Metropoli Rurali
AKB s.r.l.c.r
Loc Case Bezzi 30 - 51020 - Sambuca Pistoiese (PT)
P.iva/C.F. 01791770470
Lo andiamo raccontando da almeno un paio di anni e, finalmente, qualche risultato lo stiamo vedendo in Italia: l'attenzione abitativa verso le terre alte, le aree interne, le “Metropoli Rurali” come le abbiamo chiamate noi nel 2020 (quando è nato il nostro sito) trova sempre più persone interessate a iniziare una nuova fase abitativa proprio in queste zone, fuori dalle grandi città. I motivi sono diversi: da una parte, l'aumento insostenibile nel prezzo della vita, più forte in città che altrove. Dall'altro, le possibilità date dallo smart working introdotto dopo la pandemia, che ha permesso a migliaia di persone di non dovere più recarsi fisicamente sul posto di lavoro ma di poter lavorare da casa propria.
Infine, una riscoperta diffusa dei ritmi più lenti e a misura d'uomo delle aree interne, lontane dalle caotiche città dove la qualità della vita non è così alta. Anzi. Le iniziative nate da nord a sud lungo lo Stivale per dar forza a questo movimento sono molteplici. Molte di queste, non a caso, le potete leggere proprio sul nostro sito. Siamo però felici di vederne nascere sempre di nuove, anche in zone fino adesso meno interessate dal fenomeno di spostamento dalla città alle terre alte.
É il caso del Friuli, dove da alcuni giorni è attivo il sito “Vieniavivereinmontagna.it”. «Un portale pensato per tutte quelle persone che ricercano uno stile di vita all’insegna della qualità, a stretto contatto con la natura, lontano dai grossi centri urbani e basato sull’appartenenza ad una piccola comunità accogliente» si legge nell'intestazione. Le sei comunità che si “offrono” a nuovi residenti sono Tramonti di Sotto, Stregna, Savogna, Comeglians, Val Resia e Resiutta. Comunità non particolarmente vicine tra loro (seppur nell'ambito regionale) ma caratterizzate da un tessuto immobiliare a basso costo, un ambiente naturale invidiabile e buone prospettive lavorative non ancora sfruttate dalla popolazione.
Gli organizzatori del portale lo sanno bene: non hanno intenzioni turistiche per questi sei paesi. L'obiettivo è guardare ancora più avanti ai nuovi abitanti, stabili, in cerca di una qualità migliore di vita rispetto a quella che si può fare in città. C'è poi la mai troppo considerata questione del cambiamento climatico: possedere una casa a 400/500 metri di quota sopra ad una vallata prealpina è ben diversa cosa rispetto ad una in città, in pianura. Non a caso, l'offerta del portale si rivolge «a chi sa di poter lavorare anche da remoto, e cerca un luogo dove vivere con la famiglia lontano dai grandi centri urbani. A chi ha sofferto il caldo delle ultime estati in città».
In alcuni casi, è lo stesso primo cittadino ad essere direttamente il primo testimonial della riscoperta di certi territori. É il caso di Savogna, nelle Valli del Natisone, non lontano da Cividale del Friuli da cui dista appena dodici minuti di auto. Qui, la sindaca Tatiana Bragaglini, dopo aver vissuto e lavorato a Milano, ha scelto di ritornare al paese di origine. «Ho avuto modo di abitare una metropoli come Milano, conosco la città e conosco la sua vita quotidiana fatta di ore in macchina per fare pochi chilometri. Quando mi parlano delle difficoltà di vivere nelle terre alte sorrido – ha detto la sindaca al Sole 24 Ore in una recente intervista –: nella mia cerchia ci sono care amiche che impiegano due ore al mattino per andare al lavoro e due ore la sera per tornare a casa. Uno stile di vita fortemente impattante, direi».
In questo invito allargato a risiedere in queste aree collinari c'è anche la collaborazione della regione Friuli Venezia Giulia che, tra le altre iniziative, mette a disposizione per tutti i residenti una riduzione del prezzo sulla benzina per raggiungere le aree di pianure. Inoltre, le famiglie beneficiano di un trasporto scolastico gratuito verso i poli scolastici nei comuni vicini.
L'ultimo aspetto che vogliamo raccontarvi è una “chicca”: il portale “Vieniavivereinmontagna” offre ai potenziali nuovi abitanti ogni possibile informazione sui territori da abitare, oltre che una prima rassegna di possibili alloggi disponibili, luoghi di lavoro e servizi utilizzabile in zona. Infine, se si è davvero interessati, un gruppo di persone del luogo si rende disponibile ad accompagnare di persone il nuovo abitante (o gruppi di abitanti) nel nuovo territorio, alla scoperta di un nuovo mondo. Se il contatto è ok, si procede al primo fine settimana gratuito di vita nel nuovo borgo. Così, la nuova vita può effettivamente cominciare.
