli ultimi anni hanno quasi dappertutto mostrato segnali di decadimento: vuoi per il traffico ormai fuori controllo, i costi della vita sempre più alti, l'enorme difficoltà di poter godersi un angolo verde, un orto, uno spazio privato immerso nella natura. Tutte condizioni che, fuori dalla città, trovano possibilità di realizzazione molto maggiori.
Non manca però qualche nota amara: detto della validità del progetto Polis e di quanto potrebbe significare per le aree interne fuori dalla città, Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha sottolineato come delle centinaia di sindaci accorsi da tutta Italia all'evento di presentazione, nessuno sia stato ascoltato o preso in considerazione nella formulazione del progetto. «Più volte durante la presentazione di Polis – scrivono da Anci in una nota –, ai sindaci è stato riconosciuto con grande enfasi il ruolo essenziale che svolgono nel rappresentare lo Stato a diretto contatto con i cittadini, in ogni angolo d’Italia. Peccato che in questa occasione i sindaci abbiano potuto fare solo da spettatori, visto che non è stata ascoltata la voce di nessuno di loro. L’Anci, apprezzando le finalità del progetto ‘Polis’, finanziato con i fondi del Pnrr, si rammarica per l’occasione perduta. Che purtroppo è la conferma che, come spesso accade, l’omaggio ai sindaci è più un rituale che un reale interesse alla collaborazione e all’ascolto del loro punto di vista».
Noi di Metropoli Rurali siamo profondamente interessanti allo sviluppo di questo progetto e lo seguiremo passo passo. Sperando davvero che si tratti di un cambio di tendenza importante verso quello che andiamo scrivendo da anni: la creazione di una Metropoli Rurale interna che offra una migliore distribuzione demografica sul territorio, minori costi per i residenti ed una maggiore qualità della vita.
La Valbisenzio è un territorio nella provincia di Prato, in Toscana, di cui fanno parte i comuni di Vaiano, Vernio e Cantagallo. Una valle piuttosto stretta, attraversata dal fiume Bisenzio, da una strada regionale (la 325) e dalla ferrovia Direttissima Firenze-Prato-Bologna. Le distanze in vallata sono relativamente ridotte: Vaiano dista da Prato, la seconda città più grande di Toscana, circa venti minuti di auto; da Vernio, invece, serve circa una mezz'oretta di auto per giungere a Prato. L'area della Valbisenzio ben si presta a livello immobiliare, visto il prezzo delle case molto basse rispetto al (quasi) inavvicinabile centro di Prato.
I sindaci del territorio hanno fatto notare come, a fronte di un incremento demografico di queste aree negli ultimi due anni, stia mancando il giusto supporto da parte delle istituzioni per la mobilità delle persone all'interno della valle. In particolare, la strada 325 mostra tutti i difetti dell'età: stretta, attraversa i paesi ed è spesso alle prese con dissesti idrogeologici causati dal territorio impervio attraversato. Nei giorni scorsi è trapelata la notizia dell'ipotesi di un nuovo collegamento stradale lungo la valle che, tuttavia, non ha trovato grosse conferme nelle sedi istituzionali. Senza però un'opportuna mobilità, la valle rischia di essere sempre meno attrattiva per persone e aziende che vorrebbero sceglierla per allontanarsi dal caos e dai costi della città.
«La Valbisenzio – hanno reso noto i tre sindaci della Val Bisenzio, Bosi, Bongiorno e Morganti – è un’area di 200 kmq con 20mila abitanti. Un territorio attraversato in senso longitudinale dalla SR325, unica arteria di collegamento con un traffico veicolare giornaliero che supera abbondantemente i 20mila transiti. In questa fase storica, dopo gli anni della pandemia, la Val di Bisenzio attraversa un periodo particolarmente florido: risultano infatti in aumento gli indici demografici, non solo per le nuove nascite, ma anche per un fenomeno migratorio in ingresso; aumentano in modo rilevante le presenze turistiche, grazie alle opportunità di turismo ambientale slow e a nuove importanti realtà ricettive e risulta in incremento il numero degli occupati, grazie alla nascita di nuove imprese ed all’ampliamento di altre, tanto da rendere quest’area centrale e strategica - con un volume di affari di 7 miliardi di euro - nel distretto tessile pratese».
Eppure, il deficit delle infrastrutture del territorio rispetto ad altri è evidente.
«Le maggiori criticità – continuano i sindaci – si riscontrano in ambito sanitario, con ospedali sostanzialmente lontani. In più c'è la scuola: non esistono scuole oltre la secondaria di primo grado e le nuove riforme rischiano di mettere in discussione l'esistenza degli istituti comprensivi presenti, mettendo in dubbio l'autonomia scolastica. Si tratta di criticità che, considerata la vicinanza della città di Prato, potrebbero essere facilmente superate se il sistema integrato di mobilità si rivelasse all’altezza dei bisogni del territorio».
Ecco il focus: la mobilità. Come detto, la Valbisenzio è vicino alla città di Prato, dove risiedono tutti i servizi di cui necessita il cittadino. La distanza, però, è acuita da infrastrutture non all'altezza.
«Il trasposto su ferro presenta un'insoddisfacente frequenza di servizio. Il trasporto su gomma per insufficiente quantità e qualità del servizio non può rappresentare un’alternativa ottimale all’uso dell’autovettura privata. Ecco perché del continuo ingolfamento della SR325, con i prevedibili rischi per la sicurezza dei cittadini e del territorio. Le oggettive difficoltà di interconnessione con le aree metropolitane di Prato, Pistoia, Firenze e Bologna pregiudicano fortemente la qualità della vita degli abitanti della vallata ed in particolar modo di coloro che hanno necessità di spostarsi perché studenti, lavoratori dipendenti, pendolari, liberi professionisti con attività in città».
Il rischio concreto è che questa positiva fase storica di sviluppo economico e di incremento di popolazione rischia di arrestarsi davanti alle tante, troppe, criticità del sistema di mobilità.
«Per questo – concludono – abbiamo allo studio situazioni per decongestionare il traffico sulla sr325, dimezzare i tempi di percorrenza per raggiungere i servizi, e attrezzarci con una viabilità alternativa in caso di blocco della SR325. Siamo consapevoli che un’ipotesi del genere abbia bisogno dei giusti tempi di maturazione ma non intendiamo rinunciare alla nostra visione politica di voler superare quella condizione di territorio marginale, quell’idea di periferia e di area disagiata che non ci sentiamo più appartenere in vallata».