Quello tra gli italiani e la propria casa è un rapporto davvero particolare, che va oltre il mero abitare dentro un'abitazione fatta di quattro mura ed un tetto. La casa è e rimane un bene rifugio (per quelle famiglie che se la possono permettere, si intende) ma anche uno specchio della propria identità, quasi uno status symbol. Quello che accade in Italia è un legame con la casa di proprietà molto più che in altre aree dell'Europa e del mondo, dove possedere una casa non è che sia chissà che cosa.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato il primo Rapporto Federproprietà-Censis sugli italiani e la casa, redatto con la collaborazione della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima) e con Cassa Depositi e Prestiti (Cdp). Da questo rapporto sono usciti dati estremamente interessanti. Tanto per cominciare, il 70,8% degli italiani è proprietario della casa in cui vive, mentre il 20.5 % si trova in affitto. Ciò che rimane in percentuale, meno del 10%, sono persone che hanno un appartamento in usufrutto o a titolo gratuito, mentre i rimanenti sono senza tetto.
Storicamente si è assistito ad un'evoluzione del rapporto tra italiani e casa: chi è stato adulto negli anni '80 e '90, fino ad inizi 2000, poteva permettersi di accedere a un mutuo e poi comprare una casa anche senza stipendi alti. Anzi, in quegli anni bastava veramente poco per potersi comprare casa. Adesso, a cavallo di 2022 e 2023, anche semplicemente affittare un immobile diventa estremamente complicato se non si hanno grosse liquidità, specialmente nelle grandi città. Lo sanno bene gli studenti fuori sede, obbligati per seguire le lezioni a rimanere nelle vicinanze degli atenei delle grandi città.
Gli altri, adulti, famiglie, anziani, che motivi hanno per rimanere in città? Lavoro nelle vicinanze, qualcuno dirà, servizi. Laddove, però, la vita in città risulti eccessivamente costosa, l'idea di una casa (magari più grande di quella in città) ad un prezzo sensibilmente inferiore nelle zone di collina o montagna può diventare la pensata giusta. Secondo gli ultimi dati del portale Immobiliare.it, a novembre 2022 nelle grandi città (considerate quelle con 250 mila abitanti o oltre) il prezzo medio delle case in affitto al mq è di 15,2 euro, vale a dire lo 0,6% in più rispetto al mese di ottobre dello stesso anno e ben il 9,2% in più rispetto al 2021, prendendo in riferimento lo stesso periodo. Un aumento monstre che sfiora il 10% solo nel giro di un mese.
Secondo le ultime rilevazioni, aumentano le persone che fanno parte delle fasce intermedie, quelle che si trovano in un limbo ben poco invidiabile: vale a dire, persone che hanno un Isee troppo alto per accedere all’housing popolare (e alle altre formule di abitazioni a prezzo agevolato) ma comunque troppo basso per richiedere un mutuo o dare garanzie per andare in affitto verso abitazioni di altro tipo. Soggetti “ne di qua, ne di la” che si trovano in grosse difficoltà per trovare un proprio posto nel mondo.
Chi può, la casa se la tiene come una vera e propria tana, dotata di tutti i comfort. Sempre più persone la usano come vere e proprie estensione della personalità: gli italiani (quelli che possono) la casa la fanno diventare centri multifunzionali, uffici, università, scuola, cinema, ospedale, palestra. Una situazione figlia delle abitudini recenti, scatenate anche dal Covid e dai conseguenti lockdown. Basti pensare che ben il 41,7% degli italiani continua a stare in casa per lavorare da remoto, mentre il 78,0% predilige la propria casa per passare del tempo libero. Non a caso, gli italiani nelle proprie abitazioni fanno sport (una percentuale che arriva al 60% tra i giovani) e coltivano le proprie relazioni sociali (fino al 90% tra i giovani, un po' meno per gli adulti: l'84% del totale).
Con una prospettiva di casa così cangiante ma sempre così importante per gli italiani, perché non pensare di abbattere il costo generale delle abitazioni volgendo il proprio sguardo sui territori meno battuti dalla massa, fuori dalla grandi città che ormai hanno mostrato tutti i loro limiti in termini di costi, inquinamento e qualità della vita?
Sono giorni ricchi di significato quelli che stiamo vivendo per le cosiddette “terre alte”, ovverosia la montagna, quel territorio troppo spesso dimenticato se non per le settimane bianche o le escursioni in vetta. Territori che, tuttavia, con i cambiamenti climatici ed economici in corso stanno diventando sempre più appetibili da vivere 365 giorni l'anno.
L'11 dicembre si è celebrato la Giornata internazionale delle montagne, mentre due giorni è stata la volta dei 70 anni di Uncem, Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani.
«Le sfide dei territori più uniti e più coesi sono le necessità di un Paese che riparte dai Paesi – dice il presidente di Uncem, Marco Bussone, a margine della 70° Assemblea Nazionale dell'Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani –. Lo diciamo oggi guardando ai territori montani come frontiere sulle quali portare innovazione e opportunità. Ci sono 200 milioni di euro che arriveranno nel 2023 e 100 milioni di euro sono appena stati ripartiti. Dobbiamo lavorare per rendere i comuni più uniti e più coesi affinché i sindaci non si chiudano nei campanili e giochino partite importanti a prova di futuro. Nel quadro delle politiche che il governo e il parlamento si apprestano ad approvare a partire dalla legge di bilancio in discussione in questi giorni, abbiamo un'agenda di temi che verso il 2030 ci porterà ad avere una centralità nuova per le aree montane, Alpi ed Appenino, nel cuore di un Paese che riparte a qui».
In occasione del 70esimo compleanno dell'associazione, ha parlato anche Tiziano Maffezzini, presidente di Uncem Lombardia e della Comunità Montana Valtellina di Sondrio.
La sua è regione che ha molte montagne e che, più di altre, è riuscita negli ultimi anni ad attrarre nuovi abitanti, non solo nelle seconde case ma in quelle che poi sono diventate, de facto, prime case di persone che non avevano più interesse o possibilità economiche per rimanere a vivere in città.
«Negli ultimi decenni la montagna italiana è profondamente cambiata, è passata da un posto dal quale fuggire a una comunità non marginale che si pone come alternativa forte e credibile alla città. C'è ancora molto da fare, è vero, ma come amministratori stiamo progressivamente trovando la via per rafforzare ancora questi territori».
Maffezzini parla della “sua” montagna, quella lombarda come un «un laboratorio dove sperimentare soluzioni innovative alle sfide del futuro, come ad esempio la transizione ecologica, energetica, economica e sociale. Per far questo, enti territoriali, Regioni e Stato devono accompagnare la montagna verso vie di sviluppo sostenibile, capaci di creare le condizioni per arrestare lo spopolamento e l’invecchiamento demografico. Servono non solo opportunità economiche e di lavoro, ma anche di sponsorizzare e raccontare la qualità della vita, l'ambiente, il paesaggio, la coesione sociale che ci sono nelle terre alte. La montagna, se saprà cogliere le opportunità offerte dall’economa digitale, potrà diventare davvero un luogo ideale per la vita delle giovani famiglie e per fare impresa, molto di più di quanto non sia già adesso».
Piano piano, la “questione montagna” è entrata nelle agende di governo. Di questo, Maffezzini è convinto.
«La montagna sta diventando centrale nelle agende politiche degli ultimi governi e di quello attuale, grazie anche al lavoro che Uncem sta facendo sul territorio. C'è ancora molto da fare, come ad esempio il personale dei piccoli comuni, che spesso è insufficiente da nord a sud Italia. Una problematiche, quello del personale sottodimensionato, che si ripercuote anche nelle possibile occasioni date dal Pnrr. I fondi ci sono, ma senza personale nei comuni a fare i progetti coi giusti tempi, i bandi verranno vinti da quei comuni che hanno più dipendenti, che sono poi le grandi città».
Per gli appassionati di meteorologia (e non solo...) è un must: Capracotta, paese appenninico in Molise, provincia di Isernia, posto alla bellezza di 1421 metri sul livello del mare, chiamato “casa” da 801 abitanti secondo l'ultimo censimento Istat. Cos'ha di speciale questo meteorologicamente questo posto? Vista la sua posizione in quota e il particolare orientamento della valle sui cui si trova, Capracotta è famosa per le sue formidabili tempeste di neve.
Nel 2015 il piccolo paese molisano è entrato di diritto nel Guinness World Record per la nevicata più abbondante nell'arco delle 24 ore: 250 centimetri di accumulo in 18 ore (265 centimetri in 24 ore) il giorno 5 marzo, strappando il record a Silver Lake (Colorado) che resisteva addirittura dal 1921. Ma com'è vivere in un paese con un clima che può diventare così estremo? D'estate una pacchia ma, nei mesi invernali, le cose rischiano di farsi complicate. E, non a caso, Capracotta e i territori limitrofi stanno vivendo un progressivo spopolamento che sembra non avere fine.
In questi giorni, proprio a Capracotta, è in programma il convegno “Montagna Aperta”, iniziativa dedicata al rilancio della montagna e delle sue culture attraverso un approccio multidisciplinare insieme ad esperti di turismo, docenti universitari e istituzioni.
«L'obiettivo – ha detto il sindaco di Capracotta, Candido Paglione – è quello di riaccendere l'attenzione sulla montagna e sulle aree interne, visto che la nostra montagna sconta ancora un deficit di servizi e di accessibilità per quanto riguarda i diritti fondamentali. Vogliamo confrontarci con l’Italia della montagna e delle aree interne per capire quali possono essere le soluzioni alle nostre problematiche. Ci confronteremo con alcuni tra i massimi esperti della materia proprio per provare ad individuare un percorso condiviso per contrastare lo spopolamento dei nostri paesi. Noi siamo determinati a fare ogni sforzo per sconfiggere la paura di restare e per alimentare, invece, la voglia di tornare ad abitare i nostri luoghi. La montagna, infatti, è un luogo vivo dove si produce e si fa impresa che non ha bisogno di interventi caritatevoli, ma del pieno riconoscimento della accessibilità a tutti i diritti fondamentali, così come avviene nelle altre aree del Paese».
La zona di Capracotta e tutto l'Alto Molise vantano territori di rara bellezza ma difficilmente accessibili, con un sensibile deficit di scuole e sanità di prossimità. Tutto ciò porta allo spopolamento, da qui la necessità di discuterne per trovare un freno a questa perdita di abitanti. «Dobbiamo ritrovare il gusto di vivere in montagna e cercare di far tornare le persone che sono andate via – aggiunge il sindaco –. La montagna è di una bellezza eccezionale, ma se qualcuno si sente male serve qualcuno che si prenda cura della gente con la sanità di prossimità. Qui è carente l’accessibilità alle scuole e la mobilità, con strade che troppo spesso non sono pienamente transitabili». Come trovare una soluzione allo spopolamento con queste poco incoraggianti prospettive? «Noi puntiamo ad una rinascita, il convegno serve proprio a rifletterci sopra e a dare delle ricette per il rilancio di quest'area. Tutto da soli però non possiamo fare: ci devono aiutare le istituzioni, la Regione, ma anche l’Università e gli investitori».
La missione ripopolamento appare difficile ma non impossibile. Il sindaco Paglione crede fermamente nella possibilità di rilancio del suo territorio. A fine novembre, durante la consueta Festa degli Alberi locali, ha ribadito nuovamente questo concetto. «Insieme ai bambini e ai ragazzi del nostro plesso scolastico abbiamo piantato tre piantine. É stata una cerimonia semplice ma che rappresenta per noi la speranza di un nuovo protagonismo per i nostri territori all’interno della transizione ecologica che stiamo vivendo. Una speranza anche per le nostre comunità, costrette a misurarsi ogni giorno contro un nemico difficile da combattere: lo spopolamento.
E un incoraggiamento a resistere e a continuare a impegnarci, tutti insieme, per invertire la tendenza in atto. Vogliamo, infatti, poter guardare al futuro con una punta di ottimismo, perché abbiamo ancora una bella storia da raccontare, quella del nostro ambiente, dei boschi, dei paesaggi e della qualità della vita che da queste parti non ha concorrenti. Alle nuove generazioni affidiamo la cultura del rispetto dei luoghi e dell’amore verso l’ambiente». Di fronte a tanto impegno e amore per il proprio territorio, sentiamo di esprimere il nostro più grande in bocca al lupo al sindaco e a tutti i capracottesi.
Un tornado a inizio dicembre sulle colline di Vinci, in Toscana. No, non siamo impazziti. No, non abbiamo esagerato con le parole. Quanto scritto è accaduto veramente nel pomeriggio di lunedì 5 dicembre, documentato da racconti, foto e video che hanno spopolato sul web. Il fenomeno è ai limiti dell'assurdo per più di una ragione e ci indica, ancora una volta, come eventi estremi un tempo ai limiti dell'impossibile ora possono diventare realtà in ogni momento.
La prima ragione per cui parliamo di evento al limite dell'impossibile è la zona collinare in cui il fenomeno è avvenuto: i tornado sono tipici delle zone di pianura, dalle sterminate Plains Americane ai fenomeni vorticosi della Pianura Padana giusto per citare alcune zone “classiche”. Le colline, proprio per il loro territorio mosso, mal si prestano per la formazione di tornado, anche deboli. I casi sono una manciata al mondo ogni anno, per far capire di cosa stiamo parlando.
Un altro elemento sorprendente è la tempistica. Parliamo di un tornado avvenuto a inizio dicembre, a pochi giorni dal solstizio d'inverno, in uno dei periodi dell'anno in cui il sole è meno alto all'orizzonte e quindi, teoricamente, con meno energia a disposizione per far strutturare un tornado. Infine, la macro-area. La Toscana è una regione in cui i tornado sono poco diffusi durante l'anno, in particolar modo nell'area tra empolese e Valdinievole dove è accaduto il fenomeno del 5 dicembre. L'unico elemento catalizzatore di fenomeni estremi in zona è il Padule di Fucecchio, ben distante comunque dalle colline di Vinci dove il tornado a toccato terra.
Occorre comunque precisare che, seppur si sia trattato di un vero e proprio tornado, i danni sono stati lievi e il fenomeno di breve durata. Il vortice si è formato sotto un modesto temporale che è nato sull'empolese, allungandosi fino a toccare terra nel suo moto da sud ovest verso nord est, colpendo il terreno all'altezza della frazione Vitolini, Montalbano. Dopo un paio di minuti il vortice si è dissolto, lasciando però dietro di sé una lunga scia di immagini e video che lo hanno ritratto in tutta la sua maestosità.
Nulla a che vedere con quello che, con ogni probabilità, è stato il tornado più forte del 2022 in Italia: si tratta della tromba d'aria (ricordiamo che tornado e tromba d'aria in italiano sono due termini assolutamente sinonimi) che domenica mattina ha devastato il territorio di Isola di Capo Rizzuto, in Calabria, causando notevoli danni a case ed edifici, finendo per coinvolgere anche la zona archeologica di Capocolonna. Addirittura, si legge nelle cronache del luogo, un traliccio dell’energia elettrica si è abbattuto su un’abitazione in località Le Cannella sfondando il tetto e finendo nel bagno della casa. Solo per miracolo non si sono registrati feriti.
Il vortice, nato in mare aperto, ha risalito la costa per una decina di chilometri, rimanendo attivo e pericoloso anche una volta che ha toccato terra, continuando la sua marcia verso nord quasi indisturbato e dissolvendosi solo molti chilometri dopo. Il motivo di un tornado così forte a dicembre? Tanti fattori tecnici favorevoli alla formazione di fenomeni intensi ma, su tutti, spicca il Mar Ionio molto caldo dopo le temperature estreme subite da questi territori nel corso dell'estate, con picchi di quaranta gradi sulla terraferma toccati più volte.
Una situazione che serve come monito anche per le altre zone costiere, più vicine a quella grandissima fonte di energia per i temporali che è il Mar Mediterraneo: estate caldi significano acque più calde e dunque ulteriore carburante, come testimoniato da diversi studi di letteratura scientifica, a favorire e rendere più frequenti, rispetto al passato, i tornado lungo le coste italiane e l'immediato entroterra. Fenomeni estremi ma sempre più frequenti con i quali, volenti o nolenti, dobbiamo imparare a convivere.
Riccardo Russo ha 42 anni e le montagne le ha sempre viste da vicino, abitando a Forno di Zoldo (in provincia di Belluno) alle pendici delle Dolomiti bellunesi. Come tanti altri suoi concittadini, è stato pendolare per molti anni: lavoro a Belluno, rientro a casa la sera. Ad un certo punto, però, ha scelto di compiere un cambiamento radicale, apparentemente folle: lasciare il lavoro stabile in fabbrica in città a Belluno, distante quasi un'ora da casa sua, per abbracciare un nuovo lavoro a 1450 metri, alle pendici del monte Pelmo, sempre in provincia di Belluno, nel paesino di Zoppè che conta appena 188 abitanti.
Il motivo? Gestire l'unico negozio di alimentari di tutta la zona. A far scattare la “molla” è stato leggere la notizia che in paese, appunto, avrebbe riaperto l'unico negozio se si fosse trovato qualcuno disposto a gestirlo: da qui la candidatura di Riccardo che poi si è trasformata in un nuovo capitolo della sua vita, con un nuovo lavoro e un nuovo stile di vita lontano da quella fabbrica in città e dai suoi turni da 9 ore al giorno (più le due ore necessarie per arrivare e andare via una volta finita).
«Adesso che ho cambiato lavoro – racconta – la mia giornata inizia la mattina presto, quello diciamo che non è cambiato: passo a prendere il pane per la bottega, poi salgo in paese e apro l'attività, tenendola aperta fino alle 13. Dopodiché nel pomeriggio inizio il secondo lavoro, vendendo e consegnando pellet e bombole di gas in tutta la valle in collaborazione con una cooperativa. Ho scoperto una vita con ritmi più lenti ma non per questo meno ricca e meno soddisfacente, anzi. In montagna siamo pochi e spesso la natura mette le persone a dura prova, specialmente a quasi 1500 metri di altitudine: per questo qui tutti si danno una mano nel senso letterale del termine, non a parole o con la retorica. La fabbrica e le cose ad essa collegata non mi sono mai mancate granché fino adesso».
Il cambiamento è stato sicuramente drastico: la vita oltre i 1450 metri di quota in un paese di nemmeno 200 abitanti può essere complicata, specialmente di inverno. Riccardo lo ammette senza problemi. «No, non è stata una scelta facile, ho riflettuto bene. Poi però, grazie anche al sostegno di mia moglie, ho deciso di buttarmi in questa nuova avventura e devo dire che era quello di cui avevo bisogno. La vita lavorativa quassù è più lenta ma più ricca di quanto ci si possa aspettare. Ammetto sia stata una scelta drastica, motivata da considerazioni personali che non sono valide per tutte le persone. Vivendoci, però, mi rendo conto che anche in alta montagna ci siano comunque molte possibilità lavorative.
Non è tutto in discesa, anzi: occorrono sacrifici e voglia di fare, forse anche più che in città. Però il ritmo della vita è molto più vicino al reale bisogno delle persone, non alla frenesia della città che può essere eccitante per un po' ma poi diventa eccessiva, alla lunga. Io, al momento, sono molto contento della mia scelta. Ci ho guadagnato in serenità e in benessere emotivo. Lavorare qui è qualcosa che mai avrei pensato di fare prima ma adesso che ci sono me la godo tutta. Una scelta che, per me, ha funzionato».
Qualcuno l'ha chiamato “circolo vizioso”, qualcun altro è arrivato a definirla la “tempesta perfetta”: chiamiamola come vogliamo, ma è chiaro che il cospicuo aumento dei tassi di interesse deciso dalla Bce (Banca Centrale Europea) ha già iniziato a tradursi in un rincaro delle rate dei mutui a carico delle famiglie. Unito a questo, c'è anche l'aumento dei costi dell'energia di cui più volta abbiamo parlato: da qui, il mix pericoloso di rincari per le famiglie, a fronte di stipendi rimasti invariati.
Purtroppo, la mossa della Bce di alzare i tassi è risultata praticamente obbligata, vista l'inflazione in Italia che ha sfiorato il 10%. Per quanto necessaria, i danni verranno pagati soprattutto dalle famiglie europee e, in questo caso, italiane. L'aumento dei tassi andrà ad impattare sulle rate sia dei mutui a tasso variabile, ma anche sui nuovi finanziamenti a tasso fisso. Il 2023 rischia di essere ancora peggio: gli istituti di credito ipotizzano un ulteriore incremento dello 0,5% sui tassi entro fine anno (2022) e poi dello 0,5-0,75% nella prima metà del 2023. La previsione sui tassi dei mutui per il prossimo anno è che il tasso della BCE arrivi a un valore tra il 2 e il 2,5%, facendo salire sia i tassi fissi che quelli variabili rispettivamente del 3,5-4% e del 2,5-3%.
Tradotto in soldoni, che aumenti ci saranno per le famiglie? Vediamolo insieme con alcune simulazioni effettuate dall'osservatore indipendente MutuiOnline.it.
Una persona con un lavoro da impiegato di 39 anni che chiede 140mila euro di mutuo di 20 anni per una casa da 200mila euro circa, fino all'anno scorso poteva accedere ad un mutuo a tasso fisso con un tasso del 3,36%, che equivaleva ad una rata da 802 euro. Adesso, con l'aumento di 75 punti base imposto dalla Bce, la rata è diventata di 857 euro. Ogni anno, insomma, il nostro signor X spenderà 660 euro in più. Sommati per i 20 anni del mutuo, sono 13mila euro in più.
Un altro portale, Idealista, ha simulato un mutuo variabile da 150 mila euro di 30 anni: ad oggi il Taeg (Tasso Annuo Effettivo Globale d'interesse ) è dell’1,95% e una rata mensile da 539 euro; appena un anno fa lo stesso mutuo veniva pagato con un Taeg dello 0,48% e una rata mensile pari a 442 euro. Nel giro di un anno, l'aumento della rata è stata di oltre 100 euro al mese, parliamo di quasi 1300 euro in anno. Il salasso per coloro che vogliono acquistare una casa e servirsi di un finanziamento, insomma, è annunciato.
Ci sono però delle nuove formule proposte dagli istituti bancari che, almeno sulla carta, dovrebbero limitare i danni per le famiglie, evitando importi troppo grandi per le tasche di chi ha sottoscritto il mutuo. Parliamo di mutui con tasso variabile “con cap” e di quelli a rata costante. Il mutuo a tasso variabile con Cap prevede un tasso di interesse variabile e un tetto massimo oltre il quale il tasso di interesse non potrà mai salire. La scelta del tasso variabile con Cap, insomma, allontana il pericolo aumenti fuori controllo dell'importo delle rate.
Il tasso misto, invece, permette di passare dal fisso al variabile (o viceversa) più volte nel corso del contratto, con delle tempistiche però definite: se i tassi salgono, la rata resta costante e la durata del mutuo si allunga, mentre se scendono (ce lo auguriamo...) la durata diminuisce. La rata, però, rimane costante nel tempo. Il salasso così non viene evitato (si paga comunque, alla fine del finanziamento) ma si diluiscono gli esborsi mensili. Basteranno questi nuovi prodotti ad evitare seri problemi economici per chi deve sottoscrivere un mutuo? Una classica domanda da un milione di dollari che dovrà attendere almeno l'inizio del 2023 per avere una prima risposta.
Il mattone in Toscana torna a crescere nei report 2021 ma nuove nubi sono già dense sul 2022 in via di conclusione. Questa la fotografia appena scattata dal collegio regionale Fiaip, la Federazione degli Agenti Immobiliari Professionali riunitasi a Firenze la scorsa settimana. I report e le statistiche pubblicate si riferiscono al 2021 e ai primi mesi del 2022, senza dunque tenere di conto di buona parte degli effetti della Guerra in Ucraina (aumento costi materie prime, speculazione energetica scollegata dal conflitto, aumento dei tassi di interesse della Bce) che -si teme- andranno ad incidere nei report della seconda metà del 2022.
Cosa è emerso dalla riunione degli agenti immobiliari?
Innanzitutto, le compravendite nel 2021 sono aumentate del 35% rispetto al 2020: un forte aumento di tendenza che mostra come il mercato del mattone sia sostanzialmente in grado di mantenere un buon livello di valore per gli italiani. Nonostante le difficoltà anticipate, gli agenti si aspettano una tenuta del mercato anche nel 2022, a livelli simili di quelli del 2021. In attesa di verificare se questa ipotesi si verificherà effettivamente, le tendenze ormai sono chiare e delineate riguardo alle richieste di alcune tipologie di immobili: le case più richieste da dopo il lockdown sono soprattutto case con terrazzo, giardino o spazi per lo smart-working.
«Confermiamo la tendenza di un aumento di domanda fuori dai centri abitati – sottolineano i responsabili Fiaip – indirizzata su immobili in grado di offrire un elevato comfort abitativo ed una migliore vivibilità, soprattutto dopo il passato periodo di forzosa chiusura. Per quanto riguarda il livello medio dei prezzi, i centri urbani più grossi non hanno subito variazioni, facendo anzi segnalare un risveglio sulle aree periferiche e di campagna».
Sul territorio toscano, giusto per fare un esempio, risultano fortissime differenze di prezzo al metro quadro. La zona più costosa di tutta la regione è il centro storico di Firenze, dove i prezzi oscillano tra 3500 e i 6mila euro al metro quadro, seguito dal centro di Siena dove i prezzi risultano essere tra i 2.850 ai 3.650 euro al metro quadro. I più economici? La Lunigiana e Valbisenzio, dove i prezzi non vanno oltre l'oscillazione tra 500 e 1400 euro al metro quadro.
L'Appennino Tosco-Emiliano si difende benissimo per quanto riguarda la convenienza del mattone: il valore minimo sulla Montagna Pistoiese è di 700 euro, il massimo di 900 euro (il più basso di tutta la regione). Pistoia città, invece, oscilla tra i 1200 e i 1400 euro al metro quadro. Valori simili anche per la sponde emiliana dell'Appennino, anche se il forum Fiaip non ha discusso delle dinamiche fuori dalla regione Toscana, per cui approfondiremo l'andamento del mercato emiliano nei prossimi articoli (intanto, consigliamo la lettura della nostra intervista all'immobiliare Monghidoro 841 (Il punto sul mercato immobiliare a Monghidoro...).
Altri dati interessanti sono i 1200 euro al metro quadro da cui partono le case in Mugello, uno dei valori (insieme al Valdarno) più bassi di tutta la provincia di Firenze. Infine, risulta di particolare interessa la situazione dei prezzi attorno alla città di Prato, unica città toscana dove nel centro storico i prezzi sono più bassi rispetto alle zone limitrofe: nella parte più antica della città, infatti, le quotazioni variano da un minimo di 800 ad un massimo di 2.500 euro, mentre allontanandosi dal centro salgono a 1.000 – 2.800 euro al metro quadro nell’area del semicentro e nel range 700 - 3.000 nella periferia del capoluogo.
Le quotazioni si abbassano ulteriormente in località come Montemurlo e la Valbisenzio dove la valutazione media per un immobile residenziale non di lusso ha nel primo caso un valore minimo di 700 e un valore massimo di 2.300 euro al metro quadro, nel secondo di 500 e di 2.500 euro al metro, come anticipato.
Un tempo pagavamo le nostre bollette senza farci quasi caso: i costi erano più o meno gli stessi a secondo delle stagioni (più costosa l'elettricità durante l'estate, più costoso il gas durante l'inverno grossomodo) e le nostre preoccupazioni economiche venivano rivolte altrove. Poi è arrivato il gennaio 2022 e sono iniziate le speculazioni sul mercato dell'energia, seguita poi dalla tanto temuta invasione russa ai danni dell'Ucraina. Ed ecco fatto il disastro: bollette sempre più care, prezzo dell'energia fuori controllo (facciamo gli scongiuri, forse adesso inizia a tornare nei ranghi: ne riparleremo), famiglie e aziende che si interrogano su come far quadrare i conti con costi dell'energia quadruplicati nel giro di pochi mesi.
Da qui la necessità di trovare alternative più economiche per scaldare le proprie abitazioni: abbiamo parlato e scritto del pellet, dei camini, di fotovoltaico. Stavolta parliamo invece delle pompe di calore, un sistema alternativo al riscaldamento tradizionale per case, uffici e aziende di cui probabilmente non si parla abbastanza.
Di che cosa si tratta, in parole povere?
La pompa di calore preleva calore da una fonte naturale esterna, che può essere ad esempio aria, acqua, o anche il sottosuolo: da lì lo trasferisce all’interno tramite uno scambiatore di calore, un po' come fa il frigorifero di casa ma nel senso opposto (da freddo a caldo e non viceversa come nel frigo). In parole poverissime, il sistema si serve di un compressore che comprime un gas: l’aumento della pressione produce calore. Alcune pompe di calore possono anche rinfrescare l'ambiente, sfruttando la corrente elettrica. Ovviamente il processo di riscaldamento e raffreddamento a seconda delle necessità avviene con un utilizzo dell'energia elettrica efficiente, senza servirsi direttamente del gas. Il sistema, in pratica, by-passa la caldaia e il gas che serve per farla funzionare.
É la soluzione perfetta? O c'è la fregatura?
Non c'è nessun costo nascosto: ovviamente un impianto energetico nuovo ed efficiente ha un suo prezzo. Altroconsumo parla di prezzi dalle 300 alle 2000 euro, in base alla potenza e alla grandezza dell'impianto. Il direttore di Enel Italia Lanzetta, in una recente intervista ha però lodato questo nuovo sistema sia da un punto di vista economico che energetico. «Il passaggio da caldaia a pompa di calore è meno complicato di quello che si pensi. Ad esempio, non è necessario cambiare e smontare l'impianto preesistente, ma se ne può sfruttare la quasi totalità». C'è poi la questione dei soldi: il nuovo impianto della pompa di calore costa, ma ciò comporta anche non dover più mantenere la caldaia (e la sua manutenzione, non proprio economica) e il costo del gas necessario a farla funzionare. I costi di manutenzione della pompa di calore sono ben più bassi rispetto a quelli necessari per la caldaia: si tratta di una tecnologia più moderna e più efficiente della caldaia a gas.
Un focus a parte meritano le pompe di calore geotermiche, che sono quelle che sfruttano il calore o dell'acqua di falda o del sottosuolo. Di questo segmento, infatti, esistono due tipi di impianto: pompe di calore geotermiche acqua-acqua (o pompe a sistema aperto) e le pompe di calore geotermiche terra-acqua (o pompe a sistema chiuso): queste ultime necessitano sonde geotermiche in grado di penetrare fino a 100-200 metri di profondità. Questi sistemi, pur avendo costi di gestione molto bassi, partono da prezzi importanti: un impianto geotermico domestico ha un costo base di circa 25mila euro. Questi impianti rientrerebbero nel tanto discusso Superbonus 110% ma, fino adesso, in Italia non hanno avuto un grande successo.
Come vedete, le alternative al gas ci sono e sono anche alternative valide. Certo, tutto ha un costo: vedremo se nelle prossime settimane il Governo sarà capace di varare incentivi verso mezzi di riscaldamento più efficienti che, finalmente, ci permetteranno di staccarci una volta per tutte dal gas e dalle problematiche ad esso collegato.
L'inverno è alle porte e con esso anche l'abbassamento delle temperature, dopo un'estate ed un autunno a dir poco torride. Per quanto il cambiamento climatico morda sempre più forte, nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio sarà comunque necessario riscaldare le nostre case, specialmente al nord e al centro Italia. Il riscaldamento, spesso ancora collegate nelle nostre case a caldaie alimentate a gas, spaventa e non poco, visto il caro energia in atto da inizio 2022. In tanti pensavano di evitare i rincari accendendo i propri camini, molto diffusi nelle case di una volta, ma la quasi totalità delle regioni italiane ne ha posto il veto sull'accensione per tutto il periodo invernale, tranne che per quelle case che non hanno altri sistemi per il riscaldamento e per quelle che si trovano sopra i 200 metri sul livello del mare.
Chi ha il riscaldamento a gas, insomma, lo deve usare se si vuole scaldare in casa. Alcuni sindaci, tra cui quelli di Terni e Rimini, hanno annunciato di voler sospendere l'ordinanza delle relative regioni, andando però incontro a rischi di diffida o addirittura di sostituzione. In Toscana per questo c'è polemica tra sindaci e amministrazione regionale: secondo l'attuale norma, i comuni dovranno vigilare i caminetti dei cittadini del proprio territorio, come fossero degli speciali “sceriffi” del focolare.
Nei giorni scorsi i sindaci di Lucca, Altopascio, Capannori, Montecarlo e Porcari (in provincia di Lucca), Chiesina Uzzanese, Massa e Cozzile, Monsummano Terme, Montecatini Terme, Pescia, Pieve a Nievole, Ponte Buggianese e Uzzano (provincia di Pistoia) hanno effettivamente firmato il divieto di utilizzare generatori di calore a biomasse con classe di prestazione emissiva inferiore alle ‘tre stelle’. Tradotto in soldoni: di accendere i caminetti.
Luca Menesini, presidente della provincia di Lucca e sindaco di Capannori, ha sottolineato tutto il suo disappunto per la norma da lui stesso firmata. «La norma che abbiamo dovuto firmare è da criticare su tutta la linea. É stata firmata perché, non facendolo, rischiavamo di essere sostituiti nelle nostre cariche e mai avremo voluto lasciare i nostri comuni senza una guida in questo momento delicato».
La norma, insomma, è entrata in vigore ma i sindaci chiedono alla regione di trovare correttivi. «Quanto deciso a Firenze nei palazzi della regione finirà per ripercuotersi sulle famiglie, non è giusto. L'ordinanza è stata fatta per garantire una migliore qualità dell'aria, ma si deve tenere conto del periodo che stiamo attraversando, delle difficoltà dei cittadini a pagare bollette di luce e gas raddoppiate. La norma, così applicata, non lo fa affatto».
La norma, ora che è ufficiale, deve essere anche messa in condizione di essere verificata e controllata da parte degli enti preposti, in questo caso i comuni stessi. Ci saranno gli “sceriffi del focolare” a controllare se nelle nostre case il camino è spento? Manesini ha detto, senza tanti giri di parole, di rifiutarsi: «non siamo mai entrati nelle case dei nostri cittadini e non inizieremo ora».
Ma quanto inquina davvero un camino acceso? Siamo davvero convinti sia un divieto troppo severo quello imposto ai cittadini?
Secondo le stime del sito “Unasensazioneperfetta”, i camini a camera aperta tradizionali producono 3.679 tonnellate di PM 10 all’anno mentre quelli a camera chiusa, o con inserto, producono 2.401 tonnellate annue. Le stufe a legna, invece, arrivano a scaricare 2.651 tonnellate di polveri sottili nell’atmosfera, sempre su base annua. Valori che, in media, sono 5 o 6 volte superiori rispetto agli impianti alimentati da gas o gasolio, come le classiche caldaie che riscaldano i termosifoni.
Una ricerca effettuata da European Environmental Bureau (raggiungibile al sito https://eeb.org/) ha messo confronto lo sprigionamento delle polveri sottili PM 2.5 tra stufe a legna e caminetti con quelli dei gas di scarico di un camion.
Le stufe a legna, infatti, producono 375 g di particolato fine (PM 2.5) per ogni gigajoule di riscaldamento. Confrontando il dato relativo alle PM 2.5 prodotte dalle stufe a legna con le PM 2.5 prodotte dai camion diventa evidente come il riscaldamento incida molto più del traffico: un camion privo di filtri antiparticolato produce infatti 6,5 grammi di PM 2.5 per ogni gigajoule di riscaldamento del combustibile, che scendono a 0,5 grammi per i camion dotati di filtro.
Appare evidente che il caro vecchio buon camino inquini in realtà molto più di quanto si pensi, ma è anche vero che in un momento critico come quello attuale negare a una famiglia la possibilità di evitare un indebitamento forte attraverso l'utilizzo di altre forme di combustile ponè la necessità di trovare una mediazione temporanea e in primo luogo l'azione degli amministratori per quanto riguarda eventuali deroghe o modulazioni specifiche. A livello nazionale, la questione energetica appare dunque sempre più complicata da sbrogliare